Giulio Bizzozero
La vita di Giulio Pane

PARTE TERZA             Ricordi della Puerizia

TERZA LIBERAZIONE

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TERZA LIBERAZIONE

 

 

 

 

 

LA CATENA

Capitolo XIX

 

 

 

La prima impressione che ebbi a Firenze, appena arrivato alla stazione di Santa Maria Novella (ero stato nella Città dei Fiori troppo bambino per poterne aver riportato un giudizio qualsiasi); fu di stupore. Mi parve d'entrare in una città maravigliosamente grande, come quelle che si fantasticano non si sa perchè, e come si son vedute, ne' bellissimi sogni giovanili.

Quelle strade spaziose e pulite; i palagi alti alti e neri neri che spirano una severità classica che poche altre città italiane offrono se se ne eccettui Venezia, Roma e Siena; le piazze vastissime dove l'occhio si fissa lontano lontano a cercarne la fine; quel superbo fiume su cui si slanciano sei ponti famosissimi, quello alle Grazie, il ponte Vecchio, il ponte Santa Trinità, il ponte alla Canaja o de' Mozzi; i celebri Lungarni Corsini, Soderini, Lungarno Nuovo, le Cascine; il palazzo Vecchio, la piazza della Signoria, la Loggia de' Lanzi o de' Signori, le Gallerie, il Dômo, il famoso Campanile di Giotto, Or San Michele, il Battistero, S. M. Novella, la Via Calzaioli, la Via Tornabuoni, i palazzi storici del Podestà, o Bargello, la SS. Annunziata, San Marco, San Lorenzo, il Palazzo Strozzi, Santa Trinità, il palazzo Corsini, Ognissanti, il famoso Palazzo Pitti, gli Uffizi con le superbe e preziose Gallerie, l'immenso Giardin di Boboli, il palazzo Torrigiani, le case di Dante, di Michelangelo, del Cellini e di tanti e tanti sommi Maestri d'ogni arte; mi fecero restare a bocca aperta e dimenticar quasi subito le piccole avventure dolorose sofferte nella Capitale d'Elisa Baciocchi e Carlo Lodovico. Il famoso Volto Santo se n'andava a poco a poco svanendo come un sogno doloroso e nero.

M'aspettava alla stazione Nando, che m'accolse con la sua solita freddezza: era, come ho detto, il marito della zia Fanny. Come e perchè lo avesse sposato restò sempre un mistero: mezzo tisicuzzo, su due gambine magre e debolucce. Elegantissimo e irreprensibile ne' vestiti sempre di moda e sempre attillati; vago di porre un fiorellino all'occhiello, impomatato e profumato (si spiaccicava i capelli sulle tempie) parlava con sussiego dottorale che lo faceva essere antipatico, senza che si potesse trovar mai niente a ridire: insomma un pedante, un dandy striminzito e male in gamba; uno spirito prepotente e agro di cui la povera Fanny non ebbe troppo a lodarsi durante la lunga unione. Carattere nervoso e nevrastenico come oggi si dice, atrabiliare all'ultimo grado, non stava cinque minuti d'accordo con nessuno. Lo compativano tutti, e gli menavan buono ogni cosa più che altro per l'umore angelico di Fanny che accoppiava a una maravigliosa bellezza, una bontà tranquilla e soave.

La poverina era stata maritata a codesto sgorbio ringalluzzito proprio per forza; da fanciulla si era innamorata d'un bel giovine, l'ing. Rigacci che al talento di filosofo univa cuore e la mente di poeta; il padre della giovine, nonno Policarpo, non acconsentì al pateracchio.... e la figliola rimase come un fiorellino sfiorito perchè un anno dopo il Rigacci lasciò Lucca giurando di non volerci mai più rimetter piede.

Si fece un gran parlare in casa di questo atto crudele del nonno (misteriosamente però e sempre quando s'era sicuri che nessun sentisse) meravigliati, perchè Policarpo amava, anzi idolatrava la figlia; Fanny s'ammalò, poi si riebbe.... «Tout passe, tout lasse, tout casse» dicono i Francesi, e così anche per lei passò rimanendole nella ferita la punta dello stiletto, ben profondo e invisibile, come avviene sempre di tutti i dolori.

Si presentò, dopo un pezzo, Nando, (era telegrafista alla Ferrovia); piacque a Policarpo; in quattro e quattr'otto fu combinato il malaugurato matrimonio e si sposarono e partirono e tornarono dopo dieci giorni e io rividi Fanny cambiata dal giorno alla notte: tanto dev'essere crudele il sacrificio del primo fiore con un essere che non si ama, o per il quale si senta un'invincibile avversione. Fu la zia Fanny donna onesta e moglie esemplare; lui morì ott'anni dopo pazzo furioso da doverlo serrare nella camicia di forza: negli ultimi giorni del male seppi che arrivò perfino a lanciarle contro i propri escrementi. Povero fiorellino sacrificato! Non ho forse ragione di ripeterlo a costo d'esser prolisso? Non sono i genitori la causa del bene e del male de' propri figli?

Ma ritorno alla mia narrazione.

Nando mi condusse a casa dello zio Azzolino, in via Cerretani N. 1, un palazzone antichissimo, con certe muraglie così grosse da avervi potuto scavar dentro la scala; si diceva che n'era autore Giotto, che aveva pure creato quelli degli Strozzi e dei Martelli.

La mia nuova Famiglia, ove avrei passato un anno di riseccolimento, di fame e di studio, era quella d'un mio zio carnale: Azzolino di Siena, bell'uomo (e ci teneva, tanto che gli amici lo chiamavano il giovinetto). Aveva il portamento militare, due baffi arricciati all'eroica, sempre mondo, lindo e pulito come una signorina. La moglie si chiamava Adele: pareva un granatiere; alta e ossuta, gigantesca: fattezze grosse e rudi, non prive di una certa regolarità; non doveva essere stata mai bella, ma buona pareva, di cuore e molto istruita. Lo zio, era uno spirito gretto e taccagno, e poi egoista fino alla spilorceria. Il nonno, lo venni a saper poi, gli aveva chiesto di prendermi in casa fino dal Giugno, dopo la licenza per farmi proseguire gli studi: ma lui aveva negato recisamente.... accampando per iscusa: – Avergli detto le vecchie che ero un ribelle e una birba! – (Non ho mai potuto sapere di che specie di ribellione fossi capace a quattordici anni se non fosse quella di non voler aver niente a che far co' preti e le chiese, le piccole scappate di casa, per andare, si sa a fare all'amore a Viareggio.

Che fosse sordido e taccagno lo scopersi subito il primo giorno: dopo le accoglienze oneste e liete, andammo a desinare.

Due cucchiaiate di minestra; una fettina di lesso grande come un'ostia; un pizzico d'insalata; un dito di vino e allungato con di molt'acqua, prosit!

E così durò un anno – come ho detto – con questa variante: che gli zii mangiavano sempre a ore diverse dalle mie, talchè, quando arrivavo dalla stazione, la Marietta, (ch'era l'allampanata domestica) mi risonava ridicchiando, la solita canzone: – Lo zio, o la zia, hanno già desinato e ora mangi lei, sor Giulino, – e io mangiavo.... i rimasugli di tutti, e uscivo da tavola con una fame lupina. Mi sfogavo a necci e a castagne arrostite e a pattona e migliaccio, che a Firenze ce lo fanno bonissimo. – Tutto il male non viene per nuocere: dicevo fra me; dopo il tempo bello, viene la burrasca – e burrasca l'era purtroppo; prima di tutto mi pagavano uno stipendiuccio da affamati: cinquantacinque lire in tutto! cinquanta le pigliavano loro per il trattamento come lo chiamavano; poi bisognava che stessi buono e tranquillo, perchè l'antifona era sempre la stessa: – Oh! se non ti porti bene, quella è la porta, – E io zitto e facevo penitenza, e bevevo acqua.

Quando ripensavo al trattamento in casa della nonna, quei pranzi, quelle bisboccie in campagna e in città, quella ricchezza d'ogni ben di Dio in casa e a tavola, dicevo tra me e me: dei nonni Policarpi ce n'è uno al mondo; ma poi pensavo: – Eri contento di mangiar pane a ufo, in casa d'altri, senza far nulla? Almeno qui mangi del lavoro tuo e sei un omino: – e mi consolavo.

Eppure lo zio era anche ricco! aveva avuto, è vero una infanzia e una giovinezza amarissime, come l'ho già detto; ma un bel giorno, a un tratto, quando meno ci pensava, e pareva che i tempi volgessero veramente al peggio e il lupo urlava alla porta di casa sua, non bastando il misero stipendiolo che aveva d'impiegatuccio municipale e le lezioni della zia Adele; gli era arrivato come un fulmine a ciel sereno un telegramma da un notaro di Siena, comunicandogli la morte dello zio Giovanni, che gli aveva lasciato 62 mila lirette e la Farmacia del Casato, dove era la nostra casa antica. E fu in codesta circostanza che, per provare la legittimità sua come erede, mancando da tanti anni da Siena, dovette cavare l'albero genealogico.... col quale venne a scoprirsi che la nostra famiglia era una antichissima e nobile casata fiorentina de' Pane piena zeppa di priori e di gonfalonieri e con un blasone a tre Castelli in campo azzurro e argento, un gran cimiero guerresco e un mezzo pane tagliato sulla tafferìa: forse a voler dimostrare che, sebbene nobile e d'alto lignaggio, la famiglia Pane avrebbe avuto eternamente a fare a pugni per la pagnotta.

Comunque fosse, dunque, io cominciava con lieti auspicj e sotto deboli incoraggiamenti, a combattere per la vita: non mai così reale e non mai così paurosamente tirannica si presentava agli occhi miei di giovinetto che s'avvia ai quindici anni, questa benedetta vita che porta per blasone un'eterna catena di dolori, di sopraffazioni e di delusioni. «The struggle for life», assunse ai miei occhi, sùbito appena ebbi a presentarmi a coloro che sarebbero stati i miei superiori e padroni, in forma spaventosa.

La costrizione del corpo per lunghe ore di servizio; l'immobilità della persona su' registri fitti di numeri e la copiatura di fogli aridi, uggiosi, antipatici; la compagnia d'uomini sconosciuti, in camere mal areate, puzzolenti di tabacco di pipa e di sigaro; la sicumera con cui mi trattavano le specifiche e speciali nullità che si chiamavano i colleghi; gli ordini dati con tono di superiorità da poveri impiegatucci, più poveri di me, ma che mi guardavano dall'alto al basso con quell'occhio di sopracciò che vuol parer di non essere, ma che è invece la patente d'ignoranza e d'asinità del travet a mille due che ogni poco vanta la sua anzianità, i suoi meriti speciali, la grande istruzione dei regolamenti, delle circolari, dei bollettini, ecc.: mi facevano ridere, ma era riso rabbioso, e al tempo stesso maledivo con tutto il cuore l'ambiente e la compagnia con cui mi toccava a rimaner, forse per tutta la vita, e mi mordevo le mani.

Torno un passo indietro e dirò, che una mattina Nando venne su, dov'io lavorava e m'ingiunse di vestirmi co' panni domenicali, e ci avviammo verso piazza Valfonda, ove era allora la Direzione delle Strade Ferrate Romane. Montiamo su su a un quarto o quinto piano: innumerevoli portieri eran costì ad aspettare chi venisse: si passa in un salone con un gran tavolino coperto di panno verde; aspettiamo. Dopo un bel pezzo, compare un uomo alto e grosso; era francese e Nando mi presentò parlandogli in quella lingua; l'uomo mi sbircia, e porgendomi un foglio mi dice di scrivere qualcosa per vedere la calligrafia: ero già stato imbeccato che scrivessi così «J'as l'honneur de vous être présenté, mon excellant Monsieur, connaissant votre bien veillance et bonté....», magiche parole, secondo il mio raccomandatario per schiudermi le porte della felicità, avanzamenti a bizzeffe e un avvenire di travet proprio numero uno. Scrissi, lesse, sorrise, mi disse – «c'est bien» «c'est bien mon garçon»; e mi ordina di far dei numeri! Scombiccherai, alla meglio alcune cifre; le guarda di sottecchi dagli occhiali che gli dondolavano sulla punta del naso rubicondo, sbalugina il foglio lo mira e rimira come se fosse il cimelio de' logaritmi inventati da Lord Napier e volgendosi a Nando, – «Pas bien ça; toute sa vie il ne fera pas de beaux nombresNando mi guarda con la coda dell'occhio porcino; mi striminzisco più di quello che sono nel mio povero vestituccio, abbasso gli occhi come se mi trovassi davanti al boia che m'avesse a metter il capestro al collo e col cuore che mi batte forte aspetto la condanna: – «C'est bien, allons: nous le methons à la sections de comptabilité; mais, – e qui si volta a me mezzo serio e mezzo ridendovous ne ferai jamais de beaux nombres votre vie durante; reflecchissez - y, reflecchissez - y!».

Era costui il celebre Michon, pezzo grosso della Direzione; tutti lo temevano, per la sua maniera brusca e rozza nel trattare gl'impiegati, specie i giovani e di primo pelo, che cadevano sotto le sue eccelse grinfie d'imbratta carte.

Nel ritornare a casa, – questa volta solo – andavo rimuginando fra me e me l'avventura e dicevo: «a che cosa m'è servito studiare i classici latini e greci, le lingue morte e vive, la storia e la filosofia, la scienza e la dialettica, le belle lettere e le belle arti; saper scrivere magari un sonetto e di schizzar giù il profilo d'un viso o d'un paesaggio, per poi venire a cascare dentro una bolgia come questa, dove non si è nulla, se non si ha una bella calligrafia, e si fa un 3 che somiglia un 5, e un 7 che pare un 9? Ohimè, ohime, sospiravo penosamente; cosa farò dentro... in mezzo a tutti que' barbagianni che conoscono soltanto la scienza dell'asino, e non sanno far altro che tagliarsi i panni addosso come se fossero tante ciane di Porta Rossa

Mi rinchiusi in camera, e seduto al mio tavolino, su cui, avevo messo il mio piccolo tesoro, cioè una cinquantina di capolavori classici, i manuali di Fisica e di Chimica ecc., appoggiata la fronte sulle mani, mi lasciai andare al primo sconforto e piansi amaramente.

Mi sentii allora veramente solo al mondo quasi e abbandonato; e stetti così un'ora buona a meditar de' casi miei; a un tratto, la sonora e melodiosa voce del bronzo di Giotto, incominciò a empir di rintocchi il cielo azzurro, con voci di speranza, di gioja, di felicità; mi sentii tutto rapito da quelle volate del bronzo, solenni, maestose che salutavano la Città dei fiori con un gran canto, in cui pareva parlare l'onore del mondo, la vita, la maravigliosa Natura, così splendida, così armoniosa, così grande; i raggi del sol morente lambivano i tetti della divina città dell'Arno, andando a dileguarsi a poco a poco, fino alle pendici lontane de' colli fiesolani, e la luce e il suono si sposavano in un ritmo inestimabile, sublime. Così, iniziai i primi miei sentimenti nel maremagnum di quella città.

Fui assegnato all'Ufficio Spese: n'era Capo Ufficio un certo Luigi Foli, romano; monco della mano sinistra, era uomo di poche parole e di molti fatti (come si vedrà) e mi dissero che aveva perduto il braccio nel '49 alla difesa di Roma nel battaglione Pietramellara e sotto la gran Repubblica di Mazzini e di Garibaldi a me, fresco di quei fatti per la lettura dell'Assedio di Roma del Guerrazzi, il Foli mi parve subito un Dio; più lo guardavo con quel suo moncherino, più m'entusiasmavo e l'ammiravo: – Vedete dicevo tra me e me – che glorioso rappresentante d'una razza che sparisce; ecco un uomo che ha fatto al mondo; che può dir di essere un eroe in carne ed ossa e può guardar noi di sotto in su e mandarci a cuccia; pensare che è stato con Mazzini, con Garibaldi, con Filopanti; che ha combattuto da bravo contro i Francesi e i Borbonici; che ha sparso il suo sangue per la patria... L'avrei adorato come un santo...

Un giorno, il buon martire della libertà di Roma e del Libero Pensiero, m'ordinò d'andare a prendere, non ricordo da chi, il «Libro de' Conti»: mi precipito dalle scale; picchio col capo nello stomaco d'un cavaliere che se ne veniva su buzzo buzzo sbuffando dall'asma; pesto un callo a un capo divisione; inciampo in una sedia, do' contro un portiere, vo dinanzi al Capo-Ragioniere Conti, e gli dico senza fiato in corpo:

«Il Cav. Foli la prega di mandargli subito il.... Libro della Spesa».

Bimbo mio, mi risponde ridendo a crepapelle, il brav'uomo – il Libro delle Spese bisogna che lo vada a chiedere alla mi' serva... vedrà che s'è sbagliato; torni dal Foli e si faccia dare migliori schiarimenti. –

«Numi del cielo!» – Penso fra me e me cosa dirà l'eroe? vo su mogio mogio, apro pian piano l'uscio, inciampo a' primi passi, riferisco....

– Si vede proprio, che lei è un gran cretino e sempre lo sarà! – mi risponde il compagno di Pietramellara. Vada vada, torni a scuola che n'ha bisogno – e con una grinta dura e scura s'alza per andar da a prendere il famoso registro.

Ecco un idolo infranto! Si dileguò come una rosea nuvoletta al vento e rientrai in me stesso come la lumaca nel suo guscio silenzioso.

Eh sì; non pare, ma la vita è qui: le imagini poetiche, le figure e le fantasie rosee che ci creiamo da noi e che adoriamo in silenzio e per le quali sentiamo attrattiva, una venerazione, simpatia, amicizia, affetto, amore quasi etereo e angelico: tutto insomma anche che par che affascini e seduca l'anima ravvolgendola in una nube rosea di bonomia e di bontà; svaniscono in un baleno, appena appena si stacchi quel pòlline color d'oro che sembra rivestir le cose vive e morte ed è come la polverina iridescente che la farfalla trascina con sull'ali svolazzanti. Un'apparenza, una chimera.

Un eroe era stato il Foli, per i suoi atti generosi e le sue gesta, non è vero? Eppure quella frase facchinesca, la mossaccia non era da eroe di certo; no, non era da uomo; no, non era da padre (aveva tre figlie) e svanivano dinanzi ai miei occhi, a un punto stesso, tutti i suoi meriti e tutte le sue virtù.

Va'cafonedissi tra me: t'ho bell'e pesato. – E feci progetto di cambiar presto d'uomini e di lavoro.

M'era compagno – un lombardo: alto, grande, biondo, calvo, ravvolto in un soprabitone nero o zimarrone che aveva la pretesa di voler parer un soprabito, a larghe falde che gli svolazzavano intorno: camminava impettito, con un far soldatesco e imponente; la cadenza del passo la riconoscevo fin dal suo primo calpestare i gradini dello scalone; risonava il tacco delle sue scarpone come un martello pesante battuto sul ferro, e io lo temevo, non so perchè: forse perchè mi gridava sempre e criticava i miei 3 e i 5, i 7 e i 9 nelle laberintiche colonne del Libro della Spesa; anche lui, un eroe: aveva fatto la campagna del '59 in cavalleria, ne aveva infilzati – a sentir lui – un centinaio, diceva che i capelli li aveva perduti per portar l'elmo: il gran sole, il gran caldo, e mille altre eroiche imprese, delle quali io non dubitava punto, che l'avevano ridotto così, e nel dirlo, si passava le dita grasse come salsiccie nelle poche ciocche rade che gli restavano ancora sulla zucca pelata. Si chiamava Leopoldo Bignami: si dava l'aria di letterato: mi leggeva, fino a morir di noja di sonno e di fastidio, certe sue novellerie che, credo, pubblicassero alcuni giornalucoli milanesi nelle loro appendici. Naturalmente io era per lui l'asinello di Buridano: mi dava altezzosamente del tu; si faceva spolverare la zimarra quando finivamo il servizio; mi raccontava le sue innumerevoli gesta e, talvolta, mi faceva l'onore di mandarmi dal tabaccajo a comprargli cinque centesimi di spuntature.

Povero Bignamiso che hai finito un pajo d'anni fa povero e solo in una fredda soffitta della tua Milano; eri un buon figliuolo, in fin dei conti; e devo a te se mi svincolai da quell'ambiente di sacrestia e di pedanti che non era fatto per me; la vita d'ufficio, tra' fogli, i registri, le contabilità non era fatta propria per una testina come la mia; perchè la mia animuccia voleva spaziare nella libera esistenza ove non si conoscono catene o almeno sono mascherate dalle foglie di rosa: se le spine abbondano, le non si scorgono di prim'acchito; la vita calma, tranquilla, silenziosa, posata, a quel modo, era impossibile pe 'l mio carattere; sarebbe stata adattatissima per un Taddeo equilibrato, paziente, remissivo: a me era impossibile: come avrebbe potuto esser piacevole, a me che sentivo un aquilotto nel cuore, e di gran sogni nel cervello?

Il Bignami me lo diceva sempre:

Ragazzo mio, questo non è posto per te; qui tu non farai mai nulla; a te ci vuole un lavoro più libero, il moto perpetuo.

Un giorno, mentre leggicchiavo, di nascosto, sulla fisica del Cantoni, (che avevo ficcata nel cassetto del tavolino e che occhieggiavo tenendolo semi-aperto per esser pronto a richiuderlo appena comparisse qualcuno de' tanti cerberi che mi circondavano); non feci a tempo all'operazione e il Bignami mi sorprese col libro tra le mani.

«Eureka - Eureka», esclamò battendomi una mano sulla spalla: – Abbiamo trovato, ragazzo – se ti piace la Fisica, hai in tuo potere un mondo nuovo: ti piace la Fisica?

– Io rispondo che la so tutta.

– E allora – senti – io sono profano nelle scienze, profondo come nell'arte della guerra, ma se tu vuoi far fortuna e crearti una stupenda posizione fai domanda d'entrare al Telegrafo: quello è il posto per te; fra 1e pile, i rocchetti, i galvanometri; – te l'appoggio io.»

Era uscita proprio allora una circolare annunciante che, vista la deficienza di personale telegrafico, la Direzione invitava a un concorso a premi di 100, 75, 50 e 25 lire a tutti coloro che volessero tentar la prova; contratti benefizi e ammennicoli che sogliono promettere tutte le amministrazioni, quando vogliono dare un lecchezzo a uno e attirare i merli a cader nelle panie che sanno tendere con tant'abilità.

Feci la domanda; fui ammesso a far pratiche di sera all'ufficio di Santa Maria Novella, e dopo otto giorni ero telegrafista in erba.

Non dimenticherò mai l'impressione gradevole che provai, quando il telegrafista anziano Pietro Boschi, grand'amico mio col tempo, mi mise dentro alle segrete cose e mi presentò alle macchine chiacchierine che cinguettano come tanti canarini d'ottone.

Dovevo imparare a trasmettere e a ricevere; e per la teoria bisognava studiare su un manualetto scritto dal Capo Servizio, Cav. Gabbriello Becherucci, che era, a detta della fama, un celebre scienziato, allievo, niente di meno, del famoso Carlo Matteucci.

Il Boschi rimase tutto contento quando gli sfoderai la parte teorica dell'elettricità, che sapevo tutta a mente, e assicuro che sarei stato uno de' primi se avessi imparato presto a trasmettere e ricevere i telegrammi a orecchio.

– In un paio di mesi, – mi disse – lei sarà un buon telegrafista: ci si metta di buzzo bono.

E di buzzo bono mi ci misi davvero; tanto che dalle prime sere, chiappavo le parole treno, carro, Firenze, Capo Stazione ecc.; per farla breve, in otto giorni, trasmettevo e ricevevo bene e senza errori.

Fama volat... è un vecchio detto che tutti ripetono; posso dir d'essere stato in questo fortunatissimo, perchè una sera capitò il Becherucci in persona; mi guarda e si mette a ridere e mi dice:

– Dunque ecco un fenomeno: ecco un telegrafista nato in una settimana; e presto verrà con me e si farà onore: ma bisogna ch'ella chieda al Cav. Michon il permesso di mutar servizio e di dar l'esame che vi sarà presto. Tutto contento, stendo la domanda sotto la sua stessa dettatura. Arriva l'autorizzazione; ed ecco il giorno degli esami. Ricevo a orecchio e trasmetto benissimo due o tre dispacci, e poi mi passano all'esame teorico: il Becherucci era veramente un professore, e mi stuzzicò in tutto, ed io risposi senza inciampar mai: alla mia età trattando tutte le moderne scoperte elettriche, i vari sistemi, i ricevitori nuovi, insomma anche lui, sornione com'era, dovette riconoscere che ero il primo apprendista che avesse visto in trent'anni di servizio e in soli 8 giorni diventar telegrafista.

Si comincia bene: penso fra me: ecco un omino che mi garba: mi voglio far voler bene; mi vo' fare onore: voglio mettermi sul sodo e andare avanti in una cosa buona: Farneticavo come Alnascaro delle Mille e una Notte!

Vedrà presto il lettore quanta fiducia era da prestarsi a codesto pezzo grosso pretaccio sfegatato e ipocrita di sette cotte che andava alla messa tutte le mattine.

Capitolo XX.

 

 

 

Eravamo ne' primi mesi del '69 e la primavera si presentava con tutte le sue più sfarzose primizie: il cielo era azzurro e sempre puro; le campagne riversavano su Firenze le dovizie più ricercate de' loro orti e giardini; il popolo pareva raddoppiato per le strade, e si sentiva un odor di gaggie, di rose e di violette, che facevano dire che quella era veramente la ricca e bella Fiorenza, la città de' gigli e delle favole; in ogni casa, in tutte le strade, pulite, spaziose, aereate, si sentivano cantare canarini e lucherini, e dalle finestre aperte folate di note di pianoforti e d'altri strumenti musicali riempivano il cielo d'armonie gioconde o malinconiche, serene o tristi a seconda dell'umore di chi suonava.

Frequentava la casa dello zio Azzolino, un bravissimo professore del Collegio Cicognini di Prato; insegnava fisica, ed era tanto esperto nella scienza, quanto ameno e bizzarro; vero spirito fiorentino, il lepore stava di casa sulle sue labbra e presto fummo grandi amici e compagni di passeggiate.

Dico il vero: ho sempre sentito un tirati-in-là per tutti i professori che ho conosciuto in vita mia, per quel loro maledettissimo tono di pedanteria del quale non possono farne a meno: quelle pose, quelle mutrie, quel sussiego che apparisce ogni poco sulle loro faccie, e che se lo portano dietro anche nell'andatura; mi ha tenuto lontano da costoro, sempre e anche quando, accostarglisi, sarebbe stato un vantaggio per la mia brama di sapere.

Orbene, lo dico senza ipocrisia: l'Artimini (che divenne poi Sìndaco) era un omo di talento, bravo, semplice, istruitissimo e mi giovò a conoscere l'arte di fare esperimenti, con tanta semplicità e franchezza che gliene rimasi grato per tutta la vita.

Fiorentino; erudito; bel parlatore; mi conduceva a veder le maraviglie artistiche di Firenze; le domeniche, chi si fosse creduto di pescarmi a casa, era bravo.

La Galleria degli Uffizi (per non dire degli altri Musei della città) era divenuta il nostro ritrovo: i quadri di Fra' Angelico, di Filippo Lippi, del Botticelli, del Ghirlandajo, del divin Leonardo, erano da noi scrutati, speluzzicati con fervore, come se negli occhi ci avessimo un microscopio: il Mantegna, il Tiziano, la Scuola di Giotto, le sculture, i bronzi, i pochi capolavori del Cellini, le opere di Michelangelo, e di Raffaello, insomma tutto quanto c'è di magnifico e di maraviglioso nelle celebri e prodigiose creazioni del Rinascimento e che si trovano accumulate in codesto celebre Museo, non isfuggivano al nostro spirito, e l'erudizione del prof. Artimini, unita a una naturale disposizione ad ammirare il bello, m'educaron l'occhio, il cervello e il cuore a sentire il grande e il buono della nostra Arte toscana, che è poi italiana, universale.

Tre opere veramente divine mi colpirono in modo da non ridire: il Campanile, cominciato da Giotto e finito dal Gaddi; il David di Michelangiolo, e il Perseo del Cellini che poi fu tolto e riposto sotto la Loggia de' Lanzi.

Il capolavoro di Giotto è un giojello che non mi proverò di certo a descrivere io; credo che lo abbiano cantato in tutte le lingue del mondo inglesi, tedeschi, francesi, russi; accenno specialmente gl'inglesi che non passa ora del giorno che non ve li vediate passeggiar sotto quello stupendo monumento col naso all'aria e con que' dentoni da can bull-dog col Baedeker sotto il braccio, il binocolo sfoderato, e star costì sotto, rimpresciuttiti, duri come se fossero di legno; li sentite ogni poco esclamareHaò, haò that t'is very nice haò, that's very beautiful? che par che starnutino.

Una mattina andammo su, al ballatojo: bisognava salire un cinquecento scalini, e s'arriva all'ultimo che uno deve proprio raccomandarsi a Dio per prender fiato: ma quando s'è lassù... che vista, che spettacolo!

La candida città, con tutti i suoi pinnacoli rossi, e l'infinito numero di torri e torricelle; quella snellissima di Palazzo Vecchio; il Dômo maestoso e imponente, le montagne di Pistoja, di Fiesole; (basterebbero queste, a render famosa e gelosa una città che è delle sue antiche glorie maestra; tantochè potrebbe dire: Eppure sono io la tua mamma; il Monte alle Croci, il Vallon de' Colli che è una delle più splendide passeggiate d'Italia, ancora non abbellito con la copia del David in bronzo; la Torre del Gallo, dalla quale Galileo fece molte delle sue principali scoperte astronomiche e che ancora conserva gl'istrumenti e i mobili del gran filosofo pisano; tutti codesti monumenti della grandezza di quel popolo straordinario, mi facevano un'impressione tanto forte e poetica che non ero contento finchè non avevo comprato libri e saputo i particolari della Storia di Firenze, della quale divenni appassionatissimo.

Dino Compagni, i Villani, il Varchi, il Guicciardini, il Nardi, l'Ammirato, il Machiavelli, il Vasari, mi divennero familiari, e mi ricordo che mi piaceva anche la Storia di Firenze del Capponi un po' severa e pesante e quella anedottica dello scolopio Piccioli scritta in uno stile che voleva essere trecentista, che tiravo giù d'un fiato, in grazia delle notizie anedottiche di cui era rimpinzita.

Il bravissimo Artimini, com'ho già detto, era meco amantissimo di esperimenti di elettricità: or avvenne appunto, in uno di codesti famosi esperimenti, che io mi produssi una bruciatura tanto grave che avrebbe potuto produrmi il tetano, come disse il medico che mi curò.

Approffittando un giorno (era domenica) che in casa nel dopo pranzo non c'era restato nessuno, pensai, che quello era il momento propizio per mettere ad effetto il mio proponimento. Volevo costruire una gran macchina elettrica a disco, ma non di vetro: pesate le proporzioni di guttaperca, zolfo, colofonia, trementina, cera ecc., che dovevano andare nella forma (un piatto grandissimo di metallo che poi dovevo, freddata la miscela, scotere sur un marmo), le introdussi, poco a poco, in un pentolone e accesi il fuoco. Si strusse presto tutto codesto materiale, e allegro e contento lo verso nel disco sul camino; però il recipiente non stava bene orizzontale e la pappa che bolliva ignivoma e ardente, sbrodolava da una parte; che fare? pensai di prendere delicatamente il gran piatto e di portarlo sulla tavola di cucina, in mezzo alla stanza; lo sollevo piano piano e m'avvio verso la tavola: non so come, appena fatto il primo passo, mi viene questo pensiero: – Pover a me se mi si rovesciasse sulle mani! – non l'ho finito di pensare che il piatto mi si inclina davanti rovesciandomi buona parte della broda ardente sulle mani e dentro le maniche; io dalla paura di perdere tutto l'ingrediente che m'era costato denaro e fatica, non lasciai andare, ma corsi, come meglio potei, e con le mani e le braccia in fiamme, alla tavola; ci butto sopra il disco e non sapendo che rimedio prendere; corro verso l'acquaio: costì c'era il catino pieno d'acqua dove la Marietta lavava i piatti e le altre stoviglie: ci ficco le mani spasimando! Non l'avessi mai fatto! Era ranno col quale, si sa, le donne rigovernano i piatti dopo desinare: la donna nella furia d'andar fuori – non l'aveva vuotato, e io alle fiamme che già mi dilaniavano, aggiunsi l'ardore martirizzante della potassa.

Pensate ora se io mi trovassi sur un letto di fiori, con le mani che ardevano come due carboni; le braccia, fino al gomito piene di zolfo e di guttaperca attaccata alle pelle; con le giunture della dita che colavano sangue; disperato per non saper come fare a attinger l'acqua dal pozzo (uno di quei pozzi profondi sei piani delle antiche case fiorentine); erano a malapena le quattro e sapevo che la zia andava al Pagliano e fino alle undici o dopo non sarebbe tornata, e la Marietta pure ritornerebbe alle sette: avevo dunque due o tre ore da soffrire le pene dell'inferno; e pene dell'inferno davvero furono; giravo per que' cameroni spiritato, ora mettendo le mani nel catino che bolliva, ora ne' mesciacqua delle camere, mezzi vuoti perchè fino all'indomani non li riempiva.

Come Dio volle, alle sette sento sonare il campanello: era la donna tutt'ilare e contenta che ritornava; con le mani dietro la schiena, per non impaurirla le dico:

– Presto, Marietta, per carità tirami su una secchia d'acqua.

– Ma... cos'è stato?

Via, via, acqua, acqua che brucio!

Tutta spaventata, corre al pozzo; e intanto io le racconto la disgrazia. Viene l'acqua fresca, dentro le mani fino al gomito! che refrigerio, per , che bene, che sollievo.

La povera ragazza vola giù dalle scale; scende alla Farmacia di Sant'Antonio; dopo cinque minuti ritorna con un'acqua bianca e limpida che – dicedevo metter sulle carni bruciate: mi taglia le maniche via la giacchetta: bagna... Dio del cielo, pareva fuoco, era peggio del carbone acceso; torno all'acqua, maledicendo quella bestia del farmacista.... Drin.... drin.... drin! è la zia, che ritorna dal teatro.

Entra, ma per non allarmarla, con le mani dietro le spalle, le vo incontro: mi vede, anzi ci vede bianchi come cenci di bucato, la Marietta ha le lacrime agli occhi, io racconto il fatto... e casco svenuto tra le braccia della povera zia che getta le grandi grida.

O vedete un po' le stravaganze del cuore umano: ero stato dalle due alle undici di sera forte come un uomo; avevo sopportato le pene infernali della scottatura dello zolfo ardente sulla carne viva che era divenuta un pezzo di fegato tagliuzzato e nero e gonfio e sanguinolento; avevo raccolto tutti i miei spiriti e tenutili stretti al cuore e ora, in presenza di donnucce che piagnucolano e fanno i fichi, mi svengo come una donnina isterica!

Io non ho mai potuto spiegarmelo; forse, credo che sia dipeso dalla facilità che ha l'uomo, sia pur forte quanto voglia a commuoversi dinanzi alla pietà femminile: è quistione di sensibilità? di debolezza? forse tutt'e due questi sentimenti insieme.

Mentre, intanto, le due brave donne, la padrona e la domestica, non sapevano compicciar niente per alleviare le mie veramente insopportabili pene, lo zio Azzolino ha infilato la chiave nella porta di casa, è entrato, ha veduto, ha conosciuto, ha bestemmiato, ha gridato e se n'è tornato via senza dir altro. Di a poco però rieccotelo il brav'uomo, accompagnato dal Tonini, che abitava sulla piazza santa Maria Novella. Questi mi guarda le mani, mi fa mettere a letto e poi dice: – Torno subito.

Dopo una mezz'ora riapparve con un inserviente dell'Ospedale di Santo Spirito con due grandi pentole e un recipiente pieno d'olio di lino: fa mettere due seggiole da un lato e dall'altro del letto, e immerge le mani in ognuna delle pentole piene di quell'olio.

Dopo cinque minuti dormivo saporitamente!

Tanto era stata balsamica quella immersione nell'olio di lino, che, non appena dirò così, il soave licore s'era infiltrato nelle povere mani bruciate e sanguinanti, che era cessato, come per incanto il martirio tremendo, e per reazione, il più dolce sonno che sentissi mai era disceso a consolare il corpo, scosso e sfinito da cinque o sei ore di tormento.

Le bruciature sono dolorosissime per diverse cause che tutti sanno: ma una delle principali, è il fenomeno chimico della combinazione dell'ossigeno dell'aria con la carne messa a nudo: ora togliendo alla carne lacerata il contatto dell'aria e quindi dell'ossigeno, è naturale che il dolore deve cessare quasi subito o, se anche continua, è talmente diminuito in paragone dei primi tormentosissimi morsi del gas, che il paziente deve sentirsi alleviato e tranquillo. (Non dimentichi dunque il lettore la grand'efficacia d'un rimedio così miracoloso per le bruciature, come è l'olio di lino).

Fu, in codesta circostanza che m'accadde il fatto più saliente della mia vita, anzi – sto per dire – quello che coinvolse la mia, l'esistenza di altri e cambiò tutto il corso de' miei eventi belli o brutti, felici o infelici quali che fossero nel futuro. E quante volte ripenso a codesto terribile, inaspettato, fulmineo avvenimento; e rivado indietro indietro a quei giorni, a quegli anni, a quelle persone che si trovarono meco a tessere l'invisibile tela della mia esistenza; mi maraviglio che, appunto per un caso così lieve e meschino, ne andasse di mezzo la felicità di molte persone e il mio avvenire; e che ne originasse poi quella tragedia fatale da cui dipesero tanti e poi tanti mali dipendenti da un passo falso che non ho potuto mai più giustificare negli anni che seguirono, per tutte le conseguenze funeste che quello originò e trasse inevitabilmente con .

Capitolo XXI.

 

 

 

L'indomani, il medico mi fasciò le mani in una montagna di cotone, m'applicò due fasce nere a tracolla e la gioventù fece il resto: dico, guarii, dopo un mese di fastidioso portar le mani nelle bandelle: non potevo mangiare levarmi i panni, voltare i fogli dei libri, e questo più d'ogni altra cosa mi teneva mortificato.

Un giorno entrò la zia nel mio studiolo e mi dice tutta ridente:

– È arrivata Virginia da Siena: (una sua nipote domiciliata colà) ti vuol conoscere; ha saputo della tua disgrazia e vuol sapere tante cose dei tuoi studi, della tua passione a' libri: dunque non far lo scontroso, non essere un rospo; con gentilezza, preparati a riceverla bene.

Avevo veduto una volta sola Virginia alcuni anni avanti e a dire il vero non m'aveva fatto maggior impressione di quella che fa ordinariamente, una bella figliola, in sul fiorir de' quindici anni.

Ero rimasto indifferente e l'avevo dimenticata presto. Ed ecco ora mi si presentava un'occasione di gran noja; perchè rustico e poco amante di chiacchiere, mi vergognavo di tutto e di tutti e non avrei fatto uno sforzo per piccolo che fosse per mettermi a ciarlare con nessuno; e in conversazione, ci stavo a disagio; non lo facevo per boria per ipocrisia ma semplicemente per un sentimento invincibile che è stato sempre incentivo irresistibile in me, d'imparare quant'è possibile per non rimanere indietro a nessuno, ma nella mia solitudine e per me.

Ora, dunque, mi trovavo a gran disagio: m'avevano sempre parlato di questa cugina Virginia, come d'un fenomeno raro d'erudizione: la dicevano istruitissima nelle lingue (ne conosceva tre o quattro) era musicista, poetessa; di sentimento squisito e... bella poi – come dicevano – d'una bellezza unica più che rara.

Fra poco, dunque, io mi troverei dinanzi a questa creatura venuta apposta da Siena per conoscermi e parlarmi: sentivo, in me, come un impulso strano di fuggire, di mettermi al sicuro, nascondermi... fare il silenzio intorno a me, ravvolgermi ancor di più nel mio mutismo e nel mio segreto, perchè pensavo se costei è dotta, io chi sono? una perfetta nullità; lei donna, ne sa più di me; io ragazzo ancora entro nella vita e... quanto cammino ho da fare prima di raggiunger la mèta.

Mentre, tutto agitato e nervoso riflettevo a questa nojosissima combinazione, sento suonare il campanello di casa, aprire, e una voce argentina, chiara, sonora, simpatica, riempie, come colpi d'un'onda soave, tutta la casa.

Rideva, costei! e le sue risa echeggiavano come una musica strana nella galleria e battevano nel mio cuore come colpi d'un martello d'acciajo. La zia solleva la tenda dell'uscio e spinge innanzi la giovane che apparve ai miei occhi come una visione d'un altro pianeta.

Era una luce sfolgoreggiante dagli occhi, dal sorriso, dalla fronte, dalla persona: un'onda calda di salute e di bellezza penetrava con lei nella mia stanzetta insieme a un profumo sottile e indistinto che essa avrebbe portato poi sempre per tutta la vita, e che riconobbi ancora dopo cinquant'anni nell'ultima lettera che mi scrisse, prima di morire!

Vestita di seta nera, con una mantiglia sivigliana sulle ampie spalle, le copriva i neri capelli e le ombreggiava la purissima fronte un ampio cappello di trina nera, con penne di struzzo che ondeggiavano mollemente a ogni passo.

Mi stese la mano, una mano bianca grassoccia inanellata e si mise a sedere: ero rimasto muto dinanzi a quell'apparizione incantevole, a quel sorriso così dolce e ingenuo, a quel non so che delle labbra rosse che, ridendo, le scoprivano una dentatura splendida come l'avorio; ma la bocca aveva ricomponendosi, un'espressione inesprimibile di dignità e d'orgoglio, leonino, un non so che di superbo e d'indecifrabile che incuteva rispetto, timore, incertezza, in tutto ciò che si fosse per fare o per dire, ben strano e inconcepibile in una donna così giovane, così formosa, e pur così alla mano.

Quella bocca fu subito per me un enigma: il labbro inferiore rotondetto e solido sfidava superbamente; e lo chiudevano due linee ai due lati della bocca due linee sottili, invisibili, a chiunque non ne sentisse la magnetica attrazione.

Gli occhi aveva castagni, grandi e soavi, con profondi sguardi; pareva che fissandosi nei vostri, scrutassero nel profondo dell'anima i pensieri più reconditi: essi mi accompagnarono per tutta la vita, e anche oggi, che settant'anni han versato il loro gelo sull'anima mia e sul mio corpo, quello sguardo vellutato e profondo, risplende a me dinanzi come il raggio della lontana Denebola.

Seduta a me dinanzi, mise, impronta, le belle mani entro i miei libri, afferrò le mie povere carte, le volle leggere; rideva della mia timidità, dell'inesperto tremito che avevo addosso, scòrse il volume delle poesie del divino di Recanati, gettò un piccolo grido, l'afferrò, cercò Consalvo e mi disse: – leggimelo!

Io sapevo a memoria quel canto dell'amore morente: Avevo bagnato di amarissime lacrime quel grido di dolore inconsolabile che mi faceva rabbrividire, ogni volta che io lo rileggevo e glielo declamai con furore: impallidiva, la bella, e guardandomi negli occhi, sembrava voler penetrare col suo caldo sguardo entro il mio cuore:

Giunto ai versi:

. . . . . Oimè per sempre
Parto da te! Mi si divide il core
In questo dir. Più non vedrò quegli occhi,
la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio
Non vorrai tu donarmi? un bacio solo
In tutto il viver mio?....

s'accostò col petto al tavolino e le morirono le rose sulle labbra...

Oh! sogni della giovinezza; ameni inganni de' primi dolori della febbre d'amore; vita, morte, stelle, umanità, tornate a me; un breve istante, riscaldate, come allora, questo cuore di gelo; fate che io risenta quell'emozioni divine che erano, e che furono, il paradiso della vita, della gioventù, della speranza.

La vita, che si presenta dinanzi alle anime sensibili con tutte le magie della natura, con la forza, con la salute, con la bellezza, con le emozioni, con la bontà... scolorisce poi come un fiore reciso sullo stelo, appassisce e decade, e se ne porta via, come in turbine di dolore e di malinconia, i canti immortali di quella cosa divina che si chiama amore! Amore, soavità indistinta che riempie l'universo; amore, tormento ineffabile che dura quanto la rosa di maggio; amore, supremo ideale degli uomini, fòmite d'ogni bene e d'ogni male, d'ogni virtù e d'ogni delitto, magìa arcana che salva il mondo e può redimerlo; oscuro dolore che conduce al suicidio, alla disperazione, alla tomba, e anche alle più divine sorgenti d'ogni bene, alle opere più sublimi del cuore dell'uomo, dell'umanità!

La zia, donna sensibilissima e graziosa nella sua gentile spiritualità, tutta affatto fiorentina, ci guardava commossa: scaltra ell'era e sapiente; essa sapeva, certo!, che gettava i semi del furore in un cuore inesperto, in un'urna di candore leale e incosciente. Fu bene? fu male?

Giudicatelo voi – se vorrete seguitare a leggere queste pagine fredde e scolorite.

Ritornava intanto la mia bella cugina a Siena, e io riprendevo il monotono tran tran, con qualche cosa di nuovo in me; la vaga rimembranza d'una inafferrabile felicità, la certezza di non essere interamente indifferente al cuore d'una bella creatura.

Non sono stato un uomo di leggere passioni o di capricci subitanei e fugaci: la donna, (qualunque donna, voglio dire) non mi ha stretto nelle sue catene con anelli così indistruttibili da non esser padrone della scelta, del mio carattere; no: Carmela, Luisina, mi tornano alla memoria adesso come due visioni non terrene; Virginia, come una furia di passione mortale, capace d'ogni puro sacrificio, d'ogni più nobile azione; ma pur sempre libero e forte del mio Io, del mio carattere, delle mie idee. Se, anche, durante tutto il corso della nostra unione (che fu decenne), parve talvolta che fossi il suo schiavo sottomesso e cieco, il servo fedele e buono che, piuttosto di sacrificare il suo dovere, accetta ogni dolore, ogni più nero disinganno, forse anche la morte; ebbene, io mantenni vivo e integro il carattere mio, carattere involuto di mille spiritualità forti e costanti, che osano, che vogliono, che accettano anche il dolore eterno e pungente, e il tradimento e il rammarico, debbasi pur soffrirne tutto il resto della vita, nella dignitosa sicurezza della coscienza che sorride fra le lacrime, su i sogni svaniti, sulle gioie infrante, sui fiori seccati della propria giovinezza e del proprio corpo.

Certe donne attraversano la vita d'un uomo, uccidendolo: ve ne sono altre, che lo immortalizzano: talune lo innalzano a un tratto, poi a un tratto lo colpiscono a morte e l' uomo, cioè quell'anima, non si rialza mai più: naufragare per una donna, è viltà, certo, delle più vergognose; ma l'uomo, cioè quell'anima, che dinanzi alle ferree catene dell'amor furioso e forsennato, alla più intensa passione, ha tanta forza ancora in , di coraggio, di schietta fermezza, d'integrità virile da raccoglier quegli anelli di ferro, di contemplarli freddamente nel supremo sforzo di gettarli lungi da per sempre; quell'uomo, o quello spirito, che può accompagnar con l'occhio serenamente asciutto la dolce, adorata fantasia fuggente, mentre sul cuore gli schiamazza la tempesta e arde la fiamma della distruzione di tutto se stesso, di tutto il mondo, di tutta la terra, di tutta la sua esistenza: oh! certo quell'uomo, o quell'ombra, non è volgare; resta di lui qualcosa che sopravviverà alle scomposte passioni, all'agonia del suo annientamento.

Virginia mi scrisse: fu lei stessa che pensò a me come a un fratello (diceva) come a uno di quegli spiriti eletti che sentono tanto la vita, che soffrono tanto delle infelicità delle anime in pena; e la sua era un'anima in pena, racchiusa in una gabbia di ferro che invano le sue ali ferite tentavano aprire:

– Oh Giulio, Giulio, proseguivasalvami da questa prigione di ferro e d'ombra ove l'anima mia intristisce, avvizzisce e muore!

E io risposi: che conforto poteva dare a lei un'altr'anima solitaria, costretta a un giogo di ferro, per un vil pezzo di pane, senza speranze, senza gloria, senz'avvenire? lavorare, vegetare, moriredicevo – è questa la vita dell'uomo, e d'un uomo che arde di mille furori per divenir buono, utile, virtuoso?

E così la corrispondenza s'avviò e ci consolavamo a vicenda, maledicendo il destino, sognando la liberazione, un altro mondo più buono, più sincero, più elevato. Raccolsi col tempo tutte le sue lettere, che furono migliaia, le tenni gelosamente rinserrate dodici anni: tutta una vita, anzi, due esistenze, si fusero in quelle povere carte, per naufragare come foglie di rosa strappate di sul fiore, nel fango e nell'obbrobrio dell'oblio.

Avevo scritto intanto ai superiori per essere traslocato dal servizio degli uffici d'ispettorato, a quello del telegrafo: siccome l'esame era stato buonissimo (anzi devo dire brillante) avevo avuto tutti i voti all'unanimità; mi sentivo orgoglioso e andavo altero pensando alle cento lire non come premio d'abilità; ma col pensiero recondito di scapparmene a Siena e di riveder Virginia, la quale oramai aveva tutta l'anima mia. Ma qual non fu il mio dolore e il disappunto nel ricevere la risposta che mi diceva non aver diritto alle cento lire che erano solamente destinate ai correntisti esterni.

Questo però non stava scritto nella circolare, e io sentii subito raffreddati assai i miei entusiasmi: non sapevo ancora con chi avrei avuto a che fare; non sapevo che anima nera e ipocrita covasse il B.... vero tizzon d'inferno; non sapevo che costui era il vero ritratto del gesuita a cui si poteva applicar, senz'ingiustizia davvero, la celebre ottava dell'Ariosto:

Aveva piacevol viso, animo onesto,
Un umil volger d'occhi, un andar grave,
Un parlarbenigno e sì modesto,
Che parea Grabriel che dicesse Ave!
Era brutto e deforme in tutto il resto;
Ma nascondea quelle fattezze prave
Con lùngo abito e largo, e, sotto quello,
Attossicato avea sempre il coltello!

Mi consolai di quella jattura, con una lettera tutt'affetto (non era divampato ancora l'incendio palese) rispondendo a quella che Virginia m'aveva mandato col ritratto, da me chiestole con insistenza, e con tant'espressioni d'amicizia.

Era lei; quello era il suo viso; quella era la sua persona; ma le mie labbra invano cercavano il calore dell'anima sua sulla sua muta bocca e su quegli occhi di fuoco, fissi, silenziosi, che pur mi seguivano, in sogno, inquieti, affascinatori: io ponevo quell'imagine dinanzi alla luce e poi m'allontanavo di qua, di , nella mia solitaria cameruccia, e mi sembrava (dolce illusione degli anni!), mi sembrava, dico, ch'essa si staccasse, adagio adagio, dal fondo della sua prigione di carta; che mi seguisse, che mi cercasse; tanta era la magìa delle sue pupille magnetiche, che, anco insensibili, morte, parevano crear raggi di luce arcana, da un altro mondo.

Mi giunse finalmente una lettera della segreteria: per risarcirmi almeno della gratificazione non potuta avere, mi davano il diritto di scelta della città dove avrei dovuto recarmi subito subito; Foligno, Livorno o Siena: scegliessi.

Capitolo XXII.

 

 

 

Io credo che non esista, in Italia, una città più classica di Siena: la sua stessa posizione sull'erta collina; le sue strette e tortuose viuzze che la fanno tanto somigliare a Toledo; i suoi palazzi neri, alti slanciati, quel tutt'insieme di vetusto e venusto che salta agli occhi anche d'un profano; quei vicoli scavati fra alte muraglie da' cui filari spuntano ciocche e ciuffi d'alberi, rami fronzuti carichi di fiori; quel silenzio profondo; delle mura, degli abitanti, del cielo, dei monti, delle sue tombe, dei suoi magnifici templi; quel non so che di misterioso che vive tra le pareti delle case tutte ricoperte d'edera e di blasoni in pietra delle antiche aristocratiche famiglie, con festoni e armi di pietra, con le scale di pietra ripide e consunte dal tempo; quei monumenti di pietra attestanti una vitalità poderosa e guerriera nei tempi delle antiche faide toscane; lo stesso profumo che invade la intera città e che giunge dai mille e mille orti, dai mille e mille balconi su cui fiorisce il garofano, il gelsomino, la mortella, il timo: tutte queste prerogative d'una città antichissima, di una morta città, di una città che pare che viva soltanto delle sue straordinarie memorie; me la fecero amare e ammirare a un punto stesso, e con tanta energia e foga giovanile, che non mi pareva vero d'aver avuto la fortuna di potervi vivere a tutto mio agio: erano così due amori che mi crescevano nel cuore con pari intensità; e, appena saziato l'occhio, e placata la febbre di riveder colei per la quale avrei dato la vita, presi la risoluzione di conoscere tutte le bellezze di una città che, finalmente, era la patria e la culla degli avi miei

Cor magis tibi Sena pandit, dice la bella iscrizione che si legge appena ci s'affaccia alla porta Camollia, come dolce, gentilissimo augurio ospitale della vetustissima città Etrusca. E sentivo davvero tutto il dolce sentimento che una contrada così bella faceva nascere in me:

Salite il monte
Varcate il piano
Vedrete Siena
Poco lontano.

Questi versicoli mi ritornano a mente, ora, con l'istesso senso che mi facevano quando me li ridiceva, ridendo, la povera nonna.

Quando, per il corso stesso degli eventi e degli anni, l'uomo ha avuto l'occasione di cambiar città e paesi, popoli e nazioni, usi e costumi, civiltà e governi diversi; se posa un istante col suo pensiero, facendo scorrere sulla tela della sua visione interna, tutte le cose maravigliose e terribili, soavi e placide vedute, sentite, amate, non può fare a meno di soffermarsi con più desiderio, con più rammarico, con più malinconica nostalgica su quel paese e su quella città che più lo colpì nel corso affannoso della vita. Egli la rivede, quella città cara al suo cuore, come sorger su su nel suo pensiero e distendersi armoniosa e bella entro un velo di luci, sulla campagna fiorente; la sogna, e gli sembra d'esser tornato giovine come quando ne passeggiava ozioso e dinoccolato le amene contrade; ne rivede, così vivide e forti, così dolci e così esatte, tutte le care memorie de' giorni che vi trascorse, ci visse, sin che c'ebbe un legame, che ne accentuarono l'imagine, che ne scolpirono a colpi di cesello l'indelebile ricordanza, e destandosi, e riconoscendo l'errore, e accorgendosi che tutto era vano, che tutto non era che la fantasima dormiente: gli sembra sempre più incresciosa, più amara, più pesante l'ora presente, e sospira. Cerca, ma invano, di riafferrar le pallide linee degli edifizi, delle persone care, le voci, le parvenze, gl'istanti.... fuggirono!.... e null'altro rimase al sogno, che la ineludibile certezza d'una visione, di un'ombra che svanì, fra le mutabili ombre affannose dell'esistenza.

Tale Siena a me, per sempre.

Intanto la nostra passione cresceva con intensità: non era più l'amore con le sue dolci pene, la soave ebbrezza di due cuori amanti che cercano la loro felicità in una unione nella quale lotta, sì, il sentimento, ma in cui la ragione rimane ancora tanto grande e tanto potente, da permettere un giudizio sereno della vita. Il furore delle nostre anime non conosceva più ritegno; sarebbe stata per noi indifferente la vita, in quei giorni così dolorosamente felici, se un caso, una necessità, un'imprudenza, ci avesse traditi. La fortuna, io credo, la sola fortuna che vigila sempre sui giovani, ci salvò ambedue da gravi, terribili, irremediabili conseguenze.

Trascuravo i miei doveri con astuzie sopraffine per passar la giornata sotto le sue finestre, o contemplarla da lontano appostato dietro un angolo della strada. Lei abitava in Porta Camallia, e io pure m'ero scelto un alloggio in quelle vicinanze, ma fuori, verso la campagna. La notte, il giorno, non vivevo che per lei e con lei: essa m'apriva nelle ore avanzate della notte l'usciolino dell'orto, e ravvolta in un accappatoio celeste, co' bei capelli sparsi sulle formose spalle, andavamo tremanti a nasconderci nella serra dei fiori, e vi trascorrevamo il resto della notte. Tanto era forte in me l'amore ideale che sentiva per quella fata, che mi sarebbe sembrato sciupare, macchiare, perdere la santità della passione che nutrivo per lei se io mi fossi approfittato di quel corpo che si affidava alle mie braccia come la sposa vergine e innocente s'affida a quelle del suo compagno per sempre. Fu passione immensa in me e in lei: puri e casti erano i nostri baci, era possibile che fosse altrimenti, poichè tanto lei che io sentivamo, con troppa intensità, un affetto ideale che l'unione dei corpi avrebbe impiccolito e sciupato. Guai (ne sono convinto) guai, se i diritti della natura, avessero vinto sulla lotta appassionata del nostro sentimento platonico. La bella e candida statua di neve e di fuoco che noi tenevamo fra le nostre mani e che modellavamo con un coltello fatto più acuto dalla nostra passione costretta e violentata, sarebbe caduta disciolta e distrutta ai nostri piedi, tramutata in uno schifoso monticino di fango, come infatti dipoi avvenne.

Sia benedetta, dunque, quella ferrea onestà che in quei tempi ci premunì contro ogni pericolo, contro il fine disonesto della degenerazione d'un affetto che ci sembrava assolutamente immortale! Non vi fu colpa allora; e Virginia si ritraeva, allo spuntar dell'aurora, alla sua cameretta altrettanto pura quanto la verginella che trepidamente s'accosta al suo talamo, dove s'infrangerà coll'amore, la soave illusione d'una cosa che anima la materia e che la fa parer cosa divina, una fantasima, l'ombra d'un sogno in un altro mondo più bello, più casto e più buono.

Godeva e s'estasiava il cuore nella finezza amara della passione e si consumava come la cera, per soverchia fiamma. Quante e quante volte, dipoi, in tempi amaramente infelici, non sono tornate a vezzeggiar meco le tue parvenze o Virginia!.. E quei sogni!.. E quei palpiti!.. E quelle battaglie del nostro cuore, del nostro cuore infranto, in una lotta contro l'appassionata natura che voleva vinte in noi, le leggi della vita. Eppure trionfammo, Virginia; e fummo (ricordi?), puri e incolpevoli; e potevamo, serenamente, baciare la fronte e le labbra del tuo sangue che veniva folleggiando a noi d'intorno, ignaro e confidente: Lucietta!

Io ricordavo i versi del divin poeta e li declamavo in preda al furore e vi piangevamo insieme:

«O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? Caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa terra natal: quella finestra,
Ond'eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
È deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti ad altri
Il passar della terra oggi è sortito,
E l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Ivi danzando, in fronte
La gioia ti splendea, splendea negli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegne il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, in fra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi,
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento
Dico: Nerina ognor più non gode; i campi
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti; e fia compagna
D'ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba

Ed io avvizzivo, ed essa si consumava: un giorno – che la passione ci tormentava col fuoco inestinguibile che la natura accende, irresistibile e ci pareva ormai insopportabile, mi disse: – Giulio, portami via da questa casa maledetta: toglimi a queste pene che mi lacerano; poniamo fine alle nostre sofferenze morali; fuggiamo..

Un'altra volta, a Firenze, m'aveva scritto una lettera piena di fuoco proponendomi di rapirla a' suoi tormenti: voleva che io le mandassi un vestito da monaca e che travestiti ambedue fuggissimo a Venezia,... sulla laguna, – mi diceva in un delirio di frasi – e come Byron, mi condurrai in gondola, sotto il cielo costellato di gemme luminose e trascorreremo la vita in un sogno eterno... Ma io povero impiegatuccio con sessanta lire al mese, sentivo tutta l'inanità de suoi desideri e risposi una lettera che fu per essa – come mi scrisse subito – una condanna a morte! Senza denari, giovinetti tutt'e due; e lei monaca, senza altro che i sogni delle nostre teste ardenti ma pazze... saremmo arrivati fino a Venezia? e poi cos'avremmo fatto? Oh sogni, sogni divini dell'inesperienza, ma anche, sì, della vera passione che non conosce catene, che non ascolta la voce del raziocinio; follie della giovinezza.

Non volli portarla via, lo avrei potuto: le sue parole acerbe, i suoi occhi fiammeggianti mi feriscono anche ora, dopo cinquant'anni, come mi lacerarono e ferirono allora! Lei aveva ragione;... io non avevo torto... Non l'amavo abbastanzadiceva: – Aveva dunque ragione la mia bella Virginia quando mi diceva:

– L'amore è intrepido... Tu non mi ami; le tue parole sono la nebbia colorata dai primi raggi del sole che la fanno svanire! Va', va' mi diceva respingendomi: va' che le furie ti morderanno il cuore e ti faranno pentire d'avermi lusingata!

Ed io sempre più soffrivo, come se due fiamme ardenti mi consumassero: l'amore, l'inanità della mia esistenza. Non avevo più la forza di resistere, cercavo nel caffè la distrazione.

Il caffè, è stato, una delle mie più forti passioni: durante la vita io ho, ad uno ad uno, detto addio a tutti i vizj, se tali si possono veramente chiamare il sigaro, la pipa e i libri: sono divenuto astemio; ho ridotto il mio alimento a una sola volta al giorno; insomma ho potuto vincere con volontà tutte le passioni del corpo... meno una! quella del caffè. Il caffè fu, durante settantacinque anni, la consolazione e il veleno di tutta la mia esistenza; io mi sono lentamente avvelenato, trangugiando enormi quantità di questo infuso, che m'ha distrutto e animato al tempo stesso; mi ha fiaccato i centri nevropatici; mi ha, dirò così, lentamente distrutto e invecchiato: ma fatto pensare: distrutto nella fibra, alitato nel cervello; perchè soltanto al caffè, a questo divino nèttare, debbo i pochi fiori del pensiero, li scritti del cuore, i sogni dell'anima.

Orbene l'epoca in cui ho veramente cercato quasi la morte in questo potente alcaloide che è un eccitatore per eccellenza, fu quella di Siena. Non sorridete, vi spaventate: io ero giunto a bere quindici tazze di caffè al giorno! Il Buffet della stazione (che faceva credenza ai poveri impiegatelli pari nostri) mi somministrava le tazze fumanti che io mandavo a prendere dalla guardia – e un bel mattino, fui trovato disteso e senza vita, sotto un tavolino delle macchine: invano mi furono apprestati tutti i rimedj che si credono del momento; invano mi si gettò acqua e aceto sul viso e sulle mani; il mio corpo era divenuto quello d'un morto. Presto, presto mi conducono con una vettura di piazza, al mio domicilio... nel quale mi risvegliai dopo quindici giorni!

Cos'era stato? Nessuno me lo seppe spiegare; come nessuno seppe il vero motivo di quell'attacco: il padrone del caffè mi mandò il conticino: lire 23!... Avevo bevuto 23 lire di veleno. «Ecco, dissero tutti, la cagion del male; il dottore mi tenne una paternale dicendomi: che sarei morto di mal di nervi..... Ma lei, che era venuta a visitarmi, e che stendeva la sua cara mano sulla mia fronte ardente, mi bisbigliava altre parole e anch'io credo che la sola malattia che mi distruggesse, era la passione di fuoco che ardeva nel mio corpo, nel mio cervello e nel mio cuore.

Io trovai una scusa ben più plausibile al mio malore e a tutti la dissi e a tutti la feci credere, per allontanare i sospetti dalla segreta passione.

Uno dei cari amici della mia giovinezza fu certo Sandro Biondi; un giovane d'Empoli, aitante della persona; coi capelli color d'oro, giovialone, buonissimo: aveva un viso su cui l'allegria ballava costantemente la manfrina per dirla con una parola di spirito che io gli ripetevo. Non c'era cosa su cui spesso non scherzasse: con l'imperturbabile riso che metteva in mostra una bellissima dentatura, sapeva dire una spiritosaggine, giochi di parole, certi gesti che ci faceva sbellicar dalle risa.

Un giorno – per dirne una – vennero al finestrino dell'accettazione dei dispacci, due belle monachine, timide e complimentose; ero andato io al finestrino, quando, voltandomi per far cenno a Sandro di guardar che belle figliole avevo davanti... non lo vedo dinanzi all'apparato: giro l'occhio nella saletta dov'erano entrate le due colombe, e te lo vedo fermo sulla porta che con un viso tutto raccolto, e umile, con le mani in atto di preghiera, con gli sguardi rivolti al cielo, pareva che rivolgesse una preghiera a un Dio immaginario.

...Si voltano esterrefatte le due monachelle, ma lui gettandosi in ginocchioni estatico dinanzi ad esse, si mise in atto di adorazione muta e profonda!

Fortuna che non c'era nessuno a veder quel mattacchione; le due tonsurate presero il resto, la ricevuta e... facendosi il segno della croce sgattajolaron via spaventate senza voltarsi indietro...

Innumerevoli sono e incredibili le burlette di codesto matto che io amavo teneramente. Fummo grandi amici per lunghissimi anni e avrò a intrattenermi di lui molte altre volte, quindi basti sapere, che il mio buon Sandro era stato della gloriosa schiera di Mentana e, fatto prigioniero dai francesi, la mattina del 3 novembre '67 ruppe la baionetta in una inferriata di finestra e sfasciò il fucile piuttosto che arrendersi armato.

Abitavamo la stessa casa in due stanzette separate: era il mio compagno e, quasi direi, la mia guida, il fratel mio.... Lo aspettavo, la sera tardi, perchè spesso quella birba scordava la chiave di casa! e sarebbe rimasto fuori costretto a dormire à la belle étoile. Era per me un piacere aspettarlo, mentre studiavo nella mia cameretta, e tiravo giù (perchè purtroppo mi s'era svegliato il prurito de' belari in rima) versi zoppi.....

Una sera, passano le 9, passano le 10, passano le 11..... Sandro non viene: vado alla finestra (ho già detto che abitavo fuori di Porta Camallia verso la campagna); mi metto a contar le stelle; mi estasio nella contemplazione delle bellissime costellazioni che brillavano come topazi e smeraldi nel folto della notte, al canto malinconico dei grilli, vedo Fiedebaràn, o occhio del Toro; la magnifica Orione con le sue quattro fiammeggianti agli angoli, Rigel e Betelgeuse: Sirio che gli sta in basso, Capella un po' più in alto, formando una losanga maravigliosa di luce argentea brillantissima; cerco con l'occhio un sotto le tre del bel Cinto d'Orione, la magnifica Nebulosa.... e m'addormento con la testa sulle braccia e il corpo appoggiato, al davanzale della finestra.

Quanto tempo ci sarò stato? un'ora, due, cinque? Chi lo sa: mi destai, rabbrividendo, di molto tardi, alla nota voce di Sandro che, avvicinandosi alla strada, mi ha veduto a quel modo... Il giorno dopo mi raccolsero mezzo morto in ufficio come ho raccontato.

Ecco la scusa dunque: le febbri! e le febbri vennero infatti a tagliar corto a tutte le dicerie.

Quando fui fuori di pericolo, mi si consigliò d'andare in permesso di convalescenza a Firenze; e poichè io non volevo allontanarmi da Siena, dove avrei lasciato tutt'intera l'anima mia, Virginia mi forzò a farlo, accompagnandomi lei medesima.

Dissi addio a Siena dunque, proprio con la morte nel cuore; avevo trascorso in quella città sei mesi, in un sogno troppo bello; poche città m'avevano fatto un'impressione così gradevole; Siena mi pareva la città creata apposta per me; appassionato della storia della mia terra, Lucca, Firenze e Siena, non erano i tre puri esempj di quella maravigliosa classicità che scendendo dagli etruschi, andrebbe passo passo, di secolo in secolo fino alle famose repubbliche che le cronache toscane pregiano come i tempi d'oro del rinascimento italiano?

E tanto più poi io doveva rammaricarmi e versar lacrime sincere d'addio alla bella, ospitale, gloriosissima città degli avi miei, pensando che la maggior parte delle mirabili opere senesi, (Siena oltr'essere la culla della madre lingua è il vero scrigno delle magnificenze artistiche di tutte le scuole d'Italia) forse non la rivedrei più. Infatti io non sono ritornato a Siena perchè, (sibbene tante volte me ne venisse l'ispirazione, il desiderio o l'uzzolo), sapevo che non ci avrei ritrovato nemmeno più le ombre e le immagini dei sogni giovanili; mi pareva che, rivedendo que' luoghi popolati così, in fantasima, delle figure più amabili del miglior periodo della mia adolescenza; avrei sofferto il doppio di quanto ricordavo d'aver sofferto nel lasciar dietro di me, una città incantata che fluttuava – per così diredietro a me, in un fondo di montagne opaline, sotto crepuscoli sereni e vellutati, nel profumo indescrivibile di mille odori campestri, nell'andirivieni casereccio delle sue belle donne dagli sguardi profondi e intelligenti adombrati da nere sopracciglia sotto le quali scintillavan occhi magnifici che dicon tutto, sotto quegli ampi cappelli di paglia spioventi sulle chiome.

Virginia s'accomiatò (eravamo giunti a Firenze e in casa dello zio) con volto tranquillo: doveva farlo! essa aveva una gran forza su se stessa; io tremava, ma pure bisognava che nascondessi lo struggimento che sentivo dentro di me; guai, se qualcuno della sua famiglia avesse trapelato l'arcano segreto – essa si sarebbe uccisa; così mi diceva; che stessi di buon animo, aspettassi le sue lettere, scrivessi ogni giorno, che lei m'avrebbe mandato le sue al nome di Enrico Maclaurin, fermo in posta; che preparassi tutto per la fuga! E le lettere arrivarono e con esse il piano segretissimo per portarla a Venezia e io promettevo (cosa dovevo fare?), pensavo, sognavo...... senza trovare il bandolo per dipanare l'arruffata matassa che, sebbene ancora ragazzo, mi figuravo ingarbugliatissima.

Venne in quel tempo a Firenzeera d'ottobre – il caro nonno Policarpo e mi volle rivedere; e trovandomi più secco e allampanato di Stenterello, e più giallo e verde di don Chisciotte, mi prese sotto il braccio e mi volle seco a Gragnano, ove già tutta la famiglia era a villeggiatura.

Fu codesta gita la causa di un gravissimo incidente, anzi di un fulmine a ciel sereno, che distrusse in un attimo con la fatalità di una malazione, tutti i nostri piani di fuga e di felicità futura.

Ritiravo le lettere di Virginia da me alla posta di Lucca, ed erano (come sanno tutti gl'innamorati) ore di gioja e di disperazione; di gioja, per le appassionate espressioni di Virginia; di disperazione perchè, sollecitandomi febbrilmente a compiere il giuramento della sua liberazione (come essa diceva) io ne vedevo sempre più difficile l'uscita: fuggiredicevo tra me – fuggire... a Venezia, senza denaro che è tanto necessario per il viaggio, per vivere, per alloggiare; senza sapere se – giovine così – avrei trovato impiego e i mezzi di renderla felice (che sarebbe stato inutile portarla via se avessi dovuto farle fare una vita povera e piena di privazioni); io sentiva tutta quella responsabilità, osavo affrontarla, anche perchè Virginia aveva un carattere troppo nobile e grande e aveva sempre in bocca un suo ritornello che: – L'uomo deve mantenere da gran signore la sua amata; la donna deve ricever tutto dal suo adoratore; e aveva ragione, e sentivo che così effettivamente dovrebbero essere le condizioni di legame fra compagna e compagno, ma le ferree, uggiose, miserabili realtà dell'esistenza, mi s'affacciavano insormontabili, e ogni poco eran con le loro crudeli realtà, a gettare una palata di neve, sulle fiamme ardentissime del mio cuore.

Virginia non voleva sentir ragioni; anima di fuoco, spirito di sogni, cervello in fermento, per lei pareva tutto facile e sicuro: facile la fuga, sicuro il luogo e il pane. – «Sono stancaGiulio mio – scriveva piena di febbre nelle sue terribili lettere, sono stanca, di soffrire in questa casa d'ipocriti e di preti; sono stanca d'una vita fatta di soldi e di centesimi e lesinata nei conti meschini; salvami, Giulio, io ti aspetto: vieni; vieni, vieni!»

Con questa passione che mi struggeva il cuore io non sapevo che partito prendere, quando il destino lo prese, per me, in un modo orribile, amarissimo e infame.

Pareva che in casa si fossero accorti del mutamento avvenuto in me e nel mio carattere: dice il proverbio che l'amore e la tosse si scoprono alla prima, e che l'amore m'avesse stretto con le sue ferree catene di rosa, se ne sarebbe accorto un cieco.

Ecco cos'era successo.

Mentre dormivo, una mano curiosa (in sul subito ne sospettai fosse Fanny, ma non mi riuscí di scoprire chi) m'aveva preso le lettere dal portafoglio; lette aveva scoperto tutto il segreto! Io non m'accorsi mai del piano infernale! Come avrei potuto immaginarmelo? Chi avrebbe anche lontanamente, potuto sospettare che vi potessero essere dei traditori interessati a conoscere i segreti di un giovane che è libero ormai e lavora e campa senz'esser d'aggravio a nessuno?

Con la morte nel cuore, aspetto le lettere di Virginia, che non giungono; passano otto, dieci, quindici giorni: nulla! Scrivo: nessuna risposta. In preda alla più cupa disperazione le scrivo una lettera dicendole che partivo per Firenze e che mi sarei recato immediatamente a Siena per sapere la cagione di quell'incomprensibile silenzio. Parto infatti, e a Firenze trovai un'inferno preparato per ricevermi. La vecchia Cunegonda m'investe con le più feroci accuse; dicendomi che io ho palesato cose infami alla famiglia, contro l'onore della nipote.

Invano mi giustifico, piango sull'amarissima ingiustizia; confesso che sì era vero che noi corteggiavamo, ma con lettere innocenti, lettere d'amico e d'amica, anzi di sorella, di buona e cara sorella... La vecchia, che adorava la nipote quanto me, presto rasciuttò le lacrime e promise di rimettermi in pace con Virginia. E qui, devo aprire una digressione, che al solito, forse non leggerete: saltatela dunque, sfogliate le pagine fino al capitolo seguente.

La spiegazione del fatto era semplicissimo: Fanny (che mi voleva ben come fratello) aveva aperto il mio portafoglio, lette le lettere, aveva comunicato tutto alla zia Adelina, a San Ponziano; questa aveva scritto subito al fratello Azzolino per impedire, dicevan loro, la rovina d'una famiglia, e a sua volta comunicato tutto alla moglie, zia di Virginia. Virginia che non sapeva nulla della maliziosa scoperta delle sue lettere – mi maledì, e mi lasciò, volle credere mai più alle mie parole. E anche oggi, dopo cinquantacinque anni; io sono persuaso che essa nel fondo del cuore non credette mai a me, che onesto e leale le giuravo e spergiuravo la mia innocenza.

Ci fu un tempo in cui essa – dinanzi ai miei giuramenti, alla spontaneità sacrosanta dei miei sguardi leali che fissavano i suoi terribili e corrucciati – vi fu un tempo ripeto, che mi parve vi prestasse fede: ma serbò un odio inflessibile verso coloro che – diceva lei – l'avevano tradita.

Aveva fatto male la buona Fanny? avevo avuto torto io di non bruciar subito le lettere di Virginia? Consideriamo questi due punti, prima di giustificar me stesso dinanzi alla mia coscienza: e dico giustificare la mia coscienza, perchè io ho sortito di natura una sensibilità squisita dell'onore e dell'onestà: l'onore e l'onestà, sono due cose che non si comprano, si vendono; e qualche volta l'onestà può sacrificare quanto di meglio e più prezioso ha la Natura: – la vendetta – e il sacrifizio è bello e grande davvero. Dell'onore Sakespheare dice con tanta verità:

Good name, in man, and woman, dear my lord,
Is the immediate jewel of their soulds:
Who steals me my purse, steals trash; 'tis something, nothing:
'Twas mine, 'tis his, and has been slave to thousands;
But he, that filches from me my good name,
Robe me of that, which not enriches him,
But makes me poor indeed.

ed io, nel lungo e doloroso sentiero della vita, ho fatto sì che sull'altare della coscienza l'onestà e l'onore si sposassero in una fede immacolata. Non credente in Dio, ma credente a qualche cosa di più reale, di più vero e di più giusto, l'evoluzione sicura dell'uomo, giuro sulla mia fede che innocente io fui di quanto avvenne a Gragnano, e che Virginia punendomi col suo abbandono e col suo disprezzo; punì un innocente, reo solo d'averla amata con passione; passione pura leale e intemerata; passione sacra e nobile, che non ebbe in nulla di peccaminoso, nulla di triviale, nulla d'umano.

Le lettere – (che conservavo come parte preziosa di colei per la quale vivevo), non avevo distrutto abbruciato, credendo che nessuna persona al mondo potesse interessarsi alle cose di un giovinetto; Fanny, la buona Fanny, agiva per quel sentimento soave di bontà che le faceva credere che io potessi esser tratto e dall'inesperienza degli anni e dall'impetuosità dell'anima appassionata e generosa, in un turbine e in un abisso colmo di minacce e di mali. E credo che lei sia purgata dall'accusa di mettimale, di cui fu accusata: era una sorella che voleva distorre un fratello dal precipizio; era una donna che voleva impedire a due giovani le persecuzioni del mondo e della società.

Disperando ormai di ricever mai più lettere di Virginia, chiesi d'allontanarmi dalla Toscana, e fui destinato alla Maremma, poi a San Germano Cassino, indi nel Napoletano.

Parlerò prima di Orbetello. Mi sentii tutto contento di questo trasloco in un orrido luogo Maremmano. Vi sono le terribili febbri, le perniciose: ebbene finirò questa vita; dal momento che è finito per me, mi verrà una buona febbre fulminea a portarmi via e terminerò questa vita che non ha avuto mai, per me, un giorno di pace.

Il cervello dei giovani è un vulcano in perpetua ebollizione; insieme all'amore, s'accompagna il ditirambo e l'elegia. Qual è quello dei giovani (intendo dei giovani sognatori, mezzo poeti, mezzo pensatori) che, almeno un paio di volte in vita sua non si sia composto da se stesso il proprio epitaffio?

E io composi il mio, in previsione di una bella morte, in cui mi vedevo, disteso in una bara di faggio bianco, e tutt'attorno in pianto la mia gente: e dietro, nel mezzo di alcune donne afflitte e meste, Virginia, tutta in pianto, con un gran velo nero che le spazzava davanti la strada, Virginia sorretta dalle amiche buttandosi via dal gran dolore! E l'epitaffio maccheronico che mi composi diceva:

———

QUI DORME

L'OMBRA DI GIULIO PANE

AHI! TROPPO PRESTO ALL'AMORE DE' SUOI RAPITO

E ALL'ADORAZIONE

DI UN PERCOSSO SPIRITO

SCESE SOTTERRA NE' VERD'ANNI SUOI

 

NEI CAMPI

DI

FLEGIA

ASPETTA L'OMBRA DELLA MESTA DIDONE

DI LUI, NON REO,

AMMALIATRICEACCUSATRICEREDENTRICE

———

C'era tutto; l'epopea e l'elegia, e la tragedia e la farsa non mancava... che il morto... Come siamo sciocchi da giovani!

Capitolo XXIII.

 

 

 

Come mi sembrò tetra e deserta la prigione orbetellana! Quell'arida landa, la solitudine del luogo, le piante rachitiche e riseccolite che si trovano sparse come cadaveri lungo la via che dalla stazione conduce alla città; lo stesso cielo quando io giunsivelato, smorto, tristissimo, – m'agghiacciarono come se la morte, con la sua mano secca e frigida, m'avesse ghermito per non lasciarmi più. La stessa campagna esalava un odore di malattia e di morte, e con quella nel cuore, e col terrore nel cervello, io faceva l'ingresso nel povero paese d'Orbetello, in sulla sera, trainato da una carrozzuccia sgangherata, tenuta su con le corde.

Avvicinandoci però alla città alta, io vedevo luccicare dinanzi a me come un mare chiaro, e argenteo: domandai cos'era quel chiarore così bello, e il vetturale mi rispose:

– Quello, vede, è il nostro famoso stagnoFamoso! – (pensai fra me) cosa vi può essere di famoso in questa desolazione maremmana?

Man mano però che ci avvicinavamo, lo stagno spiegava realmente le sue belle attrattive. Splendeva nel mezzo del cielo la luna piena: era un chiarore come di giorno, e si sarebbe potuto leggere sur un libro. Una luce misteriosa e soave, tranquilla e diafana, come la fosforescenza d'un mondo morto e silenzioso, pioveva adagio adagio su tutte le cose e rallegrava i tristi oggetti  della solitudine maremmana che di pieno giorno incutevano tanta pena, tanto sospetto. Si staccava, lontano lontano, il profilo nero delle mura della città tagliando l'azzurro del cielo con una linea così netta e viva, che pareva uno di quei castelli medioevali tante volte ammirati nei quadri del Perugino e del divin Leonardo. Lo stagno brillava, increspato, del color dell'acciaio brunito; lene lene una dolce brezzolina, silenziosa come il batter dell'ala d'un leggerissimo uccello, lambiva la superficie di quell'acque smorte e dormenti, e portava alle narici il morto odore della risacca erbacea, quell'odore così speciale degli acquitrini maremmani, così noti a chi ci vive, così paurosi a chi ne teme le buffate deleterie e mortali.

Lontano lontano, o a pochi passi sulle rade, piante solitarie, il mesto grido del Chiù... cui rispondeva da lontano un altro mestissimo Chiù, risonavano tutt'attorno, in quel silenzio campestre, come un canto fioco, interrotto da voci uscite dagli spechi mortuarj e che pareva dire: – Qua si more, qua si more, qua si more.

Finalmente, s'arriva in città; smontiamo a una osteria, o albergo, del quale non ricordo il nome, e per una stretta scaletta di legno che scricchiolava allegramente e pareva ridere delle mie apprensioni e paure, entriamo in uno stanzone dove stavano raccolti una ventina d'uomini. Un oh! generale di benvenuto m'accolse: mille braccia mi sono attorno; chi mi prende il cappello, chi la valigia con le mie povere robucce: (l'inseparabile cassa de' libri verrebbe l'indomani): il bruno oste, l'amabile Saccoccione, m'affronta con un manone sulla spalla e mettendosi l'altra manona sul cuore mi dice: – Caro sor Giulino, qui siamo poveri orbetellani, sperduti nella volgare maremma; ma qui ella troverà cuori amanti, amici sinceri, buon vino, tordi a bizzeffe, una buona pipa, belle ragazze e un cuore a' suoi comandi. Abbraccio con l'effusione dei miei sedici anni tutti que' cari mattacchioni, cenammo, bevemmo, si cantò sulla chitarra, parlai, parlarono, insomma non era trascorsa un'ora da che mi trovavo nella buona capitale maremmana, che già mi pareva d'essere a casa mia.

Arrivò, sul tardi, il mio collega d'ufficio Saccomanni che mi prese sotto la sua santa protezione, come mi disse, e che mi porterebbe in servizio con : – Perchè qui a Orbetello caro mio facciamo come ci pare a noi e gl'ispettori, quando vengono, prima li ubriachiamo bene bene, e poi te li portiamo a cena da Saccoccione, che farebbe resuscitare i morti co' suoi arrosti e le sue burlette!

Di Saccomanni avrò a parlarne ancora; quindi permettetemi che ve ne delinei in pochi tratti la figura stenterellesca: crederete ch'egli fosse come si dice, uno stinco di santo e un tipo buono e da fidarsi: oh no! lo vedrete poi nel futuro.

Ma a quel tempo, giovine anche lui e solo, fra' cattivi amici, non poteva dirsi il peggiore.

Aveva il naso ritto e parlava da quel condotto con una voce da canna fessa: portava il berretto in tralice; fumava tutto il giorno a pipa: teneva sempre le mani in tasca e alzava le spalle come se stesse sempre per tirar su un barile o un sacco: lungo e allampanato, quando stendeva le gambe, bisognava far de' giochi da funambolo per passargli davanti: Mattacchione e allegro la sua parte anche lui, ma traditore. – Non ti fidar di me – gli si leggeva facilmente tra un occhio e l'altro quando ti guardava divaricando gli occhi, uno a destra a l'altro a sinistra.

In Orbetello città vi stetti quella notte soltanto, e narrerò qui il perchè e il percome me ne allontanai e come realmente il fatto avvenne, avvertendo che io racconto le mie avventure nude e crude tal' e quali mi sono accadute, senza fronzoli o stendervi sopra veli pietosi a tapparne le troppo crude realtà. Uomo avvisato, mezzo salvatodice il proverbio; se non volete sentire che odor di rose e di viole, e veder soltanto scene allegre e ridenti mettetevi il fazzoletto profumato al naso, e gli occhiali color di rosa perchè questo è il momento.

Vi è mai successo (e scusatemi se v'interrogo cumulativamente, ma per un giusto apprezzamento di me stesso, devo credere che soltanto le persone che non hanno nulla da fare possano perder tempo a leggere queste pagine insulse) vi è mai successodico – di trovarvi in un caso imbarazzante, p. e. in treno, o ad una riunione di famiglia, o al teatro, che tutt'a un tratto la natura vi abbia messo nella dura alternativa di scappare a più non posso o di raccomandarvi a Dio d'arrivar presto a casa, con la fronte màdida di sudore, i crampi ai polpacci delle gambe, lo stomaco in rivoluzione? Non puoi fermare il treno, dire a' tuoi vicini di sedile: – Signori, per l'amor del cielo, tappatevi gli occhi e il naso, chè qui si scopron le tombe. – O, se lontan da casa, affrettate il passo tutti affannosi, guardate con occhio esterrefatto la folla delle persone che, tranquille e contente, abbadano a' loro affari, e sentite la voglia di gridar loro: – Signori – per carità, ritiratevi, non vedete che acerbe doglie mi lacerano? – quella gentil damina, col nasino ritto e un sorriso furbesco ti mira, e rimira, come se si fosse accorta che soffri; quel giovincello che corre con l'aria del me n'impipo, t'urta, ti fa girar su te stesso, e manca poco che tu non perda quel po' di sangue freddo che hai tenuto in serbo fino allora, mordendoti la lingua o il fazzoletto.

Orbene, la prima notte che io dormii in Orbetello alto, m'avvenne di trovarmi in un caso di questo genere. Non so come avvenisse; forse m'era piaciuto troppo uno stufatino alla fiorentina, co' fagioli; o che avessi bevuto (s'era in ottobre) del vin novo; il fatto sta che, verso il colmo della notte, i fagioli e il vino chiesero conto alle mie dolorose viscere, dell'improntitudine della gola, minacciando prendersi una soddisfazione sui generis. Presto presto, salto il letto... ma un pensiero spaventoso mi balena subito alla mente: m'ero dimenticato di domandare al buon Saccoccione, dov'era il monumento Vespasiano: l'osteria affittava anche letti per la notte; tutte le camere appunto erano prese; si capiva benissimo dal corridoio, che, gli affaticati viaggiatori bùtteri e mercanti di campagna, dormivano come ghiri risonando come tanti tromboni...

Il padrone s'era ritirato in una specie di soffitta all'ultimo piano; chi sveglierei per chiedere quello che m'abbisognava? Un pensiero, rapido come il baleno brilla nel mio cervello! Non c'è tempo da perdere: un mezzo eroico può solo salvar la mia infelicissima posizione (credo che ancor voi – lettori miei oziosissimi – avreste fatto lo stesso); depongo il non soave carico nel turibolo notturno, apro le impannate della finestrucola del mio abbaino e pongo sul davanzale esterno l'ingombrante testimone del delitto: poi, adagino adagino, riserro. Ma, o che il davanzale fosse troppo stretto, o che li spigoli delle impannate urtassero nel grosso pancione corpulento del recipiente..... (ridete?)

Qual masso che dal vertice
Di lunga erta montana
Abbandonato all'impeto
Di romorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;....

così, e non in altra maniera, capitombolò il non fragrante turibolo dalla finestra della mia camerina.

Mi si rizzano i capelli a ripensarvi!

Era il più bel chiaro di luna; l'aria tepida e tranquilla portava all'orecchio il flebile ritornello del Chù, e lo stizzoso «Cuccu-mio» – «Cuccu-mio» «Cuccu-mio» delle civette che, incuriosite dal chiarore della candela riflesso sulla parete bianca della casa di fronte, svolazzavano anche contro i vetri della mia finestrina; non si sentiva uno zitto; la Natura dormiva; e dormivano gli uomini e le bestie, meno alcuni gatti in amore, che si laceravano fraternamente su' tetti. Riapro le imposte, ficco gli occhi nel vuoto sottostante,.... Numi del cielo!... al chiaro della luna, che pareva di giorno, scorgo un torrente di lava nero che corre giù dalla mia finestra fino al marciapiede!

– Sono rovinato! – Ohimè, – penso tra me e me; – domattina cosa gli dirò al padron mio riverito? – Come scuserò questo malanno che gli ho portato a casa sua, e più di tutto come mi salverò dalle risate e da' motteggi degli sfaccendati e de' buon temponi che bazzicano qui dalle sette della mattina al tocco dopo mezzanotte, come se non avessero nient'altro da fare che parlar delle corna de' vicini e delle belle figliocce orbetellane, dal barbiere, allo svolto?

L'idea che dovessi incorrere nel pericolo d'andar per le bocche degli avventori oziosi e sperticati di Beppe Fiorelli, il barbitonsore della piazzetta; quel bel tipo grasso, rubicondo, tutto trippa, con quel viso di scansafatiche pronto a' motti di spirito e a mettere in burletta e in croce il prossimo senza pietà mi mise il terrore addosso. Stò costì dinoccolato a riflettere, mogio mogio, a' casi miei; ma un pensiero più forte di tutti mi viene a togliere d'esitazione: agguanto la valigia; vi stiaffo dentro le poche robucce che avevo, le spazzole, i pettini, il sapone e via.... apro adagio adagio l'uscio; con un mozzicon di candela scendo le scale; alzo il saliscendi della porta di casa, mi trovo – se Dio vuole – sul marciapiede: uno sguardo esterrefatto alla gora piovuta dal cielo e via come un ladro.... a rottadicollo, attraverso l'istimo dello stagno, il vialone, la campagna brutta e silenziosa e non mi fermo che alla stazione, dove al mio compagno ch'era di notte, racconto in gran segreto, il terribile incidente. Rise Saccomani, risi anch'io: mi promette di rimediare, l'indomani, e, gettandomi col cappotto addosso, su quattro sedie, nella beata incoscienza de' miei anni, ci schiacciavo su un pisolino.

Non mi sono mai più trovato in situazioni così disastrose e delicate come quella d'Orbetello; da allora in poi, dopo i primi convenevoli, mi sono sempre affrettato a domandare agli osti e albergatori, qual'era la retta più breve fra questi due punti distanti: la camera da letto, e.... indovinatelo voi...

Rimasi alla stazione d'Orbetello un mese; non andai più alla città; vennero gli amici in giù a prendermi per forza, ridendo come matti e scherzando su quella involontaria disgrazia... ma non volli uscire un passo fuori della tettoia perchè il ricordo di due occhietti carini furbacchioli e un grazioso bocchino di rosa (erano della figlia di Saccoccione) mi tenevano in riga avvilito e in soggezione.

Presto venne a rimettermi in onore un fatto terribile di cui fui io parte principalissima e che mi giovò assai per l'avanzamento che fu strepitoso... da 55 lire, mi portarono a 75!

Una mattina, il sotto-capo stazione, interpretando a rovescio un telegramma del Capo-Stazione del Chiarone la partenza del treno omnibus per Roma, mentre il Capo di Talamone faceva partire contemporaneamente un facoltativo. Accortomi dell'errore, pianto il tasto come un matto, corro dietro l'omnibus, taglio una curva che faceva a mezzo chilometro quella linea, salto campi e paludi; e ho la fortuna d'esser veduto dal macchinista dell'omnibus che mi vede correre agitando furiosamente un fazzoletto bianco in mano; si frena, si ferma; arrivo alla macchina: via controvapore; dopo due minuti si sentono i sibili striduli del merci che sta per oltrepassare il disco.

Eccomi dunque diventato un uomo importante! Vengono ispettori; si fanno inchieste; mille complimenti a me; si sospende il povero Capo Stazione; mi becco una gratificazione di 10 lire (risum teneatis!) e poi mi si offre a scelta un'altra stazione: o Pisa o Livorno.

Pisa – si sa – è un centro di movimento ferroviario importantissimo, ora; ma anche in quegli anni (così lontani ormai da noi) non scherzava: il personale era poco: si diceva che Livorno, invece, era una sinecura... aria buona... belle bimbe... e poi c'era il mare, i Quattro Mori... Via a Livorno: e a Livorno andai, glorioso e trionfante, e in nome d'essere il più bravo telegrafista delle Romane.

Capitolo XXIV.

 

 

 

Livorno, mi rimarrà sempre in mente per il suo porto splendido; le belle ragazze da' begli occhioni, e i piedini con gli zoccoli; i Quattro Mori; i quattro serpenti dei miei compagni d'ufficio e per Giulio del Giapponcino, il più buon uomo che abbia conosciuto al mondo. Era un ometto basso e corto di gambe, con un visoccio rubicondo e grasso, e un par d'occhietti chiari che gli ci rideva il contento dentro: era biondo e aveva una vocetta chiara e simpatica. Non so perchè, appena gli fui presentato da Gigi del Re, m'aprì credito con queste prette parole livornesi: – Sor Giulio qui lei ci pol trovare di tutto, condito co 'l bon core: dunque mi dica subito che cosa ni devo portà che 'n quanto ar conto pagherà anco lei quando piglia e' pispoli.

Il Giapponcino era allora – (chi sa ormai se c'è più, chè son passati tanti anni!), un'osteriuccia fuori di porta Garibaldi in un luogo detto «Torretta» e noi ci facevamo il nostro recapito con gli amici di Livorno: – T'aspetto a Torretta – voleva dire che la sera si mangiava lo stufatino, le triglie alla livornese, si beveva un vinetto del Chianti che pareva rosolio, e poi si ballava fino alle due. Così, tra Giulio e me, si strinse un'amicizia che doveva durar molti anni; amicizia che non fu smentita neppure, quando, dopo trent'anni, rividi Giulio vecchio come me e, come me col peso degli affanni sulle incurvate spalle.

Servizievole era Giulio, e capace di buttarsi nel foco per chi voleva bene, che eran tutti, purchè fossero galantuomini; burlettone e affabile senza passar mai dall'altra parte con le confidenze, sapeva rispettare l'avventore e l'amico, e a me, m'aveva messo affetto più che d'amico, e diceva sempre quando entravo:

– O Giulio t'ho serbato questo – e mi faceva vedere o una triglia, o un par di tordisentirai com'è bono!

Non fu sentito mai bestemmiare, fu visto mai ubriaco come la maggior parte degli osti: alla moglie (una bella giovane bruna manierosa e a se') non gli fu sentito mai dire una parola un alterata, e i suoi avventori, entravano costì, mangiavano, bevevano, pagavano senza sentir mai un grido fuor di tempo e rozzo com'era e senz'istruzione, (come pur troppo avviene di tutti gli osti) era un oste che si poteva chiamare l'Araba Fenice. A que' tempi a Giulio gli affari andavano bene.

Gigi del Re era viareggino; alto, magro, con due gran baffoni spioventi, biondi e lunghissimi che lo facevano rassomigliare a un antico gallo; aveva gli occhi celesti e parlava rado e piano; aveva un risolino freddo e cheto; uno di quei risolini silenziosi che par che escano da una macchinetta arrugginita ficcata nella gola; senza calore, senza sentimento codesto risolino gelido, a me, piaceva poco, avevo cominciato intuitivamente a esaminare i miei òmini dall'apparenza; e confesso che – raramente – ho avuto poi a pentirmene. Gigi con me non fu buono cattivo; credo che fosse un egoista matricolato; mirava al suo tornaconto: se una cosa poteva farla, senza scapitarci lui, la faceva, se no, non c'era amicizia che tenesse. Mi vendette un mantello grigio da montanaro, ma buono per parare il freddo, per otto lire; ma Giulio mi disse che non ne valeva cinque; tutte le domeniche, o con una scusa o con l'altra, mi pregava di fare un pajo d'ore di servizio per lui, ma ne passava quattro, sei, e Gigi non si ricordava dell'amico sacrificato. Faceva all'amore con una ricca livornese (che poi sposò): insomma badava al suo comodo e non aveva ritegno, lui uomo già fatto, di farsi prestar da me, ragazzo, per finir di pagar lo scotto al Giapponcino: e io guadagnavo allora lire 2.60 al giorno!

Gigi fu sempre così nel corso degli anni; non ismentì mai il suo carattere egoista e pappone e quando, a Genova, nell'88 lo ricercai e salutai per l'ultima volta, 12 anni dopo del nostro sodalizio con Giulio del Giapponcino, (e aveva famiglia e una buona posizione e doveva, essendo io di passaggio, invitarmi almeno in casa con la moglie); preferì invece invitarsi da e mangiò tre piatti di maccheroni, due bistecche, due terzi di pollo, bevve un fiasco di vino e trangugiò una quantità enorme di formaggio gruvière con una dozzina di pere: poi ci accompagnò al bastimento, è vero, e volle che bevessimo il cognac, che mi fece pagare!….. Questo l'amico Gigi.

Povero Gigi, finì male: lessi nei giornali, una ventina d'anni dopo, che nel treno diretto Roma-Napoli, ne' pressi di una stazione vicino a Roma, avevano trovato un ispettore dei telegrafi penzoloni sul finestrino del vagone senza testa: che la testa fu poi ritrovata fracassata vicino a certi archi d'un passaggio a livello; in sul subito fu creduto a un delitto; si disse che era stato derubato: niente di vero. Il fatto fu più semplice di quel che credettero; c'era un contatto di fili sulla linea telegrafica, e il buon uomo che – zelantissimo pe 'l servizio – anche troppo –; per vedere se lo scorgeva (era notte profonda) si spenzolò troppo in fuori, tanto da investire col capo (correndo il treno con grandissima velocità) contro lo spigolo dell'arco.

Gli volevo molto bene, povero Gigi; e quantunque non mi avesse mai corrisposto con lo stesso affetto, con cui lo avevo sempre trattato: versai una lacrima pietosa sulla fine infelice e terribile dell'antico compagno d'ufficio.

Non mi stancherò mai di dirlo: giovani – siate sempre pronti a corrispondere con affetto pari, l'affetto l'interesse che qualcuno più giovane di voi vi dimostra; l'egoismo, fra tutte le cattive proprietà di un temperamento è il peggiore: li egoisti che vogliono tutto per e non restituiscono mai; almeno in gratitudine e riconoscenza una dramma della sensibilità affettuosa degli amici risultano i peggiori figuri della famiglia umana.

Avevo aperto all'amico viareggino tutto il mio povero cuore sensibile e leale: egli vi spiò entro i più gentili scatti e ne approfittò: denaro, favori, tutto fu per lui, niente per me; e oggi, nello scrivere questo, mi trema la penna, perchè vedo la figura di un amico che amavo, stringersi e scomparire nella folla dei volgari, senza che possa farne diversamente.

Un altro bel tipo, anche quello compagno d'ufficio, era Ettore Gherarducci: figlio d'un sigarajo, ricco, con un viso di prepotente e con gli occhi tagliati a mandorla, costui s'era messo in capo di viver di prepotenza con tutti; veniva a dar la muta sempre in ritardo; se n'andava dieci, quindici minuti prima; nascondeva i telegrammi per farti punire; sparlava dietro le spalle; insomma era una ipocrita canaglia che bisognava mettere al posto, e toccò a me a farlo disgraziatamente con le cattive. Provai prima con le buone, non riescii che a farmi ridere sul viso; un giorno stufo e nervoso, e per di più mi doleva il capo forte, entro in ufficio e trovo che m'aveva aperto il cassetto e leggeva certi versi miei e rideva. Mi saltò la stizza al naso, lo prendo inferocito pe 'l petto e lo sbatacchio contro la macchina: povero Ettore, quanto me ne pentii dopo! ma che forte lezione fu quella: la chiave dell'apparato schizzò via spezzata nel manico, e picchiando la fronte sul quadrello di carica gli produsse una ferita che avrebbe potuto essergli fatale. Si voltò in furore, ma ormai avevo il sopravvento; ero cieco d'ira, e agguantata una sedia gli menai colpi da matto sullo stomaco, sulla faccia e sul capo. A quel tramenìo accorsero di stazione, e me lo tolsero di mano che pisciava sangue dal naso e dalla bocca: da quel giorno non mi seccò più, non solo; ma fu un altro.

Ricordatevi o giovani che non si dev'essere prepotenti con nessuno, ma conviene sempre essere i primi se mai a darle, perchè dice il proverbio chi prima le le due volte. Con tutti qui debbo dire che mi diventò grande e affezionato amico: mi ricordo che, nel '77 traslocato a Roma, lontano dalle sottane della mamma, nei primi giorni che si trovò in quella città gigantesca, sperduto, solo, senza amici, spaurito, malato di nostalgia, s'attaccò a me e mi faceva compassione. Una sera, l'avevo portato dall'oste dove mangiavamo noi poveri travets mi s'ubbriacò fradicio marcio, con quel vinetto d'Orvieto che par che dica: – «Bevimi bevimi»: Lo presi a braccetto, per carità d'amico, e l'accompagnai a casa. I briachi m'hanno sempre ributtato; e, dico il vero, io poi non sono mai stato ubriaco, avendomi la natura disposto il corpo in modo da farmi ricusar di bere di più, oltre il limite che il mio stomaco comporta (vantaggio questo che è una vera fortuna). Portavo dunque il mio bravo Noè, che girava su stesso come un arcolaio, verso casa; ma eravamo lontani da via Panisperna, e vedevo che l'uomo era proprio un cicco. Lo pianto dunque sotto un arco, lontano dalla strada, lo copro col mantello e gli tengo questo fervorino: – Senti bello mio: una volta n'hai toccate da me; ora sei cotto come un gambero: la terza ti porto all'ospedale; dormi, dormi, e smaltisci, qui alla brezzolina, la sbornia e la vigliaccheria.

E così lo lasciai più morto che vivo.

Ma torniamo a Livorno.

Il terzo figuro, col quale mi trovai a vivere in codest'anno, fu un Pisano, certo Pietro Sigheri, giallo come un peperone vernino; aveva la pelle attaccata all'ossa e due occhi di falco cattivi e maligni. Due baffettini rosicchiati gli coprivano il labbro superiore: aveva l'unghie nere nere e se le rodeva ogni poco; e le piote lunghe lunghe, dentro due scarponi che non lustrava mai: il colletto della camicia, il bavero della giacchetta, il cappello, gli orli degli orecchi, i capelli arruffati, dicevano subito che era un porco lezzone. E porco lezzone fu: capace d'ogni più bassa vigliaccheria; sentirete.

Compiva la quaterna, un gobbo, pisano anche lui, pare impossibile. Il gobbo Tifa, era il tipo più bello di gobbo reale che sia esistito al mondo: sulla groppa e sul petto aveva due enormi poponi che si sarebber potute dire montagne: era costretto ad allungare il bracciocorto corto – sul tavolino per trasmettere in tralice, perchè stando diritto, la gobba, gl'impediva di potersi avvicinare di più di quel tanto: – aveva il viso arcigno e gli occhi di volpe: una vociolina fessa fessa e antipatica, e un'aria di sussiego che con quella gobba proprio faceva crepar dalle risa.

Dio ce ne liberi a avergli detto gobbo! c'era il pericolo di vedersi tirare una coltellata; e si diceva che avesse dato un colpo di trincetto a suo fratello, (perchè da ragazzo faceva il calzolaio) tant'era traditore.

Duro, ignorante, pettegolo, sfacciato mettimale... era il corvo dell'ufficio, e nessuno lo poteva patire. Quante volte, Gigi e io, si figurava di prendere un bastone e si tiravano colpi sul guanciale del divano gridando: – «Dagli al gobbo spianagli la gobba al gobbaccio, ammazza, ammazza – oppure – Gobbo la voi la pappa? E Gigi rispondeva: – La pappa un la vo'!».

Povero gobbo; so che sei morto e Dio t'abbia in gloria! O dove ti avrà ficcato il tuo Dio in paradiso? mi piacerebbe di vederti in mezzo agli angeli e alle angiolette gobbe come te, svolazzare col tuo popone intorno alla reggia del Padre eterno: ci devi fare una bella figura

Per buona sorte, in codesta compagnia di mal'appajati, non tutti erano tipi repugnanti, falsi e ipocriti. Trovai, anche io, il mio buon amico, anzi fratello; e fu con lui che potei dare sfogo sinceramente alle mie dolenti note, e trovare chi, sebbene fosse in umile condizione più di me, albergava in petto un cuor di leone, un animo virile, un vero spirito altruista come si deve essere al mondo e in mezzo ai fratelli e alla società cosidetta umana.

Era piccolo e segaligno; asciutto di viso e senza polpa; sotto due sopracciglia diritte e fini, brillavano, nere, nere, due pupille che parevano di velluto, che non stavano ferme un momento.

I capelli attaccati alle tempie e due baffetti sottili, pure neri, lo facevano raffigurare a un tipo di razza diversa dalla nostra; se avesse avuto gli occhi tagliati a mandorla, avrebbe tirato dal tipo chinese. Anche la pelle era giallognola. Il corpo aveva d'acciaio e pareva tutto nervi: ti stringeva la mano come in una morsa; e la mano era piccola, affilata, secca, ma calda (segno di cuor bono). Era lumaio della stazione e si chiamava Mosè Lemmi. Veniva a portare il lume la sera, e da una parola all'altra, diventammo fratelli. Fratelli per ideali, fratelli per amore, fratelli per tutto, come dirò più avanti.

Aveva una discreta libreriola e ci prestavamo le nostre cosine l'uno all'altro: veniva da me (quando avevo la camera!) o io andavo da lui: gli regalai i Promessi Sposi in tre volumi e mi ricordo che era una edizione del Radaelli e Rechiedei, con ne' costoli una casettina e un alberello, la casa di Lucia: – io leggevo, e lui mi stava a sentire zitto zitto come se fossi il padre eterno. – Faceva il caffè, nella macchinetta a spirito, e parlavamo dei nostri ideali.

Era molto più vecchio di me, anzi, a mio paragone, era un uomo anziano: professava idee internazionaliste ed era infatti un internazionalista militante, ascritto al partito di Bakunine, che in quei tempi aveva aperto circoli in quasi tutta l'Italia. Fu a Livorno, dunque, e per merito del mio fratello Lemmi che io entrai nella luce: vale a dire che fui un po' carbonaro, un po' anarchico, un po' internazionalista. Giurai lealtà al Santo ideale della fratellanza universale e da quell'età di diciassette anni, il mio animo, il mio spirito e il mio cuore non hanno tradito il principio. Sul cader degli anni, militante nell'unico partito d'azione che credo necessario – per il momento presente – a scoter le anime e preparare i giorni santi, delle barricate, (dico nel Partito Socialista Rivoluzionario) benedico alla memoria del mio fratello Mosè Lemmi.

La sua stanzetta – su in una quasi soffitta in via dell'orologioera tappezzata con diversi quadri: vi spiccavano i ritratti di Mazzini e di Bakunine; quelli di Garibaldi e dell'allora già famoso Kropotkine; di Marx, Engels, Lassalle, Owen; era come un tempietto dei grandi agitatori e pionieri dell'Internazionale. Spiccava, attaccato alla porta il Cristo Uomo, il povero e umile pescatore di Galilea; era raffigurato coi piedi bagnati dalle onde del Mar Rosso, tenendo in mano il pane della fratellanza. Turbe infinite di povere genti stavano attorno a lui e scendevano al mare per godere del festino della redenzione umana; si vedevano vecchi, donne e fanciulletti spezzar fra loro il pane mistico dell'amor fraterno; scendere dalle montagne altre turbe affamate dello stesso spirito di rigenerazione, e il volto buono del primo Socialista della Terra, splendeva di purissima luce nel fondo azzurro del cielo maraviglioso di Galilea.

La critica e la filosofia storica, hanno distrutto la leggenda del povero figlio del falegname, del mite dottor di Bethlem; e anch'io, con la scorta delle cronache asiatiche, delle religioni di Budda e di Confucio, credo fermamente che sia la stessa leggenda, rinfrescata dai poeti dei popoli orientali: eppure sento vivissimo ancora il prestigio del Cristo uomo, il quale attraverso i secoli, è venuto fino a noi, tra le oscurità e i crepuscoli degli èvi, come un benefattore sublime, come un Maestro d'amore, come un rivoluzionario d'anime alla ricerca di quell'Umanesimo che i tempi moderni chiamano Socialismo.

Con Lemmi, imprendemmo dunque una, dirò così volgarizzazione delle teorie internazionaliste, ricavate dalle opere di quei filosofi che cominciavano ad apparire in Italia; spedivamo articoletti, che io compilava; preparavamo lezioni verbali che noi tentavamo introdurre con piccole conferenze, tra i marinai del porto, e avevamo scelto per scuola e cattedra delle nostre idee, un caffeuccio detto «The Cardiff Castle», vicino all'allora piazza detta Colonnella. Qui si radunava il fiore dei bassi strati sociali; facchini, barcajoli, caricatori e scaricatori di carbone, marinai livornesi e di altri porti d'Italia. Io m'ero fatto molti amici in tutte quelle piccole masse di lavoratori che abbondavano allora nel porto di Livorno. Livorno era, in quegli anni, uno dei più fiorenti emporj d'Italia, essendo portofranco; bisognava vedere il movimento e il traffico in ogni ora del giorno e della notte; Via Vittorio Emanuele, che oggi non si può nemmeno paragonare a una strada secondaria d'un porto di terz'ordine, era un corso continuo. Marinai di tutte le nazioni, andavano e venivano; la città era ricchissima, superba e contava per di molto nella storia. I livornesi sono un popolo forte, aperto, generosissimo: «il cuore dei livornesi» frase, che è divenuta proverbiale non ismentiva davvero la verità delle sue parole: la sua plebe (brutta parola per i borghesi, ma altamente onorabile nel mio cuore e sotto la mia penna) la sua plebe, dico, è d'una gente onesta, gagliarda, lealissima, altruista e virile: uomini come Sgarallino, Dodoli, Bartelloni, Nesi, bastano ad affermar nella storia il proprio valore; e amavo ed amo Livorno come se fosse la patria mia, e conservo dei suo figlioli la memoria commossa e riconoscente.

Fu in quest'epoca che un sozzo giornale clericale pubblicò un attacco contro i livornesi, per certe quistioni municipali, intitolando l'articolo: – «Fiaccona Livornese; risposi io con uno scritto per dare una smentita reale a' denigratori di sagrestia, che stanno sempre in vedetta di calunnie e di mortali offese a chi li combatte: costì vi fu anche una dimostrazione che mettemmo insieme Lemmi ed io, e gli amici e compagni del «Cardiff Castle» nella quale, volò qualche pietruzza e qualche ciottolo alle finestre della direzione del foglio immondo; dimostrazione che la polizia inferocita disperse con alcuni arresti.

Cominciava così la mia iniziazione alle lotte proletarie e del libero pensiero; lotte che non cessaron poi più mai, e non finiranno che con la mia vita. Codesta fu la prima volta che ebbi a far la conoscenza co' birri: Lemmi ed io e due o tre altri ribelli, fummo chiamati in Questura; si presero i nostri nomi, cognomi, occupazioni ecc. e poco dopo, il Capo-Ufficio mi chiamò per dirmi che il cav. Gabbriello... mi faceva sapere che se avessi rinnovato li scandali, mi avrebbe trasferito per punizione.

Era il principio d'una sistematica persecuzione che, come vedrete, doveva durare sedici anni! Ma, per non anticipare la narrazione, e togliere quel pochino d'interesse che possa destare la sua lettura negli amici miei giovinetti; sèguito il racconto delle poche avventure che mi rimangono della mia vita nella città dei Quattro Mori.

Come ho già detto e ripetuto mille volte, di pari passo che tiravo innanzi sul mio lavoro di sfruttato alla ferrovia, seguitavo i miei studi prediletti, alternando quello delle lingue moderne (mi perfezionavo nel francese e nello spagnolo) con quello speciale dell'Elettricità.

Il nostro ufficio telegrafico era portato per esempio, di bellezza e pulizia: appena arrivato in quell'ufficio, così per divertimento, mi misi a pulir le macchine una a una, e le ridussi che parevano specchi; insinuai al Cap'ufficio, che ugualmente dovessero fare tutti gli altri colleghi e così fu fatto con un ordine da lui firmato. Presto circolò la voce che l'Ufficio di Livorno era l'ufficio modello, e venivano a vederlo anche i telegrafisti governativi e altri colleghi di Pisa, di Grosseto e di Livorno.

Ora racconterò un fatto che dimostrerà al lettore due cose: la prima, che quando si nasce sfortunati, per quanto si faccia, non se n'avvia mai una; la seconda, che non bisogna mai rivelar niente a nessuno di quello che si fa, e anzi bisogna (come soleva dirmi sempre Virginia) serrare i propri pensieri in un bocciolino col tappo smerigliato; quello in un altro bocciolino più grande, e così via via in sette boccette, tutte di cristallo fortissimo col suo bravo tappo smerigliato affinchè non vi fosse pericolo di veder trapelar di fuori neppure un atomo del contenuto; perchè l'uomo è cattivo, ladro, traditore e spia. E che aveva ragione, lo dimostrerò or'ora.

Ho già detto che a que' tempi guadagnavo, a malapena da viver di minestra e lesso: a cosa potessero bastare due lire e mezzo per un giovine che entrava nella vita allora, è facile immaginarselo. Le camere costavano care; dunque, bisognava trovare il modo di poter farne a meno: per un di tempo, a stagione calda, me n'andavo a dormire nelle vetture di prima e di seconda classe (se c'erano) e in quelle di terza classe situate sempre in binario morto per la formazione dei treni del mattino; ma poi, col rinfrescar della stagione, bisognò scegliere un domicilio meno esposto all'aria. C'era in ufficio una specie di ottomana grande e buona assai e io ci messi l'occhio su per farmene un magnifico letto per me durante l'inverno. Comprai una copertuccia,... m'accomodai un cassone di libri nello sgabuzzino delle pile, e così passai tutto quell'inverno senza pagar pigione.

A quell'epoca il servizio finiva alle 11 di notte; si faceva l'apertura alle 4 del mattino. I miei compagni erano contenti perchè – stando io in ufficio – il B. G. (il buon giorno telegrafico) non avrebbe sgarrato di mezzo minuto. Io poi ero contentissimo di poter spender in libri que' po' di soldi risparmiati nella camera ed ero sicuro che non avrei mancato al mio dovere, perchè lasciavo aperte le macchine (o come si diceva in linguaggio telegrafico non mettevo «a terra»: e la mattina mi svegliavano i B. G. di Siena, di Firenze, di Grosseto, di Pisa.

Una notte mi nacque la curiosità di scoperchiare il tavolino e vedere come stavano le comunicazioni tra macchina e macchina: ne ricavai un disegno esattissimo e lo ricopiai ad acquarello in prospettiva e in piano; poi lo messi in un quadro con la sua cornice e il suo vetro. E costì stette molt'anni ancora, credo, con gran soddisfazione mia e degli amici. Circolava il mio buon nome (lo devo dire?) da per tutto, e una volta venne il famoso cav. Gabbriello. Rimasto solo con me, cercò di catechizzarmi, rimproverandomi fraternamente che io avessi, come diceva lui, delle idee matte nella testa, e che mi occupassi di politica, così giovane; che studiassi, giacchè ne avevo quel bernòccolo, e lasciassi stare gli scavezzacolli russi polacchi e tedeschi. Naturalmente promettevo di sì, ma in cuore dicevo: – Furbo te e furbo io; ipocrita sei, e sciocco non sono, ma co' preti... alla larga!

Ora mi conviene fare una digressione, se vi pare, e se non vi pare la lo stesso: non ve n'abbiate a male, e saltate a pie' pari tutto lo sproloquio, se credete; ma m'è saltato il ticchio di sfilosofeggiare un a modo mio e bisogna che filosofeggi se no scoppio.

Io non dico – dunque – che il vecchio canonico in calzoni cav. Gabbriello non avesse ragione; perchè chi se ne sta a , con la politica; chi va alla messa la domenica; chi non s'impanca a libero pensatore; chi non a dividere d'avere in uggia l'attuale società di ladri di spie e di birri; chi ajuta a rubare; chi fa l'occhiolino tenero a tutti gl'ipocriti e camorristi e mafiosi del beato italo regno; chi tiene in casa sua e accende il lume a i ritratti del re, della regina, e delle principessine; chi si prosterna davanti al dio dindo; insomma chi riverisce, adora e difende tutto quest'impasto di sterco, di fango, e di corruzione che si chiama la terza Italia; se non fa fortuna subito, la farà col tempo e arriverà a mettersi sul bavero del vestito la croce di Cavaliere, la commenda dei ladri, con la falsa etichetta di galantuomo.

Ma io non ero di codesta stoffa: ne ho visti di amici e di colleghi strisciare e leccar le zampe d'Ispettori, Capi servizio, Cavalieri, Commendatori, e far di loro la spia; cercar di buttar giù te a forza di calunnie e bugie; insomma ne ho conosciuti a centinaia de' leccapiedi in Italia e fuori; ma massime in Italia; ma il mio santo protettore (e qui devo credere che fu l'ombra della mia buona mamma che mi girò sempre intorno ispirandomi l'onestà e la generosità) mi tenne sempre lontano da costoro ispirandomi sempre una repugnanza e uno schifo salutare e salvatore.

Mancai qualche volta (chi è perfetto al mondo?) ma mi ripresi subito, e conservai il carattere, come l'ebbi di natura, aperto, ribelle alle vigliaccherie, e indipendente.

Ma ritorno a bomba.

Fu costì che, studiando e ristudiando circuiti elettrici, sistemi e metodi di telegrafia, mi venne in mente, che si sarebbe potuto benissimo inventare un sistema di circuito che fosse percorso da una corrente continua che abbracciasse molte stazioni, senza bisogno che ognuna di quelle fosse obbligata a tenere un numero ragguardevole d'elementi. La mia idea era questa:

– Se – dicevo – in un circuito di dieci uffici, ci vogliono p.e. 30 elementi per ogni ufficio affinchè ognuno possa mandare la sua corrente sulla linea; sono 300 elementi dei quali – quando un Ufficio solo trasmette, 270 stanno inoperosi. Ma se io mando la corrente positiva p.e. di 15 elementi da una stazione capo linea e di altri 15 elementi di corrente negativa dall'altra stazione capo-linea in modo che si formi tutt'una corrente unita co' due poli a terra alle due stazioni di limite, il positivo a una stazione e il negativo all'altra; noi abbiamo risparmiato 270 elementi: sommando tutte le stazioni della rete e calcolando anche una lira e cinquanta per ogni elemento, veda il lettore quante migliaja di lire avrebbe risparmiato l'amministrazione!

Il problema, l'ho visto poi con gli anni, fu trattato da numerosi elettricisti; e si trova in azione, oggi in quasi tutto il mondo. V'era l'inconveniente con quel mio sistema, che una stazione intermedia rimanesse sprovvista di corrente; ma anche a codesto io trovai il rimedio: invece di mandare la corrente coi poli eteronimi od opposti; io pensai di mandarla sulla linea coi poli omonimi; l'elettricità positiva di 30 elementi (o negativa che è tutt'uno) di una stazione capo-linea lanciava per es. il torrente elettrico positivo; un altro torrente uguale manderebbe l'altra stazione, sempre di trenta elementi; facendo terra al contatto (chè nel manipolatore a sistema ordinario è la presa di corrente dalla leva (n. 1) e poi del fulcro (n. 2), qualunque stazione intermedia, o estrema abbassando il tasto, agisce e mette in movimento le macchine perfettamente. Ne feci gli esperimenti con amici compiacenti della linea, durante il servizio di notte e ne parlai così, accademicamente, co' miei colleghi d'ufficio, parendomi che non vi potesse esser pericolo che mi rubassero l'idea. Invece il pisano Sighieri giallo e invidioso come Adrasto, fece tesoro delle mie idee, ricopiò alla meglio i miei piani e poi, un anno dopo, quando io ero già lontano da Livorno, scrisse una relazione al Caposervizio, rivestendosi con le penne di pavone; e facendosi onore col sol di luglio. Ebbe incoraggiamenti e una bella lettera d'encomio. Io non seppi mai dell'audace furto, se non dopo varj anni; quando cioè il cav. Gabbriello... stesso me ne fece cenno in una sua ispezione di prova del sistema – che modificato da lui – passò poi per sistema Becherucci. Io gli dissi che ero stato ingannato; scrissi rivendicando la mia idea; rispose che gliene era stata confermata la verità dal Re, (l'amico Gigi) e dal gobbo citati come testimoni; che però io non avevo mai scritto nulla e quindi non avevo diritto a lamentarmi; e questo era vero, pur troppo. Ma fu anche purtroppo vero che – correndo gli anni, avendogli scritto e mandato un progetto di mio capo, d'un'altra invenzione (come dirò a suo tempo), non soltanto non mi volle prestare orecchio, ma, quasi quasi mi sbeffeggiò e non m'incoraggiò punto... sempre con quel preconcetto che io non ero uno stinco di santo, non ero dei suoi; e perchè.... non avevo peli sulla lingua.

Costì mi successe un fattarello allegro che ricordo anche ora con un misto di timore e di buffoneria: o sentite come si può montare una scala di 235 gradini e scenderla senza piedi, volando con la testa e con le mani.

S'andava, spesso, con un carissimo amico senese (certo Fineschi) a zonzo per la città, specie nell'ore de' gufi e de' pipistrelli, a caccia di civette e d'altri uccellacci di quella stoffa: l'amico Gigivecchio barbagianni ammaestrato – ci disse una sera che ce ne stavamo centellinando il poncino al caffè della Posta; che una civettina di prime penne bisognava andarla a snidare in piazza (ora Garibaldi); ma che era una civetta schizzinosa, leziosa e sdolcinata; che non si faceva chiappar da tutti, e bisognava picchiare al nido suo e domandare dalla porta prima che aprissero: – Scusi sta qui la signora Verdi? Era una specie di parola d'ordine senza la quale non si poteva passare nel regno della dea Ciprigna.

Pioveva: una serataccia proprio da barbagianni. – Si va? – andiamo: disse l'amico senese: piano piano entriamo, come due ladri nella porta di casa, monta che ti monto, al buio, 235 scalini sono di molti: arriviamo Fineschi prima, io alla retroguardia; si picchia, si sente un trabuzzolio di sedie e una vociaccia sgangherata che grida con una voce da far paura:

– Chi è costì? – Scusi – fa il Fineschi con una vocina tutta miele e burro: – Sta quì la signora Verdi?

Ora te la io la signora Verdi, pezzo di figuro! E sentiamo uno scalpiccio di passi e un suon di bastoni minaccioso con uno struscio di pedate pesanti e gravi avvicinarsi alla porta: Il senese non se lo fa ripeter due volte; aspetta la buona matrona che venga ad aprire: giù a capo fitto dalle scale, me lo sento cascare addosso come un masso. Per buona sorte, avevo, palpando, sentito un gran vôto da una parte della scala, come una porta che avessero murata, rendendola così inutile; mi ci ficco dentro e aspetto la gragnola. S'apre l'uscio, un braccio mette fuori la lucerna ad olio, un par di buffoni fanno capolino, sento uno sghignazzar confuso d'uomini e di donne; si rifà buio e tutto rientra nel silenzio tenebroso di quella notte dell'avventura. – Dopo mezzo minuto, chiotto chiotto, adagio adagio, trattenendo il respiro, me la svigno anch'io saltelloni. Cerca Fineschi di quì, cercalo di : Fineschi è sparito. Lo trovai finalmente, a notte grossa, vicino a casa sua, e mi racconta, pieno di terrore che c'era mancato poco non si fosse fiaccato il collo.

Gli fo coraggio, si va a ribere un poncino: e da quella sera in poi, non potevo mettergli gli occhi in viso senza dirgli:

Adelante, Pedro, con juicio – come Ferrer ne' Promessi Sposi all'impaziente cocchiere.

Livorno – lo dico perchè è veroera a quei tempi una città sui generis, nella quale si viveva bene, ma nella quale abbondava pure, una discreta dose di prepotenza, negli strati più vicini a quello della vera plebe; non passava giorno, che la cronaca cittadina non dovesse registrare qualche fattaccio di sangue perpetrato da giovinastri dell'infame plebaglia; sono ancora nella memoria di tutti, gli assassini di pacifici viandanti accaduti nelle ore notturne, e d'altri di violenza che non erano giustificati da nessun fatto antecedente, a vendette private, nulla: si uccidevano a coltellate persone attardate che rincasavano tardi; si bastonavano, s'inseguivano vecchi e ragazzi e la polizia non era capace di poter sorprendere i malfattori, perchè.... appunto chi commetteva i reati, si diceva che fossero i peggiori scagnozzi di p. s., ossia i ferri di bottega, come si chiamavano in città. – Difficilissimo, dunque, era passare un'ora tranquilla in un caffè, di notte; perchè, raramente, i non livornesi uscivano con la testa sana, se non si formavano in combriccole di sette o otto.

Le provocazioni partivano da' tavolini dei caffè in forma di pallottole di carta, pezzi di limone dei ponci, parole offensive e, che venivano tirate da quegli scapestrati i quali fatto il tiro, si rimettevano fermi fermi e seri seri come se niente fosse; talvolta, il pacifico avventore si sentiva investire anche da qualche cos'altro più contendente: prudenza era, pagare e andarsene, perchè il coltello luccicava spesso nelle mani dei (diciamolo con vocabolo moderno) teppisti di que' tempi, e la pelle non tornava a casa sana.

Era costume d'allora dei giovinotti livornesi di portare certi pantaloni enormi di taglio francese; parevano i calzoni degli zuavi, e i più feroci e accattabrighe si distinguevano dal pantalone enorme, e dal cappello a larghe teste, alla Rubens.

Belli erano quegli uomini, in verità; bei volti di profilo greco, regolarissimo; con barbe nerissime, all'italiana, e con certi occhi di fuoco maravigliosi. Codesti giovani, poi, gelosissimi erano delle femmine loro e delle loro vezzosissime dame, e credo fermamente che non esistesse in tutta l'Italia una gioventù maschile e muliebre più bella e formosa di quella livornese. Che volti angelici! che sguardi di fuoco! che portamenti da sultane! Ma guai a dire a quelle vezzosissime labronie una parolina gentile, far loro uno scherzo, avanzar proposte d'amore e di simpatia: s'era sicuri, la sera dopo, di trovarle accompagnate, alla lontana, da' loro dami, da' fratelli, delle sorelle e allora.... erano prepotenze, pericoli e stilettate.

Mi par di vederle anc'ora: verso l'imbrunire si radunava tutta codesta grazia di Dio in sulla piazza Carlo Alberto e di , a coppie, a quattro a quattro, a sei a sei, tenendosi a braccetto da un marciapiede all'altro, con gli zoccoli (l'uso degli stivaletti non è poi mica tant'antico) battevano il tamburo su' pietroni della strada, avviandosi ridendo e cantando e mettendo l'allegria dappertutto, verso il mare, ove si schieravano a gruppi e si divertivano ad aizzare i giovani marinai e fratelli e conoscenti. Guai per noi forestieri: i lazzi e i motti arguti s'incrociavano da una parte all'altra della strada: – O quattr'occhi, – mi gridavano: O che ne' fai delle vetrine! – O, biondino, tirati in se no m'accei! – O bellino o che n'hai fatto alla nonna; n'hai rubato l'occhiali? – To' bello, la vöi una presa di tabacco? – Io rispondevo complimenti, senza paura e senza vergogna e di molte di quelle belle giovani non isdegnavano rispondermi con parole gentili; perchè la livornese è buona e carina, a suo modo e amabilissima, a saperla prendere

Occhio di sole, (rispondevo, io) lo vuoi un bacio? – O morina, dove stai di casa che ti vengo a mettere una candela davanti come alla Madonna. – Inventavo nomi, e gliegli appioppavo come se le conoscessi da anni; questa era Leonora; quell'altra Lamina; Celeste, Lisa,... insomma mi riconoscevano, sghignazzavano, ridevano e mi canzonavano fitto fitto. Bei tempi davvero che ricordo con tanto struggimento e simpatia!

Una sera saranno state le dieci, eravamo in diversi amici al Gran Caffè della Posta, (di faccia all'ufficio postale) a bere il poncino, bevanda indispensabile in Toscana. Tutt'intorno a due tavolini, ce ne stavamo sorseggiando il nostro ponce nero, quando, sul tavolino nostro, rimbalzò una buccia di ponce: Gigi, Fineschi, alcuni altri si strizzavano l'occhio per darsi a capire di finir la bibita e andarsene per non attaccar lite; ma io, che voltavo le spalle al gruppo de' livornesi che ci avevano preso di mira, guardando dal riflesso delle lenti, vidi chi era che tirava e non mi potei reggere: m'alzo dallo sgabello, mi pianto ritto a due passi dal tavolo di marmo dov'era quella raccaglia di prepotenti e:

– Chi è di voi, nati di cani, che fa tanto il bravo da lontano? Esca fuori, cosa si crede, che abbiamo paura? (È stato sempre in me un impulso invincibile e del quale non ho mai saputo rendermi ragione, questo: che tutte le volte che ebbi ad altercare con qualcuno, m'è venuto fatto di metter la mano in tasca, come per prendere un arme, che mai ho portato in vita mia.

Tace il brusìo del caffè come per incanto; non si sarebbe sentito volare una mosca: i miei amici allibiti, non avevano una goccia di sangue addosso, perchè sapevano, più pratici di me che il livornese non scherza, e per di più che quella razzumaglia la va a cercare col lumicino.

Que' cinque o sei giovani che erano al tavolino mi guardavano di sotto in su con quegli occhi belli e virili che mi pareva impossibile mi volessero male: uno di loro, a un tratto, prende il bicchiere del ponce e dice: – To bevi, bimbo; mi piaci; sei un omo te, non te la fai addosso te! – e m'agguanta per un braccio e mi tira vicino: – Qua la mano, giovinotto! – Insomma bisognò bere e ribere nel bicchiere di tutti e a me che mi era sbollito, non parve vero che finisse così: si fece la pace con tutti, ordinammo altri ponci per noi e per loro e tutto finì con una stretta di mano generale; uscirono con noi e si stiede tutta la notte a berciare e a ridere come vecchi compagnoni.

E oradirà il lettore – la morale? la morale è questa: che alla gente di mare e di cuore piace sempre la gente ardita e di cuore e il livornese è fra tutti gli uomini d'Italia e d'altri paesi quello che più di tutti sente la forza morale della risoluzione e del coraggio – Neppur per idea mi passò nella mente che costoro m'avrebbero potuto disfare a cazzotti e struscinarmi come un ovo sotto i piedi; al paragon loro, io dovevo parere un povero tisichello tenuto su con gli stecchi.

Fu veramente fortuna che non ce ne fosse tra loro uno di Montenero o dell'Ardenza, che passavano per essere ignoranti e ferocissimi.

Piacque, dunque, il mio atto spontaneo; m'elevò al loro livello e tutto finì come una tempesta in un bicchier d'acqua. E poi: – Chi non vuol ballare, non vada alla festa, dice il proverbio.

Costì mi trovai in gran miseria; Livorno, per un giovine, che come me uscivo da una buona famiglia ricca e con tutti i comodi, presentava poche occasioni per fare economia: gli amici, qualche bimba, un paio di ribotte al mese, qualche partita di biliardo; qualche lira prestata agli amici che non pagavano mai, insomma lo stipendiolo, sfumava Come una rosea nuvoletta al vento e cominciavo a impillaccherarmi di debituoli. Codesta dei debiti, nei giovani, credo che sia l'origine di tutti i peccati e di tutti i mali futuri della vita. Bastano le prime cinque lire di debito per rovinare l'avvenire d'un uomo.

Perchè? mi domanderete?

Il perchè è chiaro: il giovanetto che comincia a prendere in prestito, che non ha sentito il rossore salirgli alla fronte a dover dire all'amico: – Mi presti cinque lire? domani te le rendo, – è sicuro d'essersi saldato una catena di galeotto al piede: viene il domani, le cinque lire da rendersi non ci sono; eppure bisogna mostrarsi di parola:

Che si fa? se ce l'hai, impegni l'oriolo; se non hai orologio, sei costretto a ricorrere a un altro debito: gli altri tuoi amici son più poveri di te, e allora sei costretto chiedere poche lire che so io, alla padrona di casa, al capo-stazione, a un collega che a mala pena conoscerai.

Oh tormento indicibile e vergognoso: codesto tenor di vita, lentamente ma senza fallo, ti porta alla disperazione, all'invigliacchimento, al naufragio d'ogni tuo sentimento più delicato e più nobile.

Guai, – guai se incapperete, nel corso della vostra vita, nei debiti: tenetevi contenti magari alla miseria, se non avete da comperarvi il companatico, mangiate pan duro, una galletta secca, bevete acqua della fontanella della piazza pubblica, ma non v'insudiciate le mani e il carattere creandovi de' chiodi che sapete di non poter pagare. E dire che vi sono degli esseri che ci vivono dentro da un anno all'altro (avrò occasione di parlarne) e che hanno trascorso tutta la vita in mezzo a' rabbuffi, le mortificazioni, gli uscieri e i sequestri!

Confesso lealmente che io debiti, per me, tranne quei soldi in gioventù che saldai vendendo i miei libri, non ne ho fatti mai: pur troppo, per buon cuore mi son trovato a firmar cambiali e rovinarmi per gli altri; ma ho pagato, sempre, a costo di perdere una posizione, di soffrir le pene dell'inferno, abbandonando il mio caro paese, e andando a vivere fra gli Zulù d'America e d'Australia dell'Affrica e del Giappone, per finire tra i Cholos della Bolivia.

Un uomo d'onore, di carattere e di cuore, dev'essere indipendente: povero sia pure, ma da poter camminare con la faccia scoperta, in faccia alla luce del giorno.

Chi fa debiti, è uno schiavo degli uomini, ma prima di tutto è schiavo e martire di stesso. Eppure ci vuol tanto poco a contentarsi della propria fortuna!

Costì a Livorno, dunque, feci qualche sommetta di debiti, e mi trovai a mal partito: me n'apersi col mio buon fratello Lemmi. Non ebbi finito d'aprir bocca che il brav'uomo aperse il cassettone; tirò fuori i suoi risparmi, (una sessantina di lire) me li mise in tasca dicendomi:

To' Giulio, questo è tutto quel che ho: fai il tuo comodo e rendimeli quando ti pare.

Gli strinsi la mano e me n'andai col cuore in burrasca: contento, perchè avrei pagato tutti; mortificato acerbamente, perchè sentivo che la coscienza mi rimordeva tanto e pareva che mi dicesse: – Vergogna, un amico come Lemmi! cosa dirà di te? E io dico arrossendo anche ora, mi pareva d'aver commesso una mal'azione e mi stillavo il cervello di come avrei potuto fare a rendergli que' dodici scudi che me li sognavo la notte, piangendo.

Io pensavo all'America: il castello de' sogni; lavorava a più non posso; – o se andassi via? – dicevo tra me e me; – se m'imbarcassi sur uno di questi Brick schooner che vanno e vengono da Baltimora e Filadelfia? Questi nomi Baltimora, Filadelfia, Boston, Nuova Orleans, che leggevo in su' cartelli delle Società de' Vapori, mi sonavano nel cervello come una musica misteriosa e gradevole.

Quand'ero libero dal servizio, me ne andavo con il libro in tasca (generalmente uno di quei volumi dei classici Italiani tascabili del Sonzogno, che costavano una liretta), verso i Quattro Mori e girando dietro la Darsena mi spingevo fuori, dove ormeggiavano sempre i bastimenti che arrivavano dalle Indie e dall'America; stavo delle mezze giornate costì, a sedere, guardando, studiando, ammirando que be' velieri grandi, con tutte quelle belle velature e catene e àncore e bussole; quando scendeva qualche marinaio, (che per solito lo faceva sdrucciolando giù da' buttafuori, se mi riusciva, ci attaccavo discorso e mi facevo dire i nomi e centomila cose riferenti al bastimento e alla vita marinara.

Mi rinfocolavo tutto al pensiero di poter un giorno navigare ancor io; prestavo orecchio agli ordini che udivo dare in tutte le lingue del mondo e sentivo un'attrazione indicibile verso quelle case di legno che mi pareva ci si dovesse star tanto bene, lontani dal mondo, in mezzo agli oceani, col vento che suona fra' cordami e il dondolìo sull'onde. Per me il marinaio m'è sempre stato simpatico e l'ho amato più dell'uomo di terra; l'uomo rude e adusto che paga la vita intera rinchiuso sur un guscio di noce; che a ogni momento gioca la vita a pari e caffo con gli elementi furiosi che gliela insidiano, o si culla mollemente sulle onde quiete d'un porto, o mangia sobrio un po' di pesce, una cipolla, una galletta e si disseta con l'acqua della sua fiasca, o del püron, mi ha sempre fatto l'impressione d'essere di molto superiore all'uomo che vive nelle città, nei borghi e nei villaggi, dove il carattere pieno di pregiudizi e di rispetti umani si falsa fin dalla culla, e dove il vizio impera assoluto.

Quante aurore e quanti magnifici crepuscoli ho veduti nel bel porto della mia Livorno; quante fantasime e quanti sogni mi sono portato poi con me dal mare al cielo, in quelli anni che tornai in mezzo alla società cittadina; ma se il mio cervello ne ritornò per gli anni a venire popolato di astri e di immagini purissime d'uomini sani, leali, virili, ribelli e indipendenti: ringrazio proprio il cielo che mi favorì così bene da farmi trascorrere un anno pieno di simpatiche scene e di ricordi adorabili, in Livorno.

Fu costì, a Livorno, anzi proprio nel suo porto durante le mie solitarie escursioni e felicissime veglie passate sotto una bella e corpulenta nave americana, che mi proposi di vedere il mondo tutto e girarlo quant'è tondo. M'ero incaponito d'imparare la maggior parte delle lingue e compravo grammatiche e dizionari: costì mi venne in mente d'imparare anche la lingua portoghese, e mi ricordo, che trovai in una vecchia cantina di Via S. Domenico un vecchio libraio ebreo piccolo e peloso come un brutto ragno, che mi vendè per mezza lira, il Navarino: cominciai con quella grammatica lo studio della bella ma difficile lingua Camoes, che avrei poi ripresa molt'anni dopo, nel 1880, sur una bellissima grammatica tedesca dell'Asteff che, per me, supera tutte le altre che ci sono nella vastissima serie dei libri glottologici, per imparar le lingue straniere.

Posso dunque confessare qui, che fu in Livorno dove io fermai il chiodo per correre la terra; e la terra ho corso poi molt'anni. Viva Livorno, dunque perchè, lo dico francamente, viaggiare, veder mondo, conoscere uomini, popoli, società, lingue, costumi, cieli e climi diversi; è il più bell'ideale a cui possa scaldarsi un cuore libero e una mente scevra di piccinerie.

Un giorno (non so proprio come, perchè e se fu un'ispirazione d'un angelo buono o d'un angelo cattivo), nel passar dinanzi all'ufficio postale, mi venne il ticchio di domandare se c'era lettere ferme in posta per Enrico Maclaurin! Io non avevo saputo più nulla da dieci mesi della mia Virginia, che m'aveva piantato in asso, maledicendomi e ingiuriandomi e sotto l'imputazione di tradimento.

Quale non fu, dunque la mia sorpresa, nel vedermi porgere dall'impiegato una busta gonfia gonfia di roba: mi sentii un trabussolìo nel cuore che non saprei neppur oggi descrivere; m'accosto la busta alle narici e sento proprio quel profumo speciale che era tutto suo: me ne proprio in mezzo alla piazza del Cisternone, ove non era anima viva, e costì, con le mani che tremavano, apro la sospirata epistola.

Numi del cielo che lettera! v'erano dieci mesi di dolori, di domande, di rabbuffi e di promesse; dopo aver letto e riletto quelle trenta o quaranta paginette, scritte fitte fitte, con un caratterino nitido, bellissimo, aristocratico (non v'era un'errore ortografico a cercarlo col vocabolario della Crusca, e sì che non c'è donna, per quanto intelligente che non ce ne lasci cascare un paio almeno almeno) con l'anima come rinata a vita nova, oramai non più solo ma con centomila sogni dinanzi a me e fantasticherie in gran numero da abbellire le ore della amarissima solitudine ferroviaria; ripresi il mio cammino verso la Stazione.

Ecco – dicevo tra me – che anche lei ha riconosciuto che ero innocente; è pentita d'avermi fatto tanto soffrire; mi rimette l'onore.

Costì s'avviò una corrispondenza che durò poi felice e rabbiosa fino al giorno della nostra separazione completa: cioè al 20 ottobre 1882.

Non erano trascorsi molti giorni dal ricupero della mia perduta fiamma, che arrivò un telegramma di servizio urgente perchè partissi immediatamente per Foligno, mio nuovo destino.

Mai, credo, ho sofferto tanto come a quell'inopinato trasloco, al quale io non avevo dato verun motivo: fu un fulmine a ciel sereno; mi vidi perduto, perchè avevo un monte di debituoli aggiunti a quello del mio caro Mosè Lemmi; andar via da Livorno con i debiti, manco a dirlo!

Pensai di vendere ciò che avevo di più prezioso – i miei cari libri. Era un sacrificio necessario; dovevo farlo per l'onore, per il decoro, per l'affetto.

Scrissi subito a Virginia che aspettasse mie lettere di laggiù, e piangevo e mi sfogavo delle ingiustizie che pativo ogni poco da quella canaglia pretina del cav. Gabriello.

Trovai un ladro – come sono tutti i rivenditori di libri vecchi e nuovi – che m'offri la metà di quanto m'era parso di poterci ritrarre; sì, no, prendi, lascia; con uno strappo d'una diecina di lire di più, intascai settantacinque lire e il massacro fu fatto.

Mi separai con dolore dai miei amici; anzi sentii un rimorso al cuore che mi durò di molto tempo; invano mi figuravo di potermeli ricomprare poi, con più comodo o quand'avessi fatto fortuna! in America: vedermi portar via tre cassoni di libri, mi pareva un sacrilegio e una cattiva azione a que' buoni spiriti che tante consolazioni e tante gioie serene m'avevano elargito nelle ore di solitudine e di sconforto.

Versai amare e calde lacrime seduto sur una sedia, nel mezzo della mia cameruccia, finchè non sentii giù, sotto la finestra, la ben nota e cara voce di Mosè che mi chiamava. Mi rasciutto le lacrime lesto lesto; prendo il cappello, il denaro, scendo e cammin facendo ripago il debito, gli annunzio la mia partenza e lo prego di scrivermi sempre e di non scordar mai il suo infelicissimo Giulio.

Povero Lemmi, com'era buono e affezionato: pianse meco, e mi giurò che mai e poi mai avrebbe dimenticato l'amico del cuore, il compagno d'ideali, il fratello nella lotta. E le sue parole furon schiette e sincere come oro sonante, perchè continuammo per molti anni ancora la nostra amicizia, sempre più rafforzata da sentimenti, non solo di simpatia, ma da legami politici e fraterni.

Giulio del Giapponesino mi dimostrò anche lui quanta nobiltà di cuore, quanta gentilezza, quanto altruismo albergassero nel suo animo di plebeo; gli caddero grossi lucciconi il giorno che mangiai l'ultimo stufatino che volle fare con le sue mani, in quel lieto e tranquillo ritrovo nostro, dove non erasi trovato altro che schietto entusiasmo, un'amicizia senza secondi fini e una cordialità oltre che toscana, livornese; nel sistemare le nostre cose, non volle prender tutto, e mi dissero, la moglie e lui a una voce, che gli avessi fatto l'onore di considerarli come fratello e sorella; mi fu forza accettare uno sconto di dieci lire; poi, la mattina che partii, volle accompagnarmi a far certe piccole spesette, fra le quali una bella macchinetta da caffè a spirito, che volle pagar lui, per ricordo, – perchè tutte le mattinedisse con gli occhi rossi – quando si fa il caffè, si ricordi di noi, e specialmente di me, che ni vo' bene come a 'n fratello.

Il giorno prima di partire, andai a salutare il mio mare; mi sarebbe parso di fare una cattiva azione se non fossi andato, per l'ultima volta, al mio solito posticino a fantasticare e a far de' castelli in aria, in mezzo a tutte quelle alberature, a tutti que' barchettajoli che mi conoscevano ormai uno a uno; sulle calate affollate sempre e sempre cambianti e di gente e di bastimenti e di tempo: Livorno – l'ho già dettoera, in que' tempi il primo emporio d'Italia; vi gettavano l'àncora navi di tutti i paesi del mondo; il porto, ossia la Darsena, rigurgitava, a volte, di un numero così grande di bastimenti, che le alberature formavano una foresta spessa e folta ch'era una maraviglia a vedere.

Tornato a Livorno dopo trent'anni, (cioè dopo il mio primo soggiorno nelle Americhe) non ritrovai più la mia Livorno del 1870; le strade cupe; le piazze deserte; il porto silenzioso e morto; quel popolo così forte, così virile, così lavoratore, gemeva nell'abbandono e nell'inopia; un sol cantiere – quello de' Fratelli Orlandolavorava e dava pane a' un migliajo di famiglie. Certo non può negarsi che codesto Cantiere avesse delle buone intenzioni e sapesse tener alto il prestigio e il nome del suo fondatore, Luigi Orlando, siciliano, di famiglia liberale, e che la storia ricorderà come l'Armajolo di Cavour; erano cinque fratelli dei quali Salvatore, della spedizione medici; Giuseppe fu de' Mille; gran fatto in stesso, perchè dimostra con quanta forza di core, e di sangue e di volontà d'intelligenza, la maschia razza siciliana fosse venuta a trapiantare i suoi semi nella terra labronica; ma tutto il resto, gemeva in un vergognoso e miserrimo abbandono.

Ricche casate spente; i costumi ingentiliti è vero ma divenuti effeminati; le dovizie antiche eclissate: insomma, dopo sei lustri, mi parve d'entrare in una città assolutamente diversa da quella conosciuta, ammirata e amata ne' miei lieti verd'anni; creavo, ansioso, ne' noti luoghi, le impressioni antiche, i sogni e i poemi fantastici che m'ero creato nella mente, che avevo scaldato nel cuore: nulla; null'altro se non che una stanca e pallida emozione, una nostalgia dolorosa de' beni e delle sensazioni svanite, un desiderio di morte su quelle morte cose per le quali avevo tanto palpitato, sorriso e pianto.

Giunse il mattino che dovevo lasciar Livorno; intorno al mio vagone v'era una ventina d'amici sinceri; l'ultimo abbraccio l'ultimo bacio furono per Mosè Lemmi e Giulio del Giapponesino: il primo non dovevo vederlo più; il secondo, lo ritroverei dopo trent'anni, ma oh! quanto cambiato; salìi in vagone, suonò la campanella, fischiò la macchina, mille braccia, mille sguardi, mille bocche mi salutarono con un'effusione d'amicizia vera e sentita che m'inumidisce, anche oggi gli occhi al ricordarlo e mi fa tremar la penna nelle mani; ero solo, mi sedetti col cuore stretto stretto vicino al finestrino per dare l'ultimo addio a quella città che vedevo allontanarsi da me a poco a poco, e, sconsolato, piansi teneramente. Oh felici tempi, quando s'è ragazzi!

Capitolo XXV.

 

 

 

Foligno m'apparve coperta di neve: neve alta un metro dappertutto; mi fece un'impressione paurosa e triste; la città di Induno, (chi sa perchè) mi mise freddo addosso; la lingua stessa aveva un non so che di frigido e di stretto; non udir più il chiaro, caldo, dolce eloquio toscano; non veder sulla testa splendere le stelle di sera, e di giorno il sole baciar co' suoi raggi le punte di mille alberi e le bianche tele dei velieri mollemente svegliati dalle brezze del Tirreno; le vie strette, ammassate di neve e di fango, il silenzio di una città di provincia, nojata, accidiosa e solitaria; mi misero la costernazione addosso. M'invase una tristezza dolorosa, che non mi sapevo spiegare, e mi gettai a corpo perduto nel lavoro, per distrarmi.

L'ufficio, era uno dei più importanti d'Italia: Foligno – si sa – è nel cuore del traffico del Middland italiano; la gran linea Roma Firenze, Roma Ancona s'incrociano costì con mille treni; era una baraonda infernale di convogli in arrivo e in partenza; s'incrociavano nel nostro piazzale, un pajo di mila treni al giorno fra viaggiatori, merci e facoltativi.

Tutto si manovrava – a que' tempi – col telegrafo, quindi il nostro ufficio pareva un vulcano; eravamo (Fornasero Mecheri, Brandoni, Pane) in quattro telegrafisti, miseri e soli sopraffatti da un servizio spaventoso; non si conosceva orario; il telegrafista, che aveva fatto la notte e che, perciò avrebbe dovuto riposare comodamente tutto il giorno e la susseguente, doveva rientrare in servizio alle 2, per starvi fino alle 9, con un lavoro spasmodico, perchè nel dopo-pranzo, il traffico aumentava vertiginosamente per mille cagioni; le linee franavano tutti i giorni; tutte le notti restavano treni diretti omnibus intralciati co' merci bloccati sulle linee; bisognava mandar macchine di soccorso, personale per ristabilire comunicazioni telegrafiche interrotte, andar noi stessi col vagoncino dei sorveglianti quando i guarda-fili erano da un'altra parte: insomma quegli asinoni d'ispettori e di Capi-Servizio che dominavano su noi come carnefici, bestioni inetti, superbi e cattivi, ci strippavano di lavoro e ci tartassavano di multe.

Oggi, lo so, un personale anche troppo numeroso ingombra le strade ferrate, in tutti i suoi diversi servizi; allora quattro telegrafisti e due Capi-Stazione, mandavano avanti la baracca, a Foligno e altrove.

Le nostre macchine non zittavano un minuto; non c'era tempo nemmeno di far le zone – (come si diceva in gergo telegrafico); – le gettavano sur un'ottomana ove s'ammucchiavano, bianche come serpolini in montagne incredibili, che la guardia di notte avvolgeva poi ne' momenti di brevissima tregua.

Era costui un livornese curiosissimo e si chiamava Ciucci: piccolo, quasi nano, con un naso che pareva un trombone in una testina piccola piccola, grigia e sana; due occhietti come due chicchi di pepe, quattro denti grossi e neri che gli spuntavano di sotto a due baffoni da turco, spioventi, due braccia corte corte infilate nelle lunghe maniche della tunica dalle quali a malapena spuntavano le unghie nere di due mani ossute e unte; era il vero tipo dello sguattero. Invece era stato marinaio per quarant'anni a bordo delle navi della White Star Line: aveva girato intorno al mondo non so quante centinaja di volte, e ci diceva, che se avesse sommato tutti i chilometri percorsi nei suoi viaggi, avrebbe potuto facilmente provare aver fatto lo stesso cammino dalla Terra alla Luna e viceversa! E io gli messi nome: «l'Uomo della Luna» che gli restò poi per sempre, voglio dire, fino a che non morìpoveracciomettendo fine ai suoi giorni gettandosi dalla finestra.

Costui m'affittò una stanzettaccia ove m'andavo a rintanare per dormire. Era buonopovero Ciucci – e con me parlava e si spassionava delle gran multe che piovevano sulle sue spalle unte e bisunte; (era una specialità della sua tunica, certe macchie larghe e color polvere che ci facevano il più bel vedere): – Ciucci – gli dicevo per tenerci allegri – quando andiamo a caccia nelle tu macchie? – e lui rideva cacciando fuori que' dentoni che parevano il castigo di Dio!

Mi piacevano le descrizioni dei paesi Orientali, dell'Africa dell'Indie, dell'Australia, dove lui era stato, e me lo tenevo caro con qualche bicchier di vino e un po' di cicche, a farlo chiacchierare.

Raramente avevamo (in ufficio) qualche momento di lieve riposo: la domenica, nel dopo pranzo, cessava un poco il continuo cicalìo delle linguacciute canterine, le signorine Morse, e solo chiacchieravano tra loro i due apparati della traslazione, che ci davano sempre un non poco da pensare per tenerli regolati: ogni tanto (R R R) (R R R) «regolate» «regolate» ci venivano a togliere dal nostro turbine di lavoro; bastava un nonnulla, un po' di nebbia, una regione piovosa, la neve, che cadeva più forte in un tronco di linea per indebolire e affievolire i segnali dall'una o dall'altra banda; Firenze, Arezzo, Narni non si capivano bene? la colpa era di Foligno! un po' d'elettricità atmosferica veniva a creare una forte induzione in uno dei relais? subito, subito (SMUF) SMUF), oppure (NAUF) (NAUF) si sentivano tintinnare rabbiosi sul gruppo di traslazione con qualche punto ammirativo – – . . – – per soprassello e, a seconda dell'educazione del nostro collega, anche qualche rabbioso – . . . (B) bestia; complimenti inevitabili, ma che ci facevano andare in bestia davvero.

A me, sentirmi offendere da lontano, esasperava fuor di modo: naturalmente, rispondevo con qualche espressione poco parlamentare e o con una filata di – – – . . . – – (offesa ormai considerata tale nei sapienti regolamenti telegrafici e suscettibile di forti multe); e così, dopo un pajo di giorni, fioccavano le punizioni sulle mie già scarse rendite di telegrafista di terza lire due e cinquanta.

Non creda il lettore che non mi prendessi ancor' io le soddisfazioni!

Stanco un giorno di sopportare, le prepotenze d'un collega della più vicina stazione (Nocera); mentre gli sto trasmettendo un telegramma urgentissimo e lui pare lo faccia apposta a farmi perder tempo, interrompendo ogni momento, sento fischiare appunto il treno per quella linea! Saltare nel bagagliajo, arrivare, scendere, capitargli alle spalle, zitto zitto, come un razzo, agguantarlo per la collotola, mentre credeva avermi a Foligno e lontano; ficcarlo con la testa tra 'l tavolo e la macchina, fu fatto in minor tempo che ci ho messo a scriverlo!

Si chiamava Bajocco, era napoletano e più grosso di me e più forte doppio. Povero Bajocco! mi par di vederlo anch'ora pallido, tremante, sguisciar via come una lucertola... e io inferocito che l'avrei ammazzato. Eccoti il Capo-Stazione, le guardie, facchini; niente paura; la mia lingua e la bella sincerità con la quale mi difendo, me li fanno tutti amici:

– Mentre – dico io tutto rabbioso – noi fatichiamo come cani giorno e notte per un tozzaccio di pane; hai a venir te, mangia maccheroni schifoso a romperci la santa pazienza? o la finisci tu o la finiamo noi (parlavo a nome anche de' miei compagni stufi, arcistufi di quella vita da cani). Divenimmo amicissimi, con Bajocco e nelle stazioni, quelle almeno vicine a Foligno, la lezione non poteva essere più efficace. Ci fu, è vero, chi riportò il fatto abbellito all'ispettore e infiorettato co' fronzoli più ipocriti e lojoleschi; ma per quella volta sfiorai alla lontana il Mod.° 25 (multe)!

Una notte, saranno state le undici, me ne stavo, per un rarissimo caso di silenzio della macchina, seduto davanti a una specie di stufa vecchia e rotta dove ardevano pochi carboncelli spenti; quando sento aprir l'uscio e un viaggiatore giovine piccolo, tozzo, forte, robusto, con due baffetti neri, vestito di catana e ferrajolo, con stivali, una specie di bastoncello selvatico sotto il braccio, mi chiede per favore di scaldarsi un momento le mani.

– Si figuri! Venga, venga pure. Mi stringe la mano, s'accomoda sulla sedia; gli offro mezzo sigaro ed eccoci come due vecchi amiconi, a parlar della neve e della cattiva stagione. Io accudisco al mio lavoro; lui si rinsacca nel ferrajolo, socchiude gli occhi, s'addormenta. Di quando in quando quattro parole, una frase educata, poi silenzio.

Verso le tre del mattino, la guardia mi porta il mio solito caffèdividiamo da buoni amici, beviamo, beve l'incognito viaggiatore, sto per mettere i soldi sul cabaré, ma l'uomo dal ferrajolo mi previene e: – Se mi permette – mi dice con un sorriso amabilissimo – mi faccia l'onore d'accettare per cortesia d'aver ricoverato un povero Cristiano. – Era così amabile l'offerta; brillava così spontanea e viva nei suoi occhi la riconoscenza; sentivo in me tanta simpatia per quel bravo giovinotto in quell'orrida notte di neve e di desolazione, che sarebbe stato un affronto, non accettare.

Alle quattro ricevo da Terni un telegramma urgentissimo, di Stato, diretto al Delegato della Stazione: – Bandito Mignozzetti deve trovarsi in codesto circondario: vigilare e sorprendere domicilio.

Chiamo la guardia e nel dirgli forte: al Delegato, m'accorgo che il mio omo si scote come se una corrente elettrica l'avesse toccato; esce la guardia, e non ho ancora fatto a tempo a voltarmi, che l'incognito mormorando un: – grazie, addio – ha infilato la porta svignandosela.

Chi m'avesse detto che quello era proprio il brigante Mignozzetti! Lo seppi poi il giorno, quando venni di spalla, che dappertutto si parlava della sua cattura avvenuta in casa dell'amante, che l'aveva tradito per un gruzzolo di pochi scudi! Trasecolammo, io e Ciucci, quando ricordando i discorsi di costui, potemmo arguire, mettendo insieme qui una frase stroncata, una mezza invettiva contro i governi, spie e tiranni, che il nostro ospite era nientemeno proprio il terribile bandito, terrore delle campagne e dei signorotti di Terni, di Spoleto, di Perugia e di Narni che contava sulle mani sette od otto omicidii.

L'agguantarono – com'ho detto – in casa della druda; una bella donna che gli aprì la porta, gli gettò le braccia al collo come per nascondergli i gendarmi che si trovavano appostati dietro l'uscio; l'uomo vide brillare i revolvers, si giudicò colto al laccio, diventò una fiera: tentò scannare l'infame traditrice, ma non riuscì che a farle un leggero strappo al petto, perchè otto mani l'afferrarono e lo buttarono in terra: era un leone, il povero Mignozzetti; e fece quanto potè, col coltello o pugnale che fosse, per lasciare un ricordo eterno agli uomini della legge: condotto a Perugia, fu condannato, mi pare, a vita. Io non ne ho sentito mai più parlare: sarà vivo? sarà morto? sarà sempre in galera? sarà libero?

Qui vi maravigliate dell'interesse mio verso un brigante che n'aveva fatte quante Cacco; i cuori timorati di Dio e dell'ordine sociale, naturalmente, mi crederanno, quasi quasi, un manutengolo di banditi, di ladri e di briganti. Signori miei; non è codesto; il sentimento che io provai, e che provo anche ora al ricordo del Mignozzetti, mi conduce a riflettere alle avversità della vita; alle prepotenze che commettono i potenti sugli umili; alle infamie che sono continuamente arzigogolate per rovinare un infelice. Mignozzetti era buono: la società ne fece un ribelle, poi un ribaldo: un signorotto di Gualdo Tadino gli aveva rubato la ragazza; Mignozzetti gli struscinò il cuore; vennero i carabinieri; ne cadde uno; poi caddero due guardie; per vivere alla macchia, ci volevano armi, e Mignozzetti svaligiò una carrozza; dette un monte di denari a certe povere famigliole che sapeva non avevano da vivere; e continuò un'esistenza di masnadiere che durò due o tre anni. Tutti i testimoni furono per lui, e vi comparvero delle femminette e delle bambinelle, che piansero dinanzi alla sua gabbia.

Lo vidi anch'io e lo salutai: quello un bandito? quello un brigante? Oh via, signori egregiditeci un po' – chi sarà più bandito, voi che rubate sulle pigioni e sui commestibili della povera e infelicissima razzumaglia delle capanne e delle soffitte; o Mignozzetti che vive di pane e cacio, cava la fame a centinaia di miserabili, e si difende nell'onore, perchè un signorotto gli corrompe, e porta via quant'egli ha di più prezioso al mondo, il sole del suo cuore, la poesia della sua anima?

Io aveva poca esperienza allora, e poca n'ebbi, del mondo, anche poi disgraziatamente, fino quasi a che non ebbi raggiunto i cinquant'anni, perchè il temperamento, di cui la natura ha voluto farmi dono, è stato quello d'aver sempre una cieca fiducia negli uomini, di non crederli mai capaci di malfare, di ritenere, che ognuno nasce buono e perfetto e che, se talora erra o commette qualche reità, c'è trascinato dal destino.

E così mi pareva che Mignozzetti fosse un innocente perseguitato; lo compatii; e lo piansi della sua condanna. Ma il casetto che avvenne a me, sentite povero scricciolo in mezzo a tanti mastini; sentite, giudicate e ditemi poi se non ho ragione di credere e di dire, che i banditi e i masnadieri, i briganti e gli assassini non sono veramente tra la gente che veste bene e che figura in mezzo alla società che nel viso, dagli atti, dalle melate parole spira la mansuetudine e l'onestà, per racchiudere poi in cuore il più nero e malizioso spirito d'un'ipocrisia studiata e pestifera.

Una sera, nel dar la consegna al compagno che entrava a rilevarmi; dopo aver contato, ricontato e trovato in perfetta regola il denaro dei telegrammi privati spediti nella giornata; la chiavina del cassetto a Fornasero (un giovinottone lombardo alto, biondo, con due occhi celesti che parevano sempre in agguato dietro le lenti a molletta) e vado a vestirmi. Ritornando indietro mi fa:

Manca mezza lira.

Impossibile, – rispondo io diventando rosso, rosso, – li ho contati venti volte; ne sono sicuro.

Sicuro! lo dici tu; – risponde; – Eccoli quì tutti – e vuota la piccola ciotola sul tavolino. A questa disputa, gli altri compagni ci vengono intorno incuriositi; s'apre un finestrino nel muro, (specie di spia fatta scavare dall'ispettor Pernice per sorprenderci durante il lavoro), e comparve la testa di canonico di costui: quì s'impegna una disputa animata; – Perchè ti sei fatto rosso come un gambero? – mi fa l'infame Fornasero; – non lo saresti divenuto se tu non avessi saputo che mancava del denaro!

Rosso di rabbia; tutto tremante, mi metto la mano sul cuore e grido furioso:

Giuro sulle ossa di mia madre che io ho contato i denari due minuti fa e stavano bene. Mi rovescio le tasche del panciotto, de' pantaloni, della giacchetta, per far vedere che dicevo il vero; ma tanto l'ispettore, che i compagni, mi parve ridacchiassero maliziosamente. Basta, dovetti cercare chi mi prestasse mezza lira, e versai la somma, col cuore pieno di cordoglio.

Non è dire quanto soffrii in codesta circostanza! Esser creduto ladro, mi metteva terrore; non sapevo più dove andare perchè nessuno mi guardasse in viso; nell'ufficio, fuori, fra i compagni di stazione, mi pareva che tutti mi sfuggissero, che tutti mi squadrassero con aria sospettosa; mi recavo sempre, prima che avvenisse il fatto, a far due chiacchiere con gli amici dell'ufficio biglietti, i quali lasciavano i cassetti sempre aperti come se niente fosse, e a volte se ne andavano al Caffè della Stazione a prendere il poncino e io distribuivo biglietti per loro: da quella sera in poi, appena comparivo, li vedevo subito affaccendati a serrare i cassetti in fretta e furia.

Questo sospetto verso di me, il dubbio atroce d'esser creduto ladro, mi consumava davvero. E il peggio era che il Fornasero, dopo il terribile fatto, mi si mostrava più amico e cortese di prima, io mi capacitavo del perchè: Me ne sfogavo col mio buon livornese, quando, una notte, (ch'eravamo di servizio insieme) mi dice:

– Lo sa, sor Giulio, che io ho fatto un'indagine per conto suo? stia tranquillo che c'è quì, chi sa per filo e per segno chi fu il vero ladro! – Gli presi le mani fra le mie e gli diedi un bacio; scongiurandolo che mi raccontasse cos'aveva scoperto; e mi narrò, che quella notte, dopo poco che noi eravamo smontati di servizio, il Fornasero aveva mandato al Buffet per roba da mangiare e da bere, e pagato con cinquanta centesimi.

Ora il Fornasero, come noi tutti, era sempre al verde, e si faceva prestar da Tizio e da Caio e dagli amici di stazione, tutte le volte che entrava di notte! Questo fu un balsamo per me, ma giustizia vera, reale, costì, non fu mai fatta, e mi rimase la spina infissa per tanti e tanti anni ancora e quando ci ripenso, provo le stesse senzazioni di cinquant'anni fa. Ma, dice il proverbio: – «Chi mangia il pesce, rifà le lische! e chi mal fa, mal va». Tornato dall'America, fermatomi a Pisa alcuni giorni, parlando con alcuni vecchi amici ancora impiegati, seppi che il Fornasero avea finito male di molto; che era stato cacciato via, e che, carico di famiglia, con sette o otto creature affamate, chiedeva quasi l'elemosina in Pisa stessa. Aveva finito per rubare, all'ingrosso, alterando i telegrammi, cancellava alcune parole, rabberciava le madri dei bollettari e intascava i soldi rubati. «Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino!» vennero delle contestazioni, fu provato e riprovato che era un farabutto e un ladro, e dopo un processo clamoroso, clamorosamente licenziato.

Quest'aneddotocrediatemelo – l'ho voluto narrare senz'aggiungere levare una virgola alla santa verità; e vi dirò due cose che possono servirvi per il futuro: prima di tutto questo: che alle volte, non si deve credere che chi arrossisce lo faccia proprio perchè si senta colpevole di qualche atto reo e infame; secondo: che – lo scorpione dorme sempre sotto ogni pietra, – come suol dirsi, che non basta andar prevenuti e camminare con tanto d'occhi aperti; perchè la malizia è uno dei veleni più sottili e più insinuanti che esistano al mondo; terzo: che alle volte, sarebbe prudente avere un po' più d'energia e ribattere a muso duro chi ti vuol far del male: se invece d'aver avuto uno spirito educato e gentile, fossi stato d'un animo rozzo, brutale, e furbaccione come quello di Fornasero, avrei potuto rispondergli secco secco: – Guardati in tascaladro fogunto – e lascia stare i galantuomini – ma a que' tempi avevo diciasett'anni; e i peli ai baffi non mi spuntavano ancora sul labbro, quantunque mi sbaluginassi ben bene allo specchio tutte le mattine, per vedere se nascevano. – Mi consolavo leggendo e scrivendo lettere che non finivan mai con la mia Virginia: erano lettere di fuoco, tutte poesia; lei mi consolava o m'accendeva di tormenti maggiori e pur così cari al mio core: erano i sogni dolorosi di due anime prigioniere. Due uccelli in gabbia non possono che cantare ed esalare note piene di lacrime di tra le sbarre della loro prigione: il sole, le stelle, i fiori, il verde delle campagne, che altro possono se non destare nella piccola animuccia di quei teneri cantori della Natura, le note più amare e più dolenti, i sospiri più squillanti dalle loro gole turgide e infiammate fino a scoppiare? e così noi, di lontan lontano, esalavamo i nostri dolori, la nostra passione insoddisfatta, impedita, accresciuta dalla lontananza e dalla separazione. E pensare, che un tormento simile, feroce e terribile, avrei dovuto sopportare per sett'anni; sette anni! nei quali, almeno, rimasi con animo forte, generoso e leale, fedele a un ideale per me senza uguale; al tempo stesso, esca al ben fare, incentivo a studiare, fòmite alle più grandi speranze e alle cose più belle e più degne della vita. Fu bene, – e ne benedico il cielo, fu bene che io vivessi lontano dall'adorata Virginia, e che si mantenesse il nostro amore e la nostra ardente affezione, – ma che dico affezione – la passione terribile così pura, così angelica, così onesta. L'amore, per essere mantenuto acceso e vivo per molti anni, ha bisogno del patimento e del dolore: l'amore tosto soddisfatto e appagato, si distrugge da stesso come una bella statua di neve, inalzata sotto i tepenti raggi del sole: l'amore costretto, impedito, ostacolato, perseguitato e, forse, anche calunniato, s'alimenta del suo stesso fuoco e, riardendo delle sue stesse fiamme, ingigantisce intrepido e furioso. Ben dice il Manzoni, – l'amore è intrepido; – e io, per esperienza, dico che l'amore si spenge dopo il primo bacio, se la sua intrepidità non s'alimenta nel suo stesso dolore lungo, paziente e intemerato. L'uomo lo conserva più a lungo; la donna – per la natura sua più frigida, e insensibile e vana – presto s'accende, presto si spenge: felici coloro – ma son rarissimi – cui la Natura donò come fior prelibato d'ogni bontà, quello della costanza e della fermezza.

*

*   *

Ho passato la mia vita quasi sempre solo, perchè non m'è riuscito mai di poter sopportare la compagnia di persone o ignoranti o volgari; ho preferito – lo confesso francamenteconversare piacevolmente con la gente minuta, coi contadini, con gli operai, con le persone umili, piuttosto che stare impalato e silenzioso dinanzi a certi caratteri sospettosi e dei quali io non arrivavo a capire l'intimo pensiero. Almeno con la gente del popolo, se non ho trovato le raffinatezze e la vernice superficiale di quell'ipocrisia che la gente cosiddetta ammodo ha voluto chiamare educazione; ho trovato però la spontaneità, la sincerità, la franchezza e, sopratutto, la libertà per la quale uno si sente a suo agio. In mancanza, dunque, di compagnia omogenea e di cui potessi veramente contentarmi e fidare; io preferivo quella degli unici amici che non tradiscono mai; quelli amici che potete aver sempre alla vostra portata; che sono muti, se vi piace, o confabulatori finchè volete; che non si adontano se magari li bistrattate e li scacciate da voi; che potete lodare o condannare impunemente; che possono illuminarvi la vita, rallegrarvi o farvi piacere; in una parola, quegli amici che, occupando poco spazio, e non costando a voi che il piacere di portarveli a casa, possono rendervi più ricco di un re, più felice d'una giovinetta innocente, più savio di Salomone; avete capito chi voglio dire: i libri.

Ed ecco perchè, con questi cari amici inestimabili, io me ne andava solo soletto fuori della città nelle poche ore libere che potevo strappare al mio lavoro esternamente e, o di mattina o di sera, all'aurora o ai crepuscoli, leggendo e meditando, me n'andavo otto o dieci kilometri lontano, così dove mi frullava l'estro, senza verun punto prefisso, nessuna meta stabilita.

Cominciava, intanto, ad apparire la primavera co' suoi primi segnali nell'aria, sulle piante e nel cielo: le nuvole, che pareva stessero di casa proprio su Foligno, dandogli quel color tetro e mesto delle città uggiose e morte; rompeva qua e il suo colore monotono e nero; sprazzi di luce rosa e oro si facevano strada nel cielo e l'azzurro di terso raso del firmamento, trapunto di gemme luminose e raggianti, rallegravano la Natura addormentata, svegliandola dal suo sonno jemale. Com'è bella la prima stagione dell'anno! rallegra i giovani, a cui infonde un'alacrità novella e più dolce; consola e rianima i vecchi che, nel riaprir gli occhi al mattino sentono accrescersi le forze e la speranza per qualche altro giorno lieto dinanzi a loro: – Un altr'anno ancora, – spera il vecchierello, la vecchierella tremula e cadente, e tutti; i forti, i deboli, i ricchi e i poveri, i felici, i tribolati, – senza volere, – ringraziano, in core, la dolcissima madre di tutti, dolce Natura, che impera sulla vita e sulla morte, sugli eventi e sugli astri, con la sua tragica potenza ignota ai mortali. E il sole? – Del sole non farò che ripetere l'antichissimo verso: Coeli tristitiam discutit sol, et umani nubila cerenat; e avrò detto tutto.

Una mattinadilungatomi insolitamente fuori della città – me n'andavo fantasticando lungo un magnifico stradone tutt'ombreggiato di altissimi pioppi e di cui non si vedeva la fine; quando, a un tratto, saltando di sopra una siepe, un grosso mastino mi corse addosso furioso! Non avevo meco arma alcuna; tenevo soltanto fra le mani un grosso libro che istintivamente, facendo un salto indietro, getto fra le bramose canne di quel cerbero ruggente, che vi si getta sopra con le zanne.

Morte – qua morte – (sento gridare pacificamente dietro la siepe) e la testa grigia, poi il corpo d'un omiciattolo corto e basso, un vero nàcchero rimpinzito di ciccia e grasso, viene fuori lentamente, come se non fosse fatto suo di veder sbranare un povero cristo, dalle zanne del suo ferocissimo alano.

– Non abbia paura sa: – comincia tutto ridente il vecchietto, è più buono del pane; non morde; abbaia un poco, si sa, ma come dice il proverbio: – can che abbaia non morde... – Morte qua.

Graziebuon uomo – (rispondo); ma le intenzioni non mi paiono tanto pacificheguardate: e gli mostrò il libro tutto in pezzi.

Per farla breve, m'invita a colazione in casa sua (quattro passi di distanza) e io accetto.

L'ora del giorno e la dolce stagione – m'avevano aperto l'appetito, e senza tanti complimenti, seguii quell'uomo tutto manieroso.

Entrato in un vestibolo, vedo in un angolo una ventina di croci ritte, appoggiate al muro; due o tre lanterne; zappe, badili...... «arnesi rurali» (penso fra me). Intanto ha dato una voce; viene una Perpetua grassa e grossa come lui; mezz'ora dopo eravamo a cecce a una tavolaccia coperta con una tovaglia di bucato, con un magnifico fiascaccio di vino, pane, salame, mele e un'odorosa frittata col prosciutto, grande come una luna piena.

Terminato l'asciolvere e le chiacchiere, il brav'uomosentendomi parlare dei miei studii prediletti – mi porta un telescopaccio tutto sgangherato perchè glie lo accomodassi.

Vede – mi dice – con questo, li vedo venire.

Senza capire cosa vedeva venire, pulisco le lenti, le rimetto ai rispettivi fôchi e poi andiamo a una finestrucola da cui si vede, lontano lontano, tutta Foligno.

Indovinate chi era costui? Ve lo lascio trovare in cento volte. Nientemeno: il beccamorti! E io avevo mangiato le uova e le frutta del cimitero di Foligno!

Quando me n'accorsi, era tardi: e me n'accorsi perchè il brav'uomo, per provare il cannocchiale, mi volle portare su a un piano superiore, donde, affacciandomi alla finestra vidi sotto un gran campo sterrato pieno di croci nere e di lastroni bianchi.

Che avessi dovuto proprio tripudiare su' poveri morti, m'andava poco! pure convenne simulare; ringraziai l'ospite, rifiutai di scendere giù a vedere un'inumazione che mi ponderava con grandi parole, compiacendosi del suo onorato lavoro, e appena mi potei svincolare dalle sue strette me la svignai.

Su dalla finestrucola mi perseguiva la voce del vecchietto:

Ce torni, sor Giulio, ce venga; l'aspetto domenica; badi, ce venga, me n'avrei pe' male!....

Non pensare, vecchio mio (dicevo tra me); ci verrò anch'io, ma più tardi che potrò.

Questo fattarello mi richiama a niente Shakespeare, quando in Hamlet, Prince of Danemark, mette in scena fra i becchini, Amleto stesso a ragionare e filosofeggiare sul teschio del povero Yorick! Io non sono Shakespeare, disgraziatamente, e perciò non m'azzardo a ponzare qui lunghi ragionamenti sulle vicende umane, sulla morte e

sull'eterna vanità del tutto;

perchè la filosofia, se è originale, può passare (in tempi di buffoni come quelli in cui viviamo); ma però soltanto un'osservazione semplice e adatta alla zucca dei miei piccoli lettori ed è questa: che, generalmente, noi visitiamo poco le Case dei poveri Morti; non educhiamo abbastanza il cuore dei bambini a riflettere sulla caducità umana, e sul nulla del mondo; anzi ci affanniamo costantemente a sottrarre a la vista dei nostri piccoli, le scene dolorose della vita; i profondi dolori che s'abbattono sulle povere capanne e i tuguri degl'infelici; le scene di ambascia, di miseria, di sofferenza delle soffitte; come se l'esistenza umana (che è un soffio fra due eternità oscure e terribili) dovesse essere una gioia continua, un riso perenne, un passatempo giocondo, qualche cosa di lieto e di ridente! Forse è per questo che l'anima dei giovani, punto punto che la sventura o il dolore li colga, se ne risentono e ne soffrono con un'intensità cento volte più penosa e straziante.

*

*   *

Fortunatamente avvenne, in quei giorni, un cambiamento di personale; e mutando visi, mutò, per me, il tenor di vita come dal giorno alla notte: un amico, un dolce amico, veniva a divider meco le ansietà del lavoro e i pochi istanti di libera allegria che c'erano concessi.

Alberto Bozzelli, il nuovo telegrafista, veniva da Napoli, sua patria: non era più un giovinetto; non era ancora un uomo anziano. Alto, magro, biondissimo, aveva due occhi celesti verdolini, come il mare; due lunghi baffetti sottili, biondi, come se fosser di seta, ch'egli arricciava nervosamente; una fronte rettilinea come ne ho viste soltanto in Inghilterra; quelle fronti rette, piane, che s'aggrottano sopra il naso nei movimenti burrascosi dell'anima, o quando uno scatto improvviso mette in moto tutte le fibre del viso. Portamento militaresco, elegantissimo, passo marziale da ufficiale di cavalleria, fin dal primo momento che lo conobbi mi parve ritrovare in lui un vecchio soldato degli Usseri, un uomo non volgare, un simpaticissimo tipo di giovinotto serio e spregiudicato, un carattere maschio e fiero come piacevano a me. E che fosse fiero e virile, lo vedrete fra poco. Sparso sul suo viso; mi sembrò di leggerglici però come un sordo misterioso affanno, un dolore ineffabile, una celata mestizia, che disdiceva col resto del suo fare energico, audace, militaresco.

Nei primi giorni che l'ebbi compagno, notai subito – o mi parve di scoprire – che fosse preoccupato finanziariamente; spinto da non so qual sentimento d'amicizia, di compassione, di compagnenismo, osai fare una cosa di cui poi ebbi, non a pentirmene (non bisogna pentirsi mai degli scatti del cuore); ma a benedirne le conseguenze, poichè da quella cosa nacque fra noi un'amicizia tenerissima e profonda che non ebbe fine che con la morte (dico con la morte poichè l'ultima lettera del povero Alberto, fu scritta per me). Osai dunque scrivergli sur un modulo di telegramma, dicendogli che credevo d'aver notato in lui una segreta afflizione, e, dopo i soliti complimenti banali, mettevo a disposizione sua, la non ricca, ma sincera e fraterna borsa mia.

Mi rispose un biglietto, che conservo ancora: «Caro Signor Giulio Pane. Non ho mai trovato in vita mia, un'anima più nobile, un giovine più caro: accetto.... ringrazio di cuore. Alberto Bozzelli». E così cominciò un'intimità di reciproca stima e affetto ardentissimo che avevo conosciuto soltanto col mio buon Lemmi.

Ed ecco ora come seppi cose strane e singolari di quel giovine povero e modesto, che veniva da Napoli col cuore infermo, privo di risorse, ma col dono della più grande ed eletta anima, con le prove del suo grande valore, e con l'audacia d'un carattere terribilmente strano, come or'ora dirò.

Appena fummo intimi tanto da poter aprire il cuore alle mutue confidenze, mi narrò un dramma della sua vita, che aveva deciso di lui, e che non aveva mai più permesso che rimarginasse la ferita aperta con tanto strazio.

Era Alberto d'una nobile e patriottica famiglia napoletana; a vent'anni, entrato volontario in cavalleria, n'era uscito caporal maggiore; era stato segretario del colonnello *** (non ne ricordo il nome), padre d'una leggiadra giovinetta. Istitutrice di quella signorina, una gentil figlia d'Albione, Miss Redflowers, passando giornalmente dal gabinetto del Colonnello e scambiando poche occhiate di sfuggita col bel caporal maggiore, s'era perdutamente innamorata di lui. S'intesero i due giovani, si videro nei giardini di Santa Lucia, si giurarono eterna fede e, Alberto le promise di sposarla appena terminata la ferma.

Povera Miss Redflowers: credeva d'essere scesa in Italia per trovarvi la felicità, ci troverebbe invece la morte! Colta da mal sottile, in poco più d'un anno, assistita amorosamente dalla famiglia del Colonnello, si spense in un sanatorio di Napoli. Prima di morire confessò il suo amore per Alberto; volle rivederlo, si tagliò una ciocca de' biondi, bellissimi capelli, e gliela consegnò tutta in lacrime. Alberto – (mi raccontava fremendo e contenendo i singhiozzi nel fortissimo petto) – voleva morire, scoppiata la guerra del Trentino, s'arruola con Garibaldi; è al Caffaro, a Stuoro a Contino: nella feroce mischia del Cimitero del giorno 20 luglio '66 molto si distingue Alberto; e viene ricordato all'ordine del giorno. L'indomani, Menotti o Cairoli, (non ricordo bene) giungono dinanzi al battaglione e chiamano un milite di buona volontà: Si fa innanzi Alberto:

– «Tieni giovinotto – gli dice Menotti o Cairoliporterai questo al Generale – a.....: un bagherrino è pronto; salta su Alberto e via».

Doveva percorrere il fondo della Val di Ledro, tutto un sentiero coperto, da una parte e dall'altra, d'altissime montagne formicolanti di croati. Vola il povero cavalluccio sferzato a morte: una camicia rossa in quelle gole, fra quelle fosse spaventose, desta l'allarme nelle sentinelle bianche scaglionate su tutti i ciglioni di quel lungo serpeggiamento di rocce e anfrattuosità spaventevoli. Diecimila fucili prendono la mira; un tiro di Stutzer, stende ferito il disgraziato vetturino che si getta nel fondo del barroccino piangendo e gridando; raccoglie le redini Alberto in un supremo impeto della sua fiera e intrepidissima anima; e giù botte da orbi con la bacchetta del fucile sulla povera bestia: corre, vola, l'animale crivellato di piombi; ma dopo una corsa di dieci kilometri raggiunge gli avamposti garibaldini e Alberto consegna tranquillamente il foglio all'ajutante maggiore del Duce.

La sera, all'ora dell'appello, il furier maggiore legge quest'ordine del giorno:

– Il soldato Alberto Bozzelli, dell' reggimento, è portato all'O. d. G. per essersi oggi molto distinto recando una lettera del colonnello Menotti al generale Garibaldi.

– Io caddi dalle nuvole – mi diceva Bozzellicaddi dalle nuvole, perchè non credevo, mi pareva d'aver fatto nulla di straordinario. Finita la guerra, fui decorato con la medaglia al valore. – Eppure, soggiungeva – io ero andato per morire; la divina ombra di miss Redflowers mi sembrava che si fosse seduta presso di me, e io sferzavo la povera bestia, nel timore di non poter consegnare la lettera di Menotti, ma affatto incurante di me e della mia vita.

E io m'esaltavo a queste narrazioni e tutto mi dedicavo all'amico che mi pareva proprio un essere superiore!

Andavamo a spasso insieme, e insieme a mangiare: costì s'unì a noi un carissimo giovine di PerugiaErnesto Bruschimaestro, col quale stringemmo simpatica amicizia.

Foligno, mi rimarrà sempre nella memoria anche per certi piatti di piselli con la mezzina, che invariabilmente eravamo costretti a mangiare noi tre; Bozzelli, Bruschi e io, e che durammo a tirar giù anche quando erano diventati duri e gialli come fagioli: – Una solita!era il nostro intercalare; e una solita durò, credo, fino a quando rimasi a Foligno.

Ippolito Nievo, poeta, filosofo, garibaldino; che passò su questa nostra Italia come una luminosa meteora; che morì, a trent'anni, che fu dei Mille, che naufragò nel Golfo di Napoli quando tutto era finito e ritornava alla sua Padova a godersi l'aureola della sua gloria; Ippolito Nievo, gentil fior latino, gentil genio italico, bardo, eroe, martire; nella sua incomparabile Confessioni di un Ottuagenario, dipinse, con insuperabile pennello, la famosa Cucina del Castello di Fratta.

Non è quella una cucina classica, di quelle famose antiche cucine, sale, conciliaboli, dove si adunavano a consilio i nostri avi, vecchioni dalle fluenti e candide barbe, insieme alle loro donne, con due tre generazioni di nipotini intorno? Quanti dei suoi lettori, non si saranno fermati a guardare nelle vetrine di un antiquario qualcuna di quelle antiche litografie ingiallite dal tempo, sulle quali si vede dipinta o riprodotta una cucina italiana del cinquecento, esattamente uguale a quella tramandataci, con tanta maestria, dalla penna del povero Nievo?

Ebbene io ho veduto una simile cucina, reale, positiva in Foligno; vi ho mangiato durante varj mesi; vi ho fantasticato, sognato, sospirato. Immaginatevi uno stanzone immenso, a un secondo piano, col soffitto di travicelli di legno neri e lustri come le panche di una chiesa; le pareti piene zeppe di casseruole, teglie, bricchi, pentolone e marmitte di rame, lustre come l'oro; seggiole impagliate e pesanti, con spalliere massicce, sormontate pioli muniti da palle su cui le mani avevano facile presa per trasportarle da un luogo all'altro; un tavolone sterminato di noce, lustro come un metallo brunito dall'uso di molte generazioni, con le gambe incaprettate e attraversate da listoni di legno, comodissimi per appoggiare i piedi; panche e panchetti lungo le muraglie centenarie, e un camino sterminato, grande e alto come un'alcova, sempre luminoso per il continuo fuoco de' ciocchi odorosi di legna, che facevano bollire un corpulento pajolo, attaccato al gancio d'un catenone che si perdeva, su, su, nella gola di quell'enorme bocca di lupo.

Nelle nostre ore di libertà ci riunivamo noi tre; Alberto, Ernesto ed io, a bevere e a filosofeggiare. La vecchia ostessa ci portava un fiaschetto per uno, d'un liquore che io non saprei veramente se dovrei chiamarlo elisir di lunga vita o tocca e sana tutti i mali! Che giulebbe, che vino, che rosolio maraviglioso: io dicevo che quello era il famoso vino che aveva fatto inebriare Noè quel famoso giorno che, piantava la vigna e placidamente addormentatosi, mostrò qualcosellina al sole, che non andava mostrato affatto e che fece scattar dalle risa Jafet che cacciato dal bravo Noè, quando si svegliò, andò a stabilir la sua nera razza nell'Africa tenebrosa.

Bruschi pizzicava di filosofia, e io lo stuzzicavo amabilmente a intavolare famose discussioni nelle quali ci accapigliavamo come sparvieri. Nel campo della fisica e della chimica; in quello della geologia e della fisiologia; nella biologia e nella logica; nell'astronomia e nell'etica, io avevo dei magazzini – per dir così – pieni zeppi di dimostrazioni bell'e fatte, e di sagaci raziocinj per battere in breccia, con formidabili catapulte sperimentali, le sue tele di regno della metafisica che gli provavo non potevano reggersi oramai più perchè appoggiate su basi di nebbia che dopo le opere magistrali di Kant, di Schopenhauer, di Darwin e di Spencer; erano cadute come torri di sabbia, non rimanendone in piedi che le impalcature, scheletri informi che dovevano cadere presto sotto il piccone del razionalismo.

Fino da quando – gli dicevo io – Schopenhauer in Germania contribuì con la sua opera immortale: «Il Mondo come Volontà e Rappresentazione» (Der welt als wille und vostehung) (?) a emancipare il pensiero filosofico della metafisica, gettando al suolo i falsi idoli Hegel, Schleiermacher, Fichte; l'unico che sia rimasto su è Kant con la sua «Critica della Ragion Pura» – padre naturale del pensiero contemporaneo, fiume maestoso, le cui sorgenti traggono alimento da una parte al Criticismo, dall'altra allo Sperimentalismo scientifico. La tesi di Kant è la dimostrazione della Relatività della Conoscenza; l'uomo può prendere sotto gli occhi i fenomeni, girarli e rigirarli, analizzarli, scomporli, assegnar loro un posto; ma non può assolutamente oltrapassare la parete che divide il fenomeno dal (noumeno), (noumenon'es) dall'essenza: interrogare l'Assoluto, – dicevo io – è come voler essere l'Assoluto noi stessi; mentre, anche Don Ferrante – che era quel gran filosofo che tutti sannoriconosceva l'unica proprietà fondamentale dell'uomo, essere il Relativo.

Ribatteva, l'amico, dicendo che, dovunque non si poteva passare al di della parete che separa il Relativo dall'Assoluto, non era provato che non potesse esistere Dio e la sua volontà; allora mi divertivo a entrar di pieno nello sminuzzamento della logica materialista, analizzandogli la Materia e la Forza, l'Infinito e lo Spazio, il Pensiero, il Tempo, la Causa Prima, il Moto, e la Coscienza, la Vita e la Morte; il Mondo nostro e l'Universo, lo Spirito e l'Anima, e finalmente la Verità Suprema, che era questa: che Dio non è; che lo Spirito è indissolubile dalla Materia, perchè è un fenomeno di essa, che l'Anima non esiste, e che l'uomo compiuto il suo ciclo fisiologico, si poteva e si doveva contentare della funzione puramente naturale in seno della gran Madre, dalla quale ha preso essere ed alla quale si ritorna.

Naturalmente io seguivo un metodo, discutendo un giorno d'uno, un giorno d'un altro dei miei postulati; così cominciando dalla Materia e dalla Forza, dicendogli che Moleschott ne aveva dato la miglior definizione: la materia è la sostanza da cui tutto ciò che esiste è formato, dal cervello che suscita il pensiero, al seme di grano che l'uomo ridurrà in farina; che la Forza non è un Dio, che ha dato o l'impulso; è un essere separato dalla materiale sostanza delle cose; la Forza è la proprietà inseparabile ed imminente della materia e ciò sull'eternità.

La Forza e la Materia, appariscono così come una cosa sola, anzi come la stessa cosa; sono una unità inscindibile: separarle, svaporano nel nulla, nell'assurdo. Costa dice: – Nel mondo nessuna cosa ci autorizza a supporre l'esistenza di forze in e per , senza corpi, da cui esse emanino e su cui esse agiscano: del resto la Fisica lo prova; «nessuna forza si crea dal Nulla, come nessuna forza si risolve nel Nulla»; questa certezza s'impernia nella legge di Conservazione dell'energia, e, come dice Mulder: le forze si possono svegliare dalla materia, ma non comunicarle ad essa. Evidentemente senza la frizione degli atomi materiali, non si ha calore, luce, elettricità, magnetismo ecc.

Una delle conquiste della Scienza sperimentale modernainsistevo io – è quella che stabilisce: – Che nulla si crea, nulla si distrugge: la materia è immortale, cioè eterna, indistruttibile: tanti grammi di materia spariscono da un lato, tanti grammi ne appariscono dall'altro; la materia si è trasformata, dunque. Come ha potuto far ciò? Bisogna supporre che la materia sia composta d'atomi; fu Leucippo, greco, che cinquecent'anni prima di Gesù Cristo svolse questo pensiero; Democrito – suo seguacesviluppò il sistema. Epicuro e Lucrezio, ampliarono e illustrarono la teoria; Lavoisier nel 1789, diede sanzione filosoficamente scientifica all'ipoteosi antica; e oggi si può ritenere che così sia, sebbene Gustavo Lebon abbia cercato battere in breccia l'affermazione che nulla si crea, nulla si distrugge, scrivendo alcune opere in cui tenta dimostrare la smaterializzazione della Materia, supplantando l'assioma: Nulla si crea nulla si distrugge con l'altro: nulla si crea tutto si distrugge! La teoria dell'equivalenza delle forze è poi una riprova della conservazione delle trasformazioni. Nessuna mente umana può concepire, lo potrà concepir mai, del Nulla Assoluto; trasportiamoci pure con le ali dell'immaginazione ai cosidetti principj del mondo; come si può pensare il nulla dove ora vediamo la materia? dove andrebbe a finire la Materia e la Forza? fuori del mondo no, perchè il mondo è senza limiti! Dunque la Materia è eterna; e la Forza che ne deriva è inseparabile da essa nello spazio, il quale non si può neppure concepire limitato perchè: o dietro i suoi limiti, se ne avesse, cosa vi sarebbe? Una parete di platino, d'oro, di pietra, d'etere? allora bisognerebbe considerare anche quella parete infinita!

La conseguenza generale filosofica di quanto dimostravo relativamente alla Materia e alla Forza era subito questa: che la Forza spariva per la nostra analisi, lasciandoci soltanto faccia a faccia con la Materia da cui la Forza trae origine; ma la Materia come lo prova la Chimica non può crearsi distruggersi.

Coloro – dice Büchner nel suo Stoff und Kraft (Materia e forza) – i quali parlano d'una forza creatrice, che il mondo tutto da o dal nulla avrebbe creato, ignorano il primo e più semplice principio dello studio della Natura basato sulla filosofia e sull'empirismo; vale a dire: o la Causa Prima (Dio) è la stessa Materia dotata di Forza, (Moto) e allora è falso ciò che pretende sostenere la Fede circa l'esistenza di un Creatore Personale: o la Causa Prima, per Dio, s'intende una forza a , separata dalla Materia; e allora è inconcepibile, perchè non si , in Natura, Forza senza Materia, ossia «il mondo o la materia (sostanza) con le sue proprietà, che noi diciamo forze, ha dovuto esistere, ed esisterà in eternoin una parola, il Mondo non ha potuto essere creato».

Dunque l'Universo è eterno, e l'uomo deve essere Ateo se vuol essere logico, e, veramente e sinceramente filosofico.

Distruggevo fino all'ultimo puntello lo scheletro metafisico di Dio Creatore, con Spencer alla mano (questa mente sovrana, così poco nota a que' tempi):

– «Rispetto all'origine dell'Universo, – dice nei Primi Principj – si possono fare tre supposizioni verbalmente intelligibili:

«1. Asserire che esiste di per stesso;

«2. Che si è creato da ;

«3. Che è stato creato da una potenza esterna.

«Quale di queste ipotesi sia la più credibile non è necessario indagare qui: – tale questione si risolve, in sostanza, in un'altra più elevata, quella cioè di determinare se una qualunque di essa è anche concepibile nel vero senso della parola. Per auto-esistenza s'intende una esistenza indipendente da qualunque altra; improdotta da un'altra: dunque l'affermazione dell'auto-esistenza è una negazione della creazione; esistenza senza un principio! Ora nessuno sforzo mentale ci può far comprender ciò.

«L'ipotesi dell'auto-creazione, ci conduce a concepire un'esistenza potenziale, che diventi esistenza attuale. Se si può rappresentare affatto nel pensiero, l'esistenza potenziale dev'essere rappresentata come in qualche cosa, cioè come un'esistenza attuale: il supporre che essa possa rappresentare come il Nulla, include due assurdità – che il nulla è più che una negazione, e può essere positivamente rappresentata nel pensiero; e che un nulla è distinto da tutti gli altri nulla per la facoltà che esso ha di svilupparsi in qualche cosa. Assegnare, come origine dell'Universo un agente esterno poi, è come introdurre, senza alcuno scopo, la nozione di un Universo potenziale.

«Rimane da esaminare l'ipotesi della creazione per mezzo di una potenza esterna. Tanto nelle più rudi credenze, quanto nella cosmogonia, fu supposto che i Cieli e la Terra furono fatti, press'a poco, come un mobile, costruito da un operajo. Ma questo operaio (Dio) come esiste? Ritorniamo ai tre concetti che ci hanno servito per criticare la Materia e la Forza.

«1. O Dio esiste di per stesso;

«2. O si è creato da ; oppure;

«3. O è stato creato da una potenza, esterna.

«Dio, che dovrebbe essere la Causa Prima, esistente di per stessa, o è finito o è infinito; se è finito è limitato; se è limitato, implica una coscienza di qualche cosa come avente dei confini senza ammettere una regione che la circonda da ogni parte. Ora che cosa dobbiamo noi dire di questa regione? Se la Causa Prima è limitata, e se c'è qualche cosa al di fuori di essa, questo qualche cosa non deve avere una Causa Prima – dev'essere senza causa. – Se ammettiamo che c'è un Infinito senza causa che circonda il finito causato; tacitamente abbandoniamo l'ipotesi della causazione.

«È dunque impossibile considerare la Causa Prima come finita; ma se non può essere finita, è necessario che sia infinita. Anzi, deve essere in ogni senso perfetta, completa, totale: comprendendo in se stessa ogni potere e trascendendo ogni legge. O – dice Spencerdev'essere Assoluta. L'Assoluto dev'essere il bene perfetto: se è un Potere infinito dev'esser capace di fare ogni cosa; la Bontà Infinita dimostra d'essere incapace d'impedire il male; come mai la Giustizia Infinita può infliggere ogni punizione fino all'ultima, mentre l'Infinita Misericordia perdona? Come mai l'Infinita Sapienza può conoscere tutto ciò che è da venire, mentre la Libertà infinita è pienamente in grado di tutto fare o di tutto evitare? Come mai l'esistenza del Male è compatibile con quella di un Essere infinitamente perfetto? poichè s'egli lo vuole, non è infinitamente buono; e se non lo vuole, la sua volontà è contrastata, e la sua sfera d'azione limitata...»

Di fronte a questa logica inesorabile, cadono le tre asseverazioni: 1.° che Dio è per esistente, inconcepibile (verbalmente): 2.° che si è creato da (mostruosità di pensiero, perchè: o prima cosa faceva? dov'era se ha dovuto creare lo spazio?): 3.° che è stato creato da una potenza esterna! – Ma questo non risolve il problema, lo sposta: o l'altra potenza esterna chi la creò? e così successivamente.

Tutte queste, analisidicevo ridendo al mio caro contradditore – non vengono ad altro che alle seguenti negazioni:

Negazione della finalità;

Negazione dell'anima spirituale;

Negazione della vita futura;

Negazione del libero arbitrio.

e l' eterno problema:

«Come? Perchè? Donde? Dove?» rimaneva, più di prima, come la sfinge di Gilzeh, di fronte all'uomo, tetro, tristo e sconsolato! e non nascerà mai – in eternofilosofo alcuno che decifrare e spiegare risolvere questo problema dei problemi. No, mai, in eterno, perchè com'e infinito e illimitato l'universo, scorrerebbe un pensiero infinito e assoluto a decifrarlo, – e un tempo anch'esso, infinito.

Gli ricordavo gl'immortali versi di Leopardi nella Ginestra:

«Sovente in queste piagge,
Che desolate, a bruno
Veste il flutto indorato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa,
In purissimo azzurro
Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch'a lor sembrano un punto,
E sono immense in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L'uomo non pur, ma questo
Globo ovè l'uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
E non la terra sol; ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l'aureo Sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell'uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al tutto; e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell'universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co' tuoi piacevolmente; e che, i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m'assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

 

A STESSO

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l'infinita vanità del tutto.

E gli ricordavo quest'altri del divin Leopardi scozzeseRoberto Burns che cantò anche lui: quasi co' versi medesimi, l'eterna vanità del tutto.

That Pow'r which rais'd and still up hold
This universal frame,

From countless unbeginning time
Was ever still the same.

Good Lord, what is Man! for as simple he looks,
Do but try to develop his hooks and his Krooks;
With his depths and his shallows, his good and his evil,
All in all he is a problem, must puzzle the devil!

Burns

E in quanto alla parte etica del problema che al buon Ernesto dava tanto da pensare e tanto fastidio; soggiungevo che la Storia Morale Europea e mondiale m'aveva dimostrato che la credenza, o fede, in un Dio non aveva mai impedito che l'uomo fosse il più gran brigante della Natura; che sotto le lustre d'una religione falsa, mentita e tradita dai suoi impostori eterni – i preti di tutte le chiese – s'erano perpetrati e si perpetravano al mondo ogni specie di misfatti e di soperchierie: che i martiri preclari di tutte le nazioni, da Cristo a Ferrer, dimostravano che l'uomo è una bestia crudelissima e molto peggiore della iena: che se Spencer e tutti gli altri filosofi ragionalisti non negavano una Forza Ignota o Potenza naturale, insediata nell'infinita Natura, questa Forza Ignota era ben lontana da essere l'Assoluto metafisico Hegeliano, Fichtiano, o di Schleiermacher, e risalendo su su, a quello di Platone; e che – astraendo dai sogni del cervello umano limitato e relativo, bisogna operare secondo la Morale che insegna l'Educazione e la Virtú – e morir soddisfatti. E ciò veramente basta se non conforta; perchè l'Anima, o meglio, il Sentimento, ha pur bisogno di perfezionarsi perchè cerca eternamente il suo meglio e il suo – «non soffrire» – che noi diciamo progresso. Esser virtuosi senz'aspettare pretender premio; desiderare il bene, senza volere vendetta sui rei o sulle ingiustizie; non è questo la prova suprema che lo spirito non ha bisogno d'esser patrocinato da un misterioso Dio che non si fa vedere, che si nasconde in un infinito imperscrutabile e impenetrabile e che solo scarica i suoi ciechi colpi, come un pazzo fremebondo e perverso?

Che sì, è vero, è penoso vedere i malvagi stare alla pari, anzi assai meglio dei buoni; ma questo basta, soddisfa al vero filosofo.

Le religioni sono nate dalla paura; si sono ingentilite nel rispetto ai definiti; si sono fortificate creando tempi, nell'adorazione del cadavere; che l'oltre tomba, è originato dal doppio dei sogni, dalle allucinazioni, dalle convulsioni epilettiche: insomma da fenomeni materiali e soprannaturali; che l'anima non è, e che, come dice Shakespeare:

There is some soul of goodness in things evil, e la vera sapienza consiste nel proprio perfezionamento: così dice stupendamente Burns:

Give me one spark of Nature's fire,
That is a learning I desire.

Tutte queste volate ed elucubrazioni noi le facevamo trincando allegramente quel nettare che oggiastemio da molti anni – forse ribenedirei sulla mia parca tavola; mentre Alberto, fumava, beveva e ci stava a sentire a bocca aperta e con gli occhi spalancati. Parendogli incredibile che tutti quei ragionari profondi io li traessi fuori con un paragone così grossolano com'era quello d'alzare il bicchiere di cristallo e invariabilmente incominciare la mia lezione di propaganda così: – Vedeteamici – questo cristallo e il gas esilarante che contiene, si compone di minutissimi atomi, tanto piccoli da essere invisibili anche sotto la lente del più potente microscopio: eppure; ogni atomo di queste due sostanzecristallo e vinobianco etereo e rubino d'oro, sono mondi, astri che li separano l'uno dall'altro come dalla Terra sono separati, in spazii giganteschi, Sirio, Denèbola, Aldebaran; le stelle della Croce del Sud, tutte le nebule, tutti gli astri e pianeti e sistemi di stelle che volteggiano e turbinano nell'azzurro sidereo, abisso inscrutabile e ricolmo di polveri cosmiche, a loro volta costituenti innumerevoli universi sperduti nei remotissimi penetrali del firmamento...... discussioniripeto – che non finivano mai e che m'inalzavano, secondo loro, al disopra delle povere macchinette canterine dell'ufficio modesto e triste di Foligno.

Chi sa! Ernesto Bruschi, se ne ricorderà più di me? Si ricorderà più del buon Alberto Bozzelli? della nostra filosofia? De' bei giorni giovanili?

Vassene il mondo e l'uom non se n'avvede, purtroppo: e instilla un pensiero di malinconia nei cuori di chi sente davvero la sua potente e misteriosa poesia; ma tutto sbiadisce e discolora nell'eterno dolore della vita: – Le savant sincère – est celui qui, à travers des vérités d'ordre inférieur, cherche des vérités plus hautes, ou mème la vérité suprème – le veritable savant le seul homme qui sâche combien, est un-dessus, non pas seulement de notre connaisance, mais de toute conception humaine, la puissance universelle dont, la Nature, la Vie, la Pensée, sont des manifestations.

Queste egregie e irrefutabili verità, aleggiano in un cielo sereno: quello della scienza; ma l'uomogiovine o vecchiosente che anela a qualche cos'altro ancora: perchè le sue concezioni umane sempre lo rimandano alla sorgente primiera dei suoi affetti: e allora nascosto nel profondo del cuore, in quel cantuccio ove sono riposte a tutti gli occhi volgari, risuona il canto al poeta:

Oh, se per nuovo obietto
Un di t'affanna giovenil desio,
Ti risovvenga del materno affetto!
Nessun mai t'amerà dell'amor mio.

È la madre che parla, dal profondo dell'Universo immortale: e una lacrima bagna gli occhi del pensatore solitario che vede passare dinanzi alle sue torbide pupille le figure dei suoi fedeli amici che furono, e di quell'ancora che, immemori, o trascinati dal torrente della vita, obliosi vaniscono!

*

*   *

Povera e nuda vai filosofia.

Questo verso, credo che sia del divino cantore di Laura: e non mai così vero mi suona all'orecchio ora, mentre sto sfilosofeggiando alle fantasime di due amici, uno morto, l'altro professore a Bari, il buon Ernesto Bruschi. Ma la filosofia, vera o falsa, non pane, fortuna: eppure – vedeteincita e si burla di noi poveri mortali specialmente quando siamo giovani com'era quest'umile narratore. Nel più bello delle mie elucubrazioni e disquisizioni filosofiche, vaporate via col fumo della pipa, m'avvenne un fatto così curioso e notabile che per poco m'avrebbe fatto perder quella gravità filosofica di cui io andavo in cerca con tanta bramosia sulle opere di Kant, di Shopenhauer, del Mansel, dello Hamilton e di Spencer. O sentite.

Una mattinaera di sabatosmontato dal servizio di notte; stanco e freddoloso, me ne vado a casa, e non vedo l'ora d'esser sotto le coperte con la testa per riscaldare le membra assiderate; quando, nell'appoggiarmi alla sponda del letto per levarmi i calzoni, alzando gli occhi, vedo tre numeri scritti a lapis sul muro, proprio difaccia a me. Stetti così un istante e mi balenò questo pensiero fugacissimo: – Se li giocassi? Tante volte, chi sa, si sono dati certi casetti!... Ero per rivestirmi, correr giù al botteghino; buttar via cinque lire in un terno secco e doventar ricco senza tanta filosofia sprecata! Ma il freddo e la stanchezza ebbero il sopravvento anche sui sogni, e mi ficcai dentro, scordando i numeri, la filosofia, e la rosea speranza. Ma, ahimè, qual non fu la mia sorpresa, dolorosa e dispettosa a un tempo, nel trovare, il giorno dopo, spiattellato quei precisissimi numeri sul cartellino delle estrazioni del botteghino del Lotto! Mi morsi le mani; lo dissi agli amici; questi divenuti tutti sapientoni, mi pigliarono in giro per molti giorni finchè, a forza di pensarci su, ne cavai una morale veramente filosofica e infallibile. Che non bisogna scotersi affliggersi delle mancate fortune, delle disgrazie che ti càpitano fra capo e collo quando meno te l'aspetti; e che – soprattutto, – non bisogna giocar mai al ladro lotto, per non dare soddisfazione a quel porco rufiano del governo che ci specula su; che se tutti gli uomini onesti del nostro paese facessero propaganda contro lo sperpero de' soldi che la povera gente butta via nelle fauci ingorde del più gran bandito che si conosca al mondo; sarebbe sradicato un bubbone spaventoso che avvelena e uccide tanta povera gente e che divora e succhia le forze vitali del proletariato in un modo spaventevole; e allora, spenta l'immonda piovra, la miseria vergognosa e ripugnante non s'assiderebbe più nelle soffitte e nelle cantine, non mieterebbe più vittime con l'abbrutimento, l'alcoolismo e la pazzia, col delitto, la corruzione, la degenerazione dell'infanzia e della donna; e tutti gl'infiniti mali che lacerano e disfanno la più rigogliosa e miglior parte dell'umanità.

*

*   *

Mi dibattevo intanto fra i ferri d'una gabbia mortale; anzi in quattro gabbie, le cui sbarre, non soltanto mi precludevano l'aria libera e la luce della libertà in faccia al sole; ma minacciavano d'inselvatichirmi e inaridirmi avanti il tempo: la prima era il mio sfortunato e insoddisfatto amore per la non mia Virginia; e la povertà, che isteriliva le sorgenti della vita, destituito com'ero d'ogni comodità e d'ogni alimento puro; la terza, un ambiente meschino, volgare, ignorante superbo e brutale, che mi ricordava, con profondo sentimento i versi del mio infelice poeta:

« mi diceva il cor che l'età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natìo borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil, cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo
Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
Per invidia non già, chè non mi tiene
Maggior di , ma perchè tale estima
Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de' malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzatoe degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
Il caro tempo giovanil, più caro
Che la fama e l'allôr, più che la pura
Luce del giorno, o lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell'arida vita unico fiore».

Io avrei accettato quasi più volentieri la galera che dover stare in un ufficio, dodici, quattordici, venti, ventiquattro ore, sempre con la spada di Damocle sulla testa; quella finestrella, che l'ispettor Giuseppe Guidi (mi par d'averlo detto) aveva fatto praticare a uso e consumo dei suoi nobili sentimenti di sbirro telegrafico, mi stava dinanzi e nell'anima come un incubo, come uno di quei misteriosi gioghi che si sentono ma non si vedono: ogni tanto, per una parola fra noi detta in tono un po' più elevato; per una risata, per una domanda – che so io – per un . – ... (aspettare) dato di sfuggita a una stazione che chiamava fuor di luogo (noi sapevamo benissimo l'ora che vi poteva essere urgenza vera in una linea per il passaggio de' diretti, o macchine o altro); subito cigolava quella accidentata finestrucola e compariva la testa mezza pelata del boja, con que' suoi occhietti scerpellini e quella faccia di c.... alderotto arrugginito, che, se rideva con quella bocca fessa e maligna pareva cigolasse; se era arrabbiato, sbrodolava bava dagli angoli e dai pochi denti, neri, bucati e rotti. Era poi suo tirapiedi e compare e degno Acate, un senese rosso e alto, con una faccia da cherico invecchiato, con sul naso un par d'occhialoni mascheranti la grande asinaggine del padrone, col lusso e lo scintillio delle grosse stanghette d'oro e di due grandi vetri da miope; perchè il degno sosia era di vista corta all'ultimo grado, e, noi, ne approffittavamo per fargli i più be' tiri di questo mondo.

Povero Adamo Bianchi, che corna si rimpastò, correndo il tempo; ma nessuno se ne commosse ne sentì pietà, perchè era stato aguzzino feroce e crudele della povera gioventù che gli cadeva sotto le mani, e s'era inerpicato a' primi posti strisciando e anguilleggiando fra sacrestie e segreterie: io lo chiamavo Sant'Ignazio di Lojola e il nome gli rimase vita natural durante! Di codesti due aguzzini, mi volli vendicare, però in modo superlativo e segretissimo, per non incappare nel pericolo che dicendolo a qualche compagno, me lo rifischiasse fuori e arrivasse a scoprirsi il peccatore. La burla bisognava farla di molto bene, perchè erano due furboni che ci rivendevano a uno a uno, peggio che se fossero ebrei. All'ispettore, dunque, gli tramai questa burla che fu veramente terribile.

Sulla finestrina, inchiodata al muro, c'era una specie di scaffaletto dove ci si tenevano varie cose pe 'l servizio, circolari, buste ecc; sul piano superiore dello scaffale ci tenevamo il recipiente d'una pila, pieno di gommaccia puzzolentissima e tutta piena di mosche morte o da morire: con un fil di refe solidissimo attaccai uno spillo al filo e lo inganciai all'orlo del vaso; poi facendo carrucola degl'isolatorini che portavano i fili di rame alle macchine, stesi il filo lungo tutto lo stanzone, e aspettai il momento opportuno che fossi solo.... Non mancò, l'amico, d'aprire al solito con uno strappo al finestrino, e io dall'ultima macchina, lesto, tiro il filo; cade il vaso, si rovescia il fetido moscajo sulla zucca pelata dell'idrofobo e arrabbiatissimo energumeno; ritira costui la testaccia di manigoldo, e corre per venire in ufficio; ma mentre lui deve percorrere il cammino che va dall'ufficio suo, il piazzale, e le stanze delle macchine, il filo e lo spillo sono nella mia tasca. Vi lascio pensare la scena che successe: chi sa cosa mi avrebbe fatto se avesse potuto suppore che ero stato io la causa di tutto quello sfacelo! Ma a me nulla poteva dire: e io, serio serio, faceva finta di compatirlo e chiamai un facchino a ripulirlo che aveva il collo e le spalle tutte imbrodolate.

All'altra canaglia, gli giocai un tiro meno sporco, ma quasi quasi più feroce, e questa non la voglio raccontare, perchè dovrei chiedere a un macellajo di Firenze il conticino che gli feci pagare di due magnifiche corna, che racchiuse in una scatola, gli feci pure spedire da Firenze: e chi gliele spedì fu il marito della MariettaEugenio Verdellimesso su e d'intesa con me, per una lira....

Voi diretepuritani della morale, – che queste sono azioni abbiette che non si fanno. Sta bene: avete ragione e io ho torto (voglio dire ebbi torto); ma non erano abbiette, malvage, assassine le azioni che ci facevano que' due torturatori che si pappavano stipendi da rimminchionire, e ci multavano con crudeltà infinita, mentre i nostri stipendi a malapena ci permettevano di vivere con scarsezza da affamati? Non me ne pento, no; nemmeno ora che ho quasi settant'anni e ne son passati tanti da quel tempo: chi la fa l'aspettidice il proverbio e ritorno a bomba.

Sul finire dell'estate, fui traslocato a Narni, dove terminava la rete italiana e attaccava quella papalina: quì vi ritrovai il buon Gigi del Re, e vi conobbi Napoleone Risaliti; un bravo giovine, abilissimo non solo tanto come telegrafista, ma anche come ballerino formidabile, gran bevitore, gran fumatore, gran rubacori di ragazze (che belle c'erano allora, e forse ci saranno anche oggi), talchè i nostri conciliaboli notturni ne' caffè e osterie della graziosa Narni era davvero diventata una specie di guerriglia sorda di banditelli, tre moschettieri scapati.

Come è bella Narni, a cavaliere su quella ripida montagna, ravvolta da boschi secolari di pini giganteschi d'un verde vellutato scuro, quasi nero, sotto le cui ombre i rosignuoli sembra che stemperino le eterne canzoni dei poeti latini della vicina Roma in ritmi sempre variati, dolcissimi, calmi, umani, maravigliosi.

Io mi godevo e mi estasiavo per ore e ore costì seduto con un poeta latino fra le mani – l'Eneide e Orazio – quasi sempre, perchè la sacra melodia dei versi del Mantovano e del Venosino, mi pareva che non meglio che sotto quelle silenziose e annose vôlte di querci, di pini e di frassini, potesse ricercare le fibre della maravigliosità e del sentimento.

Fu durante codesta pace agreste, epica, e melodiosa, che cominciarono a sentirsi le prime notizie della guerra Franco-Prussiana; i disastri francesi; Sédan la defezione di Dazain: la marcia di Moltke su Parigi; gl'incendi della Comune; le eroiche gesta dei ComunardiAmilcare Cipriani, Malon, Flourans – le grandi e gloriose figure del ..98 marzo '71; la caduta di Napoleone, le Petit, l'uomo del 2 dicembre; e poi Garibaldi a Melun, le tre giornate 21 - 22 - 23 decembre a Dijon; Tito Strocchi – mio grazioso concittadino che ebbe l'onoreunico in tutta la campagna Franco-Prussiana – di partecipare alla presa dell'unica bandiera di un reggimento prussiano; bandiera che il Capitano Rostaing dette a Ricciotti; e finalmente i primi rumori che il governo Italiano, spinto dall'imperiose manifestazioni sulle piazze delle città d'Italia, sospinto quasi a calci nel preterito, si decise a correre l'alea di una guerra aperta, a Papa Pio IX, terminata con la caduta dell'immondo potere temporale.

Invano tenterei, quì, di descrivere il tramenio che portò con un fatto cotanto memorabile nella politica italiana: Si agglomeravano grandi quantità di soldati alla frontiera papalina; e la maggior parte provenivano dalla linea toscana-umbra; Firenze, Torino, Milano, Arezzo, Perugia, Livorno mandavano gran soldati, salmerie, carri, e tutto s'agglomerava nel cuore dell'Umbria - Foligno, per essere inviati a Narni a Orte e invadere lo Stato Pontificio.

Quì il governo italiano si trovò a corto d'ottimi telegrafisti e fece incetta dei più abili di quelli ferroviarj: eccoci dunque, nel settembre, scaglionati co' battaglioni che si spingono verso Roma nelle varie stazioni, mano mano che l'esercito avanza verso la Città eterna. Narni, Orte, Borghetto, Stimigliano, Passo Corese, Monterotondo...... vengono prese senza colpo ferire, e il personale papesco (chiamiamolo così) viene gentilmente pregato di lasciare la stazione, il telegrafo, la posta, ecc. ecc.

Durante queste operazioni, diciamo pacifico-guerresche, avvennero casetti curiosi di ridicola ribellione da parte d'impiegati caccialepri (come s'addimandavano allora e come li avevano battezzati i sopraggiunti invasori, che a loro volta furono chiamati da' caccialepri: buzzurri).

Quando mi presentai a Monterotondo con una scorta di soldati e un sott'ufficiale per impossessarmi dell'ufficio telegrafico, il telegrafista non volle venir meno al suo dovere di difensore delle sante chiavi e s'aggrappò con le braccie alla macchina scrivente, rosso in viso di feroce resistenza, pronto a sacrificar la vita per il suo papa-re, prossimo a cadere sotto il peso de' suoi millenarj misfatti. Invitato, con le buone, a sottomettersi alla dura, ma inevitabile fatalità storica, il baffuto telegrafista (era un giovine bassotto, e traccagnotto con un testone grosso grosso tutto coperto di capelli arruffati e scomposti), si mise a urlare come un ossesso inviperito e ridicolo nella sua impotenza: visto che non voleva andarsene con le buone, il sergente lo fece prendere per le braccia da due soldati che a viva forza lo cacciaron via: – solo per forzagridava l'indemoniato – solo per ingiusta violenzacedo alle armi; solo alla forza.... e strappato dal suo ridicolo abbraccio il Capitano lo fece mettere in un vagone da bestiame con altri ribelli, più indemoniati.

Questo fu un fatto lieve e di niun conto; ma uno ve ne fu, e gravissimo, che ebbe scioglimento felice la mattina del giorno 20 settembre, e che avrebbe potuto invece condurre, colui che ne fu la causa, (il Capo-Stazione papalino dritto dritto De Dominicis, che poi divenne mio amicissimo) e che fu salvato proprio per miracolo, come sentirete, alla fucilazione.

Ecco il fatto come mi fu raccontato, dopo l'entrata dei bersaglieri dalla breccia di Porta Pia.

Fu visto, verso le 8 del mattino del 20 settembre, innalzarsi sulla stazione di Orte, un grosso pallone nero; a Orte si trovava lo Stato Maggiore dell'esercito, e il Generale Cadorna: arrestato il De Dominicis sotto l'accusa di segnalazioni al nemico in tempo di guerra, si difese come chi sa che l'indomani pagherà con la fucilazione il suo tradimento. Egli negò sempre: disse che aveva lanciato il globo aereostatico nero per divertimento, ma la condanna venne e fu terribile. Soltanto, verso le dieci di sera arrivò al campo italiano l'ispettore dei telegrafi pontifici, Fabio Binda, di Lucca, il quale si presentò al General Cadorna, dicendo che De Dominicis era innocente; che egli ne dava maleveria, che il segnale invece era per annunciare ai liberali nascosti nella Città eterna, dell'imminente arrivo alle Porte, dell'esercito liberatore. Fu creduto, e De Dominicis ebbe salva la vita, ma lo trattennero prigioniero e soltanto si liberò pochi giorni dopo, quando ormai tutto era terminato.

Il De Dominicis la scampò bella, e se ne ricordò per un bel pezzo della paura provata, perchè nell'anno 1879, che lo trovai Capo-Stazione a Palo, mi narrava ancora, con gran lusso, di particolari e con un tremito nella gola che mi faceva ridere, la famosa avventura del pallon volante.

– Volevi bene al papa, eh, caccialepre fogunto, (gli dicevo io) e l'avvisavi di star pronto a scappare come nel '49!

– No – Non è vero; – rispondeva, bianco come la carta; io non sapevo nulla di quanto si voleva fare, e dei palloni ne avevo mandati altri in altri giorni.

– Dunque non è vero nemmeno che tu segnalassi ai liberali di dentro, di preparar le armi per far scoppiare un moto insurrezionale.

– Anzi, questo volevamo fare nojaltri, e il Binda lo sapeva.

Fosse come fosse, il De Dominicis era un tipo simulatore e non credetti mai che dicesse il vero: come non credetti mai nemmeno al patriottismo del Binda (fatto subito dopo cavaliere). Erano codesti i soliti uomini volta-casacca pronti a buttarsi da una parte e dall'altra, a seconda del vento: ormai i francesi erano lontani e avevano da fare a casa loro; altrimenti, se avessero fatto come nel '49, il patriottico Binda lo avreste visto con loro, tradir noi, per il papa.

Rimasi a Monterotondo ancora una ventina di giorni; ma ardendo di voglia di veder Roma, di trovarmi anch'io a quei giorni famosi non spettatore lontano, ma testimone oculare, magna pars umile e modesta feci domanda d'essere annoverato nel nuovo personale della stazione di Roma Termini, dove mi trovai, a' primi d'ottobre del '70.

Capitolo XXVI.

 

 

 

Quando il treno mi scaricò sull'imbarcadero che m'aveva condotto a Roma, scesi in un baraccone che mi fece l'effetto d'un serraglio di bestie feroci. L'attuale stazione non esisteva ancora; rimasi male, e cercai invano di scoprire con gli occhi quella venustà e quelle memorie famose che hanno reso Roma la Capitale del mondo. Ma la Roma vera, non era costì; la troverei, però; mi buttai intanto a corpo morto dentro i suoi borghi, e giù giù da Magna Napoli, Via Panisperna, Piazza Venezia il Gesù, il Corso, cominciai a orizzontarmi e aprire il cuore all'allegria.

Ero in Roma, nella famosissima Roma, non più oggi sotto le grinfie del papa, ma casa nostra e nostra di costumi e di fede. Vedevo i nostri bersaglieri, la nostra fanteria, l'artiglieria, il treno, il genio militare, sparsi dovunque: pareva che Roma si svegliasse da un sogno millenario e avesse aperto le sue braccia, le sue case, i suoi palazj per ricevere degnamente i suoi figli. Sorvolerò la parte anedottica di quei primi mesi; chi ha letto Ugo Pesci, i giornali e le cronache di quei giorni straordinarj, non ha bisogno di legger da me le descrizioni pedestri che io ne potrei fare: tratteggerò, per mio comodo, le impressioni mie, oggettivamente, riportando il mio pensiero a quei cari giorni, ormai così lontani e sbiaditi nel ricordo, ma così vividi ancora nel mio cervello e nel mio cuore che mi par d'esser giovine a quel modo come quando, gettando il berretto nell'armadio delle pile, mi slanciavo furibondo per le strade, e dopo aver mangiato un boccone, correvo strade e piazze, esaminavo monumenti, mi fermavo estatico dinanzi a' ruderi di cui ogni casa ne ha incrostati de' pezzi preziosi, decifravo scritture antiche su' pietroni mezzi corrosi; mi fermavo per ore e ore seduto nel Colosseo a meditare sulla caducità degli eventi umani, dei popoli, delle razze, delle nazioni e dei governi; m'arrampicavo, su, su, fino alle ultime gallerie del Colosseo e di , spingevo lo sguardo lontano lontano sulla desolata campagna romana, sui monumenti, sui famosi Colli che la storia, ad uno ad uno, ha segnato e resi immortali per l'eternità. Ed era cosí potente e viva la memoria, dei fatti storici ch'io avevo imparato su' banchi da scuola da fanciullo, (e non erano ancora trascorsi molti anni) che tutte le principali scene, i personaggi celebri che avevano brillato a' tempi dei re, poi degl'imperatori, poi dei barbari fino a quelli luminosissimi della Rinascenza, quando papa Clemente VII, papa Giulio II, Leone X, ecc. incoraggiando le Arti, ospitavano gl'immortali Michelangiolo, Tiziano, Raffaello, Cellini e la pleiade straordinaria di quegl'ingegni maravigliosi, che stamparono un'orma indelebile, e inimitabile, anzi inaccessibile dall'umanità futura.

Roma, ha un incanto particolare che non hanno altre città al mondo; chi c'è stato, sente il bisogno di ritornarci; eppure – in – è una città scura, severa, imponente; maraviglia come, chi per esempio è stato a Napoli e a Milano, a Torino o a Firenze, sente così grande la differenza tra città e città che crede quasi impossibile farne un raffronto: sì, rivedrà volentieri Torino per la sua leggiadra situazione e sistemazione pulitissima, direi limpida delle strade e de' monumenti; Milano per il suo traffico scomposto e agitato che la fa somigliar a Londra, anche per quella sua nebbiolina che, a certe ore del giorno, t'impedisce la visione vicina degli oggetti, e delle persone; Venezia, piace – sebbene appaja monotoma – e triste e soffocata a chi viene da Napoli o da Firenze –; la Capitale della Toscana, seduce con la leggiadria e la gentilezza incantevole dei suoi Colli, delle sue amene e vaste strade, delle piazze Storiche, dei tempï maestosi e maravigliosissimi, di cui, ogni mattone, ogni pietra, ogni marmo, tramanda – sto per dire – una voce fiorentina tutta sua, che riempie gli occhi, il cervello e il cuore, d'una magnificenza unica più che rara: ma RomaRoma, per il pensatore, per il filosofo, per uno spirito fantasioso e poetico, è qualche cosa d'immenso, di gigantesco, a immaginarsi e a descriversi: troppe e troppo grandi e inestimabili sono le memorie che s'affastellano l'una sull'altra, nel breve spazio di pochi passi!

Quì, monumenti e storia si mescolano in modo inestricabile: non bastano le fuggitive e affrettate descrizioni de' cronisti e dei Tacito; qui ogni palmo di pietra, di marmo, i sassi stessi, ogni centimetro di vetusto marmo, ti narra i palpiti e le gesta di un popolo, che lasciò nell'universo una lingua che mai ammutolirà: oh la divina Roma, chi saprà descriverti con la voce di Virgilio redivivo? Chi saprà cantare, in istrofe immortali, come quelle del dolce Mantovano, le gesta famose che t'illustrarono gli uomini come Mazzini, Garibaldi, Manara, Mameli..... dai più illustri ai più umili, da Mazzini a Ciceruacchio, da Giuditta Tavoni a Quirico Filopanti, fino a tutti i martiri che cementarono la tua grandezza, da Virginia ai Bruto, da Bruto ai Cairoli, da Siccio Dentano a Vincenzo Calderi a Corazzini a Villa Glori?

Esaltato, e rabbioso d'entusiasmo di sentirmi italiano nella Roma ormai nostra; le minuzie della vita scomparivano assolutamente dinanzi ai miei occhi: il mangiare, il dormire, il riposo, non avevano, per me, veruna importanza. Trovai, al principio, una cameruccia in Magna Napoli, su, a un quarto piano, e mi v'istallai come in un campo di battaglia – M'era compagno di camera vicina, un commesso mio collega della ferrovia, il più bel matto ch'io abbia mai imbattuto sulla faccia della terra: era smunto; secco e allampanato, con la carne attaccata alle pungentissime ossa; mani e faccia untuose; capelli arruffati, due chicchi di pepe negli occhi; un parlare a scatti e autoritario. Oh che bel matto; sofistico e atrabiliare, attaccava quistione col padron di casa per un nonnulla: sbattacchiava una porta? ecco quando Luigi Coletti – che così si chiamava – fuori della camera, investendo con furia il disgraziato padrone, certo Giovanni Franci, un cor contento fiorentino che veniva lemme lemme a pacificarlo. Miagolava il gatto? giù botte e grida da far paura. Insomma, era un tipo straordinario; mezzo Don Chisciotte, mezzo eroe; ed eroe per bacco era stato davvero: se lo diceva poco con nessuno, meno che con me, che portavo il bon per la pace dandogli sempre ragione.

Mi mostrò un giorno i certificati delle sue prodezze: quattro medaglie al valore; aveva difeso Venezia con Daniele Manin; aveva combattuto alle Cinque Giornate di Milano; aveva preso parte alla rivoluzione di Brescia; con Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi, il '49 alla difesa di Roma. Mi sentivo ben umile dinanzi a un eroe di questo valore, e capivo perfettamente che, un uomo di quel valore era qualche cosa di sacro e di diverso dagli altri: e infatti, ne ho conosciuti moltissimi di quei nostri patriotti che dettero la loro gioventù e il loro sangue per darci una patria, e li conobbi – quasi tutti – nervosi a quel modo, irrequieti, parlando a scatti, e suscettibili d'impeti furiosi che – a chi non li conosceva e non li avesse in praticaincutevano antipatia e dispetto; ma non era giusto. Si riportassero gli uomini a qualche loro gesta a que' loro martiri; ricordassero ch'essi avevano giocato a pari e caffo la gioventù, il patrimonio, la famiglia, le mogli, i figlioli, le amanti, per correre ove più si pugnava a redimere questa nostra povera e cara patria; e allora anche le loro stranezze svanirebbero come fatterelli quasi necessarii, comuni.

Io amavo Coletti grandemente: scopersi che pativa la fame! perchèdomanderà il lettore? – non era impiegato, era vizioso, scostumato?

Oh no! Povero Coletti, era un fior di galantuomo: scopersi che tutti i suoi denari li spediva a una sorella a Udine o Vicenza, vedova d'un ufficiale morto alla difesa di Venezia, che aveva un branco di figliuoli. Lui mangiava tozzi di pan secco e beveva acqua. Morì, di a qualche anno, in un Ospedale: grandi funerali furono fatti al valoroso e sul suo feretro la camicia rossa e le sue sei o otto medaglie brillavano come gemme: unico ricordo a una devozione degna di miglior premio!

Però – nell'accomiatarmi dall'ombra del mio buono ed eroico amico Coletti Luigi – non posso passar sotto silenzio un fatto veramente strano, e anormale, curioso e incredibile insieme, ch'egli perfetto misteriosamente e che ci tenne in grandissima agitazione (come sentirà il lettore), il padron di casa e me, per lunghi giorni fra l'incertezza e il raccapriccio.

Teneva il buon omo nella sua cameretta, appoggiata a un usciolino che separava la mia dalla camera sua, (uscio che stava sempre serrato a chiave) una specie di cassa nera nera e lunga lunga, che pareva una bara. Noi non sapevamo cosa ci tenesse dentro, ed egli teneva gelosissime le sue chiavi che, per niuna ragione al mondo, lasciava toccare a chicchessia; caduto malato, avendo avuto bisogno d'aprir quella cassa-bara, aveva voluto con una scusa, che escissimo prima di camera, e l'avevamo sentito benissimo scendere il letto e andare al baule, metter la chiave alla chetichella, aprire, richiudere e tornarsene lesto lesto a letto. Facevamo le più disperate congetture, sul misterioso cassoncino: – Dev'essere un orario, – diceva il sor Giovanni; – dev'essere un avarone che nasconde il suo peculio costì dentro e ha paura che si venga a scoprire. – E difatti – con quel suo far lo gnorri, sempre che noi accennassimo ridendo al formoso baule, anch'io m'ero quasi convinto che costì ci dovesse essere un tesorone; anzi, un giorno, per far colpo, dissi forte in presenza sua e di due o tre persone:

O Colètti, se ti rubanoguarda che io non ne vo' sapere nulla: tira via, metti fuori il morto e assicuralo alla Cassa di Risparmio. – Sorridendo – l'adusto garibaldino mi risponde: – O, non dubitare, tesori non ce ne sono; forse, chi sa, sei più ricco tu di me!

Passano giorni, passano settimane e una mattina mi parve di sentire un odore strano, nauseabondo, infiltrarsi dalle fessure della porta chiusa a chiave: ma, più che odore dirò la parola vera, era un puzzo acuto che ammorbava come di cadavere. Mi si rizzano i capelli sul capo! Mi balenò al pensiero che Coletti fosse un assassino; che avesse ucciso qualcuno e l'avesse nascosto in quella gran cassa. Volo dal Sor Giovanni, gli paleso i miei sospetti; viene tutto esterrefatto in camera mia, mette il naso al buco della chiave.... – Dio del cieloesclama – che tanfo orribile; ma questo è odor di carogna o di cadavere; gioco che qui c'è un morto!

– S'apre? non s'apre? Apriamo?

Detto fatto entriamo, a notte scura in camera del garibaldino; adagio adagio, come due cani da presa, o come due ladri, con un lume in mano, turandoci il naso col fazzoletto, diamo una levata... su... Dentro non c'era nulla! non c'erano, armi, biancheria, indumenti..., nulla; era vuota, salvo che nel fondo vi scorgemmo certi fagottini come ciottoli ravvolti in pezzi di giornale! Il padrone ne prende delicatamente, uno in mano; avvicino la candela; sfascia adagio adagio il misterioso involucro, e si presenta ai nostri occhi....

Cari miei non ridete vi sorprenda quanto narro; c'era, c'era...., da che parte mi rifarò per farvelo capire senza infranger le regole dell'arte e del Galateo? c'era.... insomma.... l'hai capito?

Merlin Coccaio lasciò un magnifico poemetto degno d'esser noto e tramandato alla posterità; un suo amenissimo distico suona

In tempore vindimmias
Venit cagarella ragazzis
Et ille semper dicunt:
Mamma cagare volo!
Si tu cagare visset
Chartam portare memento,
Quae strontiom perpendiculum
Alto, pendere culo!

E se non ti basta il buon Theophili Folengi e la sua Moscheidos,...... leggi la «Stercoide» di Neri Tanfucio, graziosissimo poemetto che merita davvero che Eliconapresi e i mortali rinanino a' vent'anni!

– «O porco fogunto», – faccio io – Guarda che tesoro ci aveva quì dentro: e ora cosa si fa? – Glielo dico subito io – risponde il bravo fiorentino: Caterina! porta la paletta e un catino – Viene la ciociara, e, in quattr'e quattr'otto, il tesoro di Soleonda sparisce nella sua legittima cassa forte.

«Figuriamoci, – penso tra me» – che cosa succederà quando torna Coletti e non ci trova più nulla: – ma Coletti tornò, Coletti aprì, Coletti intravide.... ma non ebbe il coraggjo di dir nulla! Soltanto mi parve tutto stizzito col Sor Giovanni, e quasi quasi pareva che avanzasse il resto!

Cose queste da matti sicuramente; e una vena di strambaria, il povero patriotta di Milano, di Brescia, di Roma e di Venezia ce l'aveva davvero.

Per codesto motivo – e anche perchè mi pareva di pagar troppo per la stanza – mi cercai un'altro padrone; ma prima di far la conoscenza con lui, – permettetemi che vi racconti come qualmente si può andare pe 'l mondo senza sùsseri, trovare gente caritatevole e buona, punto egoista e, quel che più monta, di buon cuore e generosa. Ho detto e ridetto che il salario che ci pagavano le Ferrovie Romane era quello della fame; ma non solamente era quello della fame, ma della miseria taccagna e spilorcia. Assottigliato lo stipendio da continue e cervellotiche multarelle che piovevano su noi come grandine per de' nonnulla; quando i primi del mese veniva l'ufficiale pagatore e ci metteva que' pochi dindarelli sul palmo della mano, si sarebbero potuti far sparire con un soffio – Eppure bisognava vivere, vestire, far buona figura, se non si voleva andar con le toppe al sedere e con le scarpe che ridevano davanti e di dietro.

Per gli svaghi, poi; per comprarsi un libro, andare al teatro una volta a urli di lupo, non se ne parli! Debiti, sarebbe stato facile farne, a que' tempi, che Roma rigurgitava di corvi piovuti da tutte le parti d'Italiamassime buzzuri, e napoletani – che s'erano buttati a far di tutto con piccoli capitali, strozzineggiando, scorticando, facendone di tutti i colori. Un giornocompletamente al verde e senza un baiocco per andare a mangiare, – camminando in via Vinisperna strologando come risolvere il problema, vedo, sull'angolo di Via.... un'osteria con un cartello con su scrittovi a lettere di scatola:

Trattoria delli Sette Colli

Quì se magna e se beve gratis.

Se fa credito domani,

oggi no

Supplì de RisoManzo alla Cacciatora

Spaghetti al sugo

Vini de li Castelli e d'altri siti

Corpo d'un canedico tra me e me: Qui si mangia e si beve gratis! È proprio l'oste per me; pagare, voglio pagare, perchè i soldi vengono; ma oggi.... intanto apro con mano tremante la vetrata, entro e vedo, seduta nel posto più cospicuo dell'osteria, una bellissima donna, trasteverina puro sangue, agghindata e in ghingheri come se andasse a ballare; alta, formosa, pettoruta come un balione lombardo, col seno adorno di quattro o cinque file di coralli rossi accesi, con due buccole a pera pure di corallo; una bocca guarnita di denti bianchi e lustri come l'avorio; due occhi sorridenti e profondi, e un capo di riccioli finti che facevano penoso contrasto con la bellezza scultoria della brava donna.

Rimasi interdetto, come uno zotico, in mezzo della stanza; non osavo, fare un passo avanti, per soggezione, quando, un omone alto, grasso, grosso, con una testa di riccioli bianchi, e un paio di baffi candidi sotto un bel naso aquilino, mi viene incontro tutto sorridente e stendendomi una mano grande e grossa come una scodella, mi dice:

– Cosa te diamo ber giovinotto?

Veramente le suppli di riso e l'arrosto alla cacciatora mi tiravano col loro profumo che usciva di sotto il camino, dove un con unto e bisunto, con un berretto di carta, stava bazzicando con certi mestoli in una padella che sfrigolava su' carboni. Tutto il mio povero coraggio se n'era andato via di botto! Il sangue s'era fermato al cuore, e comincio a balbettare, senza saper che ragioni dire; quando la brava sposa, o che s'accorgesse che avevo pochi soldi, o che sentisse compassione di me; s'alza, si tira su la sottana con le mani cariche d'anelli d'oro e viene incuriosita dinanzi a me col marito, guardandomi sorridendo e a labbra aperte.

Scusicomincio io rivolgendomi a lei – siccome ho visto che loro fanno credito domani, oggi no, venivo a domandar loro se cominciando invece da oggi: volevano fidarmi la retta: sono... così e così... e racconto per filo e per segno e dall'A alla zeta, vita e morte e miracoli dell'umile sottoscritto.

– Ma voi che ce ditebel giovinotto – ma voi ce fate un regalomettèteve a sède; magnate, magnate puro, che ve se legge 'nder viso che sete un galantomo: – quer che c'è scritto lli, vedete, è fatto pe' quelli che nun vonno pagà mai e che magneno e beveno e ce pianteno li puffi: è pe' questo che ce sta scritto: «credito domani, oggi no!».

Per farla breve: mangiai, bevvi, ciarlai, ringraziai e da quel benedetto giorno trovai una donna e un uomo col cuore grande come la cupola di San Pietro: stetti a Roma molti anni, mai mutai se non una volta solasobillato da un amico che, dandomi a bere di pagar la metà e godere il doppio, mi portò in un altra trattoria mi fece vomitare il desinare, come sentirete, se vorrete sentire.

La trattoria si chiamava de' «Sette Colli», ma in verità devo dire, che tutti noi la conoscevamo per la «Trattoria della Sora Nena»; chè tale era il nome della bella sposa della quale avrò a parlare anche più avanti: e Augusto Lucidi il suo legittimo marito, antico cantantediceva lui – o corista, (credo), che aveva girato il mondo con la mogliecorista anche lei – e si dava grand'importanza, con un'aria da gran virtuoso, appunto perchè aveva cantato, diceva ne' primi teatri del mondo, a Costantinopoli, a Mosca, e che so io.

Uscito dalla casa vecchia di Via Magna Napoli, non trovando un famiglia che mi soddisfacesse, mi scelsi per domicilio una vettura tutta ornamenti d'oro, con certe maniglie che parevan di chicco, ficcata in un deposito morto, sotto un gran copertone per ripararla dalla polvere.

Ma la prima e unica notte che vi passai, ebbi a pentirmene, amaramente; non m'ero ancora disteso – (mi pareva d'essere Robinson Crusoè nella capanna) – sul miglior sedile di velluto e seta gialla e verde che al tasto mi parve delizioso ed elastico; che un visibilio di pulci mi saltò addosso con l'evidente intenzione di far colazione, pranzo e cena al tempo stesso: era un correre e saltare sulla mia povera faccia e sulle mani come minuta grandine; si rincorrevano, al vedere, babbi e mamme e la minutissima prole in gran fermento d'aver trovato pan pe' loro denti; scappai forsennato e mi ridussi a dormire in una terza sul sedile plebeo e duro, ma almeno pulito. Seppi poi, che quel Salone, e altre vetture erano di S. S. Pio IX, niente di meno. L'avessi saputo prima! sarei stato ben lieto di lasciarci un ricordo – alle pulci papalinemagari coi versi di Melin Cocaio.

Non nisi de humano Pulicum sanguine vivunt,
Unde cruentatos cernis habere musos.

Boscosam sub jure suo tenet ipse Lasaenam,
Ejus et imperio sylva canesca datur.

Goens haec atezatrix leggiadro corpore saltat,
Vincit et Aetiopas bruno colore nigros.

Ejus ab humana vix ungue corazza foratur,
Orlandi ut fuerit scorza fadata minus,

Inter Papalibus Pulicum tanta coorta est,
Ira, furor, rabies, collera, stizza, focus!

Capitolo XXVII.

 

 

 

Intanto c'era chi pensava per me a sistemarmi co' fiocchi: una sera, mentre me ne stavo centellinando il mio quinto d'orvietano, èccoti la bona Sora Nena farmisi innanzi tutt'allegra, e mi presenta un bel ragazzino, biondo e con due begli occhi celestini; aveva una bella fronte spaziosa, un bel nasino aquilino e delicato, due labbra fine fine e una bocca stretta stretta (indizio di furbizia e d'astuzia); ma l'impressione, o, dirò meglio il senso intuitivo di apprensione che mi destò quel segno infallibile di furberia e di circospezione innata, sparì subito con le parole che mi disse, e più con certi sorrisi graziosi graziosi fatti da un angolo delle labbra con i quali infiorettava il suo dire: graziosi erano i sorrisi, e Graziosi si chiamava il futuro mio carissimo amico, che rispondeva al nome d'Aristide.

Veniva – presentato dalla padrona de' «Sette Colli» – a offrirmi una catapecchiadiceva lui con un garbatissimo sorriso dall'angolo sinistro delle labbra; e la Sora Nena mi diceva con le pupille, con la bocca, col petto, e con le mani: – Prendetela, Giulio, prendetela, ci starete bene e poi sono gente che ce ne fosse..! – e così dopo un quarto d'ora, mi trovavo dinanzi a una famiglia patriarcale, composta di un padre (il Sor Filippo) una madre (la sora Clementina) tre belle figliole (Elvira, Iginia e Cesira) tre fratelli (Gigetto, Aristide e Carlo); quella casa pareva l'Arca di Noè.

Il capo di casa, vero tipo romano, era un uomo affabile e gran parlatore; m'accorsi sin da bel principio che la famiglia non navigava in bon'acque; la madre – una santa creaturanascondeva spesso le lacrime e si dava un gran d'affare per tirar innanzi con tanti figlioli a quel modo grandi, lavorando con le due figliole per raggranellare il desinare scarso e meschino; era codesta famiglia di Subiàco, venuta a Roma, come tante, all'entrar degl'italiani (come ci chiamavano) per tentar la rea fortuna.

Elvira, una cara giovinetta bruna, con due occhi di buona, era promessa a un musicante, bresciano, del 62.° fanteria; e dovendosi effettuare nell'anno, la povera giovine cancellava tutti i giorni un giorno; teneva l'almanacco dietro un'imposta dell'uscio e io, per ischerzo, le dicevo ogni poco: – Sor'Elvira li cancelli tutti insieme, fa più presto ci faccia mangiar subito i confetti! – Rideva, la poverina, con un riso mesto e preoccupato, e chinava la testa sul suo punto in bianco, tirando via a prepararsi quattro camicie del suo povero corredino. Non doveva vedere quel giorno felice! Tramutato il reggimento per un'altra città, il militare s'allontanò da Elvira, per non più tornare, e la povera fanciulla, lentamente, irreparabilmente si perse.

L'altra fanciulla, Iginia, era la fiaccolina dell'amore di casa; a lei riservate tutte le cose più sgradevoli; sopra di lei – fanciulla nel fiore de' sedici anni – s'imperniava la pace e la concordia della famiglia: il Sor Filippo era un romano de Roma nato e sputato; indolente, bisboccione, gran ciarlatore, si trovava più ne' suoi cenci seduto su una panca nel giardino della trattoria dei «Sette Colli», o giocando una partita a gioco liscio, con una foglietta di biondo de li Castelli; che a casa o altrove a procacciare un pane per la sua numerosa famiglia. Erano, tanto lui che la sposa, di famiglie aristocratiche, della Sabina; e contavano vescovi e cardinali e aderenze elevatissime nella Curia vaticanesca.

I due fratelli maggiori erano tipi diversi l'uno all'altro: mentre Gigetto, il maggiore (cocchino del padre) era uno spiritato e burlone che avrebbe ballato sur un quattrino; Aristide (occhio diritto di sua mamma) aveva invece un caratterino quieto e serio; studente di Liceo frequentava le Scuole di Propaganda Fide ed era versatissimo nel Greco e nel Latino; non so se ne volevano tirar su un pretonzolo; credo che le intenzioni vi fossero; ma sta il fatto che io ne lo dissuadevo, descrivendogli la falsità e degenerazione de' sedicenti ministri di Dio, tanto a lui che alla famiglia, che gli uomini devono portare i calzoni e non le sottane e cento altre mila ragioni perchè non lo sacrificassero sotto il nero abito esoso della gente più impostora del mondo. Le mie ragioni devono aver pesato alquanto sui destini del buon Aristide, che ha finito poi – come io credopezzo grosso al Ministero delle Poste e Telegrafi.

Occupavo io una pulitissima cameruccia sur un giardinetto che di primavera s'arricchiva di pochi e tristi fiori; uno specchio alto e stinto, voleva dare un tono aristocratico alla camera, che possedeva due seggiole un cassettone e un lettuccio di ferro pitturato di verde; un comodino, un baulotto con dentro i miei libri (a poco a poco andavo rifornendo la mia libreria), un buttalà; ecco una stanzetta di giovinotto felice! Ma felice non ero, perchè chi avrebbe potuto rendermi tale, viveva lungi, molto lungi da Roma, e le sue appassionate lettere, che mi toglievano l'appetito e il sonno, erano un fuoco segreto che mi consumava e rendeva la vita un martirio.

Mi consolavo nello studio e m'era conforto assai la conversazione del buon Aristide che portavo meco spesso a colazione e a pranzo e meco s'intratteneva, e col quale facevamo lunghe escursioni in Roma, spingendoci fuori di porta, a San Paolo, a San Pietro, su' Colli circostanti ad ammirare e studiare la Storia Romana sulle pietre e i documenti vivi che ne sono, per dir così, le pagine palpitanti.

Io non m' ero accorto, però, che un palpito segreto animava il gentil cuoricino d'Igina; io non mi accorgevo che il mio cassettone, i miei vestiti, i miei libri, sentivano il soave tocco della mano della buona fanciullina; tutti i giorni, tornando a casa, trovavo sul comodino, in un bicchiere pieno d'acqua, un mazzolino di rose, di verbene, di garofani, di violette, secondo la stagione. Le coperte del lettuccio non facevano una grinza; non si sarebbe trovato un granellino di polvere a pagarlo un marengo su' pochi mobili; aprendo i cassetti del cassettone si sarebbero vedute le camicie, i solini, le pezzuole accomodate come ova nel nido d'usignolo che non facevano una piega, e sparso sopra e dentro i candidissimi lini, lo spigo odoroso e i fiori di lavanda.

Dovevo essere proprio cieco a non accorgermi che la mano d'una donna innamorata si posava con tanta soavità su quelle povere robette, che io – come tutti i giovani scapati e sventatibuttavo qua e senza pensiero alcuno. Le coperte del letto, le tendjne, le carte stesse che io buttavo alla rinfusa sul tavoloncino; non erano a dirmi a ogni istante: – «Fermati – o senza cuore: – quì c'è passata la mano d'un'anima amante; quì le dita soave della mano di Lauretta hanno lasciato le lievi loro impronte: baciale. Su questo ritratto di bellissima donna – a lei ignota – le pupille indagatrici gelose e corrucciate della sensibile romanina si posano ogni mattina interrogando chi sia la figura velata e misteriosa che l'anima: e, ricordati – o ingrato – che quando quella domenica, mentre stavi con Aristide per uscir di casa, e piacevolmente scherzavi con le due sorelle, arrossendo essa ti domandò:

Ditemi Signor Giulio, ma questa chi è? – e tu titubante rispondesti: – «Mia sorella» – non t'accorgesti dell'incredulo sorriso che sfiorò le labbra della bella Lauretta, del movimento nervoso di Aristide, del sorriso burlone d'Elvira! Te ne ricorderai poi; te ne ricorderai quando, un giorno, non vedendo più in casa la dolce, buona Lauretta, il tuo cassettone arruffato, i tuoi libri coperti di polvere, vuoto e polveroso il bicchiere a capo del letto; chiederai dov'è andata Lauretta e ti risponderanno: – «Non c'è più; è andata in casa d'una zia; al Gesù; sta bene»

Povera Lauretta: vedete come, a quei tempi, i babbi, le mamme, amavano e tutelavano l'onore e l'anima dei loro figli. Oggi, le madri, spingono le loro creature a farsi innanzi, a conquistare i giovani, a tentarli in mille modi, a perdersi esse e loro; ma quelli erano tempi di gente onorata e onesta; il babbo, la mamma, s'erano accorti della silenziosa fiamma che bruciava quel cuoricino virgineo; e la mia indifferenza (e lo dirò a onor mio) la mia riservatezza e il rispetto verso una innocente verginella, verso quella fiammolina d'amor filiale, verso quella tenerezza di raro pudore e d'onestà santa e sacra ai miei occhi; la mia rispettosa indifferenza aveva reso infermo un cuoricino che bisognava allontanare.

Troppo tardi, m'accorsi di questo terribile avvenimento; inesperto e assorto nella mia grave passione; m'avvidi col tempo che io ero colpevole dell'allontanamento di Lauretta: quando lo capii, mi tramutai di casa: l'avrei fatto prima se, la giovanile sventatezza e la niuna esperienza della vita, non me ne avessero stornato.

– Ecco una famigliapensavo, – veramente degna d'encomio, d'affetto e di rispetto; felice colui che farà sua la buona fanciulla: egli sarà un padre veramente felice, veramente ricco d'un tesoro così prezioso e integro. E così fu, infatti: non è verosoave Lauretta? Ma quanti dolci sospiri e tremolii di voce e schianto al tuo cuoricino adolescente, quella sera che, partendo per sempre da casa tua volli rivederti e salutarti!

Era una buja e tenebrosa notte: il mio Aristide m'accompagnava per quelle strade, sonore dei nostri passi affrettati: la campana della vicina chiesa dei Cappuccini dava i mesti rintocchi della mezzanotte, e tacevano in cielo le stelle, gli uomini in terra; nessuno di noi parlava; provavamo un'emozione diversa; l'amico mio caro, chi sa, nella sua anima onesta, dolorava che la Lauretta sua soffrisse; io, meditavo lo spietato destino che condannava il mio cuore dietro un amore che mi sembrava divino, irraggiungibile; arrivammo; Aristide battè dei colpi, molti, col batacchio d'un portone, in un vicolo bujo e stretto. S'udì aprirsi l'impannata d'una finestrella, appare una mano con una candela, poi un viso – quel visino –; vidi la mano fare schermo alla fiammolina di luce e una vocina gridò: – Vengo.

Scese come una rondine; mi stese la mano; pronunziò, con voce tremula (o a me parve) due parole banali; le presi quella mano; la serrai nella mia e cercai invano quegli occhi che tante volte s'erano fissati confidenti e fiduciosi, e forse sperando, ne' miei!

Addio Lauretta, onesta e gentile: addio. Possa il cielo, possa la vita, possa l'affetto dei tuoi figli averti resa felice. Oh quante, infinite volte, la tua immagine leggiadra, i tuoi occhi pensosi, il tuo bel parlar romanesco, – così caldo e simpatico – hanno rianimato questo povero cuor mio, nei suoi ineffabili dolori; vicino o lontanissimo, in patria, fuori di patria, ovunque io ramingai ne' lunghi anni della mia avventurosa e fluttuante esistenza; il visino tuo mesto, dolce, calmo, sereno, paziente; con la tua figurina di madonna, di vergine, di fanciulla, sempre tornarono a farmiti benedire, sempre mi recarono la emozione nostalgica dell'ultimo saluto, quando – purtroppo ineluzibilmente, inevitabilmentedovetti darti quell'addio, che ti separava, per sempre da un uomo indegno di te.

*

*   *

L'amicizia che legava me ad Aristide, non venne mai meno per tutto il tempo che rimasi in Roma, nemmeno in questa circostanza dolorosa, nella quale io doveva simulare di nulla comprendere, lui di nulla sapere! Ond'è che seguitammo le nostre piacevoli escursioni, i nostri studi storici, le nostre scappatelle (diciamolo pure col vero nome loro) nella trattoria dei «Sette Colli» dove, un circolo di varj amici si formava tutte le sere, a giocare, a far la passatella, suonar la chitarra e cantare stornelli di tutte le provincie d'Italia. Passando la mezzanotte nelle belle sere d'estate, quando più splendeva la luna, e quando l'ultimo attardato avventore s'era ritirato dalla trattoria; andavamo insieme cantando per Roma, unendosi spesso a noi cori di giovani toscani, specie livornesi e fiorentini, coi quali andavano fino al Colosseo improvvisando serenate meravigliose.

Che dolci canti e sonori in quelle liete brigate di trenta quaranta voci chiare, intonate, con accompagnamento di venti, trenta chitarre: la gente si fermava, ci accompagnava, ci applaudiva, s'univa a noi e, facendo circolo sulla terra ove secoli e secoli innanzi i martiri cristiani erano stati sbranati dalle fiere del circo, o dove forse Spartaco aveva lanciato il primo grido di ribellione; i cori melanconici e soavi della Musa popolare, riecheggiavano fra quelle severe arcate, suscitando fremiti di sentimento e di piacere: tutta la notte ricantavamo con lo stesso entusiasmo, e il medesimo rapimento l'allora famosissimo Addio del Giusti; costì non v'era retorica, costì non v'erano falsi palpiti del nostro cuore giovanile aperto a tutto ciò che era bello, lieto, pieno di speranza agli albori della vita; noi giovani, esalavamo l'emozioni del cuore con l'energia dei vent'anni; i vecchi, gli uomini maturi, i più posati, ci seguivano battendo il tempo, applaudendo, e le meste note del canto lirico inondavano il cielo azzurro e stellato, come sospiri d'anime risorte dalla tomba, prossime a noi, singhiozzanti nel comune ritmo che saliva saliva in alto nella luce lunare, tra i rifulgenti scintillii delle stelle lontane.

Si sentiva la voce argentina e baritonale del sor Augusto Lucidi e la calda voce di lodola della bellissima Sora Nena superare tutte le nostre: Aristide, io, Marconi ripetevamo in coro in terza con quell'ardore che solo i giovani sanno; le sorelle del mio caro amico, Lauretta, Elvira, e il suo promesso sposo, facevano a gara ad accompagnare le nostre strofe, e farsi onore.

Ed oggi, vecchio, cieco, frigido e immobile sur una sedia, con appena la forza di tener questa povera penna in mano per buttar giù le ricordanze palpitanti della mia puerizia; oggi, che i miei figli sono raminghi pe 'l mondo; tutti i miei affetti spenti, e tramontati; parenti, amici, sperduti o morti; il ricordo di quei giorni felici e innocenti mi s'affaccia alla mente come uno sprazzo di luce subitanea, come un raggio ardente di sole all'occhio del povero cieco che ha riacquistato il lume degli occhi; dal profondo dell'anima, benedico quelle care persone con le quali passai le più dolci e soavi ore della giovinezza, nell'intimo connubio dell'amicizia disinteressata, spontanea dolcissima della vivente gioventù.

Ho scritto più sopra un nome: Marconi! Marconi..... il celebre tenore, che tanta fama s'acquistò in Italia e in tutte le parti del mondo: Marconi, giovinetto appena quindicenne che io conobbi nella famosa trattoria della Sora Nena; Marconi, che se divenne quel famoso cantante che fu lo dovette, certamente, ai consigli nostri; ai consigli, agli ammonimenti, alle istanze che tutti gli amici gli facevamo. E non ultimo, anch'io, voglio la mia parte di merito nella fortunata rivelazione d'un genio che tanto nome e lustro gettò sull'arte, sulla patria e culla sua Roma.

Certamente, la vita, diciamo così, di bohemien, che io conduceva a quei tempi nella allor divenuta capitale d'Italia, doveva imprimere al mio carattere una certa fierezza, e un certo spirito che unito allo istinto naturale, e alimentato dall'ardore indipendente, leale, impulsivo dei buoni e amici romani, renderebbe il mio carattere un irruente e ribelle: narrerò due fattarelli soli, fra mille, perchè i giovani lettori imparino a saper moderare i loro impeti, a tollerare con benevolenza li scherzi e sapere, a tempo e luogo, rintuzzare i malevoli, sol quando questi credano pregio superiore alla loro nullità, compiere atti di prepotenza villana e indegna.

L'escursioni che facevamo con Aristide comprendevano tutta la Città Eterna, esteriore, non solo, ma anche i luoghi sotterranei, le Catacombe, le Terme, il Foro Boario, le Chiese, i Cimiteri, i Musei, gli Osservatorj, i dintorni: ma, la domenica specialmente, ci dilettavamo d'andare al Pincio a sentire la scelta musica militare, vicino al laghetto de' cigni, nel centro del quale s'elevava bellissimo, un'orologio ad acqua, – credo del Villa.

Chi non ha visto il Pincio e il suo magnifico parco, i suoi giardini pensili, i suoi ampj viali, può dire di non aver visto una delle cose più splendide di Roma, dopo i giardini di Villa Pamphili che sono assolutamente maravigliosi; unici al mondo; ma chi, stando al Pincio, non si è fermato alla spalletta che, guarda verso il Vaticano, di dove si può abbracciare quasi tutta la città Leonina, e San Pietro, e il Borgo, e non s'è fermato a guardare il tramonto del Sole e lo spuntare delle luci serotine; non ha goduto mai uno spettacolo più maestoso e più sorprendente.

Scende, lento lento, il clipéo d'oro, fino a sembrar la Cupola di Brunellesco che si posa maestosa e nera, sul gran profilo del più gran tempio del mondo; il cielo, sopra e lontano, assume le più variate e diverse tinte d'un tavolozza miracolosa; tutti i colori dell'iride sembrano stemperarsi e scaldarsi al gran fuoco dell'astro della vita; fasci giganteschi di raggi d'oro, arancione, gialli, rossi, color ametista; color d'opale, di viola, si rifrangono a grado a grado sulla gran vòlta celeste e la luce, slanciata con una velocità fòlle, radendo gli oggetti, i comignoli dei tetti, gli obelischi, gli alberi, le nuvolette, (quando vi sono) par che sprizzi una luce fosforescente e magnetica da gli oggetti distanti e vicini.

Intanto, volgendo le spalle al Vaticano, che sembra addormentarsi quietamente sotto le carezze degli ultimi bagliori crepuscolari; verso nord, si cominciano a veder rifulgere prima le più grosse, Sirio, Betelgeuse, o a seconda della stagione, Antares, Arturo, e i pianeti Marte rossiccio, la bianca Venere, il pallido Saturno, il grandioso Giove, poi le più minute, indi le minutissime stelle e il fondo rosa ceruleo si volge a indaco, ad azzurro intenso, fino a divenir violaceo lucente, come una ricchissima pezza di raso trapunta di pietre preziose.

E pietre preziose sono, e sembrano, le stelle che voi contemplate con la pupilla dilatata e fissa: gemme maravigliose, di cui ignorate l'età, la lontananza, lo scopo, il fine, le origini!

Volgete lo sguardo alla sottoposta città, alle vie oscure e lontane da cui non una voce può giungervi per tanta distanza; scorgete, più qua più , rari e incerti, trepidanti puntolini moversi lenti lenti sulla sottostante piazza del Popolo, i lumi incerti e pallidissimi, le finestre semi illuminate, i viandanti che vanno come lente formiche e s'internano nelle porte che voi raffigurate alla mente attonita, come caverne o fori o gallerie sorde, sordide, morte, e pensate, anche involontariamente, alla vita umana e ai suoi vermolini che s'accapigliano per un tozzo di pane, per un pezzo di terra, per il possesso d'un deserto, seminando la strage e la morte, il fuoco, il sangue, la desolazione.

Se avete cuore in petto e mente di poeta, ecco che torneranno allora alla vostra memoria i divini distici di Virgilio: riudrete suonare, come musica, da tempo obliata, il gran canne enèico, e Roma si spiegherà sotto i vostri sguardi come scattar su dai fastidici esametri:

Non temer Citerea, chè saldi e certi
Stanno i fati dei tuoi. S'adempieranno
Le mie promesse; sorgeran le torri
De la novella Troia: vedrai le mura
Di Lavinio; porrai qui fra le stelle
Il magnanimo Enea. Chè 'l destino
In ciò si cangerà, 'l mio consiglio.
Ma per trarti d'affanni, io te l' dirò
Più chiaramente; e scoprirotti intanto
De' Fati i più recònditi secreti.
Figlia: il tuo figlio Enea tosto in Italia
Sarà, farà gran guerra, vincerà:
Domerà fere genti: imporrà leggi:
Darà costumi, e fonderà città:
E di già, vinti i Rutuli, tre verni
E tre stati regnar Lazio vedrallo.
Ascanio giovinetto, or detto Julo,
Ed Ilo prima infin ch'Ilio non cadde,
Succederagli; e trenta giri interi
Del maggior lume, il sommo imperio avrà.
Trasferirallo in Alba: Alba la lunga
Sarà la reggia sua possente e chiara.

Qui regneranno poi sotto la gente
D'Ettore un dopo l'altro un corso d'anni
Tre volte cento; finch'Ilia regina
Vergine e sacra, del gran Marte pregna,
D'un parto produrrà gemella prole.
Indi capo ne fia Romolo invitto.
Questi, in vece di manto, adorno il tergo
De la sua marzial nudrice lupa,
Di Marte fonderà la gran cittade:
E del nome di lui Roma diralla.
A Roma non pongo io termine o fine:
Chè fia del mondo imperatrice eterna,
E l'aspra Giuno, ch'or la terra e 'l mare
E 'l ciel per tema intorbida e scompiglia,
Con più sano consiglio al mio conforme
Procurerà, che la romana gente
In arme e 'n toga a l'universo imperi.
E così stabilisco: e così tempo
Ancor sarà ch'Argo, Micene e Ftia
E i Greci tutti tributarj e servi
De la casa di Assàraco saranno.
Di questa gente, e de la Julia stirpe,
Che da quel primo Julo il nome ha preso,
Cesare nascerà, di cui l'impero
E la gloria fia tal, che per confine,
L'uno e l'altro Oceâno, e l'altra il cielo.
Questi, già vinto il tutto, poi che onusto
De le spoglie sarà de l'Orïente,
Anch'egli avrà da te qui seggio eterno,
E giù fra' montati incensi a voti.
L'aspro secolo allor, l'armi deposte,
Si farà mite. Allor la Santa Vesta
E la Candida Fede a 'l buon Quirino
Col frate Remo il mondo in una avranno.
Allor che salde e ben ferrate sbarre
De la guerra saran le porte chiuse:
E dentro fra la ruggine sepolto,
Con cento nodi incatenato e stretto
Gran tempo si starà l'empio furore;
E rabbioso fremendo orribilmente,
Con foco agli occhi, e bava e sangue a i denti
Morderà l'armi e le catene indarno!

Ce ne stavamo, dunque, una sera, prima del tramonto del sole, Aristide ed io mollemente adagiati sur uno dei tanti sedili che costì vi sono, ed io ripetevo al mio amico enfaticamente i noti versi finali della superba invocazione virgiliana:

Aspera tum positis mitescent saecula bellis,
cana Fides et Vesta, Remo cum fratre Quirinus
iura dabunt; dirae ferro et compagibus artis
Clandentur Belli portae; Furor impius intus
saeva sedens super arma et centum vinctus aènis
post tergum nodis fremet horridus ore cruento....

quando, per caso, s'abbattè a passare dinanzi a noi uno spilungone magro, secco e alto, con tanto di baffi sul labbro accostandosi adagino adagino, come uno stenterello che venga a fare lo spiritoso, ficcandomi gli occhi in faccia, storcendo la bocca, dimenandosi tutto come un burattino, sento che sghignazzando dice alcune parole di dileggio che io non posso afferrare, ma certo fra quelle capii che mi dava la baia dicendo: poeta e ber paino, poeta e ber paino, poeta e ber paino.

Alzarmi, corrergli addosso, e cominciare a menargli pugni, calci e schiaffi mi ci vuol più tempo a scriverlo: Aristide, bianco come un foglio di carta, s'alza per scappare rimanendo allibito dal mio scatto; quel bamboccio di spilungone, prima sorpreso, poi spaurito, sotto i colpi di mano che gli affibbio, e dove casca casca, non sapendo dove nascondersi, comincia a girare intorno a un grosso albero di platano e più lui gira e più io gli meno alle spalle, alla testa, al sedere tanto che a forza di calci, non sa più il poveraccio dove mettersi; accorre un signore, e un pizzardone: – ferma, ferma, acchiappa, piglia, – quattro braccia nerborute m'avvingono e mi tengon sbuffando e urlando: Ti voglio ammazzare, bastardo di prete, canaglia, mascalzone.

Chi m'aveva fermato era il Delegato Gasperini, costì di stazione: mi portano – voglio dire – ci portano tutti alla Commissaria e , interrogatorio: mi giustificai con la veemenza dei miei anni e con tutto lo spirito del mio carattere irascibile e impetuoso; Aristide conferma: – Si stava tranquillamente pigliando il fresco, passa questo giovinotto, comincia a insultare; da una cosa l'altra..... – Qui il giovinotto, – siagli resa giustizia, – confermò la verità sacrosanta, dicendo che realmente aveva detto quelle parole, ma scherzando: per finirla, il delegato, ci rimpaciò tutti; me la cavai con una paternale, e chiudemmo il patto andando tutti a bere la gazzosa a un chiosco vicino.

Ma il buon Aristide, non s'era riavuto ancora! gli parve così madornale, così violenta, così – diciamolo nel suo vero termine – così brutale il mio assalto rapido e sconsiderato che, per quanto mi giustificassi e dicessi e volessi dimostrar d'aver ragione, lui non me la dette e credo che, (se mai per ventura gli cadranno sott'occhio queste pagine), anche oggi dopo un mezzo secolo che c'è passato sopra, tentennando il capo e ridicchiando con quel suo risettino all'angolo sinistro della bocca, dirà come mi disse allora: – Benedetta la furia, benedetto il carattere. – Sì è vero; non si deve lasciarsi cogliere dagl'istinti brutali della passione; non si deve menar le mani mai, specie per cause tanto ridicole e lievi..... l'educazione, il galateo, il rispetto di stessi...; è giusto e bello che il mio Aristide, caratterino morigerato e timido, tirato su fra quattro spilli e fra le sottanine della mamma e quelle de' preti, paresse strana, sconveniente, audace e brutale la terribile punizione che inflissi a un uomo più grande, più vecchio, più forte, di me, ma domanderò: – È giusto passar dinanzi a' pacifici cittadini e prenderli in giro, offenderli, rider loro sul muso, sbeffeggiarli? m'accorsi che, da quel giorno, il mio Aristide, al quale volevo un ben dell'anima, mi teneva un po' il broncio e mi parve che il suo affetto scemasse di tanto, di quanto agli occhi miei mi figuravo d'essere inomitoio i Misteri dei temperamenti; dirà il lettore. No, rispondo: – Vedete come divengono pusillanimi i giovani sotto la ferula del prete e massime de' gesuiti: Propaganda fide, dove andava a studiare il mio buon amico, quanti caratteri virili non avrà stroncato, affiacchito, invigliacchito? Non temete, giovani, di farvi rispettare, e quante volte mai un prepotente, un vagabondo, un insolente vorrà mettervi al punto di schiacciarvi, picchiate i primi e non aspettate parole; – Chi picchia primodiceva mio padre: picchia due volte, e aveva ragione.

Per dire il vero – l'ho già confessato – prima non fui mai rissoso e attaccabrighe ed ebbi in orrore le botte e il sangue; ma quante volte m'avvenne di trovare un prepotente che volesse schiacciarmi, o ferirmi, se ho potuto, gli ho preso il sopravvento.

Nel nostro ufficio, pur troppo, dovevamo star mescolati con compagni d'ogni temperamento e inclinazione: ve n'era de' buoni, ve n'era di cattivi. Sopportarsi a vicenda! ecco la gran ricetta nel mondo, massime quando si devono passare dieci o dodici ore insieme come le passavam noi, a que' tempi diabolici, di lavoro spaventoso e incalzante, l'ipocrisia però e il gesuitismo, io penso che dovrebbero repugnare a tutti, e meriterebbero d'esser puniti subito, facendo una lega de' buoni contro i sornioni, le spie e gl'invidiosi, che impestano gli uffici.

Quanti bravi giovani si veggono presi di mira e perseguitati sordamente dai superiori, perchè un collega fa la spia e riferisce tutte le bricciche e le mezze parole che si bisbigliano alle spalle de' capi? Questo fa il referendario con la frangia per ingraziosirsi il principale; quello sperando aver più presto un avanzamento, un permesso, un elogio. In tutte le agglomerazioni d'impiegati, poi, c'è sempre il beniamino del Capo-servizio (che magari ce l'avrà messo per far la spia) o dell'Ispettore, o del Capo stazione o del Capo ufficio.

La calunniadice il Barbier di Siviglia – è un venticello sottile e invisibile che rompe muri, fora monti, passa mari: ma la calunnia, insiem con la invidia, finisce di distruggere chi, avendo sortito un anima serena ed elevata e un cervello fino, si trova circondato di nullità, da mezze coscienze e da banditi in covrattino rosa.

Nel nostro ufficio c'era stato mandato da Firenze un giovine che si dava delle grand'arie d'essere il protetto del Direttore, che io chiamavo anagrammaticamente, Gabriullo Decherecci Capoziotele del Servigrafico Zerenfi, che per ischerno gli ripetevo sul muso ogni volta che si dava arie di sopracciò.

Codesto giovine si chiamava Telesforo Materassi ed era brutto come il suo nome: nessuno s'era accorto che il birbone aprisse le lettere dell'ispettorato dirette al Cap'ufficio; questi si chiamava Trollio Tunti ed era un caccialepre gesuita piccolo tutto naso, voce e penne; su quel gran nasone ci dondolavano, come alacce di pipistrello, le lentine del miope cangianti luci come i suoi occhiacci corvini; Telesforo e lui se la dicevano come Euticchio e Sinforosa e si bisbigliavano continuamente fra loro, occhieggiandoci sul mod. 126 ogni, più lieve infrazione: spia piccola l'uno, spia grande l'altro, e io gonfiavo e mettevo dentro.

Un giorno fu trovato il plico dell'ispettorato su una bòzza d'acqua versata dalla boccia che tenevano per bere; arriva il Tunti, prende la lettera; si volta a noi, e: – Chi è stato che ha bagnato questa lettera? Rispondiamo d'averla trovata così, allo smontar di notte di Telesforo. Interrogato, nega: ma il messaggero, in gran segreto, mi racconta che, in sul far del giorno, l'ipocrita aveva aperto il plico, l'aveva letto e tentava riserrare la busta senza poterlo: per salvarsi ha versato l'acqua, ponendoci sopra la parte gommosa, pensando di sviar così i sospetti, anzi cosa ti fa? nella deposizione d'inchiesta, la colpa a me senz'altro, dicendo che io aprivo tutte le lettere!

La furia mi divorava: entro in officio, mi dirigo alla macchina della linea di Civitavecchia dove stava trasmettendo quel birbone e gli domando concitato se è vero che ha detto che sono stato io e che leggo tutte le lettere dell'ispettore, per tutta risposta mi del prepotente. Accecato dalla rabbia, gli meno una ceffata; si china dietro l'apparato e colpisco col dorso della mano l'asse del volante porta-zona, ficcandomelo nella carne, nell'impeto, e producendomi una ferita dolorosissima.

Naturalmente l'affare non poteva finir , ed ebbi la costanza d'aspettarlo dalle tre alle sette che smonta di servizio: ho giurato di fargliela pagare.

C'era davanti alla stazione una gran montagna di cocci, (non so se esiste piu) detto il Monte Testaccio; codesta collinetta, era formata di pezzi d'anfore rotte, vasi romani, lumi di terra a olio, bocce e piatti dell'epoca imperiale. E la gente gli antiquari, gl'inglesi, i tedeschi, v'andavano a rufolare e a cercarvi i pezzi d'anfore che portassero le sigle, lettere latine, la data dell'impero; ecc.

Costì ci accapigliammo: era più lungo e più forte di me e capii per che le avrei buscate, se non mi appigliavo al più rischioso attacco sùbito sùbito: gli vo sopra, l'avvinghio con le braccia dietro il collo, lo tiro giù; morde l'infame e scalcia; lo getto a terra; lo trascino per otto o dieci passi; si alza co' pantaloni alle ginocchia sbrindellate (e se l'era messi novi proprio quel giorno); mi salta addosso, mi butta in terra lui; con uno sforzo sovrumano lo rivolto, gli metto i piedi, le ginocchia sul corpo, dove càpita càpita e giù botte da orbi negli occhi. Ero doventato una bestia; a morsi si difendeva il cane: me lo levarono di sotto che grondava sangue dagli occhi, dal naso e dalle orecchie.

Eccomi, un'altra volta in guardia! Ma Telesforo era domato, ormai: avevo la mia soddisfazione; m'ero vendicato e m'avevo vendicato i compagni di tutte le mascalzonate di quella vipera infamissima, la quale, sia detto a fin di morale, si guardò bene da quel giorno d'intrufolar la lingua con la calunnia e il mendacio.

Credo che sia morto: ma se vive, se si ricorda il ballo che ballammo assieme, gioco che non se n'avrà per male se l'ho rievocato qui come mònito a tutti, ricordandogli il proverbio fiorentino.

L'invidia fa agli altri la fossa, ma poi vi casca dentro.

Si riseppe il fatto; fui minacciato e tenuto in punto di penna per traslocarmi; ma, per , non se ne fece nulla: pur troppo verrebbe anche quello, se mi lascerete dire.

Scendendo un giorno dal Pincio e inoltrandoci, – quasi già di notte fatta, – sulla piazza del Popolo; nel passare accanto al monumentino che c'è nel centro della piazza scorgemmo col capo sulle ginocchia, un giovine bello come Gesù Cristo, dell'apparente età di trent'anni; ci avviciniamo e lui alza il capo guardandoci: aveva gli occhi azzurri con un fondo violaceo a pagliettine d'oro; capelli d'un biondo ricco dorato, due baffi sottili e lunghi, una bocca di bei denti e rosse labbra; rotto e strappato negli abiti, con le scarpe strapanate, la roba che gli cascava di dosso; era insomma il vero tipo del barabba, come dicono a Milano, o del vagabondo teppista come si dice oggi. Senz'aprir bocca, senza chieder nulla, si toglie rispettosamente il cappello e saluta. Mi fermo, ed ecco il dialogo così come ancor mi suona nel cuore e nell'anima:

– Oh che fa lei qui, a quest'ora giovinotto?

– Eh – caro Signore – non so dove andare; non ho denaro; sono sconosciuto, straniero...

– Ma – dico io – dall'accento mi sembra veneziano; non ha nessuna amicizia; non ha lavoro?

amicizie, lavoro: arrivai da Venezia un mese fa; non trovo dove occuparmi; non ho mangiato da tre giorni, e non so come procacciarmi il pane per me e per le mie bambine. (E a questa confessione, copiose lacrime scendevano silenziose sulle guancie emaciate del povero giovinotto). Tutto commosso rispondo;

Coraggioamico; – l'uomo che si dispera è uno stolto; a tutto c'è rimedio meno che alla morte. Venga, venga con noi; qualche santo provvederà: s'alza, lo prendo a braccetto, lo conduco con me al primo caffè, gli faccio mettere in corpo un caffè e latte, un pajo di panetti, e poi senz'altro me lo porto nella mia cameretta, tolgo il materasso, lo stendo in terra e gli cedo il mio letto; ma protesta che vuol dormir lui al suolo. Io l'obbligo a far come voglio, perchè qui – gli dico – voi siete l'ospite e io quello che invita.

Raccomandato il giorno dopo al Cav. Bernardi, che era veneto anche lui, Capo-stazione Principale, lo impiegò con in segreteria, e così il povero Giuseppe Danella ebbe un pane.

Era il poveretto, di famiglia aristocratica veneziana, e, un tempo, ricchissima, allora decaduta: godè poco tempo del pan duro ferroviario; ammalatosi di tisi, morì all'Ospedale e la tarda pietà nostra raggranellò poche centinaja di lire, fra tutto il personale di stazione, per le misere bambine!

Ho narrato questo fattolievissimo e comune se si vuole – ad un sol fine: quello di mostrare come un uomo dotato d'eccellenti qualità, per poco che la fortuna lo abbandoni, può terminar la vita in un letto numerato d'ospedale. Prima di morire, il buon Danella volle riveder me, che considerava come il suo salvatore (l'infelice non sapeva, s'era accorto, che aveva le ore contate!) Presami una mano, mi scongiurò di scrivere alla sua famiglia e di dire alle sue bimbe che presto sarebbero venute nella bella Roma anche loro: volle che promettessi di spedire alle infelici creature tutto il suo stipendio; mi baciò, e s'addormentò mettendosi sotto al capezzale due aranci che io avevo portato meco. Non doveva rivedere il giorno seguente! Morì senza un lamento, col nome delle sue creature sulle labbra.

Quando lo seppe il buon cav. Bernardi, (vecchio patriotta che si fregiava di due medaglie al valore guadagnate a San Martino come ufficiale de' bersaglieri) pianse come un fanciullo. Povero Danella, povero Bernardi; il primo morto all'ospedale; l'altro si suicidò molt'anni or sono, non si seppe mai perchè.

Oh giovani, non tralasciate mai di sollevare gl'infelici; dividete con loro il vostro pane, ancorchè duro e scarso; non serrate mai il vostro cuore alla carità, perchè – chi sa – un giorno potete anche voi aver d'uopo della protezione d'un altr'uomo; non passate giammai oltre, dinanzi alla sventura e alla infelicità dei fratelli, perchè, sebbene nessuno ve ne ricompenserà sulla terra in cielo (vana fola creata dal timore), la soddisfazione immediata che voi ne sentirete nell'atto stesso di porgere una mano alla sventura in lacrime, e il ricordo generoso del beneficato, varranno molto di più, certo, d'una medaglia d'argento o d'oro, o d'un nastro, che le apparenze vi possano fissar sul petto con uno spillo.

Giuseppe Danella morì nel fior degli anni ed ebbe funerali degnissimi; lo accompagnammo tutti con amor di fratello, e i nostri occhi brillarono di lacrime sincere e non comprate: la sua memoria vive ancora sur un marmo gelido in Campo Verano: ma la più bella epigrafe è questa che l'unico suo amico scrive, oggi, con inchiostro stemperato di lacrime. Addio, Danella, addio! Povero Danella....

Mi tormentava amaramente la vessazione continua di cui io era vittima da parte dell'ispettore dei telegrafi che si chiamava com'ho detto, cav. Fabio Binda ed era, – vedete combinazione – proprio mio conterraneo, cioè lucchese; col dir questo, io non intendo affatto voler dare ad intendere che perchè nato fra le mura dell'etrusca città di Gentucca e di Bontuaro, io avessi la pretesa d'accampar diritti alla sua protezione; manco per sogno: spirito assolutamente indipendente e affatto spregiudicato; fu sempre uno dei miei difetti (se difetti può dirsi quello di non voler mendicar giammai la protezion di chicchessia), quello di voler camminare nel mondo a testa alta e libera, padrone padronissimo di me stesso e senza vincoli di vassallaggio.

Cotesto amabilissimo caporalaccio, (come lo chiamavamo tutti a una voce) mi teneva d'occhio e a catena come il cacciatore tiene il falco per una zampa. Sapeva che io la pensavo diversamente dalla maggior parte degli uomini che lo circondavano; sapeva che io scrivevo in fogliucoli, allora, in odor di forca; cominciavano appunto a serpeggiar le idee di Bakunine e di Marx; Mazzini scriveva nel Dovere di Roma;..... e tutti gli spiriti più audaci di quei tempi, erano affigliati all'Internazionale: nella trattoria dei «Sette Colli» bazzicava un vecchio carbonaro, rosso e feroce come il famoso Zambianchi; era stato prete e una delle diversioni nostre più clamorose era quella di fargli «dir messa»: Si chiamava De Angelis, ed era il ritratto nato e sputato di Carlo Marx; la stessa zazzera, la medesima barba; salvo che, invece di parlare in tedesco, spiccicava il più sonoro vernacolo romanesco trasteverino che si conoscesse a que' tempi, gran bevitore; grande attaccalite, incapace d'ammazzare una mosca, portava una fuciacca rossa fiammante che gli copriva il formidabile torace e sacramentava in latino e in romano come un turco. Vecchio garibaldino, era un terribile mangiapreti e noi l'amavamo come un padre, come un eroe. La ferrovia lo teneva esiliato e lontano per timore di complicazioni internazionali, diceva lui; per paura di propaganda, dicevamo noi; e chi voleva De Angelis, doveva andare a cercare a Isoletta, dove era Capo-Stazione in esilio perpetuo.

Quando De Angelis scendeva a Roma, la sua prima capatina era della «Sora Nena»; mangiava una forchettata di Spaghetti al sugo e un micolino di pane con invariabile arrosto alla Cacciatora; gli mettevano davanti un boccale di vino de li Castelli e di costì non si moveva fino a non esser brillo come una monna, da doversi prendere e caricare sur un carretto è portare a casa a smaltire la sbornia in 48 ore.

Quando credevamo giunta l'ora lo vestivamo da vescovo, con una gran tovaglia di bucato; una mitra fatta con un giornale; un aspersorio, che generalmente era un granatino di saggina e gli facevamo dir messa: aveva una voce di basso profondo che avrebbe spaccato un tamburo; la gente s'accalcava alle finestrucole inferriate a sbellicarsi dalle risa quando cominciava con una voce stentorea:

Introibo ad altare Dei

– In nomine patris et filiis et spiritus Santum.

Amen... (rispondevamo noi con una vocina in falsetto, imitando il chierichino, e così andava avanti un bel pezzo, finchèrosso come un gambero fritto, con una faccia che metteva paura, col litro alla bocca gridava:

«Ite missa est, canaglia merdochea!».

La grand'amicizia che passava tra noi; le frequenti visite che io gli facevo a Isoletta; gli scritti che egli mi chiedeva per il Dovere, per la Voce di Roma, erano tanti pruni negli occhi del Cav. Binda, papalino emerito prima, spia della Direzione Generale e di tutti i Ministeri ora.

Io mi sentivo come prigioniero a piede libero: cosa sapevo io a diciott'anni delle furbizie degli uomini e di certi uomini? Eppure, in fondo in fondo, il Cav. Binda m'aveva messo gli occhi addosso per l'utile suo e forse mio ed ecco in qual modo.

Nell'inverno di quell'anno famoso che si chiamò del '70, una terribile inondazione coprì d'acqua tutta la Roma trasteverina, e immani sciagure sovvrastarono alla catastrofe. Roma, non si riconosceva più; i quartieri bassi completamente sott'acqua fino a tre e quattro metri dal livello della strada; barche e pontoni percorrevano le strade più colpite portando soccorsi, prima, per salvare la vita a que' poveri inondati, poi pane e cibarie.

Vittorio Emanuele II, che era allora nella capitale provvisoria, Firenze, ruppe gl'indugi e corse sul luogo del disastro. È una delle solite apparenze di sviscerato amore a' popoli, quello dei re, di correre dove credono che, facendo pompa della loro comparsa e mescendo qualche goccia di denaro dal pispolo piccolissimo dell'imbuto a bocca larga che si servono per imbottigliare nelle arche loro il denaro munto ai popoli in gran quantità; possono cogliere due piccioni a una fava, come suol dirsinomea di liberalità e affetto di vassalli.

Venne dunque Vittorio; me lo ricordo anche ora, percorse in un barcone, circondato dal Prefetto, dal Sindaco, da generali, dai pezzi grossi del seguito, i rioni più colpiti, raccattando orazioni, benedizioni e suppliche.

La campagna, dalla parte di Civitavecchia, Ponte Galera, Maccarese, Magliana, tutta invasa dall'acqua: le rotaie coperte da un metro e mezzo di torbido acquitrinio di fanghiglio; il Tevere, metteva paura. La circolazione dei treni rimase interpolatamente sospesa per circa due mesi; e si dovette accorrere nelle stazioni più pericolanti, sia per prestar aiuto a salvare le famiglie, sia per avviare, men che male, un po' di circolazione di treni e di traffico.

Una mattina, non essendo di servizio, entravo in stazione per curiosare e veder come mettevano le notizie dei posti di livello del Tevere e della Nera; quando l'ispettore entra correndo in stazione con una cassetta, dove vi si tenevano i ferri necessari a riparare i guasti agli apparati; e mentre sta per partire una locomotiva di soccorso per la linea di Ponte S. Paolo, m'ordina, in fretta e in furia, di recarmi a Maccarese che non risponde da tre ore e che, con probabilità è coperto dall'acqua.

Oltrepassato a passo d'uomo il Ponte; varcata Magliana, Ponte Galera, con l'acqua che copriva i binari, arriviamo giusto giusto a Maccarese in tempo, per vedere che tutto il personale s'è rifugiato al piano superiore; dell'ufficio telegrafico non c'è più vestigio; l'acqua dal cielo e dalla terra avevano bagnato talmente gli apparati e le pile, da non essere più in grado di ricevere di trasmettere la corrispondenza di servizio.

Scendiamo: faccio togliere il cassone delle pile, togliamo il tavolino, lo portiamo in un carro bestiame, e costì stabilisco un ufficio provvisorio; ma con mia trepidazione mi accorgo che il relais non si poteva funzionare perchè fulminato nelle bobine; come fare? l'urgenza mi suggerisce un metodo altretanto spiccio quanto malagevole e pericoloso: applicando la lingua alla linea per mezzo del commutatore, attendendo la forza delle scosse col fazzoletto umido, arrivo a capire perfettamente le comunicazioni del centrale e a rispondere con terra verso Civitavecchia; stabilisco così un servizio ininterrotto, e riesco a trasmettere telegrammi di servizio della linea nord, e intanto chiedo l'invio di un relais buono e il necessario per rifornirsi di corrente.

Stetti costì distaccato una quindicina di giorni; ricevetti lettere di congratulazione; incoraggiamenti, elogi, insomma – senza capire bene – m'accorsi, dopo, che il mio colpo d'occhio sicuro d'armare un ufficio per , m'aveva fatto acquistare la stima del mio aguzzino, il quale venne subito a Maccarese e mi fece un monte di complimentiEra Capo di quella infelicissima stazione un certo Ferrarese; poi un grand'amico, un bel tipo famoso e spericolato che appena mi vide arrivare dalla locomotiva, quasi piangendo cominciò a guardare: – Oh per l'amor di Dio, ci volevi proprio tu a salvarmi da questa terribile posizione: e la moglie, napoletana come lui, e come lui paurosa e tremante, si raccomandava a me perchè la facessi portar via subito a salvamento.

Dopo quest'avventura, il Cerbero non mi guardò più con gli occhi tanto biechi, sembrò aver più tanta fame della mia vita: anzi, propose, di nominarmi suo commesso – o segretario, come si diceva pomposamente.

Era quello un posto che aveva attirato, e attirava, le ingordigie di tutti quei poveri cretinelli dell'ufficio; essere all'ispettorato, segretario d'un ispettore! celesti Numi che onore, che felicità: e a me non ne importava nulla, fosse non so perchè pensavo che avrei avuto le domeniche e i giorni festivi liberi; avrei potuto andar sulle linee a distribuire le Circolari e gli ordini di servizio e potevo studiar di più ed esser più libero.

Nell'incertezza di accettare o no, feci come facevo sempre prima di decidermi sul serio: ci dormii su, sistema inglese, perfettamente riuscitomi in tutta la mia vita. Infatti se vi è una cosa più naturale e più savia, è quella di non risolver mai decisione importante, se prima non ci dormite due notti sopra, provate questa ricetta – o giovani, – voi che v'affrettate a prendere le vostre decisioni a tamburo battente e all'impensata: i casi della vita sono tanti e così numerosi e quotidiani che certamente può parer ridicolo un consiglio simile – non è vero? – eppure, per poco che vi si presenti un caso importante e serio, il procastinare poche ore alla decisione che può costarvi dispiaceri, rammarichi e pentimenti in gran numero: è il miglior metodo e il più giudizioso. E quante volte mai non ho dormito all'inglese sulle mie decisioni, sempre m'è andato a ruzzoloni, con mio disdoro e gravi conseguenze.

I compagni d'ufficio, invidiosi, mi sconsigliavano; gli amici, che mi stimavano e volevano bene, mi spingevano ad accettare e finalmente a malincuore dissi di sì! sorridendo, direte: eh eh! quanta importanza si quest'uomo perchè un altr'uomo lo chiama a lavorare con lui! Piano, piano – vi rispondo: – io non ero nulla, è vero, ma l'accettare o no un posto di responsabilità, un posto invidiato, e che attirava su di tutti gli odi del personale delle tre linee e di cinquantadue ufficj, non era cosa da pigliarsi a gabbo. Lasciavo la mia indipendenza, la compagnia spensierata della famiglia telegrafica, per diventare anch'io – in certo qual modo – un aguzzino in sedicesimo. Rapporti, punizioni, multe, traslochi, inquisizioni, reprimende, tutto doveva passar dalle mani mie; funzione odiosa e terribile: o essere una canaglia o un angiolo; o far del bene o far del male! Povero Giulio Pane, a che misera condizione ti aveva esposto saper qualcosellina di più degli altri e passare per un ragazzo «che promette bene» in mezzo agli asini; e pensavo, tra me: è proprio vero che il proverbio latino deve aver ragione: «Beati i monoculi in terrae coecorum!» A vent'anni avevo imparato da me due o tre lingue ed ero in ufficio, l'interprete di tutti i forestieri che venivano a far dispacci: quando mi toccava la nottata, mi vedevano arrivare con una mezza libreria sotto il braccio; dizionari e grammatiche, erano i miei compagni di servizio. Sfollato il grosso del lavoro, passata la mezza notte, chiusa la contabilità del giorno avanti, aprivo i miei scartafacci e passavo nel mondo dei sogni, due o tre ore perfettamente fuori di me: nessuno potè vantarsi che fossi colpito da multe per inadempienza ai miei doveri, nessuno potè vantarsi – come me – di rispondere alla prima chiamata che mi fosse fatta a qualunque ora della notte! E so che l'ispettore, per provarlo, scendeva lesto lesto dai diretti e, apprestatosi al tasto della linea di Roma, chiamava: non era terminato il segnale che partiva la risposta.

Conoscevo la calligrafia, – chiamiamola così – delle trasmissioni; sentivo la cadenza e il tono delle mani d'ognuno e li riconoscevo al suono e mi bastavano due lettere per dire subito al trasmittente: Tu sei Tizio, Cajo e Sempronio! – Invariabilmente rispondevo all'ispettore che non credeva sorprendermi in mancanza: – Nulla di nuovo, Sig. Cavaliere: – e tutti zitti!

Per queste poche cosucce dunque, fui chiamato al poco, per me, invidiabile posto di Segretario, e vi rimasi tre lunghi anni, fino a tanto cioè, che la mia mala ventura (o la buona o la contraria stella) spuntasse sull'orizzonte a far mutar rotta alla navicella fluttuante di mia vita.

*

*   *

Prima che s'effettuasse il cambio, cioè prima che fossi trasferito all'ispettorato, m'avvennero due casetti veramente curiosi dei quali non voglio lasciarne passarne il ricordo, sembrandomi possano racchiudere in qualcosa di buono per il lettore.

Una notte, essendo di servizio, mentre me ne stavo dormicchiando disteso su tre seggiole, con la testa appoggiata a un guanciale fatto co' libri degli Ordini di Servizio! mi parve di veder aprire l'uscio dell'ufficio, e un mostruoso leone avvicinarsi a me lentamente, con le fauci spalancate e gli occhi injettati di sangue. La semi oscurità della stanza (avevo spento tutte le fiaccole a gas, meno una lasciata semi aperta), quell'intorpedimento materiale che ti coglie sempre in sull'ore piccole e che costa tanta fatica; il malessere generale che portava con , il continuo, ed esauriente lavoro; mi tenevano la mente in una specie di dormiveglia accidioso e penosissimo: ma a un tratto, due enormi zampe leonine mi si appoggiano sul petto e un muso mostruoso irto di pelo, s'avvicina alla mia faccia...... sento una lingua ardente lambirmi, e due zanne d’acciaio affondarsi nella carne del viso, ma senza farmi punto male.

Mi desto gettando un rauco lamento, perchè l'incubo era realmente doloroso, m'alzo in fretta e in furia e vedo un magnifico cane, grosso come un vitello, con una giubba leonina maravigliosa, con due enormi zampe, che mi scondinzola festoso intorno.

Ho sempre voluto un gran bene ai cani e ne ho tenuti molti durante la mia vita, perchè credo il cane l'unico animale che col cavallo, meriti la domestichezza e la compagnia dell'uomo. Il gatto invece è un animale felino, cattivo e maligno; non s'affeziona mai, tranne rarissimi casi; all'uomo ne sono certo, se mai s'affeziona alla casa; è tristo, perfino ne' suoi amori; non si conosce il suo istinto; non si giunge mai a cattivarne la simpatia; il Raiberti (che ne ha scritto i pregi e le qualità; che ha fatto del gatto l'imagine del filosofo e del solitario), non deve aver studiato il gatto oltre le sue apparenze: imagine del più spietato egoismo, peggiore dell'accidia, mi ha fatto maravigliare assai che due popoli (così diversi di razza, e pur così uguali d'idiosincrasia – l'inglese e il genovese) – possano avere per questo freddo, repugnante, viscido animale, le più dolci tenerezze, le più raffinate cortesie.

Presi, dunque il magnifico cane con me, e lo tenni varj giorni; il primo atto fu di denunziar la bestia, il secondo di dargli un nome, e lo chiamai Mosca. Era un animale terribile e mangiava come un lupo; pure mi sarebbe doluto assai di perderlo: il primo giorno che lo portai con me ai Sette Colli, legatolo alla zampa del tavolino dove io mangiavo, nel vedere il gatto uscir sospettoso di cucina e fuggire, dette uno strattone per afferrarlo; rovesciò la tavola con tutti i piatti, l'oliera e le bocce del vino e dell'acqua, cagionandomi un disastro di molte lire. Nella mia solitudine avevo trovato un compagno: c'intendevamo a maraviglia, e sempre lo tenevo con me come un figlio.

Un giorno – che passeggiando m'ero spinto fin verso Castel Sant'Angelo, – passando da Piazza Colonna, un signore si ferma, guarda il cane, guarda me ed esclama: questo è il mio cane: Leone! e Leone dimenando la coda, si slancia incontro a quel signore.

Mi si fa innanzi costui e con aria di bravaccio mi fa: – Questo cane è mio e lo riprendo. –

Alto signor mio caro – sarà come voi dite; ma non ve lo renderò così facilmente; ho denunziato la bestia e dovete dirigervi al Municipio.

Interviene un pizzardone: gli presento la bolletta; l'individuo c'investe prepotentemente e tenta strapparmi il cane che tenevo a catena; mi ci voleva tutta per tenerlo.

Non l'avesse mai fatto: fuori di me gli un pedatone nello stomaco, e l'investo co' più bassi titoli romaneschi: s'intromettono persone, il mascalzone comincia a gridare: – Io sono il Conte.... mi renderete ragione, delle vostre offese; rendetemi il cane.

Pronto a rendervi conto d'ogni cosa – rispondo io, – il cane ve lo ridarò quando mi proverete che siete il suo legittimo padrone: – meno prepotenze – intanto mi rimborserete delle spese che io ho incontrato per il vostro cane.

Mentre si sta tempestando da una parte e dall'altra, in mezzo a un crocchio di gente; si fa largo a un signore, e qual'è la mia sorpresa nel riconoscere il Cav. Binda in persona.

Il Cav. Binda era un cacciatore appassionato e amicissimo di tutti i cacciatori di Roma; strette di mano al Conte…. saluti a me. Informato di quel che passa, mi ragione e mi dice:

– Questo gentiluomo – il Conte – è mio amico; rispondo io per lui; gli renda pure il cane. E così dopo il rimborso delle mie spese, resi il povero Mosca al quale mi ero affezionato e che era la mia compagnia.

Dopo due giorni, m'arrivò una bellissima lettera del Conte... con una cassetta di dodici bottiglie di vino che mi mandava in compenso dei miei fastidj diceva lui.

Fastidi o no, s'ebbe da me quel conte, bùttero aristocratico, la lezione che si meritava.

Non era raro che, durante le lunghe nottate d'inverno passate dinanzi alle macchine telegrafiche accadesse qualche fattarello degno di ricordo. I protagonisti erano sempre forestieri che avevan bisogno dei servigj del telegrafista, il quale si prestava sempre gentilmente come vedrete.

Nell'inverno, dunque, del 1871, verso il tocco di notte, si sente il tintinnio del campanello dell'accettazione e, attraverso il vetro smerigliato scorgo un cappellino di donna che va e viene in grande agitazione. Aperto il finestrino due signore giovani, entrambe, l'una delle quali piccoletta l'altra più slanciata, mi presentano un dispaccio. Era scritto in lettere dell'alfabeto russo, e sebbene conoscessi l'equivalente loro nell'alfabeto latino, feci osservare che non potevo accettarlo così che però lo farei purchè fosse trascritto in linguaggio intelligibile.

La signora, piccola di statura aveva un volto maraviglioso che non potrò mai dimenticare: di carnagione bianca come il latte, con una fronte pura e due occhi nerissimi, capelli pure neri e ricciuti, una bocca rossa da melagrana, era un vero tipo della donna polacca; sguardo e sorriso dolcissimi, con abbigliamenti signorili e profusione di gioie agli orecchi, al collo e alle dita: l'altra era una fanciulla come ve ne sono tante fra le governanti; simpatica ma non bella, tradiva la sua condizione l'abito meno sfarzoso e più dimesso. Mi fece parlare sempre in francese dall'altra giovine ed ecco la storia reale d'un fatto ben tragico, di cui ne parlarono i giornali del tempo.

Era costei la figlia di un principe e antico governatore dello Stato di Bedicheff, fuggita per non poter oltre sopportare la visione dei martirj di cui erano vittime i poveri deportati polacchi confinati e isolati dal resto del mondo nel governo di Irkutsk.

Approfittando d'un viaggio di Leo Deutsch, il famoso nichilista che ebbe a passare sedici anni nelle prigioni dello zar Alessandro, che fu ucciso nel 1881, la coraggiosa fanciulla aveva seguito un giovine rivoluzionario russo, scampato alla forca con la fuga precipitosa.

Fu detto che non fosse estraneo l'oro della madre della giovinetta alla fuga d'entrambi; e ora la giovine principessa era a Roma, nascosta, e fuggitiva.

Il governo di Alessandro II però, aveva sguinzagliato innumerevoli spie e segugj in tutte le nazioni, per tener d'occhio i miseri nichilisti, rei soltanto di voler redenta la patria dal mostro infame; e il governo italiano – fra tutti i governi il più vile, il più abbietto, il più servile, non sentiva vergogna di prestar mano alle persecuzioni che gli agenti russi esercitavano attorno agli hôtels, negli stabilimenti de' bagni, nelle stazioni di cura, nel cuore d'Italia.

Il giovine pittore era fuggito a Napoli, per isviare il fiuto dei bracchi dello zar e de' feroci aguzzini; e la giovine veniva appunto a telegrafare che essa partirebbe fra qualche giorno. Ma come intendersi per trasmettere il telegramma non avendolo scritto in lettere latine? e non parlando neppure una parola di francese?

La governante potè spiegarle il caso e lei allora tradusse in lettere latine il dispaccio che essa vide trasmettere coi suoi stessi occhi, dimostrandosene riconoscente non solo, ma volle aspettare la risposta da Napoli che arrivò due ore più tardi, e si ritirò dall'ufficio che cominciava a spuntar l'aurora.

Prima d'andarsene la bella figlia di Varsavia disse alcune parole alla governante e questa fece cenno col capo di sì. Io non capii potei afferrar le parole; richiusi lo sportello e attesi al lavoro. Dopo una mezz'ora, alzando il capo, scòrsi, dietro la vetrata opaca divisoria, come un oggetto voluminoso dimenticato: alzato il vetro trovo costì sul davanzale un magnifico fazzoletto finissimo in un angolo del quale c'erano trapunte alcune grandi lettere sormontate da una corona.

Guardadico tra me, – lo hanno dimenticato quelle giovani; lo prendo e lo metto nel cassetto in attesa di chi venga a ricercarlo. Infatti, non ho finito di far l'operazione, che s'apre l'uscio e riappariscono le due giovani. Credendo che fosse per reclamare l'oggetto dimenticato, non hanno finito di chiuder l'uscio io riapro il cassetto, prendo la pezzuola e premurosamente m'affretto a dire: – Madame, vous avez oubliè votre mouchoir, le voici. Ma la giovine compagna, postasi dietro alla bella russa, sorridendo e scrollando mollemente il capo, mi fa cenno di no.

Sorpreso aspetto, e la signora mi un altro telegramma, mentre la governante dandomi una moneta da venti franchi e un biglietto da visita pronunzia queste parole: «Faites aussitôt que possible la dépéche que voici et venez chez moi aujord'hui – si vous pouvez» – Via San Giuseppe Capo alle Case n.° 12 2ème étage: e in fretta e furia spariscono.

Che fatto stranopenso fra me – che gente matta questi forestieri; buon per loro che hanno denaro da buttar via; o di questo foulard cosa ne fo? devo proprio andare a casa loro? Cosa succederà?

Ero perplesso, agitato, nervoso; la bellezza seducente di quel viso m'aveva dato il capogiro; ho avuto, sempre, da giovine e da vecchio, un temperamento facile all'ammirazione; il bello, il formoso, lo strano, il maraviglioso, hanno esercitato un'influenza così potente sul mio cervello che un bel visino, (quel bello che piace, non il bello, comune e che nulla dice al cuore) un gesto solo, anche un'occhiata sola, mi hanno fatto perdere a un tratto l'impero di me stesso. E quella giovinetta russa era veramente bella, di quella bellezza rara e luminosa che fiorisce fra le nevi e i ghiacci perpetui delle terre equoree. Il sorriso poi, traduceva all'esterno la sensibilità timida e gentile d'un'anima pura; le fiamme, che guizzavano da quegli occhi di velluto leali, virginei come quelli di una bimba, mi erano penetrati nel fondo del cuore e – per farla brevesentivo un turbamento ineffabile.

Alle tre dello stesso giorno, col cuore in sussulto, a passi incerti, montavo le scale della pensione dove abitava la bella fanciulla, e dieci minuti dopo, sur un tavolincino di tartaruga preziosissimo, deponevo il denaro, la ricevuta e il foulard.

Mai ho veduto un appartamento più signorile di quello. Seterie sulle poltrone e arazzi alle porte; specchi di Boemia e di Murano; i mobili più preziosi, le tappezzerie e le ricchezze più lussureggianti che abbiano mai adornato le grotte delle fate delle Mille e una Notte, costì si trovavano ammonticchiate e profuse; vasi d'alabastro con entrovi fiori jemali e pesciolini e tartuche microscopiche tra capelvenere e rose primaverili. Un profumo speciale che non ho mai più risentito, saturava quelle stanze, che, a me sembravano incantate. Mi pareva che m'accadesse l'avventura di Aladino della lampada incantata, quando conosce la bella.

La governante apparve sùbito e mi ringraziò con un gentil sorriso, delle squisite gentilezzediceva lei – che avevo usate alla principessa: che essa voleva attestarmelo di persona e che avessi la bontà di aspettare due minuti. Entrò subito infatti costei e se, di notte, alla luce d'una povera fiammella a gas, m'era apparsa bellissima; di giorno, nel suo abito succinto – tutto bianco guarnito di pizzi lilla, con le chiome adorne di rubini che scintillavano come gocce di sangue – essa m'apparve divina. Se ne accòrse, la bella figlia delle nevi, e col suo più angelico sorriso, (nel quale scompariva affatto la visione materiale femminile per dar vita a qualcosa d'etereo e d'ideale); mi disse:

Vous avez été bien gentil avec moi monsieur, et je n'ai pas les moyens, à présent, de vous témoigner ma reconnaisance: ne voudriez-vous parmi honorer de votre aimable compagnie à mon souper? Ne craignez monsieur, d'être importun; au contraire c'est moi qui doit vous avoir bien fâchez cette nuit.

Giunta l'ora d'entrar di guardia, dovetti lasciare quell'amabil figura; ma essa era già scolpita nel mio cervello e nel mio cuore con tanta forza, che anche ora, cinquant'anni dopo il fatto, risento le impressioni soavi di quel fascino inesplicabile che spirava dalla sua persona, come una corrente misteriosa che m'aveva proprio magnetizzato.

Otto giorni dopo questa, per me, indimenticabile scena, i giornali di Napoli e di Roma recavano la notizia che due giovani amanti – una signorina russa e un pittore polacco – s'erano uccisi in una povera cameruccia d'affitto a Mergellina.

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*   *

Ho detto nelle pagine precedenti, com'ero ben trattato da tutti gli amici della trattoria dei «Sette Colli;» e che solamente una volta un amico, per troppo affetto verso di me mi consigliò d'andar con lui in un'altra parte dove, diceva, si pagava meno e mangiava a quattro ganasce. Volli tentare, dunque; ma ebbi a  pentirmi amaramente, del torto che – senza ragione davvero – io facevo alla buona Sora Nena, che tanti saporiti bocconi metteva in serbo per l'amico ferroviere.

C'era nel '70 (e forse chi sa che non ci sia ancora), vicino a Fontana di Trevi un vicolaccio, con due o tre bottegucce di poveri mercantelli. Costì, in un canto della straduccia, una taverna sporca e nera s'apriva al pubblico la mattina alle sette e si chiudeva a mezzanotte. Ci s'entrava scendendo due o tre scalini sudici e unti e, appena messo piede in un camerone pieno di fumo e di fumatori si poteva giudicare che specie d'antro di cacco egli fosse: nuvoli di mosche volavano e cascavano in quel buio pesto. C'erano due o tre tavolinacci, su cui certe tovaglie zuccherose erano stese più per figura che per altro, intorno ai quali stavano sedute quindici o venti persone mangiando, bevendo e giocando.

Piatti e scodelle sordide, fesse e scrostate ruzzolavano dalle mani dello sguattero che tutt'untume e sbrèndoli girava di qui e di portando piatti pieni e vòti, fogliette e quinti di vino, pane, le pietanze, frutta, e ricevendo ordini e gridando con quanta voce aveva in canna: «spaghetti al sugo» «una manzo con patate», «Due miste supplì» e l'acciottolìo de' piatti che un altro sguattero più lercio del primo spisciolava in un catino orrido e fetente si mescolavano alle voci de' giocatori, le bestemmie, le parole volgari di una gran caterva di buon temponi che facevano costì di notte giorno.

– Cosa diamo ai signori? Spaghetti, maccheroni, una mista, una zuppa alla santè?

Bravo – faccio, – porta una zuppa alla santé, brodosa con di molto pane, e Dio te ne rimeriti in paradiso.

– Due Santè – ai signori beh!.... Tonino, carica brodo!

Quella mattina non m'andava roba pesa, e un buon brodino m'avrebbe rimesso lo stomaco: arrivano le tazze fumanti e cominciamo a mangiare.

Era una minestra che non avevo mai sentito d'uguale; untosa e grassa, con de' pezzi di pane rimesso e certi spinaci duri e secchi che parevano foglie di carciofo: era bujo fitto alla tavola dove c'eravamo messi noi, in un angolo nero e fetido. Mi vien voglia di vedere un po' che roba ho davanti e accendo un cerino guardo in quell'oceano di sargasso pieno di roba innominabile.

Lettore tienti lo stomaco! Tiro su una cucchiajata di quella bobba e ti vedo.... un centinajo almeno di mosche in guazzetto; un vero cimitero; una pappa di quei viscidi e ripugnanti insetti, come se l'oste ne facesse una caccia speciale per quel genere di minestra. Guardo l'amico: doventò cadaverico; è più facile immaginarvi quel che successe che scriverlo!

Bravo oste per Dio! Tu devi essere un pronipote di non mi ricordo più quale imperatore, se Diocleziano o Caligola, che passava le giornate a chiappar mosche! Agguanto il cappello, e via come una saetta, senza manco aspettare l'amico. Mi ci volle del buono e del bello a scordarmi di quella famosa zuppa alla Santè e tutte le volte che la Sora Nena m'offriva un brodo, sebbene sapessi che costì si mangiava pulito, non ci fu verso che potessi riadattarmi a vederlo nemmeno da lontano.

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Non era trascorso un anno dalla morte del povero Danella (se ve ne ricordate) che m'accade un fatto quasi simile, a quello ma con uno scioglimento ben diverso.

Dopo il servizio, andavamo a divagarci un po' in uno dei tanti caffè di via Nazionale a giocare una partita al biliardo e a bere un caffè: una sera, al pianoforte, stava seduto un giovinotto che mandava in visibilio con le sue agilissime dita: suonava, come si suol dire, con l'anima, e ci teneva incantati a sentirlo. Era tedesco – si chiamava Giulio D'Able e ci raccontò che, poverissimo, era venuto a Roma e viveva scarsamente di quel lavoro. Gli messi simpatia; un perchè ne sentivo compassione; un po' perchè mi pareva una cosa maravigliosa sonare a quel modo; e poi anche perchè ho sentito sempre una indicibile commiserazione per tutti coloro che ho trovato senza amici, senza protezione, poveri e abbandonati. Per farla corta, oltre d'avergli regalato otto lire, un vestito, mille altre bricicche, dopo averlo aiutato a imparar l'italiano e tenuto come un fratello; mi venne in pensiero di raccomandarlo all'ispettor Principale Cav. Galli per farlo ammettere come interprete di tedesco in stazione. E ci riuscii, perchè, lo devo dire e lo dico con soddisfazione, mi volevano tutti bene... meno il mio Torquemada! ma andiamo avanti.

Una sera (il tedesco aspettava l'ordine di presentarsi in servizio) verso le 11, si presentano allo sportello dei dispacci, due preti di non so che maledetto ordine, forestieri; e mi dànno un telegramma per trasmettersi a Vienna. Mentre sto contando le parole, mi viene il ticchio di far veder loro i certificati di Giulio D'Ables che avevo ritirati dall'ispettorato. Erano scritti in tedesco. Prego dunque quei due poco reverendi di dirmi cosa c'è scritto in que' fogli (io conoscevo la lingua e la capivo già bene); sento che borbottano fra loro: «Questi sono falsi! o chi gli ha dato i sigilli?» – Allora, m'alzo e spiego tutto l'affare, pregandoli di dirmi la verità, perchè ho capito tutto: ed essi mi svelano che quei certificati sono falsi, e i bolli e i sigilli sono stati carpiti nell'ufficio del Cancelliere. Il Giulio D'Ables era un furfante di sette cotte!

Cosa dovevo fare?

In un momento ho fatto il mio piano.

Bisognava impedire che una canaglia simile potesse ingannare la Direzione; smascherarlo e cacciarlo dunque a pedatoni nella strada.

La mattina dopo prima di smontar dal servizio di notte, gli dirigo un telegramma che venga subito a casa mia; e alle dieci eccolo il vigliaccone tutto contento, credendo che l'avessi mandato a chiamare per l'ammissione.

Appena entrato, serro l'uscio a chiave; gli scartabello i suoi fogli nel muso e gli dico senza altre parole: – Càvati il vestito e sùbito (avevo ancora sotto il letto il fagottino co' suoi stracci): tenta di dir qualcosa, ma ormai era evidente e la prova della sua farabutteria gli stava sotto gli occhi. Si cavò il vestito e almeno quello lo potei riavere; ma il denaruccio ormai era andato: avevo promesso di cacciarlo a forza di calci; mi contenni, perchè mi faceva ancora compassione ma canaglia che davvero si sarebbe meritato la prigione. Mi contentai di mandarlo via a spintoni, dicendogli un sacco d'impertinenze.

Non ci crederete! dopo otto giorni, alzando gli occhi dall'apparato per guardare il treno diretto di Firenze che partiva, vedo, o non vedo? si è lui, è proprio lui, Giulio D'Able, vestito da concierge con tanto di berretto co' galloni d'oro dell'Hôtel Costanzi o Bristol, salvo il vero.

Veda il lettore come sono fortunate le canaglie e gl'impronti! Fosse stato un povero diavolo che avesse magari rubato un pane pe' poveri figliolini suoi, la galera! a costui, falsario, ladro e miserabile, vento in poppa!

E passò dinanzi a me e mi guardò come sfidandomi: mi morsi le mani per non potergliele sbattacchiar sul muso di ladro, e ogni volta che me ne ricordo gli mando l'unica giaculatoria che si meriti: «Porco d'un tedescaccio affamato e ladro, va' via di qua, ritorna a tuoi paesi del sevo e della salsiccia».

Naturalissimo che, con la presa di Roma, scopo della quale era per l'Italia la sua legittima capitale come coronamento di quell'unità per cui avevano tanto sofferto innumerevoli martiri lasciando il corpo sui campi di battaglia, dal '48 al '70; si riversassero sull'Eterna città i fratelli di tutte le Provincie. Roma s'era centuplicata; trasportata la Capitale da Firenze, la regina dell'Arno s'era sentita più vuota e più sola, ma non meno italiana delle sue altre sorelle; Torino, che aveva visto il re allobrogo prima scendere trionfante sulle rive dell'Arno; poi su quelle del Tevere. Mi ricordo che circolò in Firenze in quei giorni un'epigramma salace che fotografava, per così dire, la situazione creata dal nuovo stato di cose italiane:

Torino piange quando il rege parte;
Roma sorride quando il prence arriva;
Firenze, la gentil culla dell'Arte,
S'inf.... quando arriva e quando parte!

La quasi giornaliera corrispondenza con Virginia, mi teneva compagnia e m'alleviava le pene d'una vita resa ancor più schiava dell'impronta tirannica del principale, il quale esigeva da me, oltre un'affezione al servizio di cui io non mi sentivo animato; il sacrifizio d'ore serali e domenicali che m'ero proposto dedicare agli studj; studj intrapresi con ardore, non per avvantaggiarmi nell'impiego stesso, ma per mio diletto e sete insaziabile di sapere.

Virginia aveva il padre ingegnere presso il Ministero dei Lavori Pubblici; io non lo conosceva, ma un caso altrettanto terribile quanto fortunato ci portò vicini l'uno all'altro, ed ecco in qual modo.

La vecchia Stazione non bastando ormai più al grande affollamento del servizio e ai bisogni nuovi creati dalla capitale, fu costruita l'attuale, grandissima, coperta da una tettoia a lucernarj, una specie di cupola gigantesca che ancor sussiste. Una mattina; chi disse per il vento, chi per le vibrazioni del sottosuolo, con terribile fracasso precipitò l'intera tettoja sul piazzale dei binarj, seppellendo molte vetture destinate al servizio de' treni. Per buona sorte non v'era anima vivente costì, e non avvennero disgrazie mortali, meno che lo spavento in tutti noi che lavoravamo nel nostro ufficio telegrafico prospiciente il marciapiede stesso della piattaforma.

Costì fu un affannarsi di pezzi grossi dal Ministero, e fra costoro venne il padre di Virginia che, sapendomi al telegrafo, dette una capatina costì; mi cercò, mi strinse la mano affettuosa ed ebbi così occasione d'essere invitato a casa sua a pranzo. Ma, restìo come sono sempre stato, d'andare in casa d'altri, mai mi vi recai salvo per una circostanza che narrerò più avanti.

il padre, nessuno della famiglia, sapeva in quali termini ci trovavamo Virginia e io; e doveva essere così per ragioni fatali, che solo avrebbero potuto esser rimosse, se il padre avesse acconsentito a maritar Virginia a un miserello com'era io; cosa assolutamente improbabile.

Eravamo all'anno 1876, ed io compiva i vent'anni prescritti dalla legge per esser chiamato a prestare servizio militare. Dovetti dunque partire nel novembre di quell'anno per la città natale, ma prima andai a salutar l'ingegnere e la sua famiglia che abitavano al Corso.

Era una famiglia patriarcale: lui un uomo alto, grande con una testa leonina ornata da una bianchissima barba profetica che gli ricopriva il petto; alcune bambine (avute da una seconda moglie) e due figli, tutti belli, forti e robusti, ornavano la sua famiglia. Tra le figlie c'era una giovinetta, sorella vera di Virginia (ambedue erano perciò figlie della prima moglie) della medesima età mia; era una giovinetta seria e modesta e non bella, sebbene avesse dolci gli occhi, un sorriso angelico e una voce argentina e soave. Io stavo a sentirla parlare, con gli occhi a terra, e quella voce tranquilla e pacata, metteva una nota di pace che dava piacere: assumeva un tono diverso se era diretta a me, più carezzevole, più sottomessa, più rispettosa.

La giovinetta non era felice; la matrigna (come tutte le matrigne) amava ciecamente le sue figliuole, e idolatrava i due maschietti, nulla sentiva per la povera Margherita che era la piccola martire della casa: Fiorellino spregiato e tenuto lontano dalla luce paterna e dagli affetti domestici, avvizziva irrimediabilmente fra le giornaliere facenduole, schiava dei capricci di cinque tra fratelli e sorelle perpetue malignità d'una megera (era genovese) grossolana e senza cuore. L'amore cieco ch'essa portava al padre, la teneva silenziosa e muta a ribeversi le lacrime nel suo segreto confortata solo nel suo Dio, a cui dedicava (com'essa mi diceva) e dolori e speranze e giovinezza.

Grandissimo era l'amore, scambiato fra le due sorelle lontane; ma Virginia, dotata d'un animo ardente e idealista, vagava col cuore e con lo spirito ne' dorati sogni dell'impossibile, cioè in una vita di fantastici idilli, fra le chimere e i sogni dei suoi diciannove anni; mentre Margherita, assillata dalle cure e dalle necessità sgraziate dell'esistenza del padre, che era povero, lottante fra le prime angustie della lotta ardua per farsi, in una città che era un campo di battaglia; Margherita, dico, dotata d'un carattere austero e riflessivo, d'un raziocinio più freddo e compassato, viveva piena di pensierini severi in mezzo a gente che non ne sapeva conoscere le rarissime virtù, le nobili e adorabili qualità della mente e del cuore, e così sbocciava e maturava come un fiore tenuto nell'ombra, senza che un tepido raggio di sole venisse mai a cadere sulle sue pallide fattezze di madonna, senza che la voce amica di nessun essere umano la consolasse giamai nelle ore degl'inefabbili accoramenti, così delicati, così comuni, così tragici nel cuore delle giovinette. (Dico a quei tempi, chè oggi mi pare, i costumi sono cambiati).

Io le posi un amore come di fratello, forse come a una madre; in lei deponevo le mie pene, le mie speranze, i miei sogni; in lei mi confidavo, e da lei volevo il consiglio, e l'incentivo allo studio, alla speranza verso tempi migliori e più dolci; ed essa con angelica pazienza ascoltava, taceva, sorrideva, e mi faceva coraggio per le lotte quotidiane, in mezzo a una gente volgare e grossolana; era insomma la buona fata che compiva le funzioni di mammina e di sorella, di amante buona, seria, severa e pudica; io non sapevo che instillavo nel suo cuore virgineo un veleno potente e fatale.

Dopo tanti e tanti anni che sono passati, da quei tempi; nel fermare nella mente quella figura immacolata di amabilissima fanciulla, io non so se, analizzando nell'intimo del mio cuore, vi trovo o vi sento rimorso per la tragica fine di quell'anima: essa non dischiuse giammai lo scrigno segreto del suo cuoricino; non ne lasciò aperto neppure giammai uno spiraglio ancorchè tenesse del mistero dell'anima sua, il sacro pudore virgineo dei vent'anni; invano, ritornando indietro indietro con la memoria, (pur così vivida e adorante sulle sbiadite figure e le ombre fluttuanti al pensiero), tento sorprendere un atto, un segno, fugace ed effimero come un sorriso, come un profumo, come uno scatto, tosto represso, ma che pur rilevi il palpito vibrante dell'anima innamorata, e se tento indovinare da quello sguardo profondo, sorridente, pieno di misteri; se fui per Margherita qualcosa più che un fratello essa portò con nella tomba il suo segreto, così gelosamente costudito, così tenacemente simulato che neppur Virginia; forse l'imagine stessa di quella Madonna dinanzi alla quale ogni giorno affidava, con mano tremante, le pallide rose che le portavo; seppe il gran dolore che conquideva quell'anima innocente, che la struggeva a poco a poco come si strugge la cera al sol d'agosto.

Una famiglia di ricchissimi signori fiorentini la chiese per istitutrice di due bambine a Firenze, e il padre acconsentì a separarsene (sollecitudine non rara ne' padri), io dovendomi recare a Lucca per la visita militare fui pregato d'accompagnarla e lasciarla a Arezzo.

Era freddissimo; aveva nevicato abbondantemente; il viaggio fu quanto mai doloroso e malinconico; mi doleva chè la mia buona sorella s'allontanasse; non avrei avuto più chi a cui confidarmi; chi m'avrebbe incoraggiato e accompagnato ne' miei studi? chi avrei potuto mettere al posto di lei tanto gentile e tanto savia? Virginia, certo, che era il faro lontano della mia vita; ma Virginia era prigioniera: aveva dei doveri; il destino me la teneva lontana e inafferrabile, come una di quelle vergini urì del paradiso di Maometto, in un giardino incantato, tutto fiori e, profumi, i fruscii di fontane stillanti da' cristalli odoriferi, l'ambra e i gelsomini.

Margherita e io, viaggiammo in un coupè riservato che avevo potuto ottenere per favore; ma lei, io si chiuse occhio; ricordo che lei era poco coperta; non aveva neppure uno scialle da coprirsi; il freddo acutissimo della notte doveva pur tormentarla! Io aveva quel rotolo, vendutomi anni addietro dall'amico Gigi del Re; me lo tolsi di dosso e la pregai insistentemente di coprirsi almeno l'estremità; ma essa, pertinace, ricusò sempre, giammai volle approfittarne: e così patimmo il freddo orribile tutt'e due, perchè a me sarebbe parso poco cavalleresco veder soffrire una donna, standomene perfettamente comodo. Questa particolarità mi venne poi ricordata vent'anni dopo da lei stessa: valeva la pena di serbarne memoria così tenace!

Io non so se lei s'accorgesse, allora o più tardi, che i sentimenti miei per Virginia erano ben diversi da quelli della semplice simpatia. Credo che nella mia giovanile impazienza, forse scoprisse il lato del mio carattere; ero scusabile, credo; poichè se dimostravo impazienza di veder Virginia, non avevo ragione? Quattro lunghi anni erano trascorsi lentamente lentamente, da quando, a Firenze, io ne avevo fatto la prima conoscenza in casa di sua zia. Non era stato tenace e fedele il mio cuore ai giuramenti leali dell'adolescenza?

Giungemmo ad Arezzo ch'era ancor notte; Virginia, che riconobbi di lontano, si tirò al petto la sua Margherita e la baciò con trasporto; mi strinse tremante la mano e sentii, dopo quattro anni, che l'anima sua era sempre la stessa; pure, io non poteva fermarmi; risalii sul treno, dopo la breve sosta, riprese la corsa ed io rimasi solo nella vettura con un pezzo di carta datomi destramente su cui essa aveva scritto queste poche righe: – Al ritorno ti fermerai? non tornerai a Roma senza prima parlarmi! per sempre: la tua Virginia.

*

*   *

Aimè, com'è facile moralizzare da giovani e da vecchi sulle passioni umane! com'è facile sentenziare sulla morale e l'avventatezza dei genitori, se sacrificano o tormentano i figli loro! ma è forse così difficile al mondo, che un padre e una madre, prima di sacrificare il proprio sangue, non interroghino il cuore e gli chiedano quello che il tempo certamente chiederà loro raffacciandoglielo, condannando l'amor paterno ad un rimorso inestinguibile?preparando l'infelicità, il tormento e il martirio nelle forme più abbiette e ripugnanti? E se colpa vi fu e grande e taluno, innocente, ne pagò il fio; è forse così difficile riconoscer l'impero della natura sul sentimento invincibile e ribelle dell'amore che rompe legami, incendia cuori, annienta esistenze ed è intrepido e sommesso, irrefrenabile e schiavo, incatenato e ribelle?

Virginia: ricordi tu – se ancor vivi – l'indomabile passione di cui mi facesti vittima? ricordi tu – o Virginia – la potenza arcana e fatale che devastò la mia giovinezza e infranse gl'idoli tutti delle mie speranze? e non gl'idoli soli, ma anche la vita stessa e la sua più evidente estrinsecazione, il carattere?

Possa tu – o fuggitiva imagine de' miei più intensi affettiricordare nelle tue veglie senili e nelle lunghe impazienze cui l'età è condannata ormai, alzare con una mano tremante quel velo che io mi sforzai durante cinquant'anni e ogni ora del giorno e nelle tenebre, dinanzi al sole, e dinanzi alle stelle, in mezzo agli uomini e nelle solitudini, tener sempre steso sul passato comune! Se la vita fu un pentimento e una lotta; se i miei sforzi furono una pugna ininterrotta verso il bene, verso la giustizia, verso la fraternità umana; – dimmi Virginia – non ti diceva io il vero che il mio era un vero amore intrepido, generoso, incombustibile?

Passai pochi giorni al mio paese e mi giovò riveder quei luoghi tanto amati: il mio buon Carlo Bini, poverino era morto; altri amici partiti, Lucca non mi destava ormai se non una pallida memoria delle giovanili emozioni; sembravami una città morta, dove io, invano, avrei potuto far rivivere le adorabili fantasticherie de' primi anni. Di su le mura, spingendo l'occhio lontano – dal baluardo San Donatoscorgevo il monte di Quiesa, oltre il quale, in una fiamma di sole e d'azzurro, fiorisce Viareggio adagiata mollemente sulla riva tirrena.

E sognavo di quella amabile, per la quale – in certo qual modo, – s'erano riallacciate le prime emozioni dell'anima al balenar d'un volto, per un mesto sorriso, per un palpito sconosciuto.

Dov'era Luisa? che avrebbe fatto a quell'ora? si ricorderebbe di me? figgendo gli occhi laggiù laggiù, per quanto illudessi me stesso che era vanita via l'adorabile imagine sua bionda e vaporosa; pure – che sosentivo ridestarsi e tumultuare nel più intimo cantuccio del cuore, qualcosa che non era spento ancora; ceneri tepide d'un incendio tramorto, folate di profumi di fiori svaniti, appassiti, quel profumo orribilmente pauroso delle corone funerarie che ricordano, per tanto tempo ancora, la spietata rapina della morte.

Poche ore prima d'andare al vapore per lasciar Lucca definitivamente, entrai nel palazzo ducale a chieder se c'erano lettere per me: ero costì fermo da due minuti e l'impiegato stava per consegnarmi una lettera diretta a me al solito pseudonimo di Enrico Mac Claurin col quale carteggiavamo con Virginia; quando due signore mi si fermarono dietro le spalle. Io non facevo caso più che tanto a una di queste che mi guardava intensamente con due occhi di fuoco di sotto la fittissima veletta del cappellino: erano – s'indovinava facilmentemadre e figlia. Mi volto con la mia preziosa lettera in mano, alzo gli occhi, fisso la più giovine.... oh Dio sì, non c'è dubbio: è Luisina!

Io non so perchè l'amore ha questo di straordinario e indescrivibile:

«. . . . . men che dramma
Di sangue m'è rimasa che non tremi;
Conosco i segni dell'antica fiamma

dice Dante volgendosi a Virgilio, quando sul carro di luce,

Sovra candido vel cinto d'oliva
Donna gli apparve, sotto verde manto
Vestita di color di fiamma viva

e sebbene Luisa non fosse Beatrice e io Dante, invano cercherei tradurre con la penna i vari sentimenti che provai in quel momento. I nostri sguardi s'incrociarono: nella mano mi tremò la lettera che leggerei con tanto entusiasmo, e con tanta passione; ma.... tosto passò via come una vampa che il vento sbattacchia e soffoca nel suo turbinìo scomposto e mortifero.

Passò la bionda imagine e si spense il chiarore di quelle pupille per sempre, altro mi risuonò nel cuore che 'l fatale eco de' versi del sublime Leopardi:

«Come fuggite, o belle ore serene!
Dilettevol quaggiù null'altro dura,
si ferma giammai, se non la spene

Il giorno dopo nelle prime ore del mattino arrivavo ad Arezzo, e sotto la tettoia della stazione, due leggiadre figure di donna mi stendevano, sorridenti, la mano: Virginia e Margherita: la prima radiosa e ardente come una fiamma; questa, soave e tranquilla come un bagliore di pace e di serenità; la prima aveva i fulgidi raggi e l'ardente calore del sole; la sorella mandava una luce pallida e tranquilla come di stella lontana.

Bisognava esser cauti e circospetti, perchè Margherita ignorava tutto: la lotta di due cuori amanti che si ritrovano dopo lunghi anni d'ineffabili strazi, non ha riscontro.

Gli occhi vorrebbero dire ciò che la bocca non osa; i pensieri, le idee, le imagini stesse che s'affollano in affannosa moltitudine al cuore e che vorrebbero urlare la loro passione in un linguaggio ardente, da solo a solo con l'oggetto prezioso che ama, svaniscono come per incanto; il silenzio della voce, i monosillabi tronchi e sbiaditi, le poche parole che si pronunciano nella intensa emozione contenuta, sono come segni irrefragabili della lotta interna che cerca farsi strada a dispetto della dissimulazione: Margherita s'accorse forse del tormento nostro mal represso? seppe essa, così sensibile (chè la donna è come la sensitiva, alla quale basta un alito della più tenue brezza perchè serri pudica e raggricchi le sue foglioline ferite) così sensibiledicoseppe essa trar fuori dalle nostre parole banali quel terribile segreto che ravvolgeva e ravvolgerebbe per tutta la vita le nostre anime ferite insieme? Mistero. Le tombe non parlano: e un freddo e pesante marmo copre ormai le ossa di quella giovine, che seppe così profondamente nascondere, entro le pieghe silenziose del cuore virtuoso e veramente magnanimo ma forse ferito e straziato, il segreto di cui Virginia e io, tenevamo gelosamente la chiave.


Margerita.

Ed ecco ora in che modo, per brevi ore trascorse in un paradiso tormentoso (se mi si può permettere il gioco stupido di parole), io giocava la mia pace e l'esistenza futura e il pane di tutta la vita.

Quelle due adorabili creature non potevano credere che la disciplina fosse così crudele da non permettermi di rimanere alcune ore di più in loro compagnia. Io avrei dovuto presentarmi al mio posto quel giorno medesimo alle ore quattro pomeridiane. Tale era l'ordine della licenza concessami. Non si scherzava, il Cav. Binda era un uomo che per l'inadempienza d'un articolo del regolamento avrebbe messo in carcere il padre e i figli! Bisognava, quindi, o poter ottener per le buone una proroga di poche ore al mio permesso, o subir le conseguenze militari della tracotanza inquisitoriale del moderno Torquemada, che imperava sulla impaurita e terrorizzata sezione romana.

Gli chiederò poche ore di prorogapenso tra me: e vado alla stazione, dove, postomi alla linea di Roma, prego chiamarmi il Sor Cavaliere. Or, ecco il breve dialogo che avemmo; il lettore si formerà un concetto chiaro dei due caratteri che stavano di fronte.

Signor Cavalieredico: sono pregato da una famiglia di parenti, di fermarmi tre o quattro ore qui in Arezzo; se me lo concede, arriverò domattina alle quattro e mi metterò subito al lavoro, senza andare a riposarmi.

– Se non ritorna alle quattro per stasera, faccio immediatamente rapporto alla Direzione.

Una nube d'ira passò nei miei occhi! Ma come, è cosi che si ricompensa un buon impiegato che da tre anni si è sfruttato nel modo più indegno, tanto per intelligenza che per cuore? È questa – penso io in un baleno – la gratitudine che un superiore deve mostrare a un giovinetto (perchè se gli anni erano assai, l'aspetto non dimostrava), che ha dedicato tutte le ore della sua libertà ad acquistarsi un buon nome, un giovinetto ventenne che ha studiato e imparato da se quattro lingue e le di cui capacità in ogni genere del delicato servizio hanno sorpassato la vostra aspettativa; voi, che a malapena sapete scrivere una miserabile lettera, corretta spesso e volentieri da quello stesso che trattate con tanta superbia e tanta tracotanza?....

– «Signor Cavaliererispondo afferrando il tasto tutto arrabbiato: – può stendere e spedir subito la lettera, che io resto!».

Chiunque avesse avuto un briciolino di carattere più virile non avrebbe fatto lo stesso? Non si sarebbe ribellato il cuore più ossequente.

Tornai da Virginia con la morte nel cuore; ma io sentivo bene d'aver giocato una carta terribile! Bisognava andare in fondo e vi andrei: – «Frangar non flectar» era la massima e la divisa che io teneva come un talismano ogni volta che era necessario, o che vi corresse qualcosa di più che l'usuale dibattito quotidiano: anderò fino in fondopensavo tra me – dovesse costarmene il pane, per sempre.

Non feci cenno alle care fanciulle alla tempesta che infuriava nel mio cervello; pranzammo insieme, gioimmo della nostra compagnia fino a tarda ora, e col diretto della mezzanotte ripresi il viaggio per Roma.

Appena messo piede in ufficio, mi si fece innanzi l'amico Alessandro Cuccioni (colui che m'aveva rimpiazzato nei pochi giorni di permesso) e nel darmi la chiave mi fa: – Binda è tutto stizzito verso di te: ti toccheranno de' guai! Ha fatto rapporto per telegrafo della tua indisciplina. – Rifiuto la chiave, e gli dico queste parole:

Dirai al Cavaliere – che io non voglio ritornar più con lui; che si scelga un'altro schiavo; che non varcherò mai più la soglia del suo maledettissimo uscio, dovesse la Direzione licenziarmi per sempre e io morir di fame come il povero Danella, sui gradini di Piazza del Popolo.

Guerra dichiarata: dunque, e da parte di chi? Da parte di colui che naturalmente – sarebbe stato come il granello di sabbia gigantesca e fatale della gran macchina mastodontica che si chiama burocrazia.

Seguitai, imperterrito, a recarmi in servizio per due giorni, fintantochè venne ordine di sospensione e di paga, senza segnar tempo al richiamo, con l'aggravante di non essere riammesso al posto, se prima non chiedessi scusa, per lettera, al caporalaccio. – Può darsipensavo tra me – può darsi che si muoia di fame; ma che Giulio Pane chieda scusa a' tiranni, jamais de la vie! – E così cominciò la via crucis che non ebbe più tregua e che dura anc'ora.

Passano quindici giorni, ne passano venti è trascorso un mese, e non mi si richiama affatto, ad onta delle mie lettere di protesta alla Direzione generale. Vivere bisognava: che fare? contavo con molte simpatie e numerosi amici, i quali avevano (almeno apparentemente), sentito quanta ragione stesse dalla mia parte, perchè a tutti – anche i più severi nel giudizio e nell'apprezzazione delle mancanze disciplinarisembrava enorme che un superiore, fosse pure un ispettore o un capo, volesse infierire con tanta acrimonia, per vendetta verso un povero giovine, ribelle soltanto perchè si vede così bassamente ricompensato di lunghi anni di diligentissimo lavoro tutto volto al decoro del suo superiore e della compagnia. Tantene animis coelestibus irae? si domandavano indistintamente le buone giudiziose e imparziali persone a cui mi avvicinavo per giustizia?

– Niente paurapensavo tra me – ben altri uomini, e quelli veramente grandi, non nullità come sono io – hanno saputo far fronte alle tempeste della vita e sormontare le onde furiose dell'oceano arruffato che vuol travolgerli nel gorgo sommergerli, vederli finiti:

Sta come torre ferma che non crolla.

Giammai sua cima per soffiar di venti, – mi dicevofortificandomi con gli esempi di Franklin, di Faraday, di Tyndall, che, da poveri stampatori, avevano per forza di volontà e di perseveranza, di lavoro e onestà sormontato dolori e vincendo difficoltà d'ogni specie posto sotto i talloni i biechi sbirri e i più feroci conculcatori del merito, del carattere e dell'onestà.

Mi detti, per vivere, a insegnare le lingue francese e spagnola, che conoscevo già profondamente: varj furono gli scolari che trovai subito, aiutato in ciò dalla madre del caro e nobile amico Aristide, e dalle gentili sue sorelle che andavano a visitare famiglie amiche per trovarmi lezioni: uno dei miei primi scolari – lo nominerò qui perchè è vivo e verde – (credo sia ispettore adesso) – fu Felice Melia, e mi pagò lire otto al mese. Se ne ricorderà ancora? un buono e modesto amico e intelligente, egli fu; e la sua memoria, m'è sempre cara. Dopo quarantacinque anni, non deve essere ricordato il primo scolaro che in certo qual modoaiutò a iniziare un galantuomo sulla via della libertà?

Passarono due mesi, e sembrò lungo il castigo a persone a cui raccontavo il fatto: mi volevano far morir di fame e piegarmi: un giorno, un caro amico – egli è morto da molti anni – certo Napoleone Maggiora lucchese, e figlio di quel Maggiora che ho già nominato, quando avvenne lo sciabolamento de' sott'ufficiali del treno a Lucca – mi disse: – Perchè non reclami a Valsecchi? (il Comm. Valsecchi era il Direttore Generale delle Ferrovie; una specie di Direttore del Sindacato statale): accettai e il giorno seguente, con poca speranza e minor entusiasmo, perchè ci credevo poco a' direttori, mi presentai al ministro.

Era questi il vero tipo di gentiluomo: mi stette a sentire pazientemente; non si risentì quando, nella foga e nel trasporto dell'animo sdegnato, la mia voce s'alzò fino a raggiungere il diapason degli acuti e delle strida: ebbe compassione della mia giovinezza? comprese che non aveva dinanzi un volgarissimo soggetto indegno d'esser ascoltato? Chi sa? mi promise che s'impegnerebbe a farmi riammettere immediatamente come lui disse con forza e convinzione: – sia moderato e speri. –

Il giorno dopo, un telegramma della Direzione mi riammetteva in servizio, ma mi traslocava.... per punizione!... a Napoli! Un trasloco, per punizione a Napoli; fate celia! Ero giubilante: prima di tutto, non avrei passato le Forche Caudine chiedendo scusa a un bastardo di prete come io lo consideravo sebbene comandasse con gradi di cavalierati ecc.; poi, me ne andavo in una città dove ero stato altra volta, e dove la vita trascorre perennemente circonfusa di luce, di canti e d'allegria. Sarei uscito dal tetro ambiente della Stazione di Roma, per rigodere le serene luci del golfo di Napoli, le melodie popolari della Marinella, la vita libera e movimentata delle macchine; insomma mi sentivo rinato e ingrandito agli occhi miei e degli amici.

Sciolto oramai dalla catena pesantissima che mi teneva legato a un uomo indegno d'esser servito da me, ma con alcuni impegni sulle braccia, uno dei quali alcune lezioni che avrei dovuto interrompere a metà e che già erano state pagate; l'altro un lavoro di copiatura d'un'opera celebre, di cui ora parlerò: fui costretto a chiedere un permesso, motivandone le ragioni, che ottenni e che mi mise in grado di far onore al mio nome.

Ho detto molte pagine innanzi (al principio di questo capitolo) che il mio carissimo Aristide era studente al Collegio di Propaganda Fide: orbene, fu appunto costì che conobbi il celebre fisico e sommo astronomo, padre Angelo Secchi. Ed ecco in che modo e come potei, un giorno assistere a una disputa straordinaria tra lui e il padre Zini avvenuta nello studio medesimo del celeberrimo scienziato.

Rimasto – come il lettore saprivo di pane per la sospensione, e postomi a maestro di lingue; il mio buon amico e le egregie persone della famiglia, si detter attorno a cercarmi lavoro. Il padre Secchi componeva in quell'anno il famoso suo «Le Soleil». Codesta opera magistrale fu scritta tutta in lingua francese, dalla prima all'ultima parola, dallo stesso padre Secchi; ma egli ne volle tirare una copia in calligrafia chiara da spedire agli editori Gauthiers-Villars di Parigi.


Il Padre Angelo Secchi.

Chiunque ha conoscenza d'Astronomia, sa che codesto lavoro: «Le Soleil» e l'altra: «Les Etoiles» sono le due migliori e più complete opere uraniche pubblicate fino a quei giorni; le teorie sulla struttura dell'astro centrale, la classificazione delle stelle in gruppi, dal loro colore studiate allo spettroscopio; specialmente la sua opera magistrale di Fisica «L'Unità delle Forze Fisiche» avevano reso famoso il nome del gesuita che fu ben presto conosciuto più all'estero e citato da uomini che rispondevano ai nomi di Jansen, Flammarion, Airy, Hann, Fasse ecc.; di quello che lo fosse in Italia, per molti anni. Perchè è una prerogativa degli italiani quella di venire a conoscere i loro uomini famosi, dal riflesso della gran voce che loro riecheggia dalle opere straniere, e dalle lodi che se ne fanno negli atenei di Parigi e di Londra, di Berlino e di Pietroburgo!

Gli fui presentato da Aristide, e raccomandato. Era il padre Secchi, uomo di mezza statura, di volto pallido e scarno; occhi vivi e scrutatori, naso diritto, un porro sulla guancia.... la sua bocca non s'apriva che raramente; spirava da tutto il suo viso una severità che metteva soggezione. La sua cella, vuota e nuda, aveva un gran tavolone lungo una parete e steso su quello un foglio lunghissimo e grandiosissimo come di carta da disegno. Avvicinatomi a guardare cosa c'era scritto sopra, vi scòrsi una serie interminabile di numeri; una colonna lunghissima, oltre due metri, di cifre che non potei contare, ma che dovevano essere composti di oltre dieci. Erano calcoli astronomici? forse dati delle effemeridi per l'almanacco Nautico? non potei verificarlo: ma studiando poi, in America per l'impianto di Stazioni Meteorologiche, per accertare l'ubicazione astronomica di latitudine e longitudine di alcuni impianti meteorologici, avendo dovuto usar le tavole logaritmiche a molte cifre, mi sono ricordato che quelle lunghe catene di numeri dovevano essere logaritmi.

Gli piacque la calligrafia, mi consegnò parte dell'originale e m'accinsi sùbito a ridurlo in bella copia: fu così che potei procurarmi un pezzetto d'originale con la calligrafia del grand'uomo che conservai per molti e molt'anni, finchè non mi fu rubato con altri fogli a me preziosi, in un viaggio che feci nel Paraguay, come dirò più innanzi.

Il padre Angelo Secchi era gesuita; anzi, quando entrò in Roma il governo italiano, egli, fedele al suo papa, si ritrasse volle accettar gradi che gli furono offerti come professore d'Astronomia e Fisica matematica all'Università: l'Osservatorio Vaticano fu dato alla sua Direzione e molto più tardi, assunse l'incarico di formare il servizio Meteorologico d'Italia, in cui fu coadiuvato anche dal meteorologo padre Denza che fu il Direttore di tutti i servizi, a Moncalieri. Mi dilungo su questo perchè ebbi la fortuna di conoscere sia l'uno che l'altro di quei due uomini insigni, e perchè ho avuto l'onore di vedere accettati miei lavorucci  su statistiche meteoriche compilate durante cinque anni nell'America del Sud, nella mia stazione.

Una mattina, mentre il padre Secchi stava assorto nella lettura d'un libro d'astronomia; entrò nella camera il padre Zini e fra i due preti s'impegnò una disputa metafisico razionalistica che assunse una gravità straordinaria, date le persone che vestivano il nero abito di Sant'Ignazio di Loyola. Il padre Zini era un metafisico consumato; il Secchi un fisico straordinario: essi tempestarono un pezzo tentando sopraffarsi l'un l'altro, ma il Secchi lo chiamava ogni poco in contraddizione sulle teorie e su le schermaglie scolastiche delle quali sorrideva con aria di compassione.

Non starò ad annojare il lettore riferendo, parola, per parola l'importantissima e bella disputa che ebbi la fortuna di sentire co' miei orecchi uscir dalle labbra di quel famoso astronomo: difese in essa, con argomenti poderosi, il meccanismo universale del mondo, basandosi sull'evoluzione dei soli centrali e il calore che emanano: rintracciò l'origine dei soli e dei pianeti, dei planetoidi, delle gigantesche moli e dei bruscoli siderei, nelle nebulose riducibili e irriducibili; dimostrò che i pianeti e la terra non sono che masse meteoriche dell'èvica nebula che dètte origine al nostro sistema solare, e, di fenomeno in fenomeno, concludeva che l'analisi spettrale gli aveva dimostrato, che tutti i corpi celesti, al di fuori anche del sistema solare, sono formati delle stesse sostanze proprie a quest'ultimo. Che per mezzo del suo delicatissimo spettroscopio, da lui modificato e perfezionato, aveva potuto scoprire in certe stelle il sodio, il magnesio, e in altre, p. e. in Sirio, Alfa della Lira, Alfa dell'Aquila, la presenza (del gas idrogeno) ad altissima temperatura.

Le nebulose non risolvibili disse che eran composte massimamente d'idrogeno e d'azoto. Che lo spazio, frapposto fra i pianeti e il sole, e tutte quante le stelle, è pieno zeppo d'una sostanza elastica – l'ètere – la cui esistenza fra molecola e molecola, è provato dai fenomeni calorifici e luminosi e, fra i corpi celesti, dalle reciproche loro influenze a distanze incommensurabili. Che la distanza degli atomi materiali di qualunque corpo che cade sotto i nostri sensi, sono a tali distanze che ben possono dirsi astronomiche e che – forse è vera l'ipotesi che alcuni filosofi hanno avanzato e cioè che le infime minutissime agglomerazioni di molecole materiali siano sistemi rivolutivi e vorticosi d'etere e la vita dev'essere spinta universalmente tanto su i globi giganteschi, come su quelli invisibili anche agl'ingrandimenti colossali ottenuti coi microscopi più perfezionati. Che fra il sistema solare e l'universo, esiste un effettivo rapporto di sistema. Che ogni stella è un sole, e in torno ad esso possono gravitare altre stelle. E che tutti questi varj sistemi fanno parte di una totalità più grande: la nebulosa risolvibile, non sarebbe che un ammasso di stelle, che per la lontananza apparisce all'occhio nudo come una macchia luminosa nel cielo. E questa – per quanto grande – non è che un elemento infinitesimale d'un sistema, appartenente a sistemi sempre più grandi. Che l'universo vive nel movimento di tutti i corpi celesti, – fra soli e pianeti – fra stella e stella, fra sistemi e sistemi di stelle; i piccoli legati ai grandi, i grandi legati ai giganteschi, nel cielo tutto quanto. Che le stelle, sia qual si voglia la loro grandezza, corrono velocissime nello spazio degli abissi siderei; così la stella polare corre con una velocità di due chilometri a minuto secondo, Sirio di ventiquattro, Arturo di ottantotto ecc...

L'uomo non è che un mero accidente materiale! il libero arbitrio un post fatto degli uomini! e le origini: «un corso di evoluzione come una fase della evoluzione più ampia della totalità stessa.» Che un momento unico da chiamarsi nascita non c'è, perchè la successione di trasformazioni da quello che era prima a ciò che è diventato, è continua e quindi distinguibile, per quanto se ne prende una parte breve, infinitamente... Dunque anche parlando della cellula cerebrale e del sistema solare, come vale ciò che si dice della loro nascita anche per tutti i momenti della loro esistenza, così questa insieme con la nascita, si può considerare un momento solo; un momento, a concepire il quale occorre di rappresentarsi la serie delle successioni delle cause cadenti sopra una materialità che non è da , ma coesiste con altre....

Tutti si preoccupano dell'antecedente del fatto della nebulosa solare; ossia di ciò che si potrebbe dire la sua nascita. Nessuno della esistenza seguìta alla nascita..... E tuttavia è fuor di contestazione, che la nebulosa primitiva non poteva esistere se non perchè glielo permettevano, anzi lo esigevano le circostanze dell'ambiente cosmico; al modo che l'aria della stanza nella quale siano con la sua determinata densità. L'ambiente così viene ad essere la causa produttrice, come resta quella conservatrice. E così in fasi precedenti, nei momenti d'evoluzione del sistema solare, corrispondono fasi laterali dell'evoluzione all'ambiente stesso che le anteriori si possono chiamare cause delle posteriori, solo in quanto esistono per virtù delle laterali; o, ciò che è lo stesso, in quanto il continuo del tempo, in qualunque dei suoi punti, coincide col continuo dello spazio.

Ribatteva – non senza un perfetto sfoggio di dialettica e d'erudizione – l'altro gesuita; ma il Secchi investendolo con la negazione del libero arbitrio lo fece zittare.

È veroproseguiva il gran fisico – è vero, che un'osservazione superficiale dell'uomo fa credere che le nostre azioni dipendono da un arbitrio assolutamente libero; ma questa non è che un'illusione, poichè uno studio più accurato ci fa conoscere che l'individuo è sempre in così intimo e necessario rapporto con la Natura, da non lasciare al libero arbitrio, alla spontanea volontà, che una parte ristrettissima e affatto secondaria.

L'uomo è libero, ma con le mani legate. Ciò che gli uomini chiamano condotta dell'individuo, è la resultante necessaria delle disposizioni fisiologiche intellettuali, combinate con l'educazione, l'istruzione, l'esempio, la posizione, la fortuna, il sesso, la nazionalità, il clima; il suolo, il tempo ecc. E l'ambiente fisico? non determina egli tutti i nostri atti e la nostra condotta? Le nostre risoluzioni variano col barometro, e con una quantità di cose, che noi crediamo aver compite per nostra volontà, non sono che il risultato di queste condizioni accidentali. – Spinoza dice, con felicissima frase: «Il libero arbitrio, di cui fan pompa gli uomini, non è che la coscienza della loro volontà e l'ignoranza delle cause che la determinano.»

Ciò vuol dire che, mentre non si può negare il fatto alla volontà, attestato del resto dall'esperienza, se ne afferma la vera Natura, ma dall'effetto dei motivi che agiscono sull'uomo. – In altre parole, la così detta volontà invece di determinare, è determinata: quando ad esempio, noi vogliamo compiere un certo atto è come dire che siano stati determinati a volere detto atto, e non un'altro; la volontà non è una facoltà innata, ma la risultante di un lavoro psicologico.

In quanto all'etica, o condizioni morali dell'uomo che lo Zini faceva come caposaldo delle sue argomentazioni contro l'evidente razionalismo del Secchi; la morale – insomma – non sarebbe l'espressione d'un attitudine soprannaturale, ma una condizione di fatti al tutto terrena, umana, e che nessuna filosofia potrà mai demolire: all'uomo è piaciuto di fare il bene e giudicare utile la virtù invece del male e dell'ingiustizia, perchè risponde a un bisogno fisiologico di pace e di letizia; e non è lieto e felice chi fa il male e lo perpetua donde il bisogno all'umanità di perfezionarsi, e la spinta continua della Natura verso alti ideali di fratellanza e di perfezione.

Molti anni dopo, nel 1888, quando portai in America la celebre opera Unità delle Forze Fisiche, – Saggio di Filosofia Naturale – nel riflettere profondamente su quelle pagine immortali, ricordavo quell'ora straordinaria che avevo avuto l'onore di godere, e ponevo a riscontro le parole scritte al finale dell'opera stessa, con quelle dette in una discussione intima e amichevole. «Un mirabile equilibrio regna nell'Universo – (pag. 369 opera citata) – la vita d'un ordine di creature, coopera quella d'un altro – Esistenza, moto, vita vegetale, sensazione, intelligenza, ecco i cinque grandi stadj che formano tutta la creazione(!). L'Autore Supremo, con l'atto stesso con cui diede l'esistenza alla materia bruta, le comunicò anche un principio d'attività, consistente nel Moto indistruttibile. Ma in altri complessi, determinò il moto dietro una disposizione particolare subordinata però alle mere forze fisiche: in altri volle concorresse un altro principio superiore alla materia che ne regolasse le operazioni: finalmente, nel più alto di tutti gli esseri posti su questa terra, aggiunse il lume della ragione, che all'uomo solo la capacità di conoscere stesso, il suo autore, le sue opere, le relazioni generiche delle cose, e, fino a un certo punto, permette l'imitazione dell'arte divina. Che se qualcuno insistesse, com'è che queste varie modificazioni d'organismi si conservano e si perpetuano, noi non esitiamo a dire che ciò non è per forza loro propria, ma per l'attuale azione positiva dello stesso Primo Principio che le trasse dal nulla senza cui nel nulla ricadrebbero. Non è il creatore come l'artista che fatta la macchina l'abbandona, ed essa sussiste e lavora da ; la conservazione è in vero senso una continua creazione, e nessuna cosa ha acquistato il diritto di esistere per il solo fatto che fu messa al mondo, ma intanto sussiste in quanto non cessa la volontà e l'azione Divina che la produsse.

Or ecco in che forma, le pastoje dell'abito da prete fanno cancellar col gomito ciò che fu scritto con la mano! il Secchi, gesuita non ebbe la forza di carattere del grande Roberto Ardigò: diceva a parole, disdiceva in scritto: la scolastica si riaffacciava a' dispetto di tutta la luce e di tutto lo scibile novo da lui così egregiamente intuito: ricadeva, anch'esso, sotto la classificazione fattane da Heine:

Fragen:
Am Meer, am wünten, nächtlichen Meer
Steht ein Jüngling-Mann,
Die Brust voll Wehmut, das Haupt voll Zweifel
Und mit dürsten Lippen fragt er die Wogen:

O löst mir das Rätsel des Lebens,
Das qualvoll uralte Rätsel,
Worüber schon manche Häupter gegrübelt,
Häupter in Hieroglyphenmützen,
Häupter im Turban und schwarzen Barett,
Peruchenhäupter und tausend andre,
Arme, schwitzende Menschenhäupter
Sagt mir, was bedeutet der Mensch?
Woher ist er gekommen? Wo geht er hin?
Wer wohnt dort oben auf goldenen Sternen?

Es murmeln die Wogen ihr ew'ges Gemurmel,
Es wehet der Wind, es fliehen die Wolken,
Es blinken die Sterne gleichgültig und kalt,
Und ein Narr wartet auf Antwort,

e un pazzo aspetta la risposta! Sì un pazzo aspetta la risposta.

*

*   *

L'ultima sera ormai che io sarei cittadino di Roma era giunta; sotto la tettoia, dinanzi al treno per Napoli, una fitta compagnia d'amici, tutti quelli della trattoria de' Sette Colli, le sorelle d'Aristide, il padre, molti colleghi, mi dettero un addio commosso e sincero: io piansi caldamente, nel separarmi da tanti cuori gentili e buoni; da tante nobili persone che m'avevano stimato e amato al di de' miei meriti: il Caporalaccio fu veduto ingrugnato dietro una colonna lontana a guerchiellarsi la sua vendetta: gran soddisfazione, davvero, per un tiranno, a godere i frutti della propria fellonìa! Ma verrà tempo – o verrà certo – che ei pagherà il fio delle infamie, come riscuoterà il premio del suo decoro. Il libro della vita ha il Dare e l'Avere: felici coloro che possono registrare le partite tutte dalla parte del Dare, anche a condizione che nella colonna Profitti e Perdite, vi figurino degli zeri!

O giovine lettor mio, non ti augurar mai d'arrivare a godere per la somma riscossa dal Binda, alcuni anni dopo questa persecuzione contro di me, infelice giovinetto povero e inoffensivo ma retto. Leggi e sentirai; chè le lezioni della vita non sono mai senza vantaggio, per i buoni e per i cattivi.

Nell'istante in cui io versava appassionate lacrime nel separarmi dal caro Aristide; forse un'anima sensibile, raccolta nella sua cameretta, tergeva una stilla di pianto, dietro l'ombra d'un sogno che amaramente si dissolveva.

Capitolo XXVIII.

 

 

 

È proverbio arcinoto in Italia e fuori «Vedi Napoli e poi... mori» vuole eternizzare la bellezza meravigliosa della città del Vesuvio: ma non si sa se voglia veramente dire che dopo che s'è visto Napoli si debba morire, oppure si deve andare a vedere il paesetto di Mori.... poco distante dalla città. È un fatto però che chi vede Napoli la prima volta, rimane sbalordito e meravigliato: non c'è altra città al mondo che si presti al contrasto come Napoli – La natura e l'uomo sono messi faccia a faccia per dimostrare questo, e cioè che la bellezza del cielo, del mare e della campagna; la luce, i fiori e i suoni; sono in contrasto tra loro con tanta potenza di realtà da destare come un sentimento pauroso e tragico: a me, Napoli, fece l'impressione di magnificenza fatale, sposata a un avvenire di morte e di distruzione. Ma perchè, dirà il lettore? perchè questo sentimento, se, all'opposto Napoli sembra che folleggi perennemente di canti e suoni, e le sue ville, i suoi giardini, le sue vedute meravigliose cantano sotto la luce del sole, un ritmo di vita potente e gagliarda?

Certo è un sentimento il mio indefinibile e penoso; ma dal quale non mi è riuscito di sottrarmi quante volte ho premuto il piede sulle rive di S. Lucia e di Margherita, dei Granili e della Marinella.

Per poco che dal Vomero, lasciate vagare lo sguardo in faccia a voi lontano lontano, il grandioso panorama della baja vi si spiega dinanzi; il gran monte Vesuvio s'erge laggiù nel fondo, con un declivio dolce e soave e, a poco a poco, il vostro occhio incontra il cocuzzolo cenerognolo della bocca infernale che getta un pennacchio di fumo candido e lento nel fondo del cielo; si ripiega lungo il crinale del monte seguendo il vento dominante e, a chi lo veda per la prima volta, incute un misto di meraviglia, di paura e di grandiosità.

Fa l'effetto d'un mostro gigantesco che si protenda sopra la città esultante nei suoi allegri canti, coi suoi suoni di mille organelli e di mille chitarre; in tanto splendido sfoggio di sorriso muliebre, di lieta spensieratezza, di ricchezze, di nature, il Vesuvio sembra vi dica, ad ogni istante: «Il mio fuoco vi distruggerà» «Io sono vivo, qua sotto a dispetto del macigno che mi ricopre» «Le mie lave in fiamma vi annichiliranno» – Questo sentimento, che i napoletani non hanno, colpisce nel profondo del cuore; il Vesuvio è il mostro che il forestiero, lo tien pensieroso, avvinto guardandolo, lontano lontano, con timore, con meraviglia, col misterioso desiderio di fuggir tosto in mezzo a quelle acque cerulee e serene, che rispecchiano gli astri purissimi del firmamento.

Quando sulle prime ore della notte, da mezzo il mare, cullati dalle onde, guardate la sirena partenopea dormente fra i suoi giardini e le sue vigne, disseminata di luci, riverberando sulle acque senza moto le costellazioni del cielo come se la città immensa fosse uno specchio gigantesco che rifletta e riverberi le stelle e i pianeti, le fugaci meteore, i soli di fiamma guizzanti nelle profondità di strade e di vicoli piene di rumore; voi non trovate la parola per esprimere il vostro concetto di bramoso raccoglimento che tanta dovizia di luci e di vita suscita lentamente nel vostro spirito, e vi lasciate andare a un'inerzia di pensiero che tutta vi seduce e v'addormenta,

Strana città, e più strano popolo.

Tre volte, nella mia gioventù, vissi a Napoli e lungamente; tre volte, – tanto la città quanto i suoi abitatori, mi parvero differenti a qualunque altro popolo della terra: buoni e affettuosi nel fondo, festevoli e spiritosi, salaci e severi, pronti ad esservi utili e a spogliarvi con arte soppraffina; i napoletani non somigliano a verun popolo nonchè dell'Italia, di nessun'altra terra del mondo. Io confesso con la sicurezza di dire una verità sacrosanta: non v'è popolo che ami con più intenso amore i suoi simili, i suoi uomini, i suoi figli, le sue donne.

Ho visto i napoletani, durante i miei lunghi viaggi in tutte le regioni della terra, e a bordo dei vapori di tutte le bandiere del mondo, aiutarsi e proteggersi come se fossero non persone sconosciute di paesi distanti fra loro di cento chilometri, ma come se – sul ponte di una nave in mezzo all'oceano – si ritrovassero dopo una vita in comune di vent'anni. Sulla bocca e negli occhi del napoletano l'allegria e il sorriso vi stanno di casa: pronti a farvi un favore, seguono con ansia i vostri dolori, la narrazione delle vostre pene; spartiscono con voi il vostro pane e il povero companatico, e vi ricercano e vi amano con sempre maggiore affetto.

Ho ricevuto dopo molti anni ricordi e lettere d'amici conoscenti di sfuggita sul ponte d'un piroscafo e coi quali ho diviso poche gioje fuggevoli nei tormenti d'un lungo viaggio. Qual altro popolo della terra può vantare un amore così intenso alla capannuccia abbandonata, alla memoria dei suoi morti, ai parenti che vecchi ed inabili non poterono seguire il povero migratore fuggente alla ricerca d'un pane meno ingrato e amaro? Quale altro popolo d'Italia sente così tenace e nostalgico l'amore alla sua chiesuola, al cimitero ove riposano i cari parenti, al cielo, al monte, al mare, che ritorna con singhiozzi sempre rinnovati e sospiri sempre più amari nelle strofe delle sue alate canzoni d'amore e di spasimo, nelle quali sembra che il profumo di gelsomini e degli aranci, la nenia della fanciullezza, il gorgheggio dell'amore amante e lo strido dell'amore tradito, si mescolino e si fondino sotto i raggi immortali del sole e della luna splendenti sulle chiare silenziose acque del golfo?

Popolo calunniato e vilipeso, il napoletano può dire al mondo quanta poesia e quanta sapienza si scaldano nel cuore di zucchero. Popolo saccheggiato e mantenuto servo dall'ignoranza e dalla superstizione; passato dalle mani d'ingordi tiranni per tutte le miserie e per tutti i dolori che ne martirizzarono l'anima eternamente giovinetta, fidente e amantissima; ben altra sorte avrebbe meritato se popoli d'altri confini non si fossero approffittati della innata bontà e gentilezza sua, per tripudiarvi sopra come in terra di rubello, deflorandone le sue magnificenze, le sue donne, le sue creature.

Oh Napoli, mia; io t'amo e t'amerò eternamente a dispetto dei tuoi detrattori, dei tuoi calunniatori: nell'anima tua, nel tuo cielo, nelle tue pietà così nascoste e così difficili a trar fuori alla luce del sole, sta la potenza immortale dei tuoi giganti del pensiero, dei tuoi filosofi, dei tuoi poeti e fra gli astri del cielo e i palpiti della tua marina, la grand'anima tua brillerà ai miei occhi di fratello nel mondo, con le luci immortali dell'amore.

Pare che l'amore abbia scelto la sua dimora nella splendida città delle lave ardenti. Ma guai agl'inesperti; guai alle farfalle che s'accostino troppo vivacemente al fuoco sempre acceso sulle finestrelle e sulle piccole porte delle case napoletane; lo dirò subito: su me, non ebbe forza quel fuoco, e invano si provò a lambire l'anima mia, perchè per fortuna, mi trovò corazzato d'amianto e d'acciaio. L'imagine di Virginia profondamente scolpita nel cuore e nel pensiero, talismano potente contro gli assalti e gl'incanti delle belle e procaci figliuole della sirena partenopea. E poi, un innato sentimento d'onestà mi facevano ritrarre con orrore dai pericoli che sono eternamente tesi come trappole, per far cader gl'inesperti e i giovinotti nelle trappole nascoste e in agguato fra le cose della gioventù folleggiante.

Avevo una cameruccia a San Giovanni a Carbonara e fui subito circondato dalle attenzioni di due donne, madre e figlia, che avrebbero fatto perdere la testa a San Francesco; belle ambedue, la giovinetta nell'ardore dei quindici anni, con un volto di madonna sbocciato allora tra le rose e il latte, con due occhi fulgidi e pieni d'ignoto desiderio; due labbra di carminio, due guance rosee e sane, e il seno che si formava allora allora come due pere primaticce; la madre, nella molle maturità dei trent'anni, di fattezze soavi e col contorno del viso dolcissimo rassomigliante la madonna della Seggiola di Raffaello; ambedue spiravano la nettezza del corpo e il giovareccio della natura sana e forte. La caduta poteva essere fatale: resistei. Troppo giovine e povero, quali sarebbero state le conseguenze d'una famiglia per me? Chi m'avrebbe perdonato la miseria, che certamente sarebbe venuta a battere alla nostra porta? ma che lotta terribile e tenace per vincere la seduzione, naturale finalmente, che il contatto di due donne giovani, belle e procaci aveva su di me, inesperto, giovanissimo e ardente.

Io non so come mi salvai: ma certo posso dire che la fortuna mi volle bene in quell'età che più pungenti sono gli stimoli della natura.

Carmelì (questo era il nome della bella maliarda) Carmelì sbocciava e mi cresceva quasi accanto fra i miei libri, nelle ore mie più gradite e solitarie; proprio come un fiore che vi brilli il sole un lieto giorno; esciva la madre per certe facenduole e me l'abbandonava sola per lunghe ore: ma pur sciocco sarei stato a non capire che si voleva far di me una presa facile e che la povera Carmelì incosciente, forse, era facile zimbello dell'astuta madre che tentava gettare una rete intorno a me.

Decisi perciò cambiare per un'altra casa e mi cercai ben lontano, una cameruccia in Corso Salvator Rosa. Un solo bacio colsi sulle rosse labbra della bella Carmelì; la sentii fremere e tremare in tutto il suo corpo sul mio petto: solo un istante sarebbe bastato a rovinar la fanciulla e me stesso. Ebbene, di tutte le poche vittorie di cui conservo memoria nella mia vita agitata e randagia; è questo quella di cui conservo la memoria più alta e onorata: trionfare sulle proprie passioni, ecco il segreto per non pentirsi d'essere stati onesti verso la giovinezza languida, confidente e innamorata.

C'era allora, a mezzo Via Forcella, una tavernaccia detta di «Monsú Testa» dove andavo a mangiare; vi si spendeva poco davvero; una zuppa di vóngole, un fritto di calamaretti, un arancio, un po' di vino-nero, forte, ardente come la lava liquefatta; non mi costavano più di dodici soldi! Il primo giorno però, poco mancò non succedesse uno scangèo: ignaro degli usi di Napoli, proprio il primo giorno del mio arrivo, mi si presentò mentre sto per uscire, un uomo – un amicodice lui – di tutti gl'impiegati nuovi, e m'offre d'accompagnarmi in una trattoria «dove spenderò poco e starò benone». Accetto: entriamo da Monsú Testa, ordino da mangiare, e invito a bere l'amico. Credevo che se ne sarebbe andato, ma invece imperturbabile mi si mette accanto a ciarlare. Chiedo il conto, e qual è la mia sorpresa nel vedere la cifra aumentata d'una lira oltre la spesa: chiamo il padrone e vengono gli schiarimenti.

Signorino; mi dice serio serio: sessanta centesimi è il pasto, e una lira per l'amico che vi ha portato!

– O camorristi ladri, – esclamo io tutto inviperito: ora ho capito tutto; siete una manica di mafiusi e di canaglie e niente altro vi pagherò che il pasto se vi pare, altrimenti: – a mo' v'arrangio io e di corsa salto alla porta per chiamar le guardie: non me ne danno tempo, e tutti e due mi si raccomandano che non faccia scandali e che paghi quello che voglio. Pagai il mio conto e non volli dar altro.

Così era Napoli a que' tempi: ma bisogna considerare che i Borboni ne avevano avvelenato l'anima fino nelle più profonde radici; povero popolo, così spirituale e pur così meschino!

Come ho sempre fatto in tutte le città ove il destino m'ha portato; mi misi a studiar Napoli nei suoi ambienti, nei suoi costumi, nei suoi monumenti e nella sua vita segreta – Non è dato a me, certamente, togliere di mano a Mastriani o alla Serao, la ben fornita tavolozza e gli agili pennelli. Arison ha letto la «Cieca di Sorrento» «I misteri di Napoli» «Napoli Sotterranea?» Non esiste altra città al mondo – all'infuori di Londra – nei suoi quartieri di Soho e Whitechapel, che possa rivaleggiare con le scene plebee truci, misteriose, incredibili che si perpetuano negli oscuri vicoli e nelle viuzze nascoste agli occhi della stessa polizia.

Matilde Serao, con le sue inimitabili scene dal vero, può darne una pallida idea; e dico pallida, perchè una novella, un romanzo, se si prestano alla penna, alla fantasia del poeta e del novelliere, offrono uno scenario troppo ristretto e strozzato; quando, invece, le tragedie, i drammi, le commedie, e le farse della vita diurna hanno per teatro una città di circa un milione d'anime, e quartieri popolari dove s'aggrovigliano le conigliere umane con le loro passioni furibonde, le gelosie sanguinarie, i rubamenti più astuti e più aggrovigliati, la vita, insomma, d'una razza di fuoco che ama intensamente, ma che odia pure con la forza delle sue viscere di lava ignivoma.

Io sentivo – da' miei amici d'ufficiodecantar tanto Vico Duchessa e Porta Capua (ma sempre con un modo di fare, così curioso) da destar proprio la voglia di veder cos'erano questi famosi e misteriosissimi ripostigli del costume napoletano. I «Vicoli Duchessa», perchè erano dieci o dodici, I, II, III, IV ecc. erano veramente curiosi; piccole botteguccie non più grandi d'una cantina; nere, sudice, e dove si vendeva d'ogni cosa un po', pesce e aranci, maccheroni e peperoni fritti, radici e cedri; un miscuglio di mille oggetti disparati, messi fuori delle porte, sulle scale fetide e inciarpate; e fra le robe sciorinate, le facce dei marmocchi, le camice da donna, le vecchie camiciole, le ciabatte, le granate e le poltrone!

Nel bel mezzo del vicolo, nei rigagnoli fetenti e ammorbanti, tra il lezzo e lo schifo del pattume scodellato dalle pestifere ceste, bellissimi fanciulletti e bambine, nude come Dio le aveva fatte, s'intrufolavano, giocavano, gridavano, in un'onda di sole sfavillante.

Porta Capuana (per chi la vedeva entrando dal cancello sempre serrato a chiave) faceva l'effetto d'una strada lunga, chiusa da un cancello verde, con case a' due lati tutte d'un piano; sulle soglie di quelle miserabili catapecchie, sugli scalini di pietre mal connesse e zoppicanti, si vedevano una quantità di donne giovani e vecchie ed anco bambine d'otto o dieci anni. Le giovani mostravano sulla faccia, dai pomelli tinti di rosso, il segno indelebile dell'orribile mestiere che i governi tutelano, anzi proteggono con una patente di rispettabilità! e ce n'erano di carine e di vezzose; di fresche, e giovanette forse precipitate poche ore prima nell'immonda sentina, tradite da un uomo, o, più spesso spinte dalle madri stesse sull'abisso di perdizione: dalle loro bocche oscene, col fumo del sigaro e il tanfo dell'acqua vite, uscivano parole che il più verista degli Zola, tremerebbe a raccogliere per i suoi documenti viventi; c'erano delle vecchie nonne con le loro figlie e con le figlie di queste, facendo mercimonio infernale e spaventoso del corpo: eppure in ognuno di quelli antri ove il pervertimento, la concupiscenza brutale, il lenone e la rufiana vivevano mercanteggiando sul sangue proprio e sull'innocenza delle creature loro, quasi nei loro virginei anni infantili; brillava un lumicino appeso dinanzi alla madre di Cristo, e fiori, e voti erano offerti in segno di venerazione, di pace e di pietà!

Uomini immondi, si mescolavano costì, come nel loro dominio; sbarbati la più parte, con quel marchio indelebile che ha il galeotto inferrato con la palla al piede; col sigaro in bocca, l'occhio truce, la mano sul coltellaccio, sghignazzanti e beffardi, brutali con le disgraziate che si sentivano – a momentischiamazzare e infuriar sotto a' colpi degli orribili mostri; ma servili, ligi e untuosi con l'avventore a cui nell'orecchio, con parole ambigue e diaboliche, decantavano la formosità delle loro protette, che forse erano le loro mogli, le figlie loro; le loro sorelle, le loro madri.

Oh sì: le ferite, le vendette, gli amori innominabili in quell'antro infernale, fanno impallidire lo storiografo più rotto alle piaghe dell'umanità.

Fuggii inorridito da quell'inferno vivente. Oggi, – Porta Capuana è sparita: ma è forse sparita la vendetta che pur deve aleggiare e terribile su tanto vizio di secoli, sulle onte di un'umanità la quale, volgendo gli occhi esterrefatti alle ombre dolenti del passato, vede la maravigliosa imagine della Giustizia e della Redenzione umana farsi innanzi a redimer la donna, e la fanciulletta a santificarne la vita, la bellezza, l'amore nell'avvenire immortale?

Dalle scene repugnanti e dolorose che ero costretto a vedere per non passar da collegiale (come beffandoni mi chiamavano i miei colleghi), mi riscattavo percorrendo la città a piedi in ogni sua parte, tanto nei meandri oscuri e tenebrosi, ove formicola un popolo industriosissimo nel piccolo commercio, ma povero e avvilito; quanto nei quartieri signorili di Santa Lucia, al Vomero, a Piazza del Plebiscito e Posilippo: m'inerpicavo su su da Fori a S. Giovanni a Carbonara, Salvator Rosa, fino agli estremi luoghi prospicienti il mare azzurro, in un languido trionfo di luci, tra profumi deliziosi d'aranci, di rose, d'amorini e di vainiglia.

Al Lungo il porto poi, m'estasiavo a vedere i grossi vapori caricare e scaricare le mercanzie degli emporj del mondo; quelle catene rugginose e stridenti, le voci concitate dei forti marinai, il va' e vieni delle barchette e dei vagoni, delle genti; quell'odor di catrame e di reti, di pesce e d'alghe, e quel tutt'insieme così diverso e animato della vita d'un porto, e di quel porto; mi teneva per delle ore e delle ore seduto sur un monte di cordame e di catene, fermo sognante a' lontani paesi e genti diverse e diverse leggi, più libere più conformi alla civil grandezza d'un popolo.

Non mi saziavo, anche d'ascoltare quei poveri poeti popolarirapsodi vagabondi – che nel mezzo d'un folto cerchio d'uditori, tutti quasi sempre meschinetti pescatori e marinai disoccupati declamavano i bei canti dell'Ariosto e del Tasso. Con una bacchettina nella mano destra, fieramente postata con la sinistra sul fianco e il braccio teso verso il cielo, con volto come rapito sul soggetto che il vate aveva così stupendamente cantato, ridicevano con quell'impeto lirico, le magistrali ottave della pazzia d'Orlando o la morte di Clorinda.

Riflettendo un poco a quei poveri rapsodi napolitani, osservando quei loro gesti pieni di sentimento, guardando quei loro sguardi accesi e brillanti, quella veemenza del dire, mi pareva proprio che così dovettero essere gli antichi Omiros, i poeti e rapsodi randagj e nomadi dell'antica e della Magna Grecia; essi mettevano insieme i canti sparsi degli antichi poeti, che erano chiamati Omeri, nome, eponimico e collettivo, come dire coordinatore, compositore, compilatore; e l'Iliade e l'Odissea stessa – non sono forse appunto (come benissimo dice l'elegantissimo ed eruditissimo Eugenio Camerini che ci ricorda di questi poeti, in Femio, e in Domodoco, autore d'una Rovina di Troya, composta sicuramente a questo modo. L'Iliade e Odissea nacquero certamente così e facevano parte di un ciclo; il loro autore, o Omero, fu il primo poeta pensato, fondatore dell'epopea dotta, in mezzo alla poesia popolare. O come ho veduto presso gl'Indiani delle due Americhe, la ripetizione orale di padre in figlio, di antiche composizioni poetiche. In Australia si conservano – a memoria, – molti canti antichi eroici, che non furono mai scritti, non conoscendo a' loro tempi gli autori l'arte grafica.

Non era cosa da sorprendere, questa di ritrovare, sulla marina di Napoli, alla distanza d'innumerevoli secoli, quasi la continuazione del grande epico greco, e degli altri Omeridi.

Che effetto maraviglioso, facevano a me quei canti in quelle serate splendide sul golfo di Napoli, mentre l'aura portava, di lontano di lontano, gli effluvj primaverili; il mare brillava degli ultimi bagliori del sol morente; striscie di luce cremisi e verdognolo s'irradiavano dall'orizzonte marino, su su, in frangie dorate, fino a ravvolgere il vertice del Vesuvio con un diadema fosforescente, e il color lilla delle falde ferruginee del gigante, screziate di rame e d'argento, scintillavano come leghe d'oro, fuse allora.

Nella serenità classica dell'incomparabile trionfo di luci e di poesia del Golfo di Napoli, dove sembra che la natura abbia scelto la sua dimora prediletta (tanti sono i doni che vi ha lasciato cadere con le sue mani divine); doveva mescolarsi la spaventosa e terrificante tragedia dell'eruzione del giugno 1872, della quale fui testimone oculare. Penne inestimabili scrissero di quel portentoso avvenimento che tenne la città tanti giorni in preda al terrore e sotto la minaccia della distruzione; da un momento all'altro l'infelicissima Napoli stava per essere inghiottita dal suolo commosso e semovente; tremavano e palpitavano gl'immani macigni del monte, le case, i tempj, i monumenti. Si sentiva sobbalzare il terreno sotto i piedi; sordi muggiti, voci soffocate nelle viscere dello spaventoso Titano di fuoco s'udivano brontolare attutite fra le pareti di brage e di lava incandescente che forzava la sua uscita nel gigantesco imbuto traballante sotto l'immane spinta di maree di lava contenute, che volevano uscire e correr giù da' fianchi del monte, in un fiume di fuoco irresistibile. Rintronava l'ètra di mille boati; un rombo sotterraneo, a momenti sordo e contenuto, a momenti rimbombante come se centomila bocche da fuoco, cannoni smisurati, squarciassero la terra e il cielo, si propagava con la violenza irruente d'un mostro che fosse stato in catene migliaia di secoli e che adesso, spezzate le mostruose catene, a corsa pazza e sfrenata corresse sulla indifesa città a distruggerla e annichilirla.

Veramente vorrei trascrivete qui i bellissimi versi di Virgilio del Libro III dell'AE. ma si riferiscono all'Etna. Nonostante, la bellezza loro mi sforza a metterli: scusatemi, non ne posso proprio fare a meno.

Dice dunque il divino:

Fama est Enceladi semiustum fulmine corpus
Urgeri mole hac in gentemane insuper Aetnam
Impositam ruptis flammam is expirare caminis;
Et, fessum quoties mutet latus, intremere omnem
Murmure Trinacriam, et coelum subtexere fumo.

che vogliono dire

È fama che dal fulmine percosso
E non estinto, sotto a questa mole
Giace il corpo d'Encelado superbo;
E che quando per duolo e per lassezza
Ei si travolve, o sospirando anela,
Si scuote il monte e la Trinacria tutta;
E del ferito petto il foco uscendo
Per le caverne mormorando esala,
E tutte intorno le campagne e 'l cielo
Di tuoni empie e di pomice e di fumo.

Era un cielo nero di giorno, rosso di notte e cominciò così: S'udì una notte un urlo straziante alzarsi verso il cielo; erano strida e preci, voci di clemenza e voci di terrore; pregavano un milione d'anime rivolte a Colui ch'esse credevano udir minaccioso negli abissi dei cieli; il destarsi d'una gigantesca città sotto il tremore delle case, dei monti, dei templi, dei monumenti; il vocìo lamentevole delle genti esterrefatte a cercare uno scampo, una fuga alla morte certa che sta per ghermirle; i sordi ruggiti delle caverne vulcaniche; le scomposte onde color cenere che s'accavalcano sulle rive del mare e sembrano mostri scatenati inferociti contro l'uomo spaurito; il sobbollire delle acque fumanti; lo squassar delle navi; l'urto dei giganteschi pini urtantisi fra loro, che spezzati gli ormeggi si precipitavano follemente gli uni contro gli altri, e si urtavano, si spezzano, s'accavallano, ondeggiavano sulle creste dell'acqua spumante grigiastra di giorno, rossa di sangue di notte; spettacolo maraviglioso e terribile al tempo stesso che niuna penna, nessun pennello potranno descrivere e fissar sulla tela.

Dalla bocca del cratere una colonna immane di fumo, nero come carbone, s'alzava lento lento e s'attorcigliava in volute spiriformi, su su fino al cielo, allargandosi d'ogni parte come un gigantesco ombrello gocciolando sul monte ardenti massi, bolidi spaventosi e lucenti, macigni infocati, bianchi e lucidi come giganteschi cubi ciclopici d'idrogeno incandescente che strisciavano, sfolgorando, nell'etra e cadevano a valle; sui fianchi ardenti del gran monte, rimbalzavano ad altezze incredibili per rotolare a valle lasciandoci dietro solchi di fuoco, rigagnoli sanguigni di lava sobbollente, la distruzione, la morte, lo sterminio.

Fino da quella prima notte, la costernata città si precipitò dalle sue case, abbandonandole alla mercè de' buoni o dei malvagi: la morte stava su tutte le creature viventi: folle spaurite si dirigevano alla marina e volgevano esterrefatte gli occhi dalla parte ben nota ove il mostro sta di solito simulando di riposare con la testa fumigante tra l'azzurro e gli astri, le membra distese mollemente fino alla marina lontana: io poi, che non ho potuto mai esimermi, nel momento delle più paurose tempeste, di fissar lo sguardo maravigliato e attento alla zona del cielo in cui più forte e paurosa è la lotta degli elementi; correvo nelle ore di libertà fino alla Marinella o ai Granili, e restavo per ore e ore inchiodato e come soggiogato dallo stupendo e inestimabil conflitto degli elementi, il cui teatro era la vasta e sconfinata Natura, il cielo e il mare, gli abissi e l'uomo, lottando nel caos per la vita minacciata, terrorizzata.

Quelle terribili conflagrazioni del cielo e della terra, quei fulgori ràpidi e giganteschi, quelle voci immense della natura incollerita, quel lacerarsi di nere nuvole, quell'urtarsi violento di nembi rabbiosi, ora neri, come lustrino, ora luminosi e scintillanti come l'arco voltaico, imprimono a tutto l'essere mio un'ammirazione senza limiti e un rispetto immenso verso la Natura.

Gli spettacoli ch'essa ci offre sono, infatti, superiori ad ogni descrizione, perchè nessun artista – sia esso grande come Carducci, o come Pascoli, come Shakespeare o come Victor Hugo, come Omero o come Virgilio, come Esiodo o come Sofocle, potrà mai rapire alla natura viride e titanica, i colori della sua tavolozza immortale. Come può l'uomo riprodurre, in miniatura, ciò che è infinito? Tiziano, Michelangiolo e neppure i divini Leonardo e Raffaello avrebbero potuto dipingere con tanta realtà, nelle loro ammirabili tele, le tempeste elettriche che ho contemplato, in varie circostanze della vita, sia dall'alto d'un'aspra montagna, o sul cassero d'una nave, sbattuta e sollevata sulle onde alte venti metri, mentre, tutt'attorno, montagne d'acqua e raffiche spaventose aquilonarj, stracciavano le vele o spezzavano bastingaggi e al ruggito del vento e delle acque, rispondeva lo scoppio delle nubi elettrizzate, lanciando torrenti di fuoco serpeggiante, un fucilìo senza tregua di saette e di lampi, fragorosi e tremendi.

Eppure, niuna è così viva al mio pensiero, come la conflagrazione vesuviana del giugno 1872. Tempeste elettriche si seguivano senza interruzione, su quel povero monte e sotto quel povero cielo: esse sono rimaste così profondamente scolpite nell'anima mia, ed hanno lasciato un'imagine così profonda della loro potenza, che non si cancelleranno dalla mia mente che con la morte.

E, veramente, quelle non erano tempeste elettriche, ma l'imagine stessa della Titanomachia d'Esiodo; fulmini di tre, quattro scintille guizzavano serpenteggiando dal cielo fino al cratere vesuviano, con una frequenza così spaventevole, che neppur l'occhio più perspicace avrebbe potuto contarli: si precipitavano in forme di corone, d'archi, a freccia, sinuosi, verticali, come globi di fuoco, grandi come case, volumi di bracia, massi di fuoco, azzurro, rosso, porpora, bianchi come l'argento; colonne di luce elettrica che scoppiettavano sprizzando tutt'attorno torrenti di faville sui fianchi ardenti del vulcano, e ricadevano da quattrocento, cinquecento metri d'altezza sopra il mostro ruggente, riempiendo di luce e di pauroso romore il cielo circonvolgente: e questo per uno, cinque, venti giorni di seguito.

Era – come ho detto – un cielo color piombo di giorno, color sangue di notte; il mare di Napoli così azzurro, chiaro e sereno, era diventato color sangue o piombo liquefatto, con riverberi di lampi e fuochi elettrici tali, che appena, gli occhi potevano sopportarne la lucentezza febbrile....

Era uno spettacolo maraviglioso, ma, al tempo stesso, capace d'infondere terrore nel cor più saldo.

Napoli intera tremava, da cinque giorni, dalle fondamenta sue più profonde.

I miseri abitatori vagavano stupefatti in grandi processioni dai centri della città verso la marina, dove la credula pietà di quegl'infelici aveva eretto come per incanto migliaja d'altari e imagini votive.

Tutti fuggivano, temendo, da un momento all'altro, il rovinìo e franamento della cittàperchè, chi – in quella tremenda convulsione della terra, del fuoco, dell'elettricità non avrebbe raffigurato, in quei momenti spasmodici della natura, la sorte infelice di Pompei e d'Ercolano?

Treni e treni, navi e navi, portavano a migliaja i terrorizzati esseri che abbandonavano le loro casucce, le loro capannette.

La stazione Centrale dove io ero telegrafista, vibrava continuamente per le ondulazioni scomposte del terreno; la la gran tettoja minacciava sprofondarsi sotto il peso delle ceneri, e le scosse del suolo; e fummo costretti noi cinque poveri telegrafisti, Luigi Izzo, Federico Giannone, Giuseppe Calabria, Luigi Caruso e io a trasportare i tavolini delle macchine in mezzo della strada.

I fili telegrafici scagliavano scintille come in tempo dei più forti uragani: e affinchè potessero funzionare i rocchetti con l'urgenza che si richiedeva in mezzo a una situazione tanto pericolosa si dovettero triplicar le correnti per vincere l'elettricità indotta ne' fili, dovuta all'immensa polarizzazione dell'atmosfera.

S'aggiungeva alla conflagrazione elettrica, quella dell'infuriato vulcano; varj giorni s'alternò il combattimento delle lave e la lotta dell'elettricità.

Finalmente, all'ultimo, cominciò a cadere una tristissima pioggia, non già d'acqua, ma di finissima cenere, così impalpabile e pur così pesante, che fummo obbligati a stendere una tela sui tavolini, e noi tener costantemente aperto l'ombrello, scotendolo ogni poco, per la molestia causata dalla cenere sempre più fitta,

I declivi dell'orribile monte avevano la superfice di fuoco; era un fiume di metallo fuso che s'avanzava scendendo con tranquillo, lento e irresistibile moto.

Chi si sarebbe azzardato di rimanere in quell'inferno neppure un momento?

Soltanto un eroe o un martire della scienza. E quest'eroe l'ebbe la gran patria latina: il professor Luigi Palmieri, il vecchio savio, che da cinquanta anni, studiava i fenomeni maravigliosi del suo amato Vesuvio; disprezzando i teneri consigli dell'intera città, l'affettuosa insistenza della famiglia, dei discepoli, dei professori dell'Università; soletto; senza voler compromettere nessun altro che se stesso, rimanendo otto giorni nel suo solitario Osservatorio, mentre la lingue di fiamma spietata della fucina infernale, lambivano, a poca distanza le muraglie della sua sacra specola, vedetta ammiranda per la scienza e il decoro degli umani, ne' secoli.

Onore a te o Vecchio Palmieri, a te, e alla antica gloriosa Italia; la natura non permise che, novello Plinio, per interrogare la gran Madre nelle sue spaventose febbri, venisse privata la scienza d'uno dei suoi migliori pionieri.

Cessarono finalmente, le convulsioni della natura e quelle degli uomini e, quasi per riposare il corpo stanco e l'animo affievolito fui rimandato a Firenze, all'Ufficio Centrale di Santa Maria Novella: lasciai Napoli con la nostalgia di rivederla, presto presto, ma, pur troppo, dovevano passare molti anni prima di riporvi piede.

Capitolo XXIX.

 

 

 

Il mio ritorno alla Città de' Fiori non poteva, certo, destarmi grandi emozioni: avevo vissuto abbastanza in quell'amena città da poterne studiare le bellezze, e conoscerne la vita. Questa volta ce l'avrei dunque trascorsa molto a fatica e noiosa, sotto i cenci meschini dell'impiegatuccio povero, sempre arrabbiato, e in lotta per non aver soldi in tasca, e per esser costretto a passar la più gran parte della giornate in ufficio.

Ebbi la fortuna però di rivederci il mio caro Sandro – se il buon lettore se ne ricorda – che avevo lasciato a Siena nel '69, e che non avevo più riveduto da un pezzo. Fu per me una vera gioia, perchè gli ero veramente affezionato e lo amavo come un fratello, e lui mi ricambiava di pari affetto e con stima tale che rasentava l'adorazione.

Il mio carattere, però, subiva un profondo cambiamento: la vita appassionata con Virginia, e rinfocolata con lettere nelle quali tutt'e due mantenevamo accesa una fiamma che avrebbe consumato dieci anime; lungi dal placare gli affetti e gli stimoli insoddisfatti del cuore e del cervello; inacerbivano invece l'uno e l'altro e tenevano lo spirito in un continuo e doloroso tormento, a calmare il quale, purtroppo, non vedevo l'uscita vicina lontana.

Io dubito che si possono ripetere, sulla terra, due casi uguali al mio, pure, era tanto forte la mia appassionata affezione, o amore (come si voglia chiamarlo, chè non saprei veramente che nome dare a una febbre che mi teneva mezzo matto e perduto dietro sogni irrealizzabili); eradico – tanto forte e tenace la catena che m'avvinceva, che solo nella filosofia e negli alti studi, trovavo conforto alla perpetua agitazione dell'anima. E m'era davvero conforto ineffabile l'amicizia di Sandro e quella soavissima della buona Margherita, che, come già dissi, era maestra, o istitutrice, in casa di una cospicua famiglia fiorentina.

Sapeva le ore che mi trovavo al lavoro; verso l'imbrunire, quando la città passa, insensibilmente, dalla chiarezza del giorno alle tinte tranquille del crepuscolo; appariva la dolce fanciulla sulla piazza Valfonda, accompagnata dalle due bambine sue allieve, e, con aria timida, quasi tremante, trattenuta forse dal pudore della sua bell'anima innocente, senza malizia del mondo; attraversava il marciapiede di fronte a quella specie di chiosco che c'era allora e che si chiamava pomposamente «Ufficio Telegrafico» di Santa Maria Novella. Passava, e timidamente dirigeva gli occhi alla finestrecola da' vetri rossi e verdi come quelli di una cappelletta; Sandro non si dimenticava mai, scorgendo lontano la ben nota figurina, di dirmi: – Giulio: su, non vedi che le belle ragazze ti vengono a cercare anche da Santa Croce! (era costì appunto il palazzo dove insegnava l'angelica Margherita).

E io, un po' impappinato, sentivo gran contento d'aver qualcuno che pareva pensasse a me; mi sembrava di non esser solo e d'avere qualche cosa di più d'un'amica nella povera Margherita: perchè, chi poteva o avrebbe capito che la giovinetta venisse veramente da così lontano per puro caso, per semplice combinazione? m'alzavo, uscivo, la prendevo per mano, l'accompagnavo un momento, e ci separavamo dopo pochi minuti di rapida conversazione: mai questo cor vile e cieco, ebbe la forza di farle capire che non poteva contraccambiarla con altri sentimenti che non fossero fraterni e che lei – poverinainconsapevole, giudicava d'altr'indole.

Le domeniche – poi – era per me una gioia, l'andare fino al suo palazzo, e, con la scusa che la zia la voleva a casa con per tutta la giornata, si vestiva, chiedeva il permesso alla dura, acerba e grinzosa vecchia madre delle due bambine, e veniva via; toglierla a quell'ambiente di preti e di chiese portandola a fare splendide passeggiate al Vial de' Colli e fuori Porta Romana, alla Fortezza da Basso, alla Mattonaia, parlando di studi, di speranze e dell'avvenire, passava alcune ore contente.

Infelice fanciulla! ritornano al mio pensiero i suoi tormenti! era essa religiosissima; ma la sua religione non consisteva nella pratica della chiesa e del confessionale come fanno la più parte delle donne italiane; pia e d'alti spiriti, capiva benissimo che la fede è un dono di poesia e d'ideale che nasce, cresce e fiorisce nei cuori onesti e generosi, e merita rispetto, delicato e sincero: ne la riprendevo io – ridendo, – e le dicevo quanto è illuso il credente che si figura un'altra vita al di , un premio, un guiderdone alle sue pene!

Lei ascoltava pensosa; qualche volta sorridendo, spesso con gli occhi luccicanti di lacrime; ma un giorno, con fare soavemente preoccupato, il volto pallido e il labbro tremante mi rispose:

– Oh Giulio: non sai tu che tutti i dubbi che tu m'hai enumerati, io pure li ho sentiti spuntare ad uno ad uno nel cuore? – non sai – (che tanto bene sai le origini delle religioni e la vuota vanità di tutti i dogmi e di tutte le lussureggianti apparenze dei preti) che io ho pure dubitato se non sia un sogno pauroso questo cielo, questa terra, questi pianeti, queste stelle, questi soli che c'illuminano? Ma – che bene ne verrebbe al nostro cuore se dal più nascosto ripostiglio, dal suo più puro nascondiglio, ne levassimo quel fiorellino delicato che si chiama speranza? La vecchierella che giunta al suo ultimo giorno di vita, reclina la candida testa sul suo guanciale di dolore e s'addormenta tranquilla e serena, e sente fermarsi il povero cuore per sempre, e lo fa nella pace e col conforto d'una speranza che si è accresciuta con gli anni come sulla pianticella di garofano si sono, a poco a poco, di primavera in primavera, accresciuti i boccioli rossi nati dal suo stesso germoglio, così, io sento il bisogno che il mio cuore speri imperterrito in qualche cosa più alto e più santo che non sia una vita terrestre volgare e dolorosa. Spera – oh Giuliospera anche tu; e credi, poichè solo nella fede in qualche cosa di supremo e incomprensibile a noi, può mantenercisi onesti e guardinghi tra le battaglie umane!

Aveva essa ragione ? aveva torto? io non lo so; ateo, e convinto che solo la natura risplende di verità tangibili a noi ma solo per esperienze; sento però che è pericoloso contaminare il cuor dei giovinetti, già credenti, insegnando loro a gettare nel vuoto tutte le speranze, che il labbro d'una madre ha saputo far germogliare e fiorire: ove manchi la religione, (come verrà a mancare un giorno), bisogna sostituire qualche altra fede.

E questo rispetto verso una fede trovata già cresciuta, e robusta nel cuore umano: è ciò che mi ha convinto esser necessario non imporre a' propri figli veruna credenza, verun segno di religione, nessun credo: verrà il giorno in cui potranno da stessi studiare e conoscere, e scegliere, se vorranno; ma io reputo altrettanto delitto appiccicare un'etichetta di religione ai nati della terra, come strappargliela poi, quando la loro anima è già imbevuta d'errori che non si possono sradicare mai più. Ecco perchè i miei figli; non seppero di prete, di verun dogma, di nessuna religione. M'accorsi però facilmente che sul cuore di Margherita esisteva una leggiera invisibile, quasi invisibile vernice di bigottismo: una donna bigotta mi fu sempre odiosa; ma una gentil giovinetta poi, era una cosa che mi destava la più grande repugnanza e il più sentito dolore: e credo che questa fu la causa perchè, un moto leggiero di simpatia che forse avrebbe potuto divampare un giorno in qualche cosa di più forte e simpatico, forse anche amore; non potè svilupparsi giammai, non potè distruggere in me quel sentimento d'avversione e di sospetto che una donna bigotta m'ha sempre destato.

Paragonavo Margherita con la spirituale Virginia, e il confronto ne era strano e terribile: Virginia possedeva un intelletto superiore, uno spirito idealista che tutto abbelliva con un profondo disdegno e con una padronanza assoluta del cuore umano; Margherita era calma e tranquilla; Virginia, impetuosa e instabile; sulla fronte di Margherita, una continua luce di serenità e di pazienza; Virginia aveva a volte nelle ciglia, la furia del mare e le sue tempeste, la dolce calma dei placidi tramonti, gl'impetuosi assalti dello scomposto uragano; sorrisi, e lacrime, il delirio e la malinconia, gli scatti terribili d'un carattere collerico e cattivo, l'angelica remissione della creatura santa; Margherita era invece una dolce acqua lacustre; appena appena increspata dal soffio d'una lievissima brezza; la stessa monotonia del carattere buono, remissivo e costante, pareva che avessero impresso al portamento un non so che di grave e ponderato consono al volto sempre tranquillo e sereno.

Se Virginia era un vero talento e possedeva una geniale vena poetica, Margherita aveva in cambio un'istruzione raffinata e sostanziosa: le lingue, il disegno, la musica, formavano le passioni predilette di Virginia: Margherita amava la musica sacra e in quella trovava una fonte d'emozioni sconosciute alla sorella maggiore. Odiava la letteratura francese, che tanta corruzione ha infiltrato nel mondo con le sue sciocche, febbrili, scomposte novelle; Virginia viveva invece, di quelle finzioni malsane; e, temo, fermamente temo, che il suo carattere (che forse avrebbe avuto ugual colorito di quello di Margherita), si sciupasse per sempre dal lento veleno che Dumas, Flaubert, Zola, Daudet, Maupassant, Bourget e cento e cento altri di quella scuola cosidetta «Verista» che – lo ripeto, – ha pervertito i cuori, falsato i caratteri, sciupata l'arte delle buone lettere.

Peccato, che cinquant'anni fa le opere di Carl Dickens; di Thackeray, di Eliott; di Meredith, di Morris, non fossero quasi note e solamente si riversasse sull'Italia un diluvio di novelle e di romanzi d'oltr'alpe, il cui unico ideale è l'adulterio, la seduzione, e il sacrificio costante del pudore e della virtù.

Ricorderò sempre con profondo dolore e con infinita nostalgia, le passeggiate che facevamo le domeniche al Viale de' Colli e i lunghi ragionari che tenevamo sui nostri studi e le nostre speranze: quali? Margherita, io le conoscevamo; perchè i giovani, nella imprevidenza loro, (che è una felicità e un male al tempo stesso) vedono la vita come se fosse eterna e si distendesse infinita dinanzi; di Virginia, mai un accenno; quel tasto era, per me, altrettanto sordo quanto lo era per Margherita quello dei suoi reconditi segreti. E ciò fu male, perchè, purtroppo doveva un giorno avvenire la tragedia, impensatamente, a spezzare un cuore e uccidere un'anima

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*   *

Fu in cotest'epoca che conobbi; e che mi furono compagni di lavoro, due amici a me assai cari per alcuni anni; uno de' quali prenderebbe poi un posto principalissimo nella mia vita, che ne sarebbe anzi il crudele distruttore, raccogliendo il fardello delle mie pene, per alleggerirsene assai presto però, come colui che, trovato per un sentiero fiorito un cesto di fiori, lo solleva da terra, lo porta per alcun tempo con , ma presto, il tedio dello sbiadito profumo, gli fa gettar lontano il cesto dei fiori appassiti che in sul primo gli eran sembrati purissimi, freschissimi, immarcescibili.

Edoardo Sterchetti, era un giovine alto biondo, sarcastico, allegro e frivolo: pizzicava di poeta; componeva assai bene, (così mi diceva) quando, ritirato in un luogo non troppo odoroso, sentiva destarglisi la Musa e.... i versi fluivano come cristallino rivoletto di monte a cui s'apra il varco tra gli arboscelli e il frutice delle siepi: mi faceva una certa impressione quel suo rimeggiare, nato così libero è vero, ma anche così profumato! – Era del resto, un buono e faceto amico e, nel tempo che io e Sandro restammo a pensione in casa di sua madre, di molte rime facemmo indigestione, mantenendo però lo stomaco sempre in condizioni tali, da non dover giammai ricorrere a bisogni del medico.

Ottavio Ridolfi era anche lui un caro collega, con una bella barba bionda, un'eterna pipa tra le labbra, un ribobolo fiorentino sempre pronto e l'arguzia stereotipata nell'anima; gioviale e di buon cuore, aveva un carattere aperto e leale: lo ritroverà il lettore molt'anni dopo, io lo lascerò se non quando il destino che ci trovò a combattenti per lo stesso ideale, avrà chiuso su uno di noi la sua porta di pietra per l'eternità.

Giotto Pompei, era un giovane alto e biondo; aveva due occhi celesti chiari, e un naso aquilino lungo e a punta (segno d'astuzia fine e circospetta); particolarità curiosa: quel naso sudava, e la delicata punta s'imperlava di finissime goccioline che parevano stille di rugiada sur una foglia di rosa. Sgranava gli occhi guardandoti, e rideva un riso talora stridulo e sgangherato con de' colpetti acuti e tirando su il fiato in dentro in un modo tutto suo: quel riso rattenuto, quello sgranar d'occhi, quella fronte sempre bassa quando io gli capitava dinanzi, quel parlar rado meco, e voltarmi le spalle, e andarsene dinoccolato e disattento, beffardo talora, caustico, maliziosetto, maligno, avrebbero dovuto dirmi subito che non mi stimava: eppure io gli volevo tanto bene e sentivo tanta profonda simpatia per lui, che avrei desiderato mi fosse amico leale e affettuoso come lo erano Sandro e Ottavio Ridolfi. Era un po' pedantello; ma giovine di buona indole, di qualche studio ma su di : si piccava d'essere cospicuo nella lingua e i suoi pochi scritti (che ho letto, tardi quand'era divenuto un personaggio di qualche importanza) sono puri infatti, e arieggiano gli scritti del buon secolo della lingua.

La mia svariata istruzione e la mia sete del sapere non piacevano a lui, che aveva studiato poco ma quel poco, bene: le lingue che io conosceva già; gli studj che continuavo, sempre lo lasciavano, in apparenza indifferente: volli consigliarlo a imparar lo spagnuolo e lo spronai a farlo offrendogli le mie lezioni gratis: gli regalai una grammatica Spagnuola (mi pare il Sobrino); ma nessun segno trasparì dal suo viso enigmatico, impenetrabile.

Ottavio e Giotto, erano invece fra loro inseparabili: chi incontrava il naso dell'uno, poteva star sicuro di veder spuntare la pipa dell'altro: Vermouth e China facevano le spese de' frizzi degli amici; io li chiamavo Oreste e Pilade, alcuni altri Castore e Polluce, perchè dicevano, come quei due astri navigano sempre nel regno delle nuvole.

Mèta delle nostre scorrerie domenicali e notturne era un luogo detto il Romito, fuori porta Rossa; costì, in lieta compagnia, Sandro, Giotto, Ottavio, Moselli, io, ci riunivamo a mangiare del buon pesce fritto e berne del buono; facevamo le ore piccole della notte e con suoni di chitarre, o senza, mettevamo su cori numerosi e intonati a fiato di corde, uso toscano.

Chi non ha sentito i cori fiorentini, può dire non aver goduto nulla, e di non aver sentito una cosa maravigliosa; perchè, diciamolo francamente, dov'è un'altra città in Italia, dove l'orecchio sia così bene intonato come a Firenze? Un coro di venti giovani gole, con due o tre che fanno la terza, sull'accordo della chitarra, e gli altri, imitando l'accompagnamento, paiono chitarre vere, e in perfetto accordo; ed è tanto bello che richiama l'attenzione perfino degli stranieri.

Cantavamo dunque a piena gola per le vie di Firenze prima di mezzanotte e ci radunavamo, sul Lungarno alle Cascine, sotto l'Hôtel di Russia; s'affacciavano ai balconi numerosissimi gl'Inglesi e i forestieri che in gran numero sono sempre costì, e ci applaudivano freneticamente. C'era tra noi un giovane, che faceva il macellaio, ma con una voce divina, dolce e calda, intonatissima, larga e potente; dopo aver dato fondo a tutte le barcarole, romanze, cabalette note e arcinote del repertorio popolare; l'amico attaccava alcuni pezzi duri, come dicevamo, del Verdi: l'Ernani, il Ballo in Maschera, il Trovatore, il Rigoletto, la Forza del Destino.... Oh serate splendide e dolcissime! Quando il ricordo mi riporta a voi e ripenso il chiarore ineffabile di quelle notti d'estate, sotto quel cielo splendido folto di stelle e d'azzurro; il silenzio malinconico della città; la cadenza armoniosa de' nostri cori; l'armonia che riecheggiava lungo l'Arno e le voci solitarie della prima che rompeva, il silenzio notturno e poi il coro pieno, palpitante, armonioso; quel tutt'insieme di spensieratezza, di poesia, di gentilezza tutta paesana; quel non so che di umoristico e di patetico che suscita sempre la musica plebea cantata da giovani d'ogni condizione sociale, così alla buona, senza pretesa, molto meglio certo che quella eseguita ne' salotti sfarzosi dei ricchi, dinanzi a un piano-forte, in un circolo di persone in frac e corvatta bianca; il ricordo dico di quelle serate amabili e felici, mi mette la tristezza nel cuore e domando involontariamente: dove saranno que' buoni amici; saranno vivi? si saranno mai più ricordati di me? sarà mai venuto loro in mente che il povero Giulio, dopo aver perduto ciò che aveva di più caro al mondo, e poi il pane e poi il posto, e dopo tutta una vita di lavoro e una serie di sofferenze e di pene, di dolori e di tradimenti, di spasimi e di persecuzioni, e i migliori ideali, i più gentili affetti, infranti e calpestati, senza aver fatto nulla a nessuno, altro che del bene a tutti, e gli altri, su su, o di ruffi o di raffi, acquistato un nome una posizione, del danaro, un'importanza nella società, e coloro stessi che detter mano alla mia rovina, camminare impavidi e a test'alta fra gli onori e i riguardi delle genti che non li conosceran bene e passar per galantuomini, per gente ammodo, leale degnissima di rispetto?

Quanto sono fallaci le apparenze del mondo: io aveva vicino a me un Guido, che amava e a cui rendevo tutto l'omaggio della mia anima giovane e senza esperienza; e costui, porchignolo...., m'intercettava le lettere, le apriva durante il servizio di notte, le leggeva e poi, pari pari, le riserrava per benino in modo che sarebbe stato impossibile accorgersene: io apriva a lui con confidente fiducia (meno che il segreto di Virginia) tutta con lealtà l'anima mia senza malizie; e lui mi rendeva quel bel servizio, principio d'una serie di guai che terminerebbero con la mia rovina: tanto può l'invidia e gelosia che si vuol mascherare col nome di passione e d'amore.

Era nostro comune amico un caro giovane per nome Mosell, d'origine tedesca, che noi non avremmo lasciato mai senza accompagnarci nelle nostre scorribande e serenate fantastiche: apparteneva a un altro servizio, ma veniva nel nostro ufficio a spratichirsi nella telegrafia; che affettuosamente gl'insegnavo: amante della Fisica, codesto giovine gli venne in testa di metter su una macchina per il moto perpetuo! Eradiceva lui serio serio – un'invenzione capitale che l'avrebbe arricchito di punt'in bianco e a me che tentennavo il capo ridendo, tutt'impermalito diceva: – Vedrai – tu vedrai s'io non ho inventato una cosa meravigliosa e mi darai ragione! Ribattevo, co' dati alla mano che il Moto Perpetuo non esiste, può esistere mai perchè chi trovasse una macchina che camminasse da se' anche per un anno, dieci, cento anni, la dovrebbe fermarsi, alfine, perchè la macchina anche la meglio congegnata deve perdere qualche pocolino d'energia che non se la può ricrear da stessa per il principio che «nulla si crea dal nulla». Gli spiegavo, co' numeri alla mano, dell'insensatezza della sua illusione: era inutile; egli credeva d'aver scoperto il Moto Perpetuo, ci giurava e spergiurava sopra, diventava rosso rosso come un billo, se n'aveva per male, e scappava via come un fulmine senza voler sentir ragioni; (perchè aveva trovato chi gli prestasse un capitaletto d'un migliaio di lire, e aveva fatto costruire i pezzi della famosa macchina, che doveva metter su a poco a poco).

Un giorno, tutt'allegro e contento, mi viene a cercare e mi vuol con : mi conduce alla Mattonaja, mi pare, mi fa entrare in una grandissima stanza e mi porta dinanzi a una gran macchina alta due metri e più da terra, tutta in ferro e ottone, una specie di telaio ove aveva posto i sostegni di due pistoni e certi recipienti d'acqua. Pretendeva che, messo in moto il volano, i pistoni pompassero l'acqua dal recipiente inferiore, e, per di certi tubi a valvola o saracinesca, l'acqua spinta di sotto in su, cadendo nel recipiente superiore e poi, per mezzo di cucchiai all'uopo bilanciati, versandone una certa quantità sul volano questo continuasse da fino.... al giorno del giudizio! Cosa più insensata non avevo visto al mondo. Io ero giovane, è vero, ma avevo la Fisica sulle punte della dita: sapevo che neppure il sole è in moto perpetuo; che si spegne di già; prova ne sono le macchie che di undici in undici anni vanno aumentando, di poco è vero, ma in modo sensibile; e che di bianco com'era per la combustione dell'idrogeno, ora è una stella gialla, color arancio; e poichè tutti i fenomeni meccanici, meteorici, fisiologici, insomma la vita tutta quanta, dipendono dall'astro centrale; e da nessun'altra cosa se non che da quel globo; così anche tutte le macchine dell'invenzione umana se anche potessero camminare ininterrottamente tanto quanto brilli e luccichi il creator della vita sulla Terra; verrebbe un giorno che si fermerebbero.

Eccomi – dunque, – dinanzi alla tanto decantata macchina: il povero Mosell è , con gli occhi fissi sulla sua creatura: egli se la guardapoveraccio con lo stesso affetto col quale una buona mamma guarda e carezza il nato delle sue viscere: i suoi occhi vanno alternativamente dalla cariatide al mio viso, e par che dicano: – «Non lo vedi, citrullo, come cammina bene, come scivolano le leve, agevoli e obbedienti i volani, i cucchiai, i pistoni

Infatti la macchina andava per un poco, una diecina di minuti; ma poi lentamente cominciava a rallentare e si fermava: un'altra spintarella al volano, e via.

Io avevo una voglia in corpo di ridere a crepapelle che non ne potevo più; ma mi frenavo dinanzi a quel carissimo amico che vedevo talmente cieco e ossessionato dietro alle chimere e i sogni dell'impossibile e pensavo tra me: A che pro togliergli l'ultima speranza e farmelo nemico piombandolo nello sconforto e nella disperazione? (aveva firmato un visibilio di cambiali a babbo morto, e lo strozzino lo teneva pel corvattino). Mi limitai a dirgli dunque che io non credevo che la macchina potesse funzionar mai; che era un po' troppo credulo, ma che ormai non c'era più rimedio. Cercasse di fare in modo che quando la ruota stava per fermarsi, un orologio o un meccanismo ad hoc le desse una spintarella per riprender l'aire. Sapevo che era una pazzia ma non volevo mancare almeno alle regole dell'educazione.

Povero Mosell: sprecò un sacco di quattrini; abbandonò il posto delle ferrovie e seppi, molt'anni dopo, che s'era stabilito a Roma, disilluso e povero.

Questa è e sarà la fine di tutti quelle che hanno creduto nel moto perpetuo!

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*   *

Gli amici! vedete che gran cosa è questa nella vita d'un uomo! l'affetto d'un buon amico non è forse più che l'amore? ma esiste il buon amico, il vero amico? Io non lo credo.

Infatti nessuno più di me s'è attaccato agli amici e li ha coltivati, amati, serviti e riveriti: eppure – a memoria – non uno dei tanti coi quali m'imbattei, mi rese l'un per mille de' beneficj che avevo reso loro. Io non avrei preteso null'altro da tutti che un zinzin di buona memoria e di riconoscenza: nulla! il cuore umano è quanto di più fallace vi sia in natura. Ve ne darò un altro esempio: sentite.

Io amava teneramente Sandro fin dai primi anni che ne ebbi fatta la conoscenza a Siena; era fra noi uno scambio di sentimenti fraterni senza limite: m'ingegnavo di rendergli quei mille servigj che sempre occorrono nella vita, massime quando si devono passare molte ore del giorno insieme. Io lo rilevavo di servizio delle buone mezz'ore prima; facevo per lui delle nottate, quando – come spesso diceva – si sentiva poco bene (scopersi poi che le nottate le andava a pensare in ben altre parti che nel suo letto); gli scrivevo le lettere, e perfino una ne scrissi alla Loggia Massonica del Grand'Oriente di Firenze perchè, a forza di maneggi segreti, potesse uscire dal servizio telegrafico esclusivo, entrando in quello del movimento; cosa a quei tempi assolutamente miracolosa, perchè il Direttore Generale non permetteva tali trapassi, per veruna ragione al mondo: e la vinsi.

Orbene, per costui, che aveva bisogno per d'una diecina di lire, io impegnai perfino il mio orologio, e gliene diedi otto, chè più non me ne vollero dare allo sportellino. Pochi amicicredofarebbero di queste azioni; eppure che memoria e che gratitudine mi dimostrò cogli anni il buon Sandro? nessuna. Quando tornai dall'America, mi stabilii per qualche mese a Viareggio, e lo invitai a passar con me un paio di giorni; venne, il caro Sandro; ed ebbi la soddisfazione di riabbracciarlo circondato dalla mia famigliola: ciò fu nel 1893, dopo dieci anni che non c'eravamo veduti..... Da quel giorno, nulla più seppi di lui; e la memoria del povero Giulio, si cancellò affatto dal cuore del migliore, o del creduto migliore, degli amici.

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*   *

Una mattina – verso le quattro – mentre tranquillamente me ne stavo dormicchiando in ufficio col capo appoggiato al tavolino delle macchine; un discreto tin tin di campanello mi desta di soprassalto: vo al finestrino, apro e mi si presenta dinanzi agli occhi il volto medesimo della madonna, come si suol dire.

Un visino bianco come un giglio, due neri occhi di velluto, un nasino ben formato, e due labbra carnose e modellate come quelle dell'Ebe del Duprè; la testa bellissima fasciata col soggolo di monaca; aveva due mani da baci, e un sorriso mesto e stanco le sfiorava appena la bocca d'adolescente. L'accompagnava un'altra testa fasciata, grinzosa e giallognola. Portava la bellissima figlia del Signore uno zaffiro scintillante al medio della mano sinistra, e un gran crocione con uno piccolo Cristo d'oro in croce le cadeva sul seno.

Mi parve un dispaccio diretto a una principessa di Roma (la madre), nel quale annunziava il suo felice arrivo a Firenze e l'internamento nel convento di.....

Il bello piace a tutti, dice il proverbio: e a me – l'ho detto – il bello mi attira e mi seduce irresistibilmente: appena vidi la bellissima monachina mi frullarono nella testa i più disparati pensieri, e i perchè e i percome dell'esser così giovanina, sacrificata al mostro crudele che sta eternamente rimpiattato dietro la croce, e ne' confessionali. Mi tornò subito in mente la storia dell'infelice Geltrude, nei Promessi Sposi, e avrei voluto esser solo anche per un momento con la giovine sacrificata per dirle: – Fuggibella figlia del Sole – non ti far prendere in trappola, e diventa una buona madre di famiglia, profittevole a te stessa, e all'umanità.  Ma era costì a lei vicina l'altra monaca gialla come lo zafferano che pareva indovinasse i miei pensieri: quindi m'affrettai a sbrigare il telegramma portandolo dinanzi all'apparato. Nel tornare indietro m'avvidi che la vecchia era già fuori dell'uscio; la giovanetta era rimasta vicina allo sportello curiosa di guardare tutto quell'armeggio di macchine: rapidamente m'avvicinai a lei e a fior di labbra le bisbigliai: «Sorella, non vi fate monaca, sarete un'infelice, e poi così bella.....»

S'imporporò come una rosa; mi guardò, abbassò gli occhi e rispose: rispose come in un soffio questa sola parola: «Ormai.....» e s'allontanò col bel visino rannuvolato.

Grande rimase in me la curiosità di conoscer la storia di quella giovane che mi figurai subito vittima di un genitore feroce ed egoista: non so cosa avrei pagato per scoprire il segreto che doveva essere nascosto costì sotto; una storia tenebrosa di persecuzioni e di dolore. L'avventura (se così può veramente chiamarsi) venne alla luce da , senza che ci fosse bisogno del mio concorso: ed ecco in qual modo si conobbe per i giornali e in tutta l'Italia uno dei più patetici drammi dell'Aristocrazia romana, in su quei primi tempi della capitale.

Il marchese *** aveva due figlie belle come l'amore: Rosa e Angelica, una di sedici e l'altra di dieciasette anni; un cugino ufficiale di cavalleria dell'esercito italiano, innamorato di Angelica l'aveva chiesta in moglie; Rosa a sua volta s'era innamorata del bellissimo giovine: dopo alcuni mesi di lotta con stessa, senza che anima viva potesse indovinare il cocente segreto che consumava l'infelice, una mattina, il giardiniere del palazzo, scorse la graziosa infelicissima Rosa che ratta e furtiva avvicinandosi ad una cisterna, in un angolo appartato, fattosi il segno della croce, si lasciava cadere in quell'acqua profonda. Corre l'uomo, grida al soccorso; afferra la corda si lascia scivolare nella gola del pozzo e afferrata la bambina (che tale era ancora) la solleva fuori dell'acqua svenuta.

Volano, la madre, la sorella, le cameriere; riprende i sensi l'infelicissima; vien portata a letto e costì rimase tre mesi fra la vita e la morte, senza che la madre, altri fosse capace di farle pronunziare una parola sola di confessione sulle cause che l'avevano spinta a quel passo disperato. Appena ristabilita, la ragazza espresse l'irrevocabile decisione di farsi monaca, e di separarsi dal mondo. Ed ecco perchè la fanciulla da Roma venne mandata al Convento di Santa Caterina di Firenze – I giornalipettegoli e maldicenti, vollero infiorare la cosa con le frange dell'invenzione; ma il fatto vero è come l'ho narrato, e non altrimenti.

Di queste passioni disgraziate, di questi tentati suicidj, di questi sacrificj personali, ne succedono ogni giorno forse ora più di prima: ogni poco si legge, nella cronaca dei giornali di tutte le città, non solo d'Italia ma di tutto il mondo, narrando i particolari drammatici di un numero infinito di giovani nel fior della vita che se ne separano in un momento di disperato abbandono. Il suicidio è un male così terribile che il pensatore, per quanto si ponga in animo di studiarne le cause, e il sociologo d'indicarne i mezzi a  moderarne le terribili conseguenze e gl'irreparabili scioglimenti, non arriverà mai – io credo – a poter estirpare questa grave calamità, o malattia che dir si voglia, del genere umano...

Innumerevoli fattori complessi accompagnano il suicidio: vi sono come in Russia e nel Giappone – i suicidj politici, e questi possono certamente essere fatti sparire, removendo le cause che li generano; i suicidj d'onore, per esempio come potranno essere schivati, se la persona, uomo o donna che sia, non ha più la padronanza di stessa e s'immola a quell'ideale o a quel rimorso per purgarsi di un delitto o di una colpa che sente non potrà più fargli tollerar l'esistenza? e i suicidj d'amore (come il caso da me narrato); le aberrazioni di un cervello offuscato che ormai non trova più consolazione alcuna, ma che dico – non trova più pace, requie, agli spaventosi fantasmi che ne lacerano l'animo, che vede il mondo, la vita, gli affetti domestici, tutto scolorarsi dinanzi agli occhi, e il cuore divenir preda della più nera disperazione? Infelici!

Capitolo XXIX.

 

 

 

Mentre me ne stavo tranquillamente a Firenze, passando la mia vita studiando, lavorando e sperando; un ordine urgente mi rimandò a Roma, e troncò per un certo tempo, l'unione spirituale che s'era stretta fra me la buona Margherita: le dissi addio col cuore in subbuglio, senza sapermi spiegar bene il perchè; promisi scrivere (ciò che da vero ingrato non feci mai) e partii – come si partiva a quei tempi – col capo in cembali.

A Roma null'altro avevo da fare che seguire le mie antiche aspirazioni: studiare e guardare; mi ricorderò con amore le belle passeggiate che facevo fuori delle porte principali, portando sempre l'uno o l'altro dei nostri classici; lessi e rilessi l'Orlando Furioso, fonte fresca d'ispirazioni e di fantasie; la Gerusalemme dell'infelice Torquato, ma sopratutto i canti del divino Recanatese che sapevo a memoria; e le sue prose inimitabili; l'autore immortale dei Sepolcri, che frugavo nell'Ortis, nel discorso su Dante nelle sue Lezioni d'Eloquenza; il Parini, così grande e così buono; e m'intenerivo leggendo la famosa epistola al Canonico Agudio.

Quanti anni sono trascorsi da allora? non lo so; ma mi paiono tanti, un'eternità! Eppure rivedo dinanzi a me quelle campagne solitarie e malinconiche animate soltanto, di quando in quando, da un cavallo fuggente col suo buttero dalla lunga pertica in mano, sparire lontano lontano, mentre il Sole va sotto e scompare dietro montagne di nuvole rosse, ondeggianti sopra strisce di luce infocata che t'abbagliava.

Fu in quest'epoca che avvenne l'assassinio di Sonzogno; e ricordo dell'impressione terribile che fece in tutti noi, ma a me in modo particolare, perchè uno dei complicati nel feroce assassinio – il Luciani – io aveva visto e conosciuto all'Hôtel Costanzi accanto al Generale Garibaldi, una mattina del...... 1874 quando, improvvisamente, sbarcato a Civitavecchia giunse a Roma, per attuare quel famoso progetto che, solamente lui, – vincitore d'ogni battaglia – poteva sognare.

Questa visita improvvisa a Roma del Sommo Duce è narrata in cento cronache del tempo; eppure io credo certo che nessuno conosce, come li conosco io, i dettagli del suo arrivo alla Stazione di Termini, del trionfo che gli venne improvvisato nel breve tempo che passò dall'arrivo a Civitavecchia a quello a Roma.

Fu la mattina del......; mi trovavo di servizio; circa le dieci, rispondo alle urgenti di Civitavecchia e quel collega mi dice:..... «In questo momento sbarca il Generale Garibaldi; viene a RomaColpiti noi tutti da questa notizia, esciamo fuori, e, in meno di cinque minuti, la notizia si propaga con la velocità del fulmine da per tutto: l'Ufficio governativo, invece aveva tenuto segreto lo sbarco per ordini, al solito della monarchia.

È un accorrere; un affollarsi d'uomini, di donne, di fanciulli: Arriva Garibaldi! queste parole riecheggiano febbrilmente come una scossa elettrica scaricata da una pila gigantesca; la città sonnolente sotto la sua cappa plumbea quirinalesca, si sveglia; arriva il difensore del '49, l'eroe del Vascello, di Villa Pamphyli, di Mentana; cominciano ad apparire le prime camicie rosse trafelate dalla subitanea corsa; folle di popolani, di trasteverine, di vecchi, di giovani, di fanciulli, di soldati, di pizzardoni, de' preti, arrivano alla rinfusa: la polizia ordina la chiusura della grande Stazione; si chiudevano tutte le porte; non un buco è lasciato aperto; la piattaforma deserta: proibito a tutti gl'impiegati d'uscire neppure un passo fuori delle porte: pare che Garibaldi venga a Roma per far paura alla gente che lo aspetta per divorarlo con gli occhi! s'ode di fuori un roco rumoreggiare di grida e minacce, di «Aprite, vogliamo entrare W Garibaldi, W l'Eroe» si confondono ai colpi assordanti dati alle porte; ci dicono che una fiumana di popolo è assiepata intorno alla stazione; che non tarderà a infrangere porte e finestre. Infatti si sente il fragor de' vetri e di legni in pezzi..... un flotto tumultuante di popolo d'ogni classe sociale si riversa dal Buffet prima, poi dai cancelli, poi dalle porte che vengono a forza sconnesse, spezzate, aperte. Roma si precipitò sotto la tettoia e noi siamo travolti con lei, verso la parte destra, dove nel primo binario, da un momento all'altro deve apparire il bianco pennacchio del treno.

Si scorge lontan lontano, sulla curva, presso il disco, un puntolino quasi invisibile; una piuma fine fine e bianca, s'eleva al cielo, è il fischio della locomotiva che si perde nel fragore cupo delle voci del popolo: – una linea di teste, di spalle, di braccia si protende fuori per vedere arrivare il Padre; ecco s'avvicina la grossa locomotiva sbuffante, ondulante sul binario, come un elefante gibboso con due grand'occhi spaventati sul muso; pare che voglia calpestar tutto.... sibila un gran fischio, un urlo formidabile si alza in quel pandemonio e il treno con un fragore spaventoso si ferma...

– «Il Generale!» Dov'è il «Generale?» – grida la gente – «W Garibaldi» «W Garibaldi» – ecco si apre la portiera d'un vagone e apparisce una figura marziale, alta, membruta col poncho grigio addosso, un volto maschio, con barba nera; cappelluccio di panno come lo portò l'Eroe a Calatafimi.... «W Garibaldi» – tuonano diecimila bocche: «W Garibaldi» – «W il Leone di Caprera!».

– «Imbecilli» – risponde quel garibaldino: «Non vedete che sono Sgarallino? – il generale è dentro».

Infatti era l'eroico livornese di Calatafimi; ma... eccolo! Visione indimenticabile.

L'avevo veduto nello stretto di Messina il '60 e a Monsummano nel '66; lo rivedevo ora, dopo dieci anni. Ma com'era cambiato: il volto bianco, tinto appena d'un rosa pallido; i capelli biondi grano divenuti cinereo-rosati; conservava il leonino del volto e quella bellezza maestosa che tutti gli conoscemmo nei giorni suoi più gloriosi: solamente l'occhio conservava ancora tutta la forza maravigliosa del suo impero, del suo cuore, della fiamma straordinaria che animava quell'uomo unico al mondo.

Fu disceso lentamente, sostenuto sotto le ascelle; io non vidi da chi, ma credo o mi fu detto, che c'era Menotti, Canzio e Basso il suo inseparabile segretario. Aveva la papalina a filetti d'oro. Raggiava dal suo pacifico viso, con un sorriso divino; ma scorsi su quel volto e in quel sorriso un non so che di stanco e di smorto che non ho mai dimenticato.

Il popolo mugghiava di fuori, sul piazzale della stazione, e noi lo prendemmo in mezzo, facendo scudo colle nostre persone temendo che nella rèssa non lo schiacciassero: il punto terribile fu al cancello d'uscita! Passar quel punto voleva dire risicare le costole; fu afferrato con la delicatezza d'una madre dalle vigorose braccia de' suoi; alzato, felicemente varcò quella cancellata, che a ripensarci ora mi fa rizzare i capelli – Sulla porta v'erano già schierati una cinquantina di garibaldini: una carrozza era pronta; in men che non si dica, i cavalli furono staccati; i garibaldini trascinarono la carrozza, – posto l'Eroe a sedere, e appena il popolo lo vide (che così alto poteva essere scorto da tutta l'infinita moltitudine che pareva un Oceano in burrasca), s'alzò un urlo solo dalle centomila bocche, e mi parve, mi parve veramente, che quel popolo avesse un'anima sola, uno sguardo solo. – Salutava l'Eroe con la testa e sorrideva a tutti: due ore impiegò il corteo a giungere all'Hôtel Costanzi vicinissimo alla stazione: veramente non era , che aveva pensato discendere Garibaldi; ma fu fatto così, perchè attraversar Roma sarebbe stato un viaggio; i suoi compagni d'arme pensaron bene di deviare il cammino.

Piantammo, in sette o otto, baracca e burattini – cioè lasciammo l'ufficio, le macchine, i treni, i biglietti e i bagagli – Senza pensar più che tanto alle multe che sarebbero fioccate sul nostro piccolo bilancio nominale come ira di Dio; e c'intruppammo alla fiumana che avvolgeva come un magano l'idolo del popolo: ebbi così la soddisfazione di poter seguire, proprio vicino alla carrozza e sotto gli occhi stessi di Garibaldi, quella dimostrazione indimenticabile che fu l'ultima che io potei presenziare, ma che bastò per incidere sulla mia mente e nel mio cervello quella figura di Redentore che divenne un culto della mia vita.

Giungemmo dopo due ore alla cancellata dall'Hôtel Costanzi; ma ci si para dinanzi tutto il blocco dell'edificio chiuso e impenetrabile; perchè, appena serrati i cancelli, il popolo rimase fuori – un grido si eleva da ogni parte; – «Aprite le porte» – «W Garibaldi» – «Fuori l'Eroe di Mentana» – La gente di dietro spinge; noi ci sentiamo letteralmente schiacciare dalla massa che sempre più s'infoltisce, premuta da folle che accorrono da tutte le arterie di Roma; chi s'arrampica sui cancelli; e li scavalca; chi bestemmia; chi si divincola dalle strette di mille petti, premuti e schiacciati anche loro come in una morsa di ferro; pigia, pigia, pigia, il ferro delle cancellate si piegano, si curvano, si contorcono sotto mille braccia di ferro, nella disperazione di salvar le costole.... uno scoppio, un tonfo formidabile, i cancelli s'aprono come se fossero di carta; la folla furiosa si riversa sulle aiuole del giardino, pesta piedi, calcagna, vasi, fiori, urla, strepita e arriviamo furibondi come una catapulta sotto un balcone.

– «W Garibaldi, fuori il Generale» –

S'apre una persiana, e comparisce l'Eroe circondato dai suoi – Una mano si leva dietro a lui, (il generale aveva le mani quasi rattrappite) afferra la papalina, scopre quella testa veneranda e si ode una voce melodiosa pronunziare queste precise parole:

– «Romani: – Voi sapete che quando io sono fra voi, mi par d'essere come fra i miei figlioli....»

Poche altre parole potei afferrare, perchè la folla gridava Viva con tali intensità e irriverenza, che sollecitamente lo fecero rientrar dentro: apparve Giovagnoli che disse a nome del generale garbate parole: parlò non so chi altri; la folla si disciolse poco a poco (e ce ne volle del tempo) e facemmo ritorno alla stazione, dove trovammo il nostro Capo-ufficio più nero d'un calabrone. – Ma ormai, gridasse e multasse pure, non me ne importava un fico secco – Avevo potuto vedere quell'uomo straordinario, ne avevo sentito la voce; ne avevo visto lo sguardo e il sorriso; non mi pareva vero di poterne parlare, a dritta e sinistra, dalla Sora Nena, mia antica conoscenza, come di un fatto maraviglioso e inaspettato.

Era venuto il generale a Roma, come ho già detto, per patrocinare la grand'opera d'un Canale navigabile dal mare alla Capitale e bonificare l'Agro Romano; parve il sogno d'un allucinato e d'un utopista: i giornali, naturalmente, si schierarono pro e contro; mi ricordo che in Piazza Colonna fu messo in mostra un gran disegno con tutti i dettagli; la gente si fermava, discuteva, ammirava, sorrideva: sorrideva perchè, pur troppo sapeva che cosa voglia dire chieder denari ai principi romani e ai governi per opere veramente sante e utili. Il generale presentò il suo «sogno» al Parlamento; ricordò i grandi lavori concepiti dagli uomini nelle antichità e ne' tempi moderni; il gran canale del Tamigi lungo quattrocento kilom. che passa dinanzi Oxford, Abingdon, Henley, Marlow, Windsor, Eton, Hampton, Kingston, bagna Richmond, passa sotto tredici ponti di Londra, accessibile ai più grandi navigli del mondo; l'Istmo di Suez, che fino dal '69 separa il mar Mediterraneo e il Mar Rosso e pone in comunicazione l'Europa, l'Africa e l'Asia per una lunghezza di centosessantadue Kilometri; – l'altro canale inglese del Glen More, che mette in comunicazione il mar del Nord e il mare delle Ebridi, senza recare gli esempi della civiltà moderna, non avevano gli egiziani stessi cercato di formare l'unione del Nilo al mar Rosso passando dal lago Timsah, canale iniziato seicento anni avanti Cristo dal faraone Nechro e continuato da Dario e terminato da Tolomeo II.

Nessuno però capì l'ardito sogno e nessuno volle prestare quell'ausilio che sarebbe stato necessario: Vittorio lo incoraggiò, ma le Camere lasciaron cadere quel superbo progetto che oggi (1914), è stato ripreso dall'ing. Paolo Orlando, (figlio di Luigi, celebre Armaiuolo di Cavour, fondatore del Cantiere di Livorno).

Nel riandare a quei giorni, in parte lieti, in parte malinconici, della mia vita, insiste alla memoria il tipo più curioso di Capo-ufficio che io abbia mai avuto nei miei sedici anni di schiavitù, sofferto nel duro e ferreo giogo delle rotaie; era un ometto alto come un misirizzi, – romano de Roma, striminzito nella sua giacchettina di pover'omo, con un naso aquilino a gobba, la quale sosteneva a cavalcioni, appena appena, le lentine a cordoncino; mento fine, che s'allungava dal viso; una bocca stretta e labbra sottili, a mala pena ombreggiate da due baffi corti e a punta; fumava eternamente – il rospo, – e guardava in tralice con uno sguardo freddo che pareva una lama di coltello: ridicchiava sempre con un riso stridulo, e tentennando la maliziosa testa, guardando sempre in terra, mai in faccia, e fingeva d'essere amico di tutti, buscherandoci poi, sotto sotto, con multe e falsi rapporti.

L'ebbi sopra, come l'ombra di Banco, per molto tempo, potei vedergli mai un atto che non fosse d'un ipocrita e matricolato: ovidio nasone, era il nomignolo che gli davamo; ma io più spiccio lo chiamavo «Caccialepre» perchè era una spia del Vaticano, e tutto preti e madonne.

Costui me ne fece una che non gli potei perdonar mai, e che me la scontò in modo feroce poi, come sentirete. Ecco il fatto, nella sua realtà; non v'aggiungo fronzoli ricami: è la verità pura e semplice; ma poichè questa non è una storia, ha la presunzione d'essere un romanzo, e tanto meno una novella; se c'è qualcosa che paja straordinaria, crediate pure che così è perchè così è, puramente e semplicemente.

Però, da uomo leale, glielo avvertii con queste parole: – «Va bene; lei mi ha punito; è mio superiore di grado, non ho nessun tribunale dove appellarmi per giustizia; ma badi bene, di non cadere lei un giorno in qualche infrazione del Regolamento, perchè: Una mano lava l'altra e tutt'e due lavano il viso; – le prometto che non userò riguardo veruno e s'accorgerà che sarebbe stato meglio chiudere un occhio sulla mia, in apparenza, mancanza di disciplina. Mi fece uno dei suoi risolini ambigui, e mi voltò le spalle.

Ora ecco il fatto che dette motivo a farmi pagare un bel foglio da cinque lire di multa e veda il lettore imparziale se io ebbi ragione di stare in vedetta e per lungo tempo contro di lui.

Era una notte in sul principio dell'estate, e faceva già un discreto caldo; tenevo aperto l'uscio d'ufficio e finivo di trasmettere i telegrammi della piccola velocità sul filo di Pisa (cosa che facevamo sempre nelle ore dopo la mezzanotte quando era sbrigato tutto l'altro servizio de' treni) a un tratto sento una voce sommessa di donna, vicino a me che pronunzia queste parole:

– «Escusez-moi, monsieur, si je vous dérange! J'ai une dépêche trés urgente; je voudrais la faire parvenir aussitót que possible à mon mari: voulez-vous? –

Alzo gli occhi e mi vedo vicino una bellissima donna sulla trentina, dai capelli biondi biondi e fini fini, d'un biondo cenere dorato, ch'essa si toglieva dalla fronte con un movimento rapido della mano, graziosa e inanellata; le parlavano due occhi azzurri come il cielo, e, in tutto il viso, le brillava quella calma e serena bellezza delle donne nordiche, svedesi o norvegesi.

Il regolamento era severissimo e proibiva assolutamente far rimanere i privati nella sala delle macchine; certamente io avrei dovuto invitarla a passare nella saletta, d'aspetto; prendo il telegramma, vi un'occhiata e leggo ad alta voce: «Monsieur le Consul Général de Suéde R. P. urgenceMessineTélégraphiez urgence état mon mari. Princesse DorswaldenBureau restante (Roma Scalo).

– «Vous ne pouvez pas vous figurerMonsieur – (prosegue a dirmi la bella signora) comme je suis malheureuse: mon mari est tombé malade de choléra; il reviens d'un voyage à Constantinople et il a été atteint de l'epouvantable maladie à l'instant même de mettre pied à terre sur le quai. Aidez-moi Monsieur, – je n'ai ni des amis ni des rélations ici, et il me faut la réponse avant le départ du train exprés de dix heures ce matin.

Cerco di calmare la povera signora; le offro uno sgabello, si siede e chiamo immediatamente l'ufficio Centrale di San Silvestro; cerco d'un mio amico e lo prego di mettermi in comunicazione con Messina: (la centrale vi corrispondeva con un filo diretto e sarebbe stato impossibile ottener quel favore in altri momenti e senza intermezzo d'un buon amico del personale governativo) DDDRSKRSKDDD chiamo d'urgenza Messina, e dopo due minuti mi risponde quel lontanissimo ufficio: trasmetto il telegramma e prego il telegrafista di mandarlo immediatamente regalando il messaggero, avvisandomi per spedirgli il denaro, trattandosi d'un caso veramente eccezionale, ed esigere anche la risposta che è pagata.

Chi ha avuto l'onore di appartenere alla grande famiglia telegrafista, sa quanto compagnesismo passa fra una classe d'uomini che hanno dedicato loro stessi al più nobile dei lavori; il buon telegrafista, oltre ad amare la sua macchinetta come la dolce compagna delle sue nottate insonni, e dei suoi lunghi giorni lunghi, e punto monotoni; si compenetra di tutto quanto avviene nei fatti che quei muti fogli bianchi consegnano a un filo di ferro e dove vi sono tracciati forse i sospiri di un'amante, le lacrime di una madre, le grida disperate d'un infelice, o la banale miosia di cassa di baccalà spedite al grasso mercante: telegrafista, vuol dire essere padre, amico, servitore dell'umanità; ed è con generoso e nobile slancio che, il giovine inchiodato per tante ore dinanzi a quella fedele e vibrante animula d'ottone che gli bisbiglia i suoi misteriosi e cadenzati tic tic tic, che escono fuori dai rocchetti di rame come pensieri, parole, discorsi, ora lieti ora dolorosi; – offre e dedica tutto se stesso alla missione grande e nobilissima che permette a due cuori, forse agli antipodi, di vibrare e confondersi in un palpito di maravigliosa vicinanza, dovuta alla gloria di Volta immortale.

Erano le due, e la bella svedese, appoggiata la fronte sulla mano, aveva chiusi gli occhi, non certo per dormire; quando – d'improvviso s'apre la porta e spunta prima il naso adunco e antipatico del Sor Pippo Soffietti e poi la facciaccia sua gialla e olivastra fa capolino nella porta accallata; viene innanzi, saluta con la sua aria goffa e di collo torto, fa un cenno alla signora di rimanere comoda, e mi dice frignando quel suo risolino mefistofelico:

– «Conversando eh? e che c'è di nuovo? –

Era un'ispezione ch'ei faceva; n'aveva diritto; e capii subito che mi ci aveva preso caldo caldo: pazienzapenso tra me – «chi non fa non falla» e gli racconto dall'a alla zeta, con l'idea d'impietosire il mastino. (Ma sarebbe davvero stato più facile addomesticare una tigre o una jena, sto per dire, che un seguace di Loiola). Mi , – a voce, ragione; fa un monte di complimenti alla povera donna la quale si vedeva che stava sulle spine e se ne va meditando, il vigliaccone, in cor suo, il colpo contro di me: e preparandosi a «spargere secondo il consueto (come dice il Giusti) gelsomini davanti e dietro o ortica».

Dopo poco giunse la risposta da Messina: il collega mi avverte che è terribile! il console comunica senz'altro, la morte del povero svedese.

– Come fare – penso tra me – a darle a questa povera donna una notizia così straziante, sola, senz'amici, senza nessuno, che la consoli e le faccia coraggio? Presi una risoluzione: mentre l'amico mi trasmette il dispaccio, lascio correr la zona, per trascriverlo dopo e le finte di ricevere quest'altro «Madame Douswalden Roma (Scalo)» – Votre mari trés grave; medecins avisent n'avoir pas d'espoir; venez de-suite. Consul Gènèral –» Lascio al lettore indovinar la scena; «Il est mort» – grida la disgraziata; ed io non le tolgo certo, quel dubbio, anzi nel mentre che cerco di farle coraggio calco un po' le tinte e la consiglio a partire per la Sicilia, dicendole: «J'ai prié mon camarade de me télégraphier la verité: sayez forte et preparez-vous au triste annonce» Insomma per abbreviare; dopo un'oretta simulo una chiamata urgentissima e questa volta le do il vero telegramma.

Io desidero che voi non vi troviate mai a dover far coraggio a un disperato; ma in caso che vi succedesse, date retta a me, non dite nulla e lasciate che la natura faccia da il suo ufficio. Il vero dolore, quando è sentito sul serio, fa ammutolire, e inchioda l'individuo, e secca le sue lacrime, lo paralizza; e quanto più grande e terribile è l'angoscia, più lunga e silenziosa è la tragedia d'un'anima. Se vedete che il colpito da una sventura, si butta via, cade in isterismo, singhiozza e piange come una cascata d'acqua d'un mulino, dite pure che costui fa la commedia. Lo strapparsi i capelli, chiamare Iddio, le madonne i santi... tutte commedie da ciane; domani non sarà altro.

La mia povera donna rimase pietrificata; mutò di colore, divenne un cadavere; dimagrò come a un tratto....

Avevo quella sera in ufficio (generalmente sceglievamo di far sempre la notte insieme, con i messaggeri che ci andavano più a genio, e che c'ispiravano più simpatia e amicizia), un tipo ameno, vero romano di Roma anzi Trasteverino, che si chiamava Luigi Placidi: codesto tipo aveva una parlantina romana buffonesca che pareva proprio di sentir parlare i personaggi di Gioacchino Belli in carne e ossa; ce la dicevamo tra noi ammirabilmente; prima di tutto perchè non poteva soffrire i preti e li metteva in croce più di me; e poi anche a cagione d'una manía stupefacente che egli aveva di ricavar – come diceva lui – la cabala del lotto: aspettava la mezzanotte, cioè dopo aver preparato il pacco delle zone; consegnati gli ultimi dispacci; finita la sua brava pipata, preso il caffè con me, (che andava a prendere al Buffet del Palianì) e poi cacciato fuori di tasca un taccuinaccio unto e bisunto co' corni tutti spuntati e mezze pagine lacere, si metteva in un canto d'un tavolino a preparar la giocata per il sabato mattina.

Bisognava vedere con che serietà si metteva un paio di occhiali torti e rilegati con del refe; con un vetro mezzo rotto e le due lenti opache dalle ditate grasse che ci passava su per pulirle! Era un grugno rude, di bonaccione, ma butterato di vaiolo, con due baffoni rossicci; pareva un croato: il maledetto gioco del lotto lo teneva povero trecentosessantasei giorni e mezzo dell'anno; la sua povera moglie, il figlioletto si venivano a raccomandare a me piangendo, perchè gli facessi smettere il vizio, nel quale ci avrebbe giocato l'anima sua se l'avesse avuta; più quella della moglie e del ragazzo. Non giocava che il sabato, e vi metteva quanto poteva, puntando quanto poteva, puntando un numero straordinario di biglietti: Scriveva delle colonne interminabili di numeri (e non sapeva leggere scrivere! tanto che dovevamo fare de' segni speciali nei telegrammi perchè riconoscesse a chi dovevano essere recapitati) – e diceva a me a muso duro: – «Vede Sor Giulino, lei dice che io sono matto e cattivo, perchè spreco tanto denaro e faccio patir la fame alla famiglia. Eppure io son sicuro che vincerò, diventerò un signore!» E questa frase, stereotipata, me la ripetè per cinque o sei anni, tutte le volte che gli dicevo: – O Gigi, giochi più al lotto? e lui mi rispondeva, invariabilmente: sono  quarant'anniSor Giulio – ma s'avvicina il gran giorno!» – Era un uomo eccellente e di cuore veramente romanesco; ma nessuno gli avrebbe potuto far smettere un vizio che aveva, si può dire, succhiato col latte della mamma. – Eppure, povero Placidi – aveva ragione: passarono vent'anni e seppi – (domandando di lui) – che era diventato cieco affatto: e giocava sempre? Chiesi al mio amico Cav. Betti ispettore a Roma, che il caso mi fece intoppare un giorno sotto la tettoia di Pisa: – «Eh eh – rispose: ora Gigi è un signore; vinse 47.000 lire anni or sono, e piantò subito il servizio come diceva di voler fare: sta benone, meno che, poveraccio, è cieco affatto.»

Ma ritorno al racconto.

Avevo, dunque, quella notte in ufficio il buon Gigi Placidi che, senza dire una parola, aveva seguitata la notte a far le sue famose cabale; alle cinque (ora cui s'apriva il Buffet) lo mandai a prendere il solito caffè – questa volta per tre; – la scena che avevamo presenziato era stata per noi delle più commoventi; la povera signora sembrava pietrificata e per quanto le facessimo coraggio, in quella circostanza, non ci sarebbe voluto meno d'una madre o di una sorella.

Sola e senza persone che la conoscessero, accettai volentieri la preghiera di non andare a dormire alle otto al cambio del turno, per esserle di qualche servizio e spedirle il bagaglio e metterla sul diretto di Napoli: perchè essa era veramente più morta che viva, e mi sarebbe parso di commettere una vera inurbanità lasciarla così da egoista, per due o tre ore di riposo, di più o di meno. Alle dieci infatti la misi in treno, e poichè si chiudevano gli sportelli m'accingevo a ritirarmi salutando la straniera come meglio sapevo; quando vidi che essa, lesta lesta mise la mano in una borsetta, ne cacciò fuori un marengo e voltandosi disse:

– «J'espère que vous voudrez bien accepter ce petit hommage de ma reconnaissance; moi je n'ai pas dans ce moment autre chose a vous donner, et je vous prie de ne pas me nier la satisfaction de vous être utile á mon tour

Mi sentii salire le vampe al viso! Come – penso tra me – tutte le spontanee attenzioni, le gentilezze, la parte diciam così fraterna che ho spiegato nel tuo affaregrossolana straniera – non sono state capaci di dettarti un pensiero più gentile che non fosse del regalo vile di poca moneta? –

– «Je suis vraiment surpris de votre grossièreté: je n'aurais jamais crù que ce peu de service dont je vous aie donné la preuve ai pu vous inspirer une pensées si sale et de mauvais goût; les italiens, madame, ne sont pas interessés et enclin au bien faire pour de la vile monnaie! gardez votre argent, et n'oubliez jamais que vous avez recompensé un homme de coeur de la manière la plus mechante et basse

Pallida e col viso disfatto, vidi ch'essa si portò il fazzoletto agli occhi e cadde a sedere senza saper cos'altro dire, mortificata e piena di dolore. Le voltai le spalle e me n'andai.

Così è stato in tutta la mia vita; non so se sia per virtù o superbia del carattere così fatto: il denaro m'è parso sempre un vilissimo mezzo per ricompensare i servigj fatti a me; vedo che così non è con gli altri uomini, che sono sempre pronti ad accettare, magari somme anche inferiori assai, a quella che mi volle offrire la bella svedese; eppure ho sentito costantemente in me questo sentimento di reluttanza a mettermi in tasca del denaro che altri mi hanno offerto anche spontaneamente e con la migliore intenzione del mondo: ma d'altronde io penso e ho pensato sempre con la mia testa. Mi spiego però il procedere di molti forestieri in casa nostra, pensando che a noi italiani ci ha fatto molto danno un libro che va nelle mani di tutti i viaggiatori: il famigerato Baedecker! – Basta leggere le prime pagine per capire che codesto libraccio (bonissimo e quasi perfetto del resto per quanto riguarda le descrizioni del nostro paese) mette continuamente all'erta i viaggiatori contro di noi: gl'Italiani sono un popolo interessato; un popolo di poveroni e di pezzenti; quindi niente di più giustificato di piantar nelle mani del primo impiegatuccio che capiti loro sotto i piedi, una moneta di venti lire, ricompensa, certamente ben straordinaria e di molto peso: ma, tant'è, mi si rivoltò lo stomaco, e volli dare una lezione alla bella, ma indelicata signora per la quale io aveva sentito tanta commozione nella disgrazia veramente terribile che l'era capitata.

Seppi poi, che una ventina di giorni dopo s'era presentata allo sportellino una signora abbrunata e aveva domandato di me: ma io non era più in Roma; così essa si portò seco – per sempre – il ricordo, credo, di una cattiva azione. Possa il mio contegno aver giovato a far ricredere quella straniera sui sentimenti servili e interessati che essa aveva creduto essere una proprietà dei poveri italiani.

In codesta epoca il mio destino e la mia suscettibilità ne toccarono un'altra di differente specie, ma degna anche quella d'essere ricordata. M'era rimasta sempre dentro, una passione per lo studio della Fisica che superava tutte le altre; avevo studiato su manuali bellissimi e completi, ma antichi; il Maiocchi, il Cantoni, il Milani, in quei bei volumi insomma tutti trattati di fisica assai noti nelle scuole e nelle università. Mi spiravo (proprio mi spiravo) della gran fisica del Jamin, opera magistrale in sette volumi, con ricche incisioni, diffusamente trattata con le matematiche pure: insomma mi faceva proprio gola, come si dice e confesso la debolezza, quand'ero libero dal servizio, me n'andavo lemme lemme verso Piazza Colonna e sull'angolo della via mi fermavo davanti alla vetrina del libraio Loescher o Dumolard, salvo il vero, a guardare e riguardare di fuori que' magnifici volumi stampati dal Gauthier-Villars di Parigi. Vedere quella famosa opera , a un dito dal naso, e non poterla avere fra le mani, era per me una vera ossessione: credo che il gatto a cui mettiate dinanzi agli occhi un topo vivo vivo chiappato allora allora, deve sentire la stessa voglia di saltargli addosso, come io d'allungar la mano su quel magnifico tesoro (che a me pareva proprio un tesoro) che mi tentava come Eva Adamo.

Una mattina mi viene voglia d'entrare e domandarne il prezzo: – Chi sapenso fra me – costerà venti o trenta lire? – Superai la mia timidità innata d'entrare nelle botteghe (specie quando c'è gente), un po' perchè i miei vestiti lisi e poveri mi facevano vergognare, poi anche perchè in bottega c'erano sette o otto signore inglesi che sentivo chiacchierare ad alta voce: «Oh yes, ahò ahò yes!» Un diavolo per di dietro mi spinge; urto la porta, entro, ed eccomi come un salame in mezzo a tutte quelle figlie della nebbiosa Albione. V'erano tre o quattro bighelloni, che non si scompongono affatto al vedermi entrare; fanno prima tutto il loro comodo, servono Tizio e Cajo senza addarsi di me o facendo vista di non vedermi; un po' seccato: – «Ohe di bottega – faccio io finalmente, non c'è nessuno qui? Eccoti esce di dietro il banco un tipo scerpelloso e calvo, con due mani secche lentiginose, con la penna sull'orecchio che mi fa con un'aria addormentata e stizzita: – «O cosa vuole lei»? – squadrandomi da capo a piedi. – «Voglio – rispondo io – che la mi serva come ha servito quell'inglesine che sono state qui un'ora a ciarlare e lei tutto manieroso ha saputo far loro un monte di complimenti senza incassare il becco d'un quattrino, mentre a me nessuno bada da mezz'ora; e così non si fa.

Mi faccia vedere la Fisica del Jamin.

L'uomo mi sbircia ben bene con l'occhio cisposo e m'accorgo che fa l'inventario della mia povera persona: – gli vedevo proprio correre i pensieri in que' brutti occhiacci di talpone fognajolo...

– «Eh eh – rispondevedere Jamin: ma il Jamin costa sa lei; costa settantacinque lire; caro; cosa vuol che le faccia vedere a lei»... e giù un'altra sbirciata alle scarpe che ridevano da tutte e due le parti e che io con l'inchiostro annerivo sulle scuciture in modo che non si vedesse troppo il bianco delle calze: mi venne la fotta; caccio la mano nella tasca ladra; eravamo a fin di mese e avevo riscosso la paga netta netta proprio quel giorno; apro il cencio di portafoglio che avevo, e gli metto sotto il naso tutto quello che c'era: Settantacinque lire fiammanti e pochi spiccioli. Appena l'animale vide tutto quel ben di Dio, mutò tattica: eccolo tutto manieroso, correre alla scansia, aprirla, metter mano sotto i volumoni e me li sciorina dinanzi. Che volete che vi dica! io non so se era proprio il diavolo che mi spingeva di dietro; veder quelle belle figure, sentire quell'odorino fresco fresco di stampato novo fiammante... per farla corta, pagai le settantacinque lire, ma non potei fare a meno di dirgli: l'abito, caro mio, non fa il monaco, e qualche volta si dovrebbe conoscere un po' il galateo. E carico di quel peso gradito con un monte di salamelecchi da parte di quella bestia che mi deve aver preso per un originale pieno zeppo di denaro; con la porta tanto larga alla mia uscita trionfale me ne riprendo il cammino di casa, a capo basso.

Niente di meno, io dovevo pagare la trattoria e la pigione! Oh pover'a me – pensavo – mentre camminavo tutto pensieroso col fagottino de' libri sotto il braccio: povero me, come farò ora? (m'era sbollito l'orgoglio e vedevo chiaro e netto il gran gineprajo in cui m'ero ficcato! Come farò a dire alla Sora Nena: «Pagherò pagherò.... come fanno, hanno fatto e faranno tutti i trappoloni del mondo quando mancano loro i susseri per pagare. Transeat la pigionedicevo tra me, – dodici lire, da qualcuno me le farò anticipare; ma il mangiare? Palpavo intanto, il mio tesoro, che tenevo stretto con tutt'e due le mani come se avessi paura che volesse scappare; e rimuginavo sordamente tra me il modo di rimediare a quel voluto disastro – «Vedete un po' – pensavo – a cosa trascina l'orgoglio e il carattere atrabiliare, bisbetico e impetuoso: figlio d'un canedicevoperchè ha visto che ero vestito male e parevo povero (sapeva assai lui se lo ero davvero), ha creduto bene di trattarmi a quel modo e di mortificarmi in faccia a tutte quelle cialde inamidate: ma mi sono vendicato (una palpatina al Jamin); mi sono vendicato e lui ha avuto il fatto suo.

Tutti, al mondo, si pagano cari i fischi e ci si rimette talvolta anche di salute, come ci rimisi io, che dovetti stringere i bottoni alle robe e far di molta penitenza con lo stomaco.

Ma il lettore mi domanderà: «Oh la Sora Nena li ebbe?» –

Sì li ebbe – caro e curioso lettore – li ebbe, ma l'orgoglioso Giulio Pane fece un'azionaccia a una creatura buona come il pane e che Pane si chiamava davvero: alla zia Adelina – se ne ricorda? – direttrice dell'istituto a Lucca: fu un'azionaccia perversa e della quale ne serba ancora il rimorso; la zia Adelina guadagnava poco e doveva viverci anche lei sul suo guadagnino; ma una bella letterina, melata e bugiarda (vi si parlava di malattie che non erano  vere, di cure che bisognava fare, di non so che accomodatura di scarpe) scritta con tutti i sentimenti di un giovine di dicianove anni a quell'anima candida tutta miele e zucchero che avrebbe versato le lagrimucce su un gatto rognoso; fecero il miracolo di far viaggiare un piccolo fogliolino bianco dentro una bustina bianca anche lei il tutto raccomandato alle attenzioni del signor direttore delle regie poste che la doveva rimettere, con delicata premura, nelle mani del Sor Giulio, testa sventata.

Povera zia; mi mandò trenta lire e due lacrimucce: un monte di consigli uno più bello dell'altro, e un bacio che sicuro una madre non l'avrebbe mandato altrettale. Promisi – anzi giurai – in core di restituire appena potevo (glielo scrissi con melliflue parole che in quel momento mi parevano sincere) quella piccola somma e codesto sentimento, purtroppo, ho ancora, sebbene siano trascorsi dieci lustri dal fatto, e l'angelica donna sia morta novantenne un paio d'anni fa.

Avevo dunque pagato anch'io il mio fischio troppo caro; e avevo dato un grosso dispiacere a una cara donna che non conosceva un'acca delle cattive azioni del mondo. E Dio mi perdoni.

Eravamo di carnevale e anche noi un po' di mattana; i giovani – anche uominidevono divertirsi: i giovani che fanno i seri, che danno ad intendere d'essere stinchi di santo, giaggioloni, tutti gonnelle della mamma, non mi sono mai andati a fagiolo: con la buona stagione, eravamo una diecina di matti che facevamo di notte giorno all'Acqua acetosa, lungo Tevere: Arduini, Enrico, Ulisse, certi telegrafisti del genio, ci riunivamo fuori di porta del popolo e di andavamo a bevere in certe gargotte di mala fama, e, le più volte, non tornavamo a casa affatto, ma ci sdraiavamo sulla riva del Tevere e costì si dormiva fino allo spuntar del giorno. Cose proprio da matti – (com'è affè di Dio), perchè a quei tempi le febbri non scherzavano e il povero Ulisse vi prese una terribile perniciosa che lo tenne in fin di vita.

Negli ultimi giorni di carnevale, io e il mio caro Aristide s'andò a un festival in Piazza Novara o Foro Agonale (come veramente dovrebbe chiamarsi quella gran piazza bellissima). Non ricordo d'aver visto una cosa più bella; una folla di qualche migliaio di maschere aveva invaso quella gran piazza: soldati, uomini del popolo, impiegati, famiglie intere entravano nel gran recinto pubblico e si davano a ballare come diavoli: c'erano de' banchetti dove si bisognava mangiare in piedi; friggitorie, caffè, mescitori di vino, insomma tutti quei venditori ambulanti che sogliono affollare quei ritrovi popolari. Costì si davano appuntamento amanti e innamorati, serve e militari, crestaine e infine tutto il ceto che non si vergogna (per dirla con parole senza eufemismi); si vedevano coppie che ballavano furiosamente da un par d'ore, e altre che se ne stavano mogie mogie a' pilastri a guardare; o camminavano o mangiavano o cantavano in circolo, con tre o quattro chitarre nel mezzo. Anch'io v'ebbi la mia avventura.

Nel colmo della nottata, quando più ferveva la ridda de' ballerini e delle ballerine e le musiche ai due fochi della piazza facevano proprio un inferno di quel tramenìo di maschere maschi e femmine; mi s'avvicinò una mascherina piccoletta ed elegante, vestita di domino rosso e nero, con una maschera intera sul viso; mi prende senz'altro a braccetto, e chiamandomi per nome (cosa che molto mi maravigliò) mi invita senz'altro a ballare. Confesso il vero, quel sentirmi chiamare col nome e col cognome a dieci chilometri di distanza dal sestiere dove abitavo e dove ero presumibilmente sconosciuto, mi sorprese gravemente: pensavo fra me e me. Chi diamine potesse essere la bella mascherina, ma le mie congetture cadevano assolutamente nel vuoto. Che fosse una sorella del buon Aristide, non poteva essere, sebbene anche lui le era noto, al parere, e di nome e di tutto perchè scherzando gli ricordava cose avvenute a lui e a me: più la guardavo e m'incaponivo a voler sapere chi fosse e più si schivava; io pensava: Che sia  Lauretta che abbia saputo che venivamo al veglione e abbia voluto farci una sorpresa? ma allora pover'a lei, perchè se lo risaprà – com'è certo che glielo ridirà il fratello – il Sor Filippo, come andrà a finire? Io e Aristide pensiamo allora d'invitarla a cena; così sarà costretta – ci dicevamo – a cavarsi la maschera e la conosceremo; era accompagnata da un'altra maschera vestita da vecchia che stava sempre zitta: e a questa noi non ci rivolgemmo mai.

Per educazione, naturalmente la invitai a ballare, ma con me non volle; ballò con Aristide, mentre io ballavo col grazioso domino rosso: andammo a cena, (erano le due!); ma le due furbone non vollero affatto scoprirsi; la vecchia mi guardava e stava zitta, e la giovane ciarlava con Aristide come se lo conoscesse intus et in cute. Cominciò a far giorno, e bisognò dire addio alle belle mascherine (perchè la maschera farà sempre credere occhi di sole, anche le vecchie e le arpie).

– «Dunque, me lo dici chi sei?

– «Cucù!

– «O dove stai di casa?

– «In paradiso!...

E con questi discorsi le accompagnammo verso Castel Sant'Angelo; a un vicoletto presso Tor di Nona; con una stretta di mano ci piantarono in asso e scapparon via. La vecchia, però si voltò ancora, e mi gridò, con aria di sfida. – «Salutami Margherita!... e sparì.

Quella parola mi rivelò il segreto: sì, quella vecchia era Lauretta; Lauretta sapeva dal fratello le mie visite a Margherita fatte quando era a Roma la prima volta; e nessun'altra che lei poteva aver fatto quello scherzo; ma allora – io pensavo fra me – Aristide lo sapeva e non s'è scoperto? o piuttosto non gli dissero nulla e glielo diranno poi quando non ci sarò più io! Basta, quella fu l'ultima volta che mi trovai insieme alla buona Lauretta, senza riconoscerla; la mascherina, con la quale io ballai, era sicuramente Cesira la sorella più piccola, che io aveva lasciato bambina, e che ora ritrovavo giovinetta grande, spiritosa e vivacissima.

 

 

Fine del Primo Volume.

 


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