Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

I.

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

PRIMA PARTE.

 

 

 

I.

 

Non appena il conte Percy Stanhope giunse a Roma, si fece condurre in via Nomentana alla ricerca della famiglia Astori. Voleva rivedere un suo giovane amico, Andrea, col quale circa quattr’anni prima aveva passato non pochi giorni e non poche serate piacevoli.

Il portiere di via Nomentana, piuttosto a gesti che a parole, perché Percy Stanhope non sapeva nulla d’italiano, gli fece intendere che la famiglia Astori aveva lasciato quella casa da parecchio tempo e abitava in via Venti Settembre. Con questo indirizzo scritto alla bell’e meglio sopra un pezzetto di carta, Percy Stanhope riprese la carrozza.

Trovò il palazzo, salì, fu ricevuto da Giorgio Astori, un ragazzo uscito appena dalle penombre dell’infanzia, il quale parlava assai bene l’inglese.

— Voi venite per avere notizie di mio fratello Andrea? — egli disse, offrendo una poltrona nel salotto al visitatore.

— Certamente, — rispose Percy Stanhope, — del mio caro Andrea. Ma temo che mi abbia dimenticato, perché appena tornato qui da Londra, rispose a una mia lettera, e poi non mi scrisse più...

— Sì, dev’essere stato in dicembre, — mormorò Giorgio, come frugasse nella memoria, — Quattr’anni or sono...

Credo...

— Ebbene, mio fratello è morto il mese dopo, sui primi di gennaio!...

Quantunque Percy Stanhope, chiamato Grog dagli amici, vantasse molto sangue freddo e avesse veduto molte cose nella sua vita, non poté trattenere un gesto di stupore doloroso.

Morto! — ripeté.

Giorgio lo guardava attentamente, come andasse riconoscendolo. Egli rammentava, oh rammentava bene che il povero Andrea gli aveva parlato di quel suo amico di Londra, narrandogli certe avventure.

Giorgio contava allora dieci anni, Andrea circa diciannove; e aveva detto: «È un demonio, che mi ha abbacinato; le azioni più stravaganti, più pazze, più disoneste, gli sembrano facili ed ordinarie, e a furia di parlartene come di roba d’ogni giorno, finisce col persuaderti che il nero è bianco e la tenebra è la luce».

Ora lo aveva innanzi agli occhi e lo fissava. Percy Stanhope doveva essere sulla trentina, ma a un primo sguardo sembrava anche più giovane: capelli biondi, colorito acceso, occhi azzurri scintillanti sotto le palpebre socchiuse, giusta statura ed elastica. Si capiva il signore e l’uomo amante di esercizii fisici; maniere perfette. Vestiva di con scarpe di cuoio rosso scuro; teneva nella destra i guanti.

Morto! — ripeté. — E come?

Giorgio si strinse nelle spalle, mentre un’ombra fugace gli velava le gentili fattezze.

— Vi chiedo scusa, — soggiunse Percy Stanhope. — Forse io rinnovo senza saperlo qualche troppo amaro ricordo...?

— Sì, — rispose Giorgio, volgendo il capo a guardare altrove.

Il giovane signore inglese notò allora la singolare nobiltà di quel viso d’adolescente.

— Vi trattenete molto? — seguitò Giorgio come avesse avuto fretta di allontanare il discorso da un argomento che gli faceva troppo male.

— Qualche mese. Non conosco affatto Roma. D’altra parte la stagione è deliziosa. Spero, se permettete, di poter contare sulla vostra amicizia e sull’amicizia della vostra famiglia...

Giorgio lo fissò, e non rispose.

 

 

---

 

Giorgio Astori era nato quattordici anni prima, allorché Andrea ne contava già nove, da Silverio Astori e Matilde Turchesi.

Dei due figli, Silverio prediligeva il maggiore; non solo perché gli era ormai come amico e compagno e gli dava pel suo ingegno grandi speranze d’un avvenire non comune, ma perché avrebbe voluto avere, invece di Giorgio, una figlia, per la quale aveva scelto il nome di Giuliana, in memoria di sua madre, e fatti mille disegni.

Venuto al mondo Giorgio, Silverio n’era rimasto accorato e deluso. Non che non lo amasse, in proceder di tempo; ma supponeva già, senza una ragione, che non potesse mai rivaleggiare per ingegno e per carattere con Andrea: pensava già che il piccolo Giorgio dovesse essere, se non di peso, di nessun giovamento alla famiglia, e lo guardava con quell’affetto non privo di indulgenza con cui si guardano i deboli e gli incapaci.

Disgraziatamente, pareva che il bambino desse ragione ai timori di suo padre: era un sognatore, un sentimentale, un malinconico: studiava poco, perduto in fantasticherie gigantesche; anche quando sapeva e sapeva bene, non faceva bella figura, perché si lasciava, per timidezza, passare innanzi quelli che ne sapevano meno di lui, ma erano più arditi.

Ascoltava e guardava avidamente, come sempre stupefatto di essere in questa vita. Aveva affetti strani, quasi violenti per un cavalluccio prima, poi per un gatto che si chiamava Nerone, infine per un ragazzo suo condiscepolo, tal Giovanni Cartolli, che approfittava di quella devozione per mangiar quanto aveva Giorgio di meglio nel panierino, e per farsi regalare le decalcomanie, i fogli coi soldatini, gli oggetti di cancelleria.

A casa, era un poco diffidente. Sentiva che suo padre non lo amava molto, che sua madre era prima di tutto e sopra tutto innamorata del marito, che anche Andrea non si occupava affatto di lui; come se quei nove anni di differenza mettessero tra i due fratelli una barriera, un abisso.

Giorgio aveva cercato per istinto di buttarsi or qua or , di attaccarsi alla mamma o al babbo o ad Andrea; ma senza esserne respinto, non aveva sentito la rispondenza calda, la tenerezza sagace quali egli forse sognava senza potersele dire.

Ciascuno di quelli aveva i suoi pensieri: gli affari e gli studii occupavano gli uni Silverio, gli altri Andrea; quanto a Matilde, la mamma, era tutta per la casa, a pensar manicaretti e delizie e sorprese per il marito. Spesso andava in cucina a preparare qualche piatto speciale; usciva ad acquisti di oggetti e di gingilli per arricchir la cucina, o per abbellire il salotto; lavorava infaticabilmente perché il suo Silverio trovasse in casa il paradiso, un tale paradiso da non poterne ideare altri.

In quelle corse per la città, si traeva dietro il piccolo Giorgio se non era a scuola, e lo caricava di roba.

Egli aveva avuto per lungo tempo nelle braccia la sensazione d’una famosa gelatiera, che la mamma diceva non pesar nulla e ch’egli reggeva appena. Quel giorno era rimasto nella mente di lui; incancellabile. Camminava e non si poteva dire s’egli abbracciasse la gelatiera o se la gelatiera trascinasse lui. Aveva incontrato quel malandrino di Giovanni Cartolli, che a veder Giorgio così piegato a trattener l’arnese che gli sfuggiva di tra le braccia, aveva dato in una risata, in un vero urlo.

Giorgio n’era rimasto tutto offeso; e deponendo la macchina a terra, aveva detto a Giovanni Cartolli:

— Tu sei uno stupido! — Poi, ripresa la gelatiera, mentre Giovanni se ne andava ridendo più che mai, era corso come poteva a raggiunger la mamma, la quale, senza badargli, aveva già varcato la soglia d’un altro negozio.

Il peggio si fu che, nonostante le fatiche della mamma e lo sforzo di Giorgio a girare il vaso cilindrico dentro il ghiaccio, il gelato per quella volta non riuscì, e il babbo ne rise, onde la mamma e Giorgio uscirono dall’avventura assai mortificati.

Del resto, era ormai abitudine di mandar Giorgio a far qualche spesa, quando la domestica aveva altre occupazioni. — Giorgio, dovresti andar tu; Giorgio, fammi il favore di scendere...

Egli aveva allora otto anni; molto agghindato, elegante, perché la mamma lo considerava alla guisa d’un balocco o d’un ninnolo, e tutto ciò che stava in casa, intorno a Silverio, doveva essere bello. Indossava, fuor delle ore di scuola, quasi sempre un abito di velluto nero, calzoncini corti stretti al ginocchio, collare di merletto o bianco inamidato; coi capelli biondi tagliati a frangia sulla fronte, pareva una figurina scappata fuori da un quadro di Van Dyck e ne aveva la nobiltà inconsapevole.

S’era impratichito dei prezzi; sapeva il costo del burro come della seta, d’un pollo come del filo per cucire. E accortosene, Silverio se n’era spaventato.

— Per carità, — disse a Matilde, — non me ne farai una cameriera o una cuoca? Inségnagli la musica o il disegno, ma non me lo mandare per le strade, ove può fare anche cattivi incontri.

Matilde rinunziò a quell’aiuto; ma rinunziò per poco; passata la bufera, riprese a mandar Giorgio qua e , dalla sarta a fissar un appuntamento, dal salumiere a comperar certo formaggio; un po’ dappertutto insomma, raccomandandogli di non dir nulla al babbo.

Ora un giorno che Giorgio usciva da un negozio con parecchi involti e s’avviava a casa, eccoti il babbo che passa in carrozza e fa fermare.

Dove sei stato? — domanda.

, — risponde Giorgio, non sapendo come cavarsela e non volendo tradire la mamma. — Laggiù, a comperare. Mi hanno dato la commissione...

— Chi ti ha dato la commissione?

— Un signore, no, una signora...

— E tu che facevi in istrada? Chi ti ha permesso di uscire?

Giorgio rimase senza parola, guardando il babbo.

Evvia, allocco! — disse questi, dandogli un buffetto. — Tu vuoi menarmi pel naso, quando non ci son riusciti quelli più grandi e grossi di te!... Va’ a casa, subito. E non dire alla mamma che mi hai incontrato.

Giorgio tornò a casa, consegnò la roba alla mamma, poi andò ad appollaiarsi sul suo sgabello alto, come quando doveva meditare.

E aveva da meditare questo: che il babbo gli raccomandava di non dir nulla alla mamma, che la mamma gli raccomandava di non dir nulla al babbo, ed egli non sapeva chi obbedire. Non voleva nuocere a nessun dei due; voleva anzi essere utile all’uno e all’altra; non sapeva come. E non sapendo come, si mise a piangere in silenzio, sullo sgabello alto, in un angolo della sua camerina.

Il babbo tornò verso l’ora del pranzo e rimproverò Matilde di averlo disobbedito; fu assai rude, come non era stato mai; e Matilde pianse.

Questo scombussolò Giorgio; non aveva ancor visto piangere sua madre: gli pareva che anch’essa fosse piccina e dovesse andare a scuola; e ascoltava il singhiozzo di lei soffocato, proprio come il singhiozzo dei bambini.

Silverio alla fine la baciò sulla fronte, le fece qualche carezza sui capelli e disse:

Ora andiamo a cena.

E andarono; ma Giorgio mangiò poco. Era tuttavia sossopra. Quella piccola scena gli aveva fatto sentire confusamente, oscuramente, che la mamma era una povera donna, che il suo affetto e la sua protezione non valevano proprio nulla, perché bastava un gesto del babbo per buttar tutto all’aria.

E ancora a tavola, mentre Andrea, che faceva l’ultimo anno di liceo, raccontava gaiamente storielle di professori, Matilde guardava di tanto in tanto Silverio con occhi così supplici e timidi ch’ella pareva la figlia maggiore di lui, invece che la moglie.

Silverio troneggiava; padrone incontrastato, uomo felice; adorato in casa da’ suoi; stimato fuori come industriale ricco e avveduto; giovane e robusto, — contava allora quarantaquattro anni, — da mandare avanti affari e famiglia ancora per una ventina, con una spinta gagliarda.

Giorgio mangiò poco, perché intuì tutto questo, improvvisamente, con la sua sensibilità acutissima; e non gli piacque nulla; né l’aria da despota tranquillo di suo padre, né il contegno stupido di sua madre, né l’allegria chiassosa ed egoista di suo fratello. Non se n’era mai accorto? non li aveva mai visti adunati così, ciascuno con la sua vera fisionomia morale?

Che poteva egli dire, a otto anni? Forse era vissuto fino a quel giorno come una piccola bestiola, e subitamente per un nonnulla, per una scenetta comunissima, la sua intelligenza si era destata, la sua anima aveva cominciato a sentir l’anima altrui; cosa che raramente è piacevole.

Quel giorno c’era il dolce; un dolce con certa uva passa, del quale Giorgio era ghiotto.

Ma il babbo decretò ch’egli non ne avrebbe mangiato perché aveva detto una bugia. Sua madre acconsentì subito; a che cosa non avrebbe ella acconsentito per far piacere a Silverio?

Il bambino guardò l’uno e l’altra, intontito.

Aveva detto la bugia? Si rammentò che veramente in istrada aveva mentito, dicendo d’essere andato a comperare per commissione d’una signora; ma intendeva salvar la mamma; ed ora la mamma lo condannava a non mangiare il dolce?

Anzi, ella osservò, severamente:

— È giusto. Non bisogna mai dire la bugia.

Giorgio rimase muto. Nel suo piccolo cervello si scatenava una tempesta. Quel dolce aveva un odor caldo ch’era una delizia. Come, non bisogna mai dire una bugia, se la mamma gli ha invece insegnato a dirla, perché tutte le commissioni ch’ella gli dava avevano ad esser taciute, anzi negate, se il babbo interrogava? Andrea mangiò due grosse fette di quel dolce; e anche il papà ne mangiò due; e la mamma che l’aveva preparato con le sue mani, era in estasi. Il piatto rimaneva nel mezzo della tavola a fumigare, a mandar fuori quell’odor caldo, a far vedere la pasta dorata con le chiazze brune dello zibibbo: una vera insolenza.

Poi vennero le frutta, e il babbo diede una pera a Giorgio; ma il bambino la tagliò, trovò i bachi nel mezzo e non poté mangiarla.

La legge era questa: se il frutto non era buono, non se ne pigliava un altro, perché bisognava avvezzarsi alle delusioni della vita, che qualche volta è come una pera attraente di fuori e bacata di dentro. Ma era legge che non valeva se non per Giorgio; Andrea sceglieva, tagliava, lasciava a mezzo, tornava a scegliere, e nessuno osava fiatare. Per lui la vita non doveva aver bachi.

Quella sera fu lo stesso; Andrea si prese due pere, buonissime, e se le mangiò con un certo batter della lingua sul palato, che nulla pareva più irritante a Giorgio.

Finalmente tutti si alzarono. Il babbo uscì per affari poco dopo, la mamma si mise a leggere un romanzo, Andrea aveva da studiare, e Giorgio si addormentò in un canto del divano.

 

 

 


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License