Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

II.

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II.

 

Tale era la famiglia di Silverio Astori sui primi tempi; e intorno molta gente, sia perché Silverio si compiaceva di fare inviti, sia perché egli e la moglie avevano parenti numerosi.

Alcuni di questi erano andati a cercar fortuna più su, lasciando Roma ove abitava Silverio, per fermarsi a Milano o a Genova o a Torino. Altri s’eran contentati di ciò che avevano; ma in breve s’eran visto passare innanzi Silverio.

Il quale faceva quattrini d’ogni cosa; non perché gli mancassero prudenza e rettitudine, ma perché la sorte lo aiutava in maniera costante. Trafficava di tutto: di ferramenta come di stoffe, di carbone come di solfato. Il suo studio s’era a poco a poco ingrandito; da quattro, gli impiegati erano ormai dodici, da strettamente nazionali, gli scambii divenivano mondiali.

E Silverio aveva potuto un giorno far mettere una targa lucente d’ottone, su cui in lettere nere si leggeva: Silverio Astori Import Export. Quella targa indicava la sua potenza, ed entrando la mattina nel portone di via Venti Settembre ove un bell’appartamento gli serviva di studio, Silverio le gettava talora l’occhiata gioiosa che si getta a una donna amata e fedele.

I parenti che possedevano anni addietro ciò che possedeva lui, si videro poveri al suo confronto.

La signora Appia Turchesi, la madre di Matilde, che non aveva mai avuto simpatia pel genero, s’era ammansita; un giorno l’avevano udita perfino lodare Silverio.

Ella conservava sul volto le tracce d’una bellezza ch’era stata famosa; ancora il profilo purissimo, la linea della bocca, gli occhi scuri, i capelli interamente bianchi e tuttavia folti, davano idea di ciò che Appia poteva essere stata a vent’anni.

E dicevano i maligni che, quantunque sposata a sedici anni con l’illustre chirurgo Ludovico Turchesi, della sua bellezza non era stata avara. Si raccontavano certi incontri galanti, i quali dimostravano a un tempo la sua inclinazione all’amore e la dabbenaggine del marito.

Il quale n’era pazzamente innamorato; cosicché non s’era mai potuto giudicare s’egli ignorasse, o se tacesse sapendo, con quel muto eroismo d’ogni giorno, che è di taluni uomini deboli. Debole, del resto, Ludovico Turchesi si svelava soltanto nella sua vita , perché nella professione s’era mostrato d’una grandezza d’animo, la quale non poteva non essere ammirata.

Infettàtosi durante un’operazione, vistosi perduto nonostante le più sapienti cure, dispose con serenità stoica le sue ultime volontà; a un allievo prediletto, Marco Fallena, dettò giorno per giorno, quasi ora per ora, le impressioni e le fasi del male, perché, disse, ciò poteva essere utile ai colleghi; e infine si spense con l’ultimo sguardo alla moglie bellissima.

 

 

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Appia Turchesi rimase vedeva e ricca, con la bambina, Matilde. La quale crescevabella, né brutta; era bionda come il padre, gli occhi grigi, un’espressione placida in volto, come di persona che si diletta a vivere e non domanda nulla. Faceva i suoi studii quieta quieta; la musica le piaceva e il pianoforte era la sua distrazione.

Qualche anno dopo la morte del dottor Ludovico, Appia pensò a rimaritarsi. Aveva due pretendenti, — i maligni li chiamavano con altro nome, — il conte Surallo e il capitano Traversa. Ma gelosi l’un dell’altro, finirono col battersi in un duello che sollevò gran rumore; il capitano ferito gravemente; il conte Surallo si allontanò per qualche tempo; e del matrimonio non si fece più parola.

Si sposò invece la figlia, Matilde, a diciassette anni con Silverio Astori, vicino di casa, il quale ne contava ventisei.

Silverio non piaceva per nulla ad Appia; questa aveva pensato che sua figlia sposasse Marco Fallena, divenuto nel frattempo un medico di grande avvenire.

Silverio non possedeva allora che una fabbrica di scarpe, la quale egli chiamava calzaturificio; e Appia osservava che poteva ben chiamarla come voleva, ma egli rimaneva sempre un ciabattino. Matilde s’impuntò, con l’ostinazione sorda dei caratteri pacifici; e sua madre, la quale non contava che trentaquattr’anni e aveva tuttavia una gran voglia di divertirsi e di fare all’amore, finì per cedere.

Matilde Turchesi sposò Silverio Astori.

Il giovane tentò subito un gran colpo; con la dote della moglie fece larghi acquisti di pellami; vendette, ricomprò, tornò a vendere; la fortuna gli arrise, si sentì sicuro, ampliò il genere degli affari, fu ricco in breve.

Matilde gli aveva dato un figliuolo: Andrea.

Silverio ne fu felice e aspettò anche la femminuccia, per fare la coppia; ma dovette aspettare nove anni, e poi nacque Giorgio.

La famiglia Astori occupava un sontuoso appartamento fuori porta Pia, al principio di Via Nomentana; un altro appartamento in Via Venti Settembre serviva per lo studio e gli uffici; e poi v’era un villino, «in una località un po’ buffa», come diceva Silverio, nei dintorni di Castelnuovo di Porto; ma gli era capitato nel fallimento d’un suo debitore ed egli se l’era preso, calcolandolo un decimo del valore.

 

 

 

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Appia andava qualche volta a trovar sua figlia, «la sposa del ciabattino». Non diceva nulla; ma in casa Astori respirava un’aria crassa di borghesia, che le rivoltava lo stomaco.

Sarebbe stato assurdo negare che il genero aveva talento per gli affari, che gli affari prosperavano; soltanto, più i quattrini fioccavano e più quella gente si adagiava in un benessere tutto materiale: mangiar bene, vestir bene, scarrozzare, comprar roba, far tintinnare i baiocchi, dar ricevimenti senza capocoda: la loro vita non andava oltre.

Matilde aveva perfino smesso di suonare il piano; preferiva aiutar la cuoca; ingrassava. Ingrassava anche Silverio, che non essendo alto di statura, si faceva d’anno in anno più volgare.

Ad Appia non piaceva nessuno, neppure Andrea, il bambino tutto braccia e tutto gambe, che pareva un ragno. Ella gli mandava di tanto in tanto qualche regalo, per convenienza, ma non lo invitava mai presso di sé; quel sentirsi chiamar nonna le garbava poco.

Anche la bella condotta del nipotino a scuola, il profitto grande ch’egli traeva dagli studii, la lasciavan fredda. Era sua opinione che a scuola i più asini hanno i più bei punti; e su questo, nessuno la poteva smuovere.

Viveva con una dama di compagnia, in un suo villino, sulla Passeggiata di Ripetta; aveva addobbato la casa con gusto squisito; riceveva pochi intimi, e fra questi il suo ultimo amante, Alessandro Ispa, uomo che aveva vissuto molto, epicurèo delicato, che poteva apprezzare le abitudini di Appia; e stanco di emozioni e d’avventure s’era legato a lei da una diecina d’anni: affezione, ormai, più che amore; abitudine e confidenza, più che peccato.

Ella aveva ripreso a frequentar la casa di sua figlia, la pesante e fastosa famiglia Astori, fin da quando era nato Giorgio. Aveva intuito che quel bambino cascava tra quella gente come una mosca nel latte. Desideravano una femmina, e compariva un maschio; volevano una Giuliana e nasceva un Giorgio. Il piccino sarebbe stato la vittima di quella delusione.

Qualcuno disse che Giorgio somigliava alla nonna; ed Appia, ch’era presente, ne fu lusingata.

In verità, non le somigliava per nulla; bello d’un’altra bellezza, più maschia, più pensosa, più chiusa, per così dire. Di tanto in tanto il suo visino era invaso da una espressione che lo trasfigurava, un’espressione di sogno, che veniva da lontano.

Non somigliava ad Appia, la cui bellezza non aveva mai significato il sogno, ma piuttosto l’orgoglio e la gioia. Somigliava al bisnonno, al padre di Appia; e questa, rintracciata nel bambino finalmente un’aria di famiglia, della famiglia sua, si sentì intenerita.

Lo seguì anno per anno, lo studiò con acume, cercò di averlo seco quanto più poteva. Ma Silverio Astori, il quale ripagava l’antipatia di Appia con altrettanta antipatia, era sempre pronto a trovare un pretesto per tardare, e le lasciava Giorgio sol quando un rifiuto sarebbe stato offesa.

— È un amore contrastato, — diceva Appia con un sorriso non privo d’amarezza.

E si acconciava ad andare ella stessa dagli Astori, a far festa anche ad Andrea, che con la sua chiacchiera e la sua manìa di fracasso, le era davvero insopportabile. Così poteva avere Giorgio, accarezzarlo, farlo parlare, udire i suoi racconti strampalati.

 

 

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Il piccino era malato di sogni; aveva un’immaginazione irrefrenabile, che partiva e galoppava per un nonnulla. Sopra un manifesto, che doveva servire a far conoscere un nuovo lucido da scarpe e che rappresentava un cavallo in corsa verso la luna, il piccolo Giorgio aveva fantasticato una intera notte. Una parola, un nome, un’allusione, gli bastavano per creare mondi inverosimili ed introvabili.

Non avendo alcuno a cui confidarsi, perché in casa non gli badavano, s’appollaiava sul suo sgabello alto e rimaneva assorto a crogiolarsi i sogni.

Non giuocava quasi mai con balocchi veri, che avevano una forma determinata, un senso preciso. Trascurava i soldatini di piombo per ordinar lunghe battaglie con le pedine della dama o con le pallottole della tombola, alle quali dava autorità, nomi, vita; i pezzi del dòmino gli servivano da materiale per costruzione di fortezze e di baluardi. Si creava un mondo a suo modo.

Ritagliava nella carta certi pupazzi mostruosi, a cui si affezionava come a persone, quantunque suo fratello Andrea schiattasse dalle risa a vederli.

Appia, che ormai se n’era fatta un’idea giusta, ne aveva detto qualche parola a Matilde. Bisognava trattar Giorgio in altra maniera che Andrea: più attentamente, più cautamente, perché era molto impressionabile. Matilde rispose che sì, ma sua madre non le credette un istante.

Appia sapeva bene che «quella sciocca» era pazzamente innamorata del «ciabattino celebre» e che per lui avrebbe dato anche i figli. E Appia n’era scandalizzata, perché i figli valgon meglio del marito, non han chiesto di venire al mondo e bisogna aiutarli.

Si sarebbe occupata ella stessa dell’educazione di Giorgio, se gliel’avessero dato. Ma giusto quando stava per avanzar questa idea, notò che suo genero ostentava una freddezza, di cui ella non sapeva trovar ragione.

Giorgio aveva pranzato da lei pochi giorni prima. Era una vera festa per Appia la presenza di lui. Egli mangiava con la gravità propria dei bambini; discorreva liberamente, sentendo che gli volevan bene e che non gli tenevan gli occhi addosso per fargli ad ogni istante un’osservazione.

Confessò quella sera che l’aritmetica e le cinque parti del mondo gli mettevano paura.

— Se fossero quattro, ti andrebbero meglio? — interrogò Appia scherzosamente.

— Mi andrebbero meglio se non ci erano! dichiarò Giorgio risoluto.

Appia rise. Rise anche la dama di compagnia, Maddalena Pedretti, una signorina di quarant’anni. Il bambino parve sorpreso che il suo modesto desiderio non fosse apprezzato.

Al finir del pranzo, passarono nel salotto, overa il piano: un salotto tutto fiorito di belle tappezzerie color d’oro scuro, di mobilio sottile e svelto ricoperto d’una stoffa amaranto con disegni neri; pochi quadri alle pareti, pochi gingilli, un fascio di rose rosse traboccante da un prezioso vaso della Cina.

Giorgio, abituato ai mobili massicci e lucidi di casa sua, alle sàgome tronfie, si compiaceva istintivamente di quella casa, che non gli pesava sopra; non capiva nulla, se non che ogni cosa era gentile e ridente. Nel salotto, una vetrata di colore amaranto formava la parete di fondo; e Giorgio la guardava, con quel bel colore, illuminata dalla luce delle lampadine elettriche.

Egli, che non aveva mai visto il mare, pensava che il mare fosse così, un poco più grande, ma rosso cupo; e forse si muoveva, perché era di acqua: un’acqua color d’amaranto, che si muoveva; e i bastimenti e le barche, passandovi sopra, si facevano essi pure tanto belli.

Voleva chiedere alla nonna, ch’egli chiamava zia, non si sapeva perché, quasi avesse divinato che il titolo di nonna, mettendole innanzi i suoi cinquant’anni passati, le era uggioso.

Ma la nonna, seduta in quel momento al piano, con mano sicura sfrenava dai tasti una sinfonia rossiniana, che balzava, rideva, civettava con garrula petulanza.

Giorgio, fattosi vicino, ascoltò. Fisso l’occhio alla vetrata color d’amaranto, gli parve che quella a poco a poco si muovesse ondeggiando; non c’erano le barche sull’acqua stupenda, ma egli se le immaginava quali le aveva viste in certe illustrazioni; alte, le vele gonfie, una quantità di remi a destra e a sinistra, che le facevan rassomigliare a scolopendre spaventevoli. E l’acqua si muoveva or più or meno, a seconda della musica or più or meno viva.

Appia diede un’occhiata al bambino, lo vide assorto, e s’interruppe.

— Che guardi? — interrogò.

Guardo il mare! — disse Giorgio.

— Il mare? — fece Appia stupefatta.

— Sì, il mare è così: tutto rosso, — spiegò Giorgio, additando la vetrata. — E si muove, quando tu suoni. Ora non suoni, e il mare è fermo.

Appia pensò di dire al bambino che il mare non è color d’amaranto e non si muove a suon di musica. Ma si rattenne... Perché distruggere un’illusione, che a Giorgio sembrava tanto cara? Aveva tempo a vedere il mare qual è, la vita qual è, tutte le cose quali sono, belle o brutte... Ed ella riprese a suonare.

Poi quando la sinfonia ebbe termine, Appia si rivolse a Giorgio:

— Perché non dici alla tua mamma di suonarti il piano qualche volta? — domandò.

Mamma sa suonare? — fece Giorgio, sorpreso.

— Ma senza dubbio.

— Come te?

— Anche meglio di me!

— Io non lo sapevo! — mormorò Giorgio. — Il piano è sempre chiuso.

— Già, il piano è sempre chiuso, — ripeté Appia.

E mentalmente aggiunse: — È diventata un’oca, Matilde: mangia, beve, dorme, corre dietro a quella bestia del suo ciabattino!

Giorgio riprese:

— Ma tu, come sai che la mamma sa suonare il piano?

Appia rise.

— Le ho insegnato io. Non ti rammenti che è mia figlia?

— Sì, è tua figlia. E non aveva paura dell’aritmetica e delle cinque parti del mondo?

— Non aveva paura: studiava, imparava, faceva ogni cosa per benino; allora era intelligente.

— Allora!... E adesso...?

— Anche adesso, anche adesso! — s’affrettò a correggere Appia. — È sempre intelligente, la mamma.

— E perché non suona più?

— Forse avrà altro da fare.

Giorgio tacque: si domandò che avesse da fare la mamma, e gli parve che non avesse proprio nulla, se non correre in cucina ad assaggiare le vivande o andar pei magazzini a comprar roba.

— Allora, quello è il mare? — riprese Appia, additando la vetrata. — Ma non ci sono navi?

Ora no; ma c’erano prima, quando tu suonavi; e su una a comandare, il capitano Tarafià.

— Ah, lo conosco! — disse Appia per ischerzo. Giorgio la fissò con meraviglia.

— Ma il capitano Tarafià l’ho inventato io! — spiegò poscia cautamente. — È il numero 34 delle palline della tombola e vince sempre le battaglie.

— L’hai inventato tu? Io credeva di conoscerlo; è grande, con grandi baffi, occhi tremendi, il petto coperto di decorazioni. Non è lui?

— Non è lui. Gli assomiglia. Ora suona, ma una cosa svelta, perché voglio vedere il mare in burrasca...

Appia suonò un galoppo furioso, e Giorgio vide il mare in burrasca, le navi che cozzavano l’una contro l’altra, le vele squarciate, i remi all’aria. Lo stesso capitano Tarafià andò a capofitto nelle onde, ma se la cavò egregiamente, come di solito, a nuoto.

Verso le dieci, Appia chiamò la signorina Pedretti, che riaccompagnasse Giorgio a casa.

Il volto del bambino si rabbuiò.

Tornare a casa gli dispiaceva molto; nessuno suonava il piano, nessuno chiacchierava con lui, non c’era il mare color d’amaranto. C’eran quei mobili massicci, le sàgome tronfie che parevano voler annichilire quel che passavano vicino. E Andrea che gridava e schiamazzava, il babbo grave e importante, la mamma quieta e tonda come una quaglia.

Si levò in punta di piedi per baciar la nonna sulle guance; ed ella vide che due lagrime gli brillavano negli occhi, ma non disse nulla, per non turbarlo di più.

Addio, e grazie, zia Appia!

Arrivederci presto, caro.

Egli si volse sulla soglia a guardar di nuovo la bianca nonna, ritta e sorridente, fra tutte quelle cose sorridenti e belle. Vide il piano aperto, il fascio di rose... Infine se ne andò, dietro la signorina Pedretti, che lo chiamava dall’anticamera.

Appia mandò un sospiro e crollò il capo.

 

 

 


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