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Andò a trovare la figlia qualche giorno di poi; sul tardi, per non dover rimanere a lungo e per non incontrarsi col genero, che stava in casa fin verso le tre.
C’era gente. Matilde serviva il tè a una grossa signora, che aveva intorno tre bambini, golosi e maleducati, i quali si rimpinzavan di paste e divoravan con gli occhi quelli che rimanevan sul piatto: la signora Strògoli e i suoi figli.
Dall’altro lato, sul divano, un giovanotto elegante, erede futuro di una cospicua fortuna ammassata dal padre col commercio delle pelliccie.
Il giovanotto, Maurizio Creffa, s’era regalato il titolo di conte, ma badava a non incocciar nel babbo, che l’avrebbe preso a scapaccioni se avesse saputo di quella manìa ridicola.
E sullo stesso divano, la signorina Emma Tarabusi; Appia, a quel nome, pensò al capitano Tarafià inventato da Giorgio, e le venne voglia di ridere.
Poi, qua e là, altri personaggi, quali in piedi, quali seduti, che fumavano, sorbivano il tè, sgretolavan pasticcini, discutevano.
Maurizio Creffa aveva sostenuto fino a quel punto che un giovane non deve ammirar nulla e nessuno. La signora Sofia Tarabusi, madre di Emma, approvava. Ella approvava sempre le parole del giovanotto, perché sperava di appioppargli la figlia; non per il titolo di conte, ch’era posticcio, ma pei quattrini, ch’erano autentici.
Qualcuno si dichiarò contrario alle idee di Maurizio. C’è delle cose, a questo mondo, ci son dei personaggi, che bisogna ammirare....
— Tanto più, — osservò il commendator Paschetti, — che ammirare non costa nulla!
E vedendo che nessuno rideva della trovata, fece egli stesso una risatina piuttosto con la pancia che con la bocca.
Il sopraggiungere di Appia ammutolì i visitatori per qualche istante. Si scambiarono saluti, si fecero le presentazioni.
Parecchie di quelle signore sentivano innanzi alla mamma di Matilde una specie d’antipatia e di soggezione; avevan capito ch’ella le disprezzava tutte quante; cosa che non le avrebbe invelenite tanto, se una certa superiorità di lei, venuta forse dalla bellezza, dall’eleganza, dalla vita, non fosse stata manifesta.
Altre la guardavan con deferenza timida. Era una borghese ella pure, ma una borghese diversa da loro. Presto s’era staccata dalle abitudini tutte pratiche, tutte materiali, della borghesia grassa. Aveva gusti fini, s’intendeva d’arte, di molte cose, di cui esse non sapevano iota; poteva parlar benissimo di musica e di letteratura. Poi aveva viaggiato. E quando viveva il marito, c’era intorno a lei un’adunata di persone colte, nella dimestichezza delle quali aveva irrobustito la intelligenza e le inclinazioni, che già da sole non eran dozzinali.
Infine si sapeva che, bellissima e rimasta vedova assai giovane, aveva avuto parecchi amanti, se pur non si voleva dire che ne aveva avuti anche quando non era vedova.
E se quella bellezza irradiava ancora un po’ di fascino, il ricordo di quegli amori irradiava una specie di terribilità; perché la signora era vissuta tra passioni roventi, — «ad alta temperatura», diceva il commendator Paschetti, — ed ella aveva serrato nelle piccole mani la felicità e la disperazione di uomini di valore, di gente di prim’ordine, ch’erano a’ suoi cenni.
D’altra parte, sforzandosi di nascondere come meglio le riusciva la pietà per quelle povere piccole donne, era cortese, amabile, facile. Le più mature, aiutate dall’esperienza, indovinavano benissimo ciò ch’ella pensava; ma le più giovani, nelle quali l’istinto di diffidenza era meno sveglio, si lasciavan cogliere.
— Non vorrei aver interrotto una conversazione importante, — disse Appia, prendendo dalle mani di sua figlia la tazza del tè.
— Nulla d’importante, nulla d’importante, signora! — rassicurò il commendator Paschetti. — Il conte Creffa diceva che un giovane non deve ammirar nulla e nessuno...
Appia sentì una vampata di malignità invaderle il cuore alla vista di quel giovanotto smunto, che pareva stare in bilico per non sciupare la sua eleganza calcolatissima.
— Lei è parente di Sebastiano Creffa, che ha un magazzino di pelliccerie in Piazza Colonna?
Uno sparo di rivoltella a bruciapelo non avrebbe fatto sul giovane più spiacevole effetto.
— Sì, signora; sono parente, — mormorò.
— Ho comperato da lui la mia pelliccia di cincilla. Ha roba assai bella e non cara...
Maurizio Creffa tacque, annientato; ma le signore, trovato un argomento che le divertiva più dell’ammirazione da concedere o da non concedere, cominciarono a discorrere di pelliccie.
Il commendator Paschetti si curvò all’orecchio di Matilde, e le susurrò:
— Colpo maestro!... Me l’ha ammazzato!... Matilde badava che tutti fossero serviti a dovere; uno dei ragazzi Strògoli, il più grandicello, le si era messo alle calcagna per aver qualche altro pasticcino; ed ella lo incaricava di portar qua una tazza, là il canestro dei biscotti; il che dava agio a Pierino Strògoli di servirsi a piacere.
— Finirà col crepar d’indigestione! — borbottò il commendator Paschetti, osservandolo.
— È l’educazione del giorno, — rispose l’ingegnere Antonio Catalani, un altro calmo e maturo invitato. — A’ miei tempi, non si mangiava e non si beveva che a un cenno della mamma; e fuor di casa, nulla!... Già, non si andava a scocciare il prossimo in casa altrui...
Parlavano sotto voce, nel vano d’una finestra, guardando i tre ragazzi Strògoli, che non stavano mai fermi e non avendo più da ruffolar dolciumi, pigliavano i ninnoli di porcellana e se li rigiravan tra le mani.
La mamma loro parlava di pelliccie; tutte parlavan di pelliccie, che per l’inverno prossimo sarebbero state care; e si udivan nomi esotici e strani, dei quali le signore parevan assai pratiche; e cifre alte, di migliaia di lire. L’una descriveva una forma di mantello che desiderava; l’altra non voleva che ermellino; questa esaltava la bellezza del colinski...
— Colinski? — fece Antonio Catalani. — Che mai sarà?
— Sarà un gatto, come tutti gli altri, — rispose il commendator Paschetti.
Appia, visto che la conversazione s’era animata, si alzò un istante per chiedere a Matilde dove fosse Giorgio.
— È nella sua camera a studiare la lezione. Appia pensò alle cinque parti del mondo.
— E Andrea?
— Anche lui studia. Che vuoi? Ho già da sorvegliare questi Strògoli; e se vien qui Andrea, la è finita.
In quel momento si presentava Maurizio Creffa a congedarsi. Appia gli diede la mano, ch’egli strinse freddamente.
— Me ne son fatto un nemico, — ella disse a Matilde, quando il giovane se ne fu andato. — Ma non potevo immaginare che si vergognasse di suo padre, ch’è un galantuomo...
Vennero altri a congedarsi: la signora Sofia Tarabusi con la figliuola, il commendatore, poi finalmente la Strògoli coi ragazzi, ch’ella chiamava «demonietti».
A poco a poco, se ne andavano tutti; alcuni abitavano all’altro capo della città e non potevano attardarsi; una signora più larga che lunga, rammentò a Matilde che riceveva il venerdì.
L’ingegnere Catalani fu l’ultimo. Se ne andò dicendo:
— Quei piccoli Strògoli! Ma s’è mai visto nulla di simile? Tre maiali, mi scusino; tre veri maiali.
— Tu sei fortunata d’avere un bimbo come Giorgio, — disse Appia, — così gentile, così caro... Ma già, non ne capisci niente; non te ne occupi...
Matilde, stanca di chiacchiere, intontita dal fumo delle sigarette, che pure a finestre aperte ondeggiava ancora in aria, non rispose. Aiutava Lucia a fare un poco d’ordine, perché tutti quei piattini sudici di crema, quelle tazze col fondo del tè, le davan noia.
— Non me ne occupo? — disse, allorché Lucia la cameriera se ne andò con un vassoio carico. — Ti pare, mamma? Mi occupo di Giorgio e di Andrea, sempre...
— È vero; ma l’uno è così diverso dall’altro! E poi Andrea è un giovanotto, ormai; ha diciassette anni. L’altro è un bambino delicato... Se tu lo dessi a me, io mi dedicherei interamente a educarlo e a istruirlo... Per esempio, non so perché non gli insegni un po’ di musica, le prime nozioni... Dopo, imparerebbe; e un giorno sarebbe contento di saper suonare il piano e di poter interpretare i grandi maestri; perché, o io m’inganno forte, o egli è un artista, e se volete farne un industriale, non ne caverete nulla...
Stavano, Appia e Matilde, l’una a fianco dell’altra, su quel divano sul quale stavan poco prima la signorina Tarabusi e Maurizio Creffa.
Matilde, andava, per così dire, sfasciandosi. Quantunque non contasse che trentacinque anni, la sua freschezza spariva, l’adipe cominciava a farsi notare; e aveva in volto, sotto la delicata epidermide bionda, come una stanchezza, la quale non era forse che la stanchezza d’una felicità continua, d’un benessere ininterrotto, senza ansie e senza palpiti. Questo l’afflosciva; i nervi in lei non agivano più; ella naufragava a poco a poco in un mare calmo ed immobile.
Dire che quella era figlia dell’altra, di Appia, ancora sottile e diritta come a vent’anni, pareva uno sproposito. Costei aveva tuttavia in volto un ardore, dentro gli occhi un caldo, un impeto, una superbia appena velata, che ne dicevano la forza.
I suoi cinquantatré anni l’avevan certo soprappresa allorché le energie fisiche e morali eran ben lungi dall’essere esauste; e si sforzava ogni giorno a rammentarsi ch’era vecchia, che doveva figurar tra le vecchie, poiché nulla sarebbe stato più penoso, più umiliante per lei che farselo rammentare, direttamente o indirettamente, dagli altri.
— Darlo a te? — riprese a un tratto Matilde, come ripensasse d’improvviso alle parole di sua madre. — Dare Giorgio a te? Ma mi pare strano ciò che mi dici...
— Oh, non dubitare, sarà sempre tuo!... Io sono vecchia e sola, e Giorgio mi sarebbe tanto caro...
— Capisco, mamma... — fece Matilde imbarazzata. — Ma non so davvero che cosa potrebbe pensarne Silverio...
— Ecco: Silverio! Appunto per lui, — ribatté Appia. — Ti pare ch’egli sia capace di comprendere Giorgio? È un brav’uomo, un abile industriale, nessuno pensa a dubitarne, ma quanto a finezza di gusti e di educazione intellettuale, non mi sembra una rarità. Dico male?
— Tu ne sei innamorata; è una bella cosa, — seguitò Appia. — Ma devi pur capire... E s’interruppe. Risonava nella stanza vicina la voce di Silverio, e quasi subito egli comparve. Allegro, strinse la mano di Appia, baciò Matilde sulle gote, sedette con un largo respiro.
Mentre Matilde gli faceva i nomi degli amici ch’erano stati a prendere il tè, Appia osservava per la millesima volta dacché lo conosceva, suo genero, come se ogni volta sperasse di trovarlo diverse del solito.
Era uomo gagliardo, largo di spalle, ampio di petto, piantato su gambe solide. Il suo volto rideva anche senz’aprir bocca; un volto abbronzato, con qualche ruga attorno agli occhi, i capelli interamente neri, il naso aquilino, i baffi lunghi spazzolati energicamente all’insù. Non era alto di statura, ma nemmen basso da parer troppo tarchiato.
Vestiva di chiaro. Appia notò con celato disdegno la catena d’oro, appuntata a un occhiello del panciotto, la quale ricadeva fino al taschino, dove senza dubbio c’era un grosso orologio. Notò anche una spilla infitta nella cravatta turchina; una perla; ma quella specie di cravatta non ammetteva spille di sorta. E poiché Silverio aveva accavallata una gamba sull’altra, scopriva al disopra dello stivaletto un par di calze amaranto.
— Amaranto! — pensò Appia. — È un miracolo se Giorgio non le piglia per il mare, le calze del suo babbo! Cose dell’altro mondo!
E udì che Matilde parlava appunto di Giorgio con Silverio, impostando così male, con tale timidezza, la questione, che Appia dovette intervenire.
— Lo vorrebbe per sé, la mamma; dargli lei stessa l’educazione...
— Lo vorrebbe? — esclamò Silverio, sollevandosi sulla poltrona. — Che significa? Non capisco!
— Ma no, cara, — fece Appia, rivolgendosi a Matilde con un sorriso che svelava la sua impazienza contenuta. — Mi sarò espressa male. Non voglio Giorgio per me, come non avesse una casa, un babbo e una mamma...
— Ah, volevo dire! — esclamò Silverio. — Ha un babbo, una mamma, una casa. Queste cose si fanno coi trovatelli, donna Appia, coi figli di nessuno... Ma non credo d’aver bisogno della carità...
— Né io ho offerto la carità a lei, — interruppe la signora prontamente. — Matilde non s’è spiegata... Il mio desiderio sarebbe d’aver Giorgio un pochino più spesso a casa mia; e parlando di questo, ho aggiunto o volevo aggiungere, che non sarebbe nemmen tempo perduto per il bambino e per me; io potrei insegnargli la musica, a poco a poco, metterlo al piano... A me farebbe gran piacere, una distrazione da povera vecchia... Ma imaginiamoci se io voglio impacciarmi nella educazione dei figli altrui, anche se sono miei parenti! Una tal mancanza di riguardo, una vera offesa!... Le pare, Silverio...?
E mentalmente aggiungeva: — Dammelo, e a foggiargli la testa ci penso io!
— Non avevi capito niente, insomma! — disse Silverio rivolto a sua moglie, con una risatina.
Matilde stette silenziosa. Non le conveniva discutere con quei due, abituati a giuocar d’astuzia e a nasconder le loro idee.
Infatti, sul viso di Silverio così gaio e aperto quando non c’era nulla da fare, si stendeva come un ventaglio di furberia attenta; quella medesima espressione ch’egli aveva alla stazione di Trastevere quando verificava un carro di merce.
— Veda, donna Appia... — riprese, giocherellando con la catena dell’orologio. — A me, i bambini che vanno per le case altrui, piacciono poco, siano pure case rispettabili come la sua; finiscono col pigliar abitudini, con l’imparare idee... Non dico per lei... Non si ha più, come esprimermi? quella regolarità di educazione, quella uniformità di vedute... Lei mi comprende...; che sono la garanzia della riuscita... Per esempio, il mio Andrea, che è un tesoro... Sempre a casa sua... Andrea è al mondo da diciassette anni, e lei non ha pensato mai a dargli lezioni di musica... E ha fatto bene!...
Matilde lanciò un’occhiata fuggevole a sua madre; aveva sentito l’improntitudine del sarcasmo, al quale certo la signora non sarebbe rimasta indifferente. Ma quantunque non s’aspettasse una frecciata, Appia trovò ancor la forza di sorridere.
— Mio Dio, caro Silverio, si direbbe quasi, a udir lei, che io abbia occulti disegni sul piccolo Giorgio! — ribatté pacatamente. — Non mi sono occupata di Andrea, è vero, non gli ho dato lezioni di piano. Ero più giovane; quand’egli è nato, avevo l’età che ha oggi Matilde, poco più di trenta; facevo un’altra vita... A poco a poco, naturalmente, tutto cambia; cambiamo noi, con gli anni; ho cambiato io pure... E vorrei occuparmi di Giorgio; che dico occuparmi? averlo più spesso da me, ecco tutto; poiché sono sola...
— Non c’è la dama di compagnia, quella signorina Prefetti?
— Pedretti; ma è un’altra cosa. Non si può paragonarla a un mio nipotino...
— Via, via, donna Appia!... — interruppe Silverio.
Egli era spiccio; quando un affare non gli sembrava conveniente, lo rifiutava; se gli si mettevano attorno a persuaderlo, temeva d’essere raggirato, e allora trovava maniera di fare irreparabile e perentorio il rifiuto.
— Via, via, donna Appia! Non ci dipinga il diavolo più brutto di quel che è! Distrazioni non le sono mai mancate, anche senza i nipotini; e non credo che oggi sia proprio così sola, così sola...
Matilde, la quale aveva decisamente rinunziato a metter lingua in quella discussione, sentì un brivido. Che stava per arrischiare Silverio?... Frizzi, allusioni, ironie?... La mamma non avrebbbe tollerato.
Infatti, levando il capo repentinamente, Appia fissò gli occhi pieni di luce negli occhi di Silverio:
— C’è poco da spiegare, — egli rispose, — Non ha una casa sua, una dama di compagnia, il teatro, le passeggiate, le visite, i ricevimenti, quel che vuole?
Nonostante quella savia ritirata, s’erano ormai intesi tutti e tre: Matilde, Silverio e Appia.
Questa si alzò e si alzarono anche la figlia e il genero.
— Insomma, — disse Appia a mo’ di conclusione, col suo abituale sorriso di convenienza, — una buona intenzione, un buon proposito, non sono stati compresi. Tu hai guastato tutto, Matilde: hai voluto fare un discorso diplomatico, quando bastava dire: «Mandiamo un po’ più spesso Giorgio a cenare dalla nonna!»
Matilde guardò sua madre, perché rammentava bene che di discorsi diplomatici o non diplomatici non ne aveva fatti punti.
— Ha ragione, ha ragione! — interloquì Silverio. — Ma lei capisce: Matilde mi vien fuori colla trovata dell’educazione, come se casa sua fosse un orfanotrofio...
Matilde guardò anche il marito... Doveva essere così? Quei due avevano deciso di pigliarsela con lei? Toccava a lei far le spese delle loro bizze, della loro antipatia?
— D’altronde, — seguitò Silverio, — se non si tratta che di questo, di mandarle più spesso Giorgio...
E non finì; perché egli soleva non finir le frasi, le quali significherebbero, ben tornite, un impegno; mentre mal tornite non significano nulla.
Si chinò a baciar la mano di Appia, maniera di saluto ch’egli non usava con altri al mondo.
Appia abbracciò e baciò sulle gote quella povera sciocca di Matilde, e s’avviò alla soglia, seguita da Silverio, che voleva accompagnarla fin sul ripiano.