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Il capitano Tarafià, — il quale non era né un uomo, né un pupazzo, ma semplicemente una pennina da scrivere o una pallottola, il numero 34, del giuoco della tombola, — stava per ritornare all’attacco dopo aver riordinati i suoi reggimenti.
Poiché la sacchetta dei numeri era riposta, con la scatola e le cartelle, nella sala da pranzo, il capitano Tarafià s’impersonava in una pennina a forma liscia, con rigonfio a metà del corpo. Tutte le pennine allineate dietro di lui, quattro schiere da venti ciascuna, erano identiche al capitano; piccole, lucenti, acute. Ma Tarafià aveva dovuto subire, per l’onore d’esser il comandante, un lungo bagno nell’inchiostro rosso; donde una pàtina, che se lo faceva inservibile come penna, lo indicava subito come capitano.
Di fronte, aveva l’esercito di Kavallì, col quale c’era poco da scherzare. Più corto e più tozzo di Tarafià, Kavallì possedeva anche un rigonfio più notevole, una vera gobba da cammello, che lo rendeva assai pericoloso nell’arte di buttare a gambe levate i nemici.
Le schiere di Kavallì, esse pure identiche al loro capitano: tozze, corte e con la gobba; ma Kavallì portava dentro uno dei buchetti che servivano a dargli elasticità, un minuscolo, quasi invisibile pezzetto di cordicella azzurra. E ciò era il segno del comando; sarebbe stato ridicolo dubitarne.
La battaglia aveva avuto principio con un attacco di Tarafià.
Si sapeva da tempo che l’esercito di Kavallì non attaccava quasi mai. Essendo formato di pennine piuttosto pesanti, con la gobba alta e la punta sollevata sulla superficie del tavolo, gli conveniva aspettare il nemico di piè fermo.
L’altro, l’esercito di Tarafià, pennine svelte, basse, che strisciavano sul tavolo a tutta corsa, si lanciava all’attacco volontieri. Avvenuto il quale, c’era un momento di sosta, per giudicare il risultato della mischia, per lasciare, direi, snebbiare il fumo o la polvere.
E si vedevano allora pennine di Kavallì e pennine di Tarafià con la pancia all’aria, e pennine di Tarafià sotto le pennine di Kavallì, e pennine di Kavallì sotto le pennine di Tarafià.
A un nuovo colpo di dito sulla estremità delle pennine, ecco altre schizzare in alto, ricadere, rovesciarsi. E dal numero di quelle ch’erano ribaltate, si giudicava l’esito della battaglia.
Quel giorno, Kavallì aveva astutamente raccolto il suo esercito sopra un’altura: nientemeno che il vocabolario del Fanfani rilegato in mezza pelle macchiolata di verde e di marrone. Si trattava della conquista del vocabolario, un’impresa che ha sempre fatto paura a chi se ne intende. Ma il bravo Tarafià l’aveva pensata bella: per non logorar le forze del suo esercito nell’arrampicarsi dal tavolo al vocabolario, disponeva le schiere sul dizionario dei sinonimi, ch’era vicino e non molto inferiore di livello all’altro.
Di lì, con un salto audace, che costa la vita pur troppo a qualcuno dei suoi valorosi, passa sul vocabolario, si lancia contro l’esercito di Kavallì, lo attacca una prima volta, e una seconda: pennine all’aria, risuonar d’acciaio, mischia generale, tenzoni particolari; e infine, dell’esercito di Kavallì rimangono venti pennine diritte e in gamba, mentre Tarafià ne ha ancor trentacinque delle sue, lucenti, frementi, piene di ardore.
Kavallì retrocede, tentando riordinar le truppe disperse. Ma Tarafià non gli dà tregua, butta all’aria tutto quel che incontra, rovescia non pochi nemici giù dall’altura, e con un’audacia da far fremere, affronta personalmente Kavallì.
È un fatto nuovo, inaudito; perché Kavallì e Tarafià non si battevano mai, e perciò erano invincibili.
Ma quel giorno, inebbriato dalla vittoria, volendo farla finita con un nemico implacabile, Tarafià perde la testa, corre contro Kavallì e si ferma a un millimetro dalla sua punta come per sfidarlo.
Un duello Kavallì-Tarafià!.
Due guerrieri che han preso parte a cento battaglie, due punte, due gobbe, dal cui incontro dipende la sorte di due popoli.
Tarafià torna indietro, come per prendere la rincorsa, fa un giro superbo innanzi agli eserciti, sospesi, esterrefatti; e poi si avventa con la rapidità della folgore...
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Questi avvenimenti si svolgevano sul tavolino innanzi al quale stava seduto Giorgio per condurre a termine un compito di aritmetica.
Ma poiché il cómpito era difficile, Giorgio aveva dato di piglio alle due scatolette di penne; le vicende di Kavallì e di Tarafià lo affascinavano, quantunque dipendessero da lui. E vi si infervorava, stando con l’orecchio attento perché la mamma non lo cogliesse; la quale non poteva supporre che il suo bambino creasse un mondo intero e personaggi di tanta importanza con le penne da scrivere.
Nel salotto attiguo risonavano voci e risate; veniva di là l’acciottolìo delle tazze di porcellana; Giorgio aveva anche distinta la voce della nonna Appia e aveva sperato che lo chiamassero; ma sopraggiunto il babbo nel salotto, la speranza era sfumata.
Dall’altra parte, nella camera a lui destinata, Andrea si preparava agli esami di licenza liceale. Leggeva a voce alta, con cadenza così monotona, che Giorgio vi si era abituato presto, come ci si abitua al borbottìo isocrono d’un torrentello. Lo udiva anche alzarsi a passeggiare; e in questo caso, con un gran foglio di carta asciugante Giorgio nascondeva Kavallì, Tarafià e gli eserciti, perché Andrea sarebbe stato capace di gettargli ogni cosa a terra e di dargli qualche scapaccione.
Andrea non ammetteva che Giorgio giuocasse nelle ore di studio; le fantasie del bambino lo irritavano. V’era tanta diversità di carattere tra i due fratelli, che il più grande non capiva menomamente il più piccolo. Egli non rammentava d’essere stato come lui; le scioccherie di Tarafià, le invenzioni grottesche onde si compiaceva Giorgio, gli riuscivan nuove. Da bambino aveva giuocato regolarmente coi balocchi che gli regalavano, nelle ore destinate al giuoco... Possedeva una carrettella, alcuni pupazzi, diversi cavalli, una scatola con soldatini di piombo; con questi si divertiva senza tanti Tarafià. Le penne per lui eran penne, e non eserciti e generali.
Bastava, del resto, dare un’occhiata alle camere dei fratelli per capirne il carattere.
Per l’addietro occupavano una grande camera in comune; poi, entrato in liceo senza esami, Andrea aveva chiesto che gli si desse una camera a parte, e poiché non ve n’erano, Silverio aveva separato i due con un tavolato, nel quale era stato aperto un uscio di comunicazione.
N’era venuta fuori così una camera spaziosa per Andrea e una camerina lunga e stretta, un rettangolo, per Giorgio. Ciascuna aveva il letto, l’armadio, un tavolo, alcune sedie. Ad Andrea era toccata anche la libreria. A Giorgio avevan fatto una piccola libreria con una tavola infissa nel muro sostenuta da due bracci.
Ma Giorgio era il disordine; portava a casa certi oggetti, nei quali vedeva imagini e significati straordinarii: un ferro di cavallo, matite di tutti i colori, scampoletti di stoffe, ventagli, fotografie di città, scatole di cartone e di legno, fogli di carta degli alberghi con vedute, un piccolo bastimento a vela, gambe e teste di marionette, bottoni d’ogni genere; roba che comperava dai compagni o che otteneva in cambio di vecchi francobolli e di decalcomanie.
Non aveva mai un soldo, quantunque il babbo gliene desse, piuttosto per la spocchia di mandare i suoi figliuoli ben forniti a scuola, che per la sollecitudine di soddisfare qualche loro capriccio.
Andrea ne metteva da parte, tolto quel poco che occorreva per comperarsi qualche sigaretta; e la sua camera era per così dire, immobile; nulla entrato, nulla uscito, nulla fuori di posto, dacché gliel’avevano data.
Giorgio portava a casa anche i giornali con le figure, e di sera le pitturava, abbondando di rosso: faceva rosso il tramonto, rosso il mare, rossi i leoni, rossi gli uomini politici, senza sapere che questi, di arrossire han perduto l’abitudine da un pezzo.
Ritagliava le più belle, le ingommava sopra certo cartoncino, insudiciandosi le mani e gli abiti; poi le faceva agire. S’era fabbricato così una specie di teatro, il cui fondale era un paesaggio africano, innanzi al quale si svolgevano scene e si udivano dialoghi inverosimili tra una tigre e un ingegnere celebre, tra un ministro e un cavallo che aveva vinto il Derby.
Di tanto in tanto, calava una raffica su quel bazar; la mamma, aiutata dalla cameriera, faceva gettar via tutto. E Giorgio ricominciava l’indomani a crear nuovamente il suo tesoro, portando a casa qualche acquisto e rifacendo il disordine senza il quale pareva non poter vivere.
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Nel salotto attiguo risonarono per qualche tempo le voci del babbo e della nonna; poi il babbo riaccompagnò questa fino alla porta e ritornò.
Giorgio, lanciato Tarafià contro Kavallì, al momento di decidere le sorti di quegli eroi e dei popoli, fu interrotto dall’idea che si poteva dare una capatina in salotto e buscare forse un pasticcino.
Scese dallo sgabello alto, aperse l’uscio pian piano ed entrò.
La mamma stava in un angolo del divano, raccolta e pensosa. Il babbo passeggiava in lungo e in largo, con le mani nelle tasche della giacca.
— Bisogna fargliele intendere certe cose, a quella vecchia, — diceva.
Giorgio si fece presso alla mamma e sedette sul divano a fianco di lei.
— Hai finito il compito? — ella gli chiese sottovoce.
— Lo finisco stasera, — egli rispose, pur piano.
Matilde prese un pasticcino da un piatto rimasto sul tavolino da tè e lo diede a Giorgio.
— Capirai, — seguitava Silverio, — ha delle idee da pazza. Proprio a lei darò mio figlio! Sarebbe tempo che mettesse la testa a partito, perché, già...
Si avvicinò alla parete, girò un bottone e il lampadario nel centro del soffitto sfolgorò la sua luce, il che fece batter le palpebre a Giorgio.
— Un pasticcio ce lo deve avere tuttavia, alla sua età. Si parla di quell’Alessandro Ispa...
— Un amico di casa, un amico da dieci anni, — interruppe Matilde.
— Che storie!... Ci va tutti i giorni santissimi, ora a pranzo, ora dopo pranzo, ora prima di pranzo... Che han da dirsi, di così importante? Recitano le litanie?
— È un vecchio amico, ti ripeto.
— E perché tu non hai un vecchio amico da dieci anni, perché non vien qui tutti i giorni?
Matilde si strinse nelle spalle.
— Io non sono sola.
— Tu sei onesta, ecco, e se anche fossi sola, sapresti comportarti diversamente... Questa è la verità...
A Giorgio, rimasto col pasticcino tra l’indice e il pollice della destra, suo padre sembrava magnifico: un vero Tarafià di famiglia. Passeggiava in su e in giù, inciampando qualche volta nell’angolo del tappeto e accompagnando le parole con certe scosse delle spalle, con certo movimento del capo, che gli davano grande importanza.
La mamma invece, rannicchiata nell’angolo del divano, somigliava a uno di quegli uccelli, che si fanno grossi grossi prima di cacciare il capo sotto un’ala e di addormentarsi.
Ma con meraviglia non priva di timore, Giorgio vide che il babbo si volgeva a lui, proprio a lui.
— Tu lo conosci, il signor Ispa?
— Io? — fece Giorgio, sgranando gli occhi. — Che cosa è?
— Credevo che lo conoscesse, — spiegò Silverio a Matilde, mentre riprendeva la passeggiata. — Perché quella è ben capace di far conoscere il nipotino all’amante...
— Vedi che non lo conosce; dunque è inutile insistere, — obiettò Matilde dolcemente.
— Ispa! — ripeté Giorgio sottovoce. — Che cosa è mamma, Ispa?
— Sta zitto e mangia! — rispose la mamma.
— In ogni modo, il bambino non glielo mando, né poco, né molto, — riprese Silverio. — Ah, insegnargli la musica! Perché studii anche meno del solito e si metta a correr dietro alle crome e alle biscrome... Ne ha, delle idee, la vecchia!
Giorgio, mangiato il pasticcino, si lasciò scivolare a terra e s’avviò alla soglia; quella conversazione non lo divertiva punto; ma prima di uscire udì ancora il babbo che diceva:
— Altro che chiamarmi ciabattino celebre!... Crede ch’io non sappia che mi chiama ciabattino celebre!... E lei, che cosa è...?
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Giorgio tornò nella sua cameretta e si diede subito a imitare il babbo.
Passeggiava in lungo e in largo, le mani nelle tasche della giacca, alzando le spalle, movendo il capo, dandosi importanza; e borbottava parole intorno agli affari suoi, invece che intorno alle idee di quella vecchia, delle quali non aveva capito nulla.
— Capirai: un duello Kavallì-Tarafià! Adesso abbiamo anche questo! Come l’andrà a finire? Kavallì ha la gobba, Tarafià ha la punta. In ogni modo... Questa è la verità... Non si tratta di recitar le litanie... È un pasticcio!...
E affondata la testa nelle spalle, sporgeva il piccolo ventre per parer più grave...
— Che cosa vai mormorando, stupido? — gli gridò Andrea dall’altra camera.
— Studio!
— Ma che studii! Sta zitto, che mi disturbi!
— Un duello Kavallì-Tarafià, — seguitò Giorgio, passeggiando. — Sarebbe tempo che mettesse la testa a partito, quel Kavallì!
— Ma la vuoi finire? — gridò Andrea.
E d’un balzo comparve sulla soglia.
Era un ragazzone lungo, magro, con le gambe che ballavan dentro i calzoni. I capelli già biondi si facevano castanei; una ciocca gliene pendeva sempre sugli occhi, ond’egli aveva preso l’abitudine di scuotere la testa per ricacciar la ciocca indietro. Il colorito pallido, le labbra tumide, il naso aquilino: somigliava in questo a suo padre, ma aveva come la madre e come Giorgio gli occhi grigi. Ciò che colpiva in lui eran le mani grandi, sempre rosse anche l’estate, con le unghie sudicie.
A differenza di Giorgio, il quale desiderava essere ben vestito e, se non incollava figurine o lavorava con l’inchiostro, voleva aver le mani pulite, — Andrea non badava affatto agli abiti. S’abbigliava in furia la mattina, e la cravatta intorno al collo non era più che un cencio male annodato. Al vederselo innanzi, Giorgio ammutolì; e Andrea disse, gettandogli un’occhiata:
— Siamo intesi!
Poi tornò nella sua camera, riprese a leggere ad alta voce con quella cadenza monotona, che rammentava il borbottìo d’un’acqua passante.
Giorgio salì sullo sgabello, sedette al tavolino e ritrovò Tarafià innanzi a Kavallì.
Egli nutriva grande simpatia pel primo: quella destrezza delle truppe di Tarafià nell’attaccare il nemico dava come un’aureola d’audacia al capitano che le guidava; onde Giorgio aveva fiducia che in duello particolare, Tarafià si sarebbe comportato in maniera degna della sua fama.
Disgraziatamente invece, lanciato Tarafià contro Kavallì, il primo andò ad infilarsi sul secondo, cosicché Kavallì non ebbe che a inalberarsi un poco per gettar Tarafià a gambe levate.
Giorgio ne rimase stupefatto. Era inutile discutere. Tarafià giaceva sul Fanfani a pancia in aria. Tarafià era morto!
Il bambino si guardò intorno, come cercando qualcuno con cui commentare l’avvenimento incredibile, impreveduto, strepitoso. Non c’era nessuno. Tarafià era di quegli eroi dei quali tutti ignorano la vita e le gesta.
Anche la nonna Appia aveva parlato d’un capitano Tarafià con grandi baffi e occhi terribili; ma si trattava certo d’un altro. Il vero Tarafià era quello che giaceva rovesciato dalla gobba invincibile di Kavallì.
Giorgio balzò a terra e andò da Andrea.
— Sai che è morto? — disse con voce cavernosa.
— Chi? — fece Andrea spaventato.
— Tarafià!
— Ti ho detto di non raccontarmi queste stupidaggini! — esclamò.
E raggiunto Giorgio, gli lasciò andare un manrovescio così forte, che il bambino ne rimase intontito. Non pianse. Tornò nella sua camera, con una guancia rossa rossa e un’orecchia che gli zufolava, a guardar Tarafià.
Gli venivano mille idee, nonostante lo schiaffo.
Adesso le penne di Tarafià passavano agli ordini di Kavallì; occorreva comprarne altre di altra forma per costituire un esercito da contrapporre a quello di Kavallì.
I funerali di Tarafià si sarebbero fatti l’indomani. Lo avrebbero trasportato in una scatola e rovesciato fuor della finestra, perché la strada era il cimitero. Bisognava trovar un momento in cui Andrea non studiava nella camera attigua, per i funerali con la musica, e Giorgio avrebbe composto anche la musica... Bum, bum, burubum! Tè Tè...!
— Giorgio, a tavola! — disse nel corridoio la voce di Lucia.
Il bambino diede un’ultima occhiata a Tarafià e corse a mangiare; ci doveva essere il dolce con l’uva passa, che aveva comperata egli medesimo, la mattina; perché egli sapeva dove si vende l’uva passa più bella.