Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

V.

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V.

 

Non si poterono celebrare i sontuosi funerali del capitano Tarafià per l’ora stabilita.

Il cadavere era stato deposto nella scatoletta; le altre penne, rappresentanti l’esercito di Tarafià e l’esercito di Kavallì schierate sul tavolino scintillavano sotto un raggio di sole, che non poteva giungere più opportuno.

Scintillava anche Kavallì, al quale Giorgio aveva aggiunto in uno de’ suoi buchetti un cerino, che doveva essere un pennacchio spettacoloso, per indicar la vittoria immortale e l’aumento della potenza. Nulla mancava. Il corteo sarebbe sfilato lungo il vocabolario Fanfani, l’altura su cui Tarafià aveva incontrato morte gloriosa.

L’altra altura, il dizionario dei sinonimi, era sparita, perché ingombrava. Nella geografia pratica di Giorgio, un’altura di più o di meno non aveva alcuna importanza. Anche il mondo, anzi l’universo, cambia faccia tutti i giorni, e la vita è sempre la stessa.

Giorgio cominciò solennemente: — Bum! Bum! Burubum!... La marcia funebre; nulla di più patetico. , !... , !...

La mamma aperse l’uscio, entrò, e disse:

Vestiti, Giorgio!... Che fai?... Vestiti, che andiamo fuori!

Dove andiamo, mamma? — interrogò il bambino con voce che svelava la poca voglia.

Vestiti, vestiti!... Ora ti mando Lucia; e fate presto!...

Furono ritirate le truppe; e queste e il morto, e il vincitore andarono a riposar tutti insieme nella medesima scatoletta, ove stavano a disagio e tiravan non pochi moccoli, da veri soldati, a chi comanda.

Sopraggiunse Lucia con l’abito blu alla marinara.

Giorgio respirò. L’abito gli piaceva; calzoncini lunghi e larghi, giubba che faceva pieghe sapienti, collettone candido come la spuma del sapone; la terza o la quarta spuma, perché la prima, nel concetto di Giorgio, è sempre nera.

Lucia, una ragazza nervosa di vent’anni, svestì il bambino rapidamente.

— Ti laverai le mani, spero! — disse, conducendolo innanzi alla catinella.

Faceva ogni cosa con velocità; sebbene ambiziosa e un po’ civetta, aveva accettato seriamente la parte di cameriera, poiché non poteva far di meglio. Lavorava, tirava a guadagnare e a metter da parte; più tardi si sarebbe sposata. Non le mancavan pretendenti. Sposata, accasata, avrebbe avuto due figli, un maschio e una femmina. Sposa seria, com’era stata cameriera. Non pativa osservazioni, perché sapeva di far . Sarebbe stata una moglie perfetta e difficile.

— Su, presto, e asciugati!... La camicia sempre a sbuffi, non è vero?... Sembri un palloncino! A posto! Ora i calzoni... Siediti per infilarli! Non vedi che ci cammini sopra?...

— Ma sai? — fece Giorgio, non appena poté, in quel diluvio di frasi.

So, so! Fa’ presto che la mamma aspetta!

— Non sai nulla, invece! Tarafià è morto!

— L’ho letto stamattina nel Messaggero. È morto per mancanza di fiato...

— No, non sai niente! È morto perché l’ha ucciso Kavallì! In duello, durante la battaglia; ossia dopo...

Santi del Paradiso! — esclamò Lucia, passando la giubba da marinaro sul capo del bambino e infilandogliela svelta. — Ma che io debba perder tempo ad ascoltar queste fandonie? Per chi m’hai presa? E Kavallì e Tarafià e non hai voglia de studià!...

— Fai le poesie? — osservò Giorgio, mentre Lucia gli ravviava i capelli sulla fronte.

— Su, ecco il signorino! Il fazzoletto, nella tasca, qui a destra. Le scarpette sono lucide? Non c’è male! Si faccia vedere... Sì, tutto in ordine. Non le manca che la fidanzata!

Fidanzata sarà lei! — rispose Giorgio offeso.

Lucia lo baciò sulle guance, rise, lo accompagnò per mano.

Pupo! — disse amorosamente. — Purché tu non diventi come quel sudicione di tuo fratello!

Ma le parole furon pronunziate fra i denti, in maniera che Giorgio senza capire levò gli occhi a guardar la ragazza, che gli era sempre parsa un po’ matta.

— Ecco, signora! — disse questa, entrando nel salotto e presentando il bambino a Matilde.

— E il berretto?

— È in anticamera, signora!

Dove andiamo, mamma? — chiese Giorgio.

Matilde attese che Lucia fosse uscita, poi annunziò:

Andiamo da nonna Appia. Ma tu non dirai nulla a nessuno, hai capito? Al babbo racconterò io che abbiamo fatto una passeggiata a Villa Borghese. Hai capito?

— Sì, sì, non dubitare! — assicurò Giorgio.

Aveva capito davvero. Si rammentava d’un tratto quella frase: «crede ch’io non sappia che mi chiama ciabattino celebre?». Che si trattasse della nonna era chiaro. Ella chiamava ciabattino celebre il babbo e il babbo la chiamava la vecchia. Allora non andavano di accordo. E bisognava tacere di quelle visite.

A fianco di sua madre nella carrozza da nolo che avevan trovato nei pressi di Porta Pia, Giorgio stava zitto e pensava.

Tutti potevano vedere che la nonna è vecchia, benché queste cose non si debban dire. Ma perché il babbo si chiama ciabattino celebre? Come può essere ciabattino con quel suo bel passo e il movimento delle spalle quando dice: «In ogni modo... c’è un pasticcio... Recitan le litanie», frasi di molta importanza; nuove.

Giorgio stava attentissimo alle frasi dei grandi, per ripeterle, se gli si offriva l’occasione, tra gli amici. E gli era avvenuto qualche volta d’averne una in corpo e di non la potere appioppare l’intero giorno; onde finiva col gettarla a Lucia, fuor di tempo e fuor di luogo, per non andare a dormire con quel peso addosso.

Da quel malandrino di Giovanni Cartolli, ch’era più vecchio di lui, n’aveva bevuta una: «Dici un fiammiferoFrase ironica. Gli piaceva molto. Dalla mamma, un’altra, sospirosa e rammaricante: «A chi lo dici?...» Ma ne aveva un emporio. E quando riusciva a incastonarne a garbo nel discorso, gli sembrava d’esser cresciuto d’un cubito.

Si scosse da’ suoi pensieri per chiedere alla mamma:

— Che cos’è la fidanzata?

— È la fanciulla che si deve sposare.

— Ed io, chi devo sposare?

Vedrai tu; ora c’è tempo!

Il piccino s’acquietò; ma quando fu per le scale, quasi innanzi alla porta su cui una targa d’ottone diceva: Appia Turchesi, gli venne in mente di chiedere:

Mamma, che cosa è Ispa?

Matilde congiunse le mani:

— Per l’amor di Dio, non fare mai quel nome, né qui, né fuori di qui! Hai inteso, bambino? Non domandare mai, o io non ti conduco più a spasso!

— Eh! — fece Giorgio un po’ seccato. — Va bene! A chi lo dici?

Matilde sorrise e suonò il campanello.

Mentre venivano ad aprirle, pensava che i piccini son veramente come spugne: sembrano attoniti, indifferenti, e assorbono tutto; e quando meno uno se l’aspetta, rammentano nomi e cose, che talvolta fanno il piacere di un pruno in un occhio.

Giorgio fu preso dal male della timidezza non appena varcò la soglia del salotto.

All’infuori di «zia» Appia, della signorina Pedretti e della mamma, non conosceva nessuno; e c’era parecchia gente.

Donne, sopratutto; fanciulle in abito un po’ scollate, con le braccia nude e qualche gioiello ai polsi o al collo; avevano quell’odor di vergini mal lavate, che è caratteristico di certi crocchi femminili; stavan tutte insieme, e qua e le mamme.

C’eran pure dei giovanotti, venuti in casa di Appia per far la corte onesta alle signorine.

Giorgio, rimasto un istante in mezzo al salotto, ebbe il gesto in lui abituale quando la timidezza lo coglieva: si accarezzò i capelli sulla fronte come per ravviarli, sbirciando intanto a destra e a sinistra...

Ma la nonna lo prese, lo sollevò tra le braccia e gli diede due baci sulle guance; poi lo condusse sulla poltrona da cui s’era levata e lo fece sedere sulle ginocchia.

— È un vero regalo, Matilde! — ella disse a sua figlia.

Si capiva ch’era molto contenta. Giorgio rassicurato stava per darle una grande notizia, quando le signorine si mossero e s’avvicinarono alla nonna.

— È il suo nipotino, donna Appia?

— Ma guarda che splendore di bambino, Giselda!

— Che begli occhi, grandi e grigi!

Buon giorno, signorino! Lei si chiama?

Assomiglia al fratello di Claudia... Non è vero, Claudia?

Altre fanciulle avevano attorniato Matilde per parlare di Giorgio.

E questi, dalle ginocchia della nonna come da un treno, guardava quello sciame di giovinette, rispondeva alle loro domande e sorrideva.

Poi quando ne ebbe l’agio, comunicò ad Appia la notizia:

Sai che il capitano Tarafià è morto?

— Mio Dio, e me lo dici così, senza prepararmi?

— Si, in duello. E oggi gli farò i funerali.

— Se l’avessi saputo prima, gli avrei mandato una bella corona, poveretto!

Giorgio rise.

— Una corona? Ma sta dentro la scatoletta delle penne...

— E allora, invece di mettere la corona sulla scatola, si mette la scatola sulla corona!

Giorgio rise ancora.

— Un fiorellino, me lo darai, però, — soggiunse. — E così i funerali saranno proprio belli. Ora, quando torno a casa!

Una signorina sopraggiunse, e disse:

— Ce lo lasci un poco, donna Appia! È tanto carino...

Va’, Giorgio, sii gentile! — fece Appia.

Per essere gentile, Giorgio si annoiò mortalmente; perché la fanciulla, Elvira Strògoli, parente di quella Strògoli che coi tre insopportabili figliuoli frequentava la casa Astori, lo condusse nel crocchio delle signorine; che lo fecero sedere sopra una pila di cuscini, lo accarezzarono, lo interrogarono, non lo lasciarono tranquillo un istante.

Esse ridevano troppo ed egli si sentiva impacciato, anche perché di tanto in tanto qualcuna parlava sottovoce. Parlavano di lui? E perché non dicevano forte? Non parlavano di lui, no. Volevano attirar gli sguardi di quei giovanotti, che, terminata la sigaretta, si avvicinavano.

Seduto nel mezzo del crocchio, più basso delle sue amiche improvvisate, Giorgio intimidito ne vedeva piuttosto le calze e le scarpette che i volti; e quei piedi, non tutti piccoli, erano irrequieti; parlavano prima della bocca.

Giorgio se ne accorse, e ci si divertì. Due piedini chiusi in piccole scarpe bigie, di cui l’uno batteva l’altro in un urto continuo di tacco e di punta, diventarono immobili quando una voce disse:

— Venga un po’ qui... Ci dica dove è stato lei iersera?

Una voce maschile rispose allegra:

— Al teatro, al Quirino.

— E in cattiva compagnia. L’avverto che lo hanno veduto...

— Me ne accorgo. Ma la compagnia era eccellente: garantisco!

Tutti i piedi si mossero, perché tutte le signorine ridevano, salvo quei due, che s’incrociarono e l’uno col tacco premette l’altro con tal forza, che la calza di seta si smagliò, onde Giorgio trovò finalmente l’occasione di ridere a sua volta.

Il giovanotto ch’era stato a teatro sedette: due grandi piedi lunghi con scarpe di vernice nera, la suola dentellata come la bocca dei coccodrilli; pacifici, del resto; i piedi di uno che se ne infischia.

Alle sue spalle, Giorgio udì muover tazze e cucchiaini e passar qualche cosa che pareva una carrettella a mano. E nonna Appia si chinò a dirgli:

— Vuoi un gelato, caro, o una cioccolata in ghiaccio?

Egli balzò fuori dal circolo; prese dalle mani della signorina Pedretti il lungo bicchiere colmo di cioccolata ghiacciata con una spuma di panna e andò in un angolo, sopra altri cuscini a godersi quella delizia.

Veramente la mamma aveva avuto una bella idea: come si stava bene! che bei colori c’erano intorno! Uno sfarfallar di vestitini chiari, un cinguettar di voci; il tappeto con un drago nel fondo rosa e una signorina dai capelli biondi biondi formavano l’insieme di cui si dilettava Giorgio tra una cucchiaiata e l’altra della fresca bevanda.

Appia, la testa interamente così bianca da parer d’argento, nella poltrona a ridosso d’un pannello antico, era la regina di tutti quei giovani che le si muovevano intorno; ella sapeva dir cose garbate, qualche arguzia senza veleno, e piaceva.

Quanto alla mamma, cinguettava colla signorina bionda bionda: quella signorina doveva essere una sarta; no, un’artista o una milionaria, perché sapeva tutto e voleva comperare ogni cosa, quantunque fosse assai elegante.

Infine l’amabile compagnia si sciolse via via; le giovani si congedavano dalla nonna con un breve inchino, gli uomini le baciavan la destra, le signore salutavano con una stretta di mano.

Se ne andarono; s’udiron qualche tempo le voci in anticamera, la voce sopra tutto della dama di compagnia, che dava ordini al domestico. Se ne andarono. Venne il silenzio.

Allora Matilde fece scivolare alcuni cuscini ai piedi di Appia e vi sedette; Giorgio fu di nuovo preso sulle ginocchia della nonna. Egli credeva fosse suonata l’ora d’andarsene anche per lui; gli tardava per quell’affare dei funerali.

Ma le signore avevan da dirsi qualche cosa, come usano nell’ultimo quarto d’ora, che è il meglio.

Silverio s’è calmato? — fece Appia con un sorriso.

— Ma non è mai stato più calmo, — rispose Matilde.

— Eh, ieri! Pungeva il porco-spino! Stai certa, cara, che non m’impaccio più di generi e di nipoti. Certe cose vengono alla lingua, si dicono, e non si pensa di far male... Mi sembra che di questo piccolo vi occupiate meno di quel che merita... Ma fate voi... Io gli darei intanto una istitutrice, una governante, che potesse, così, chiacchierando, insegnargli inglese e francese. Il francese lo sanno anche i pappagalli... Giorgio non sa nulla, all’infuori di quel poco che gli ingozzano a scuola.

— Hai ragione, — disse Matilde.

Suvvia, non parliamone più; non ti voglio affliggere proprio oggi, che mi hai fatto questa visitina; la quale vuol dire che, alla lunga, la pensi come me... Silverio sa che venivi a trovarmi?

— No, mamma!

— Allora non ci siamo viste.

— Ti volevo pregare, — soggiunse Matilde. — S’egli t’invita, non mancarmi. È un po’ burbero, è un po’ rozzo; ma sta’ certa che ci tiene alla tua amicizia.

— Non mancherò per te. E che volete fare in questa stagione?

— Non so; per Andrea, che gli esami di licenza e poi s’iscrive all’Università. È un gran passo; è la fine dell’adolescenza. E Silverio vuol festeggiare...

— Non vede che per gli occhi di Andrea, tuo marito! Avvertimi in tempo, che gli farò un regalo, ad Andrea...

Appia si volse a Giorgio.

— E Lei zitto, ha capito? Lei ha l’onore di sapere i nostri segreti!...

Giorgio intuì che la nonna scherzava.

— Lei è un uomo, un Tarafià! I nostri segreti, capisce?

Dici un fiammifero! — rispose Giorgio.

Appia e Matilde si guardarono sbalordite, e Giorgio rise.

Vedi che belle frasi m’impara! — esclamò Matilde accorata.

Ma la nonna piantò due baci sulle gote del bambino.

— A proposito di Tarafià, — soggiunse, deponendo Giorgio a terra e levandosi. — Eccoti i fiori pei funerali...

Tolse un garofano bianco dal fascio ch’era nel vaso della Gina, e lo diede a Giorgio.

— Sì, va bene: ci vorrebbe un fiore nero, — osservò Giorgio.

— I funerali? — disse Matilde. — Che funerali, mamma?

— Altri segreti, abbi pazienza! Fiori neri non ce ne sono, a questo mondo, signor ignorante!

Matilde baciò sua madre, e si lasciarono in pace, scherzando.

 

 

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Ma quando furono in istrada, nella carrozza scoperta che li conduceva a casa, avvenne qualche cosa di nuovo per Giorgio.

Passò la Morte.

Non si trattava che di un cavallo, gonfio stecchito, all’angolo d’una via; e un capannello che andava formandosi e sciogliendosi, gli stava intorno.

Giorgio volle discendere a vedere. S’era talmente impuntato, gli tremavan così le labbra in una minaccia di pianto, che Matilde dovette cedere; fece fermare e discese con lui.

Egli si avanzò, tra curiosi e curiosi, e restò immobile.

Il cavallo di mantello oscuro sembrava sproporzionato: gonfio il ventre, sottili le estremità, allungato il collo, piccola la testa. Le labbra sollevate scoprivano i denti giallastri; l’occhio era vitreo, con la pupilla nascosta sotto la palpebra.

Figura grottesca e tragica, la quale diceva una miseria di vita, che forse aveva avuto giorni di splendore, la bestia, con quella sua coda ancor ricca, con quei quattro ferri lucenti che avevan battuto strade e salite di Roma ostinatamente, significava un rimprovero: non si sapeva a chi, forse al padrone stupido, forse alla natura cieca. Ma non era insomma, una morte placida, una bella morte, quantunque fosse la morte del giusto.

Rimase immobile a guardare, Giorgio, con rispetto; perché se il cavallo si fosse drizzato sui quattro ferri, all’improvviso, egli sarebbe scappato; e dunque se non poteva più muoversi e fargli paura, la colpa non era del cavallo, poveretto...

Giorgio voleva dire a se stesso che quella era sempre l’imagine d’una forza utile, ma non poteva raccogliere in un pensiero la sua impressione, e restava a osservare, attonito.

Soltanto, udito che alcuni ridevano intorno, se ne stupì, e si riscosse.

Trovò la mano della mamma, si lasciò ricondurre alla carrozza; tornava a casa in silenzio, pensieroso, fin che la mamma gli disse:

— Siamo stati a Villa Borghese...

— Tutti i cavalli muoiono così? — egli domandò.

— Così o non così! — rispose Matilde, per ispicciarsi. — Siamo stati a Villa Borghese...

— Sì, mamma! — confermò il bambino.

E gli parve, un’altra volta, che anch’ella fosse piccina, sempre con qualche paura, sempre con qualche bugia, come avveniva a lui pei còmpiti e per le lezioni.

 

 

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Stentò ad addormentarsi.

Il capitano Tarafià debitamente rovesciato fuor della finestra dopo i funerali col garofano bianco; e il cavallo stecchito all’angolo della strada; e le signore e le signorine in abiti flagranti; e il babbo che domandava e la mamma che rispondeva Villa Borghese; e Andrea noioso e irrequieto con le sue risate; lo angustiavano, lo interessavano, lo tenevano ancora agitato.

Prese sonno, poi si svegliò; tornò a pensare al cavallo, che nella sua cameretta sarebbe stato gigantesco; certo, avrebbe toccato della testa una parete e delle zampe l’altra, e la coda sarebbe venuta a coprire l’estremità del letto come una sontuosa gualdrappa. Non si poteva comperar quella coda? E del cavallo morto che si aveva da fare? Diventava gonfio, una montagna di carne nera, la quale invadeva tutta la camera, toccava a poco a poco il soffitto. Non si poteva più toglierlo di ; non andava né innanzi, né indietro, per quanto gli uomini tirassero la coda. Era tardi? Andrea dormiva nella camera attigua?

No, non era tardi; Andrea entrava, accendeva la luce...

Quattro passi di qua, quattro passi di ; beve l’acqua dalla bottiglia del comodino; poi borbotta qualche cosa. Suona il campanello.

S’apre l’uscio; entra Lucia.

Desidera, signorino...?

— Non m’hai portato l’acqua da bere...

— Non cominciamo; l’acqua è !

— Ti dico che non me l’hai portata. E parla piano, che Giorgio dorme...

— L’avrà bevuta! — osserva Lucia. — Mi lasci stare, o grido!

Prende la bottiglia, esce, ritorna; la bottiglia sulla sottocoppa.

Poi un rumore strano, come d’una lotta breve affannosa, una sedia spostata violentemente; infine il passetto corto e svelto di Lucia, che ha raggiunto la soglia, apre, se ne va dicendo:

— Si faccia servire da una vecchia di ottantanni, svergognato!

Giorgio vorrebbe accorrere, perché vuol bene a Lucia, e Andrea la picchia; certamente la picchia, se non gli porta subito l’acqua. Non sta bene! Ma Lucia ha richiuso, e s’ode il passetto corto e svelto nel corridoio. Non piange. Andrea non le ha fatto male. Tutto ritorna in silenzio.

Però, quella coda di cavallo sul letto sarebbe magnifica. Si può strappar la coda ai cavalli?

E con questa domanda a fior di labbro, Giorgio si volta sul fianco destro e s’addormenta d’un tratto.

 

 

 


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