Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

VI.

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VI.

 

Fu bene che Andrea se ne andasse, perché tra lui e Giorgio c’era ormai della ruggine per causa di Lucia.

Se ne andò non appena avuta la licenza liceale, e in tale occasione, come aveva detto Matilde, Silverio diede uno di quei ricevimenti senza capocoda, che facevano sorridere Appia.

Ci fu un , poi un pranzo, poi una serata, l’uno di seguito all’altra, cosicché certi invitati rimasero in casa Astori dalle cinque del pomeriggio al tocco dopo mezzanotte. Cose in grande: fiori, dolci a montagne, fiumi di sciampagna, musica d’un concertino speciale per far ballare i ragazzi, che comprendevano tutte le età; gente che andava e veniva per l’intero appartamento; in cucina un trambusto, un affanno da non dirsi; Lucia impacciata invece che aiutata da certi camerieri presi a prestito; Matilde verso mezzanotte, esausta a furia di ascoltar chiacchiere e di farne, a furia di distribuire sorrisi e di ricevere complimenti.

La casa fiammeggiava di luce. Al portone un via vai di carrozze e di automobili. Dalle finestre, un traboccar di musica, di risa, di voci.

Si festeggiava Andrea, che dopo aver ottenuto brillantemente la licenza liceale, se ne andava all’estero, un poco a Parigi, un poco a Londra, forse per più di un anno.

L’idea era venuta improvvisamente a Silverio dalle parole della moglie, la quale aveva con cautela messa fuori l’idea di Appia: che occorresse dar qualche lezione di lingue a Giorgio.

Silverio non aveva detto di no; ma parendogli Giorgio immaturo, s’era volto a Andrea, e aveva deciso di sveltirlo, di buttarlo nel mondo, perché si sbrigasse da solo e imparasse. Specialmente l’lnghilterra, il paese della industria ricca, gli sarebbe stato utile; a Parigi non occorreva fermarsi molto; ma per l’Inghilterra bisognava viaggiare a occhi aperti...

Matilde era rimasta esterrefatta a vedere sorgere un frutto tanto inatteso dal modesto seme ch’ella aveva gettato. Un viaggio all’estero per Andrea, invece che una governante per Giorgio! Senonché Andrea, felice e sicuro di sé, trovava un tale alleato in Silverio, che la mamma non aveva neppure pensato a fare opposizione.

I compagni di Andrea, in buon numero a quella festa, lo attorniavano come avesse già compiuto l’impresa. Le signorine lo consideravano con sguardo meno distratto; era un giovane da tener da conto, secondo l’espressione delle madri. E non si rideva più, in quei crocchi maliziosi, né della cravatta a sghembo, né delle mani rosse, né di quella ciocca di capelli che inondava la fronte; un viaggio all’estero, molti quattrini, una laurea più tardi; roba seria, specialmente i quattrini.

Lo si capiva subito dai regali; tutti avevan fatto regali al fortunato; gli impiegati di Silverio, un grosso orologio da scrivania, d’argento: i colleghi di Silverio, industriali forti, avevan mandato oggetti di cuoio per viaggio, portasigarette d’oro, bottoniere preziose pel panciotto, libri rilegati fastosamente, arnesi da sport; chi non poteva di più, fiori.

Lucia aveva perduto la testa alle scampanellate dei commessi che portavan roba l’intera mattina, e non si allietava se non pensando che Andrea se ne sarebbe andato per un pezzo. Lei sola lo conosceva, poteva dire quel che era. Soltanto al modo con cui sfaceva gli involti, buttava la carta, fissava e soppesava il regalo, quasi fossero stati in obbligo di rovinarsi per lui; soltanto a vedere quella mimica per ogni oggetto che portavano, Lucia si sentiva friggere dentro, e gli avrebbe dato il regalo sulla testa, a quel mandrillo.

I regali erano esposti in salotto, ciascuno col nome del donatore, come si vede per gli sposi; e i compagni di Andrea ci lasciavano gli occhi, da ragazzi che avevan sognato invano molte di quelle cose belle: il portasigarette d’oro ad esempio, l’orologio per la scrivania.

Andrea andava di qua e di , raggiante in volto, a ringraziare; voleva esser gentile con chiunque a un modo, ma non vi riusciva: quelli dei fiori li aveva un po’ trascurati. Indossava lo smoking, fin dalle quattro, per far tutta una corvata fino al tocco dopo mezzanotte; e non ci stava male, se non gli si guardavan le mani.

A pranzo era tra due signorine graziose: Amelia Valdi e Pierina Castello, figlie di industriali. Avrebbe voluto gli regalassero anche quelle; fresche, ridenti, inconsapevoli delle galoppate che faceva la fantasia del vicino.

Poi disse a se medesimo che ne avrebbe trovato a Parigi, a Londra, belle e non vergini. E su questa idea gioiosa tracannò un’intera coppa di sciampagna, ridendo in modo che Pierina Castello ne fu stupita.

 

 

 

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Si festeggiava Andrea per la licenza liceale e per il viaggio, pel passato e per l’avvenire. Ma il vero trionfatore, — tutti lo capivano, — era il padre, Silverio Astori. Si parlava della commenda che gli avrebbero appioppato tra poco. Quella stessa mattina, in un colpo di Borsa stupido e impreveduto, aveva vinto diecimila lire senza volerlo, «come aperitivo», disse Antonio Catalani.

Gli piovevan sul capo le fortune; la moglie savia, i figliuoli in gamba, gli affari a gonfie vele, la salute di ferro, la parentela buona: quella donna Appia, la suocera, la quale non c’era né al , né a pranzo, ma sarebbe venuta più tardi, per esempio, che apportava sempre una nota di garbo signorile. Fra breve, oltre la villa, l’automobile, il palazzo; poi la carriera dei figli e la morte placida, con molti necrologi nel giornali... Per essere partito dal calzaturificio, poteva contentarsi.

Coloro che parlavano in tal modo dimenticavano la principal fortuna di Silverio Astori: quella di non capire niente, fuor che gli affari: quella di non vedere intorno a sé, tra i bagliori del destino, la delusione rassegnata di Matilde, il vizio sornione di Andrea, la soggezione ingiusta di Giorgio. Tre germi.

Era pienamente felice. Così felice e accecato, che credeva la felicità una condizione elementare della vita, si stupiva che gli altri non fossero agevolmente felici come lui, contava sul getto interminabile di quella felicità come sul reddito esatto d’un capitale depositato alla Banca.

Privo di sensibilità superiore, la certezza della felicità non gli faceva paura, l’ostinazione dei buoni colpi non gli dava un brivido.

Quella sera in cui aveva intorno uomini d’affari, professionisti, signore, fanciulle, ragazzi, convenuti per farlo contento e per invidiarlo, — per copiosamente invidiarlo, — Silverio Astori trionfava con una sfacciataggine tanto ingenua, che gliela perdonavano anche i meno felici e i non felici affatto.

Sopravvenuta donna Appia, la festa fu completa.

Appia aveva appreso che il nipote partiva, con una certa meraviglia; perché se c’era persona, a’ suoi occhi, che non aveva alcun bisogno di pigliar aria e di sentirsi le redini sul collo, quella era certo Andrea. Ella aveva vissuto più intensamente di sua figlia, più acutamente di suo genero: e sui meriti di Andrea non si faceva alcuna illusione.

Tacque. Le era impossibile criticare ogni passo, ogni pensata di Silverio. Aveva il senso della misura.

Fece dono ad Andrea di un sigillo d’oro con le iniziali: un leoncello ritto sulle posteriori, opera d’arte pregevole.

Timido repentinamente innanzi alla nonna, della quale aveva gran concetto, il ragazzo arrossì per la gioia e l’impaccio. Ma corse poi ad adunare gli amici perché ammirassero; concesse a stento che il gioiello passasse di mano in mano, temendo qualcuno alla fine avesse a intascarselo.

La nonna si sarebbe stupita di udirlo dire semplicemente:

— È d’oro, è d’oro anche questo!

Si ballava. L’orchestrina aveva un impeto selvaggio, accresciuto dagli urli cadenzati di qualche suonatore nei momenti più acuti.

A fianco dell’orchestrina, abbigliato di velluto nero e il gran collare di merletto, stava Giorgio. Era un poco pallido, con la frangetta bionda sulla fronte, e pensoso a guardar le smorfie di quegli zingari in giacca rossa, che passavano rudemente l’archetto sul violino e a quando a quando davano strappate alle corde; cavavano le note dallo strumento come il beccaio cava le budella al bove ammazzato. Uno, la bocca nera, i denti neri, una vera caverna, urlava in tono, pesando sui bassi; si piegava innanzi e, quasi trascinati da lui, si piegavano gli altri, a guisa d’un plotone che corre all’assalto: una fucina di fracasso ritmico, di passaggi violenti, di salti impreveduti, di rimbalzi curiosi, che dovevano accendere il sangue ai più pigri.

Appia sorprese Giorgio che rideva.

Rideva da solo, aspettando il ritorno d’un certo gruppo di note, ch’era la caduta dell’elefante, come gli aveva spiegato l’uomo dalla bocca nera. Giorgio l’aveva visto, l’elefante, al Giardino. E poi veniva il saltellar della scimmia e lo squittire dei pappagalli, perché tutti, aveva spiegato l’uomo, andavano a bere al fiume Tokululù:

Dove? — chiese Giorgio.

— Che non si sa dove sia... — soggiunse l’altro.

Questo fiume che non si sa dove sia, divertiva molto Giorgio, il quale odiava le cose che si sa dove sono.

E il luogo era detto dalla musica, certamente; ma chi capisce di sicuro quel che dice la musica?

Nascosto tra le canne, lento, dolce nelle sue acque color di zaffiro, serpeggia piano piano tra le selve per lasciarsi bere. È un fiume che non serve ad altro. Vanno pure i selvaggi, quando c’è la luna, a prender l’acqua nel cavo delle mani; si vedono tra leoni, tigri, elefanti, anche gli uomini nudi con le piume in capo. Bevono tutti, poi se ne tornano, se i leoni non li trattengono per mangiarseli, perché l’appetito viene bevendo, in quei paesi. E il fiume si chiama...

— Come si chiama?

Il violino che aveva inventata la favola disse:

Lulukutò!

— Ma no; hai detto diverso...

— Allora, Tokululù...

— Ecco! — fece Giorgio soddisfatto.

E giù una valanga di musica...

— La calata dei rinoceronti! — annunciò l’uomo. — Vengono a bagnare il corno...

Gli altri suonatori risero.

Il pianista fece una corsa con le dita agili, mettendo in subbuglio i bassi, che indicavan la discesa delle belve, l’urtarsi, il pestar tra fango e acqua.

— I maialetti non ci sono? — chiese Giorgio.

— Ci sono! Come può esistere un paese senza maiali?

I compagni del violino risero di nuovo, e rise anche Giorgio.

La nonna lo toccò sulla spalla, egli si rivolse, ed ella lo baciò in viso.

— Sei tu, zia Appia? Senti la musica del fiume Tokululù?

— Mi pareva, mi pareva! — rispose Appia, prendendo Giorgio per mano e conducendolo seco.

Indossava ella pure un abito nero, di seta fine, che la faceva più snella del consueto e s’addiceva nobilmente alla sua chioma bianca.

Uscita con Giorgio dalla cortina di piante verdi che nascondeva l’orchestra, attraversò la sala da ballo.

In verità, erano i padroni, ella e il bambino, per la pace che spirava dai loro volti così diversi e per la tranquillità in contrasto coi volti affannati dei ballerini, coi volti aggrondati degli invidiosi, coi volti inquieti degli uomini in lotta, con parecchi volti stupidi.

Donna Appia riposava serenamente quei suoi ultimi anni; Giorgio ignorava serenamente quei suoi primi.

Molti li ammirarono mentre passavano.

Risuonò nella sala attigua la risata di Silverio, dritto nel mezzo d’un crocchio, uomini e donne intenti ad1 ascoltar barzellette.

Se quella sera, in quel momento, gli avessero detto ch’egli dava il primo colpo di piccone all’edificio della sua felicità; se gli avessero detto ch’egli stava facendo il primo passo falso; avrebbe riso anche più alto, come ad udire la più bizzarra delle panzane.

 

 

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Tardissimo, allorché gli invitati eran lontani e Matilde e Silverio nella camera da letto all’altro capo dell’appartamento, Andrea volle che Lucia l’aiutasse a trasportare i regali.

— Può lasciarli qui; nessuno glieli ruba, — osservò la ragazza, pallida e stanca.

Aiutami; facciamo presto! — insistette Andrea.

E Lucia aiutò, dal salotto alla camera del signorino, innanzi e indietro a portare scatole e involti.

Quando fu ogni cosa disposta sul tavolo, sul cassettone, e Lucia fece per ritirarsi, Andrea le si buttò addosso, rovesciandola sul letto.

Aveva bevuto troppo.

Quella giovane dai piedi piccoli, vestita inappuntabilmente di nero, la cuffietta a diadema sui capelli color di bronzo, il grembialino bianco merlettato, gli aveva fatto ritornar la sensazione delle due fanciulle che stavano a’ suoi fianchi durante il pranzo, l’imagine delle altre, lubriche, di Londra e di Parigi, che avrebbe conosciuto tra poco.

Ubriaco di vino e di voglie, perdette la testa.

Lucia capì che non era più il caso di schermaglie. Andrea le stracciava il corpetto. Allora ella, piantatogli in faccia ambo le mani con le unghie acute, tirò giù, stracciando a sua volta, più volte, quel viso convulso.

Andrea si lasciò sfuggire un urlo: gli colava il sangue dal naso e dalle gote; gli pareva che l’occhio sinistro fosse accecato.

Giorgio si svegliò di soprassalto. Il fiume, i leoni che mangiano i selvaggi? Ma capì. Balzò dal letto e inciampando nella lunga camicia bianca, si mise a correre. Giunto innanzi alla camera del babbo e della mamma, non esitò a spalancare l’uscio, gridando:

Andrea la uccide! La picchia sempre, e adesso la uccide!

Silverio in pigiama, Matilde in camicia da notte, lo guardarono allibiti.

Andrea! Andrea! — ripeté Giorgio.

I due si decisero a balzar fuori, seguìti dal piccino a piedi nudi.

Udirono la voce di Andrea che bestemmiava, la voce affannata ma recisa di Lucia, che diceva:

— Tanto peggio per lei, se le ho fatto male! Deve rispettarmi!

Entrarono.

Andrea si rivolse spaurito dalla catinella su cui era chinato a far correre il sangue e a rinfrescarsi l’occhio. Lucia stava in piedi presso il letto.

— Che è, che è? Che è avvenuto? — fece Silverio, guardando l’uno e l’altra.

Ma intuiva che la sua autorità si metteva a un duro cimento.

— Chi vi ha chiamato? — disse Andrea, insolente, dopo la prima pausa. — Giorgio, quella piccola spia?

— Oh! Andrea! — esclamò Matilde, che non sapeva più raccapezzarsi innanzi alla rivelazione.

Domando che cosa è avvenuto? — ripeté Silverio a voce alta, come non avesse capito.

— Se lo faccia dire dal signorino! — rispose Lucia. — Mi è venuto addosso come una bestia e mi ha stracciato l’abito, vede? Non è la prima volta!

Va bene; te ne andrai domattina! — decretò Silverio.

Lucia lo squadrò con disdegno.

— Lei sbaglia! — disse freddamente. — Non me ne andrò affatto! Sono una ragazza onesta e non mi si caccia perché suo figlio è un sudicione! Ha inteso? Me ne andrò quando dirò io!

— Come sarebbe? — esclamò Silverio, sentendo che l’autorità gli sfuggiva.

— Ma è stato uno scherzo! Uno scherzo! — borbottò Andrea, nuovamente con la faccia nella catinella, mentre ballava sopra un piede e sopra l’altro perché al contatto dell’acqua i graffii bruciavano.

— Sarebbe, che non me ne vado! — rispose Lucia.

Era calma in apparenza, ma il suo pallore aveva lasciato posto a una fiamma nel volto, a un brillar d’occhi, che svelavano l’ira.

— Così tutti direbbero, poi, che ero l’amante di suo figlio, non è vero? E il primo a chiacchierare sarà lei! Non me ne vado, ha capito? Mi sono difesa! ho difeso il mio onore!

— Eh, l’onore!... — esclamò stolidamente Silverio.

— L’onore! — confermò Lucia accigliata. — Ha da dubitarne? Le mando la polizia in casa, se fa conto di discorrere! Le faccio un tale scandalo, che lei con tutti i suoi milioni...

Smettila! — interruppe Silverio. — Ne riparleremo domani!

Domani o doman l’altro, se lei non muta contegno, io vado dal Commissario a denunciare suo figlio. Poi ce la vediamo!

E sicura d’avere sbaragliato Silverio, uscì col passetto breve e svelto.

Matilde era caduta, disfatta, sopra una sedia.

Silverio, mal sagomato dentro il pigiama d’un violetto stinto, rimaneva in piedi presso Andrea, questi in maniche di camicia coi calzoni neri dello smoking e le bretelle rosse.

Matilde sentì l’orrore e il ridicolo della scena, dalla quale non era uscita degnamente che la cameriera.

Si alzò, prese Giorgio per mano, spaurito pel sangue che vedeva colar dalla faccia del fratello, e con lui tornò nella camera da letto. Coricato Giorgio vicino a sé, diede in uno scoppio di pianto.

 

 

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Quando furono senza testimonii, Silverio non si tenne più.

— Mi hai disonorato! — gridò ad Andrea. — Ora abbiamo una padrona in casa: Lucia! E come parla, e con che tono! e ringraziare Iddio se non ti denunzia!

— Mi denunzia? — fece Andrea, rivolgendosi. — Mi denunzia per uno scherzo?

Ma Silverio, veduta quella faccia solcata dai graffi, il naso tumefatto, l’occhio mezzo chiuso, s’irritò maggiormente: a lui male parole, a suo figlio le unghie...! Qualche cosa precipitava in quella miserabile farsa.

Pezzo d’imbecille e d’ignorante! — scattò, non sapendo se non gliele avrebbe appioppate egli pure, a quello stupido. — Tu lo chiami uno scherzo tentar di violare una ragazza onesta? Ti può denunziare per atti di libidine, per attentato al pudore, che so io, i titoli non mancano! E se anche la cosa non ha seguito, il solo annunzio della querela nei giornali è la rovina per te e per me! Capisci ora che hai fatto, somaro e bestione che non sei altro? Non c’è maniera di uscirne, non c’è assolutamente maniera d’uscirne!

Fingeva lo smarrimento, la disperazione per impressionare Andrea, rimasto a guardarlo come ebete, la faccia gonfia, le lunghe braccia penzoloni.

Rispetto, con le donne! — sentenziò. — Con qualunque donna! Una cameriera ha i suoi diritti, come qualsiasi altra...

E intanto aveva già trovato il rimedio: una scena patetica per l’indomani; ma seguitava:

— Facevo un bell’affare, mandandoti all’estero! Altro che Londra e Parigi...!

— Come, babbo? — interloquì Andrea atterrito.

Sta’ certo che non ti muovi! Diremo che sei malato, e il viaggio non si farà. Non si farà! Proprio io ti manderò per il mondo, in casa altrui, ora che ti conosco?

— Ah, ma no; ah, ma questo è impossibile! — proruppe Andrea angosciato con voce di pianto.

— Puoi smettere i preparativi. Adesso abbiamo altro da pensare. Ti piacerebbe fare il libertino, — il sudicione, ha detto benissimo Lucia, — con la cameriera, pigliare il treno, e lasciare a me i tuoi imbrogli da accomodare? Sarebbe troppo bello! E non ti parlo del rispetto alla casa. Dove vive tua madre, dove vive tuo padre, a fianco di tuo fratello, tu osi tramare di sedurmi la ragazza, che dico? di violarla e di fartene una comoda amante? Se Giorgio non fosse corso a chiamarmi, mi domando che cosa sarebbe avvenuto?

Giorgio! Con Giorgio accomoderò io la partita! — minacciò Andrea. — Era un pezzo che mi stava a spiare...

— Tu non torcerai un capello a Giorgio. È un innocente! E se osi far parola di ciò che è avvenuto stanotte, se osi riparlarne col bambino, io ti caccio di casa a calci... Andrai a Londra a piedi!

L’ira di Silverio cresceva ogni volta che Andrea lo guardava in faccia; perché a vedere suo figlio così conciato, a pensare che se le era volute e che tutti gli avrebbero dato anche torto, non lo poteva più patire.

In quel momento, Andrea volgendogli appunto l’occhio mezzo chiuso, il naso turgido, Silverio sentì il bisogno di ripetere:

— A calci ti mando fuori, se parli con Giorgio! E si avviò, per non allungargli anche un ceffone.

— Ma il viaggio, babbo, il viaggio! — supplicò l’altro. — Dopo la festa di oggi...?

— Che viaggio! — tonò Silverio. — Pensa a cavartela da una querela, scimunito! Io me ne lavo le mani...!

E uscì, lasciando Andrea che piangeva, la testa reclinata sullo schienale d’una seggiola.

Andò nella sua camera da letto.

Vide Matilde che s’era addormentata con Giorgio fra le braccia; appoggiava una guancia sul capo biondo di lui; e sebbene qualche lagrima brillasse tra le palpebre dell’una e dell’altro, sembravano in pace.

Silverio uscì in punta di piedi e si acconciò per quella volta a dormire sul divano in salotto.

 

 

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L’indomani si svolse la scena patetica.

Silverio fece colazione in casa; avvenimento straordinario, perché di solito usciva la mattina pe’ suoi affari e non rincasava che la sera, tra le otto e le nove.

Lucia serviva.

Nessuno faceva allusione alla scenata della notte precedente.

Quando tutti furono seduti e Lucia comparve col piatto della prima vivanda, Silverio si alzò, fece alzare Andrea, e disse con una certa solennità:

Lucia, Andrea mi ha pregato d’intercedere per lui. Egli confessa d’aver mancato agli obblighi d’un gentiluomo, e non ha che la scusante della serata allegra e del troppo vino col quale ha voluto festeggiarla imprudentemente. Egli ti chiede perdono...

Deposto il piatto nel mezzo della tavola, Lucia rimase intontita.

Andrea aggiunse, a occhi bassi, guardando la tovaglia:

— Ti domando perdono, Lucia!

— Non la picchierà più? — disse Giorgio sottovoce alla mamma.

Signore, signorino... — balbettò Lucia, rossa fino alla radice dei capelli. — Domando scusa anch’io... se ho detto qualche parola... se mi son lasciata sfuggire... Spero vorranno dimenticare...

Va’, va’, Lucia, — intervenne dolcemente Matilde. — Non temere nulla!

Ella rimase pallida e assorta.

Tutto finiva bene; ma togliersi dall’anima il disgusto e l’accoramento le era impossibile. Che la libidine, il vizio, un tentativo di tresca fossero potuti entrare in casa sua e per opera d’un suo figlio; a lei pareva cosa spaventevole.

Giorgio notò allora la faccia di Andrea, tuttavia istoriata dalle unghie della ragazza e ne fu sorpreso; ma non disse nulla; forse Tarafià dopo il duello era conciato a quel modo.

 

 

 





1 "intenti ad" integra una lacuna nel testo di riferimento (sulla base dell'edizione Garzanti 1942, a cura del revisore) Nota per l'edizione elettronica Manuzio.



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