Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

VII.

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VII.

 

Silverio raccomandò suo figlio Andrea a Parigi presso il signor Etienne Calan, uno dei gerenti della Banca Stephen Calan et Cie. A Londra aveva conoscenze più numerose tra i suoi corrispondenti d’affari, i quali a loro volta avrebbero raccomandato Andrea a industriali delle città ch’egli doveva visitare.

Nonostante le minacce, Silverio lasciava partire suo figlio; non solo perché non voleva dar troppo peso a ciò ch’egli chiamava una ragazzata, ma perché è roba di lusso avere un figliuolo il quale viaggia all’estero.

Pei pochi giorni innanzi alla partenza, Andrea fu servito dalla cuoca, brava donna sui cinquanta, e l’uscio di comunicazione tra la camera di lui e la cameretta di Giorgio venne chiuso, perché i ragazzi non trovassero pretesti a leticare.

Andrea non sapeva perdonare a Giorgio d’essere corso a chiamar papà e mamma; e, non fosse stata la gioia d’andarsene pel mondo, una vendetta l’avrebbe voluta avere. Vi rinunziò per amor di pace, ma non disse più parola a Giorgio.

Questi, abituato agli eroismi di Kavallì e di Tarafià, ai selvaggi di sua invenzione che bevon l’acqua dal fiume Tokululù insieme alle tigri, non poteva non ridere di quell’Andrea, che andato per dar busse, le aveva pigliate; e da una ragazza e da Lucia, la quale non valeva nulla in ginnastica! Ne rideva con Lucia stessa, sottovoce ma ella si sforzava di distrarlo ogni volta, perché i commenti a quella disgraziata notte le davan noia.

Del resto, il viaggio di Andrea non piaceva punto a Giorgio. Aveva fatto i suoi esami egli pure, e superatili bene o male, doveva entrare in quarta elementare. Nel frattempo, perché non viaggiava anche lui? Zia Appia aveva osservato che doveva parlare inglese e francese; e anch’egli poteva imparare a Londra e a Parigi, come Andrea.

Il giorno in cui Silverio disse a tavola che, non appena spedito Andrea, la famiglia si sarebbe recata al mare o in villa a Castelnuovo di Porto, Giorgio improvvisamente espresse il desiderio d’andare all’estero. Si stupì egli stesso d’avere osato esprimere una volontà decisa innanzi a suo padre, ma il desiderio del nuovo era più forte che il timore.

Gli altri risero.

— Non sai quel che ti dici, sciocco! — esclamò Andrea. — Io, ho viaggiato alla tua età? Per viaggiare bisogna essere uomini.

— Ma non è il caso di discutere. Giorgio scherza, — osservò Matilde.

Uomini! — borbottò Giorgio col broncio. — A te, ti hanno picchiato, intanto; e ti picchieranno anche in viaggio!

— Che è questo? — intervenne Silverio, lanciandogli un’occhiata.

— Eh, non so chi mi tenga!... — mormorò Andrea fra i denti.

Silenzio! — ordinò Silverio.

Seguì il silenzio, ch’era l’omaggio alla sua autorità.

Ma fu in tale occasione che Giorgio apprese idee originali.

— Già: è l’inconveniente d’aver due maschi, — ripigliò Silverio dopo la pausa. — Quel che si fa per l’uno, vuole anche l’altro, senza criterio.

La fronte di Matilde si rannuvolò.

— Una bambina avrebbe significato addirittura un altro mondo, — seguitava il padre, — Impossibili i confronti, le invidie, le gare...

— Hai inteso? — rilevò Andrea, volgendosi a Giorgio. — Invece di te, ci voleva una bambina!

Matilde sentì il bisogno di difendere il minore. Rimbeccò Andrea subito, irritata:

— E chi ti dice? In vece di lui o in vece tua?

— Ma io...

Silenzio! — ripeté Silverio.

E come di solito quando aveva imprudentemente rimescolato cose ch’era meglio lasciar dormire nello stagno degli oblii, si levò da tavola, poiché il caffè era stato servito, e andò nello studio a leggere i giornali della sera. Fingeva un’amarezza in verità non sentita, perché il problema dei figli non gli dava più pensieri da tempo.

Se ne occupò Giorgio.

Il quale, trovatosi solo con la mamma, le si mise sulle ginocchia senza cerimonie.

— Che voleva, una bambina? — interrogò.

— Non ci badare; come tu vuoi andare all’estero; roba da ridere, — rispose la mamma.

— E se voleva una bambina, perché non l’ha fatta?

Sull’origine dei figli, Giorgio aveva credenze più avanzate che il comune; non ammetteva la teoria di quelli che sostengono che i bambini si trovano sotto le foglie d’un cavolo o dietro i cespugli delle fragole; notizie ormai vagliate dalla critica e messe in disparte. Egli sapeva che i figli se li fanno i genitori, a tempo debito, secondo i loro bisogni e i loro gusti. Come, poco gli importava; è un affare che tocca i grandi. Ma insomma, se li fanno i genitori, e quando si son fatti un bel bambino, è proprio inutile domandare una bella bambina. Dovevan pensarci al momento.

— Hai ragione, — consentì Matilde con un sorriso. — C’è il maschio: e si tiene il maschio!

— Il maschio sono io? — domandò Giorgio dubitoso.

Naturalmente!

Naturalmente! — ripeté Giorgio, perché gli avverbii gli piacevano.

— Del resto, — soggiunse la mamma distratta, — la bambina ha ancora il tempo di farsela, se vuole.

Vado a dirglielo? — chiese Giorgio, il quale vedeva già la soluzione del problema.

Matilde lo rattenne fra le braccia.

— No; non te ne impacciare! Glielo dirò io... E per distrarlo, gli parlò d’una commissione, ch’egli aveva eseguito quel giorno medesimo e il conto non tornava; mancavano sei soldi.

— Bisogna star più attento quando si va pei negozii, — ella osservò.

— Sì; bisogna andare... — fece Giorgio.

Si raccolse un istante perché voleva foggiare un avverbio che gli desse importanza.

— Quando si va pei negozii, — sentenziò, — bisogna andare negoziamente!

— Ecco! — acconsentì la mamma, dandogli un bacio.

 

 

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Ma quell’affare della bambina invece di lui, lo fece riflettere in più occasioni.

Per esempio, che cosa avrebbe avuto in tasca?

Egli aveva in tasca una scatola di pennine da formar l’esercito nemico di Kavallì: tre bottoni verdi; un mezzo gomitolo di spago; il pennelluccio della gomma; un porcellino di corallo regalatogli dalla mamma.

La bambina, che cosa avrebbe avuto in tasca? Il babbo diceva che sarebbe addirittura un altro mondo. Che strano mondo sarà quello delle bambine? Ne aveva viste di frequente, in casa sua e in casa della nonna e per la strada: ma non gli era parso che venissero da un mondo diverso dal suo. Scambiata qualche parola con loro, s’era stuccato subito. Il ventaglietto, il gonnellino, certe smancerie, e la vocetta e le occhiatine, e le bubbole che raccontano, gli sono spiaciuti. Non ne capiva nulla. E poi, guai a toccarle: strillano come i maialetti che non ritrovan più il porcile!

Egli è un maschio; lo ha dichiarato la mamma, che parla sempre bene, quando non c’è il babbo a disturbare tutti. E un maschio va alla guerra; tira le cannonate e poi diventa generale, e allora comanda le battaglie. Oppure scrive lettere e va alla Banca a incassare i denari. E le ragazzette le piglia a ceffoni, se dimenano il fianco per mostrare l’abitino nuovo.

Tuttavia si propose di osservarle meglio. Chi sa? Forse il babbo aveva ragione, e in vece di lui o di Andrea, — meglio di Andrea, — una bambina sarebbe stata divertente.

Ne incontrò parecchie alla stazione, la sera che Andrea partì.

Erano andati tutti ad accompagnarlo.

Andrea sembrava un uomo importante: il berretto da viaggio calato sugli orecchi, certi guanti grossi che gli arrivavano fin quasi al gomito, una valigia, — un regalo, — dalle cinghie larghe con belle fibbie dorate, e gonfia che crepava; era un viaggiatore per davvero, col portafoglio pieno di danari. Occhieggiava intorno, di sotto la visiera del berretto, come il treno aspettasse il suo cenno per mandar fuori il fumo. Con quegli sguardi voleva impicciolire tutti, a cominciar da babbo, da mamma e da Giorgio, i quali rimanevano a terra.

L’inglese lo avrebbe imparato in quindici giorni; il francese, in poche ore.

— È questione d’orecchio! — andava dicendo.

E Giorgio gli guardò gli orecchi, la grandezza dei quali lo rassicurò.

C’era appunto nello scompartimento in cui Andrea aveva fatto deporre le valigie, una bambina con le gambe nude, ma un poco più grande di Giorgio: dieci anni, forse: undici al più. Avvolta in uno spolverino bigio, riunite le mani in grembo, stava a guardare il viavai della gente; poi si alzò.

— Un telegramma non appena arrivi, ti raccomando! — diceva il babbo ad Andrea.

Si alzò, la bambina, e Giorgio poté osservarla presso lo sportello. Le sue gambe, i polpacci specialmente, erano un po’ più grossi che quelli di lui: e su, con una leggera curva, si disegnavano i fianchi; egli, Giorgio, di fianchi non ne aveva; era interamente dritto fino alle ascelle.

La piccola sconosciuta, poi, alzando le braccia per tentar d’arrivare al bottone della luce elettrica, — che voleva, rimanere al buio? — spingeva fuori il petto; anche questo più rilevato che quel di Giorgio.

Ma redarguita da una signora bella, che doveva essere la mamma, la bambina sorrise, e Giorgio restò a bocca aperta. Che sorriso! Che dolcezza, che mitezza, che bontà tra quelle labbra e in quegli occhi! Non aveva mai notato che le donne, — per lui, la sconosciuta era una donna, — sorridono meglio degli uomini; ossia, fanno più impressione.

Il babbo voleva avere certamente quel sorriso in casa, il sorriso, di una figliuola bella, che fosse diverso dal sorriso dei due maschi... Ma sorridevano questi? Sapevano sorridere? Giorgio, per parte sua non se ne rammentava più; Andrea poi, faceva certe risate fuor dei gangheri, che davan noia anche a lui.

Qui dovette interrompersi, perché Andrea gridò:

— Ecco, chiudono gli sportelli! Arrivederci, arrivederci!

Giorgio fu afferrato, e un bacio frettoloso gli piovve tra l’occhio destro e il naso.

Suo fratello, balzato nello scompartimento, urtando la signorina, che cadde a sedere, si riaffacciò al finestrino:

— Non piangere! — disse. — Scrivo subito! Torno presto!

Piangeva la mamma, proprio mentre Giorgio studiava mille smorfie per avvezzarsi a sorridere bene.

Il treno si mosse, stridendo, e i predellini passarono tutti innanzi agli occhi di Giorgio. S’era dimenticato di dire ad Andrea che gli mandasse una scatola di zuavi da Parigi, ma glielo avrebbe fatto scrivere.

Udì il singhiozzo della mamma, e le prese la mano.

Tornarono.

In quel momento correva all’uscita una folla di viaggiatori, scesi da un treno in arrivo; e fra gli spintoni, stretto in una ressa di persone grandi, Giorgio poté vedere altre bambine: una quasi al suo fianco, la testa nascosta da un gran cappello di paglia: chiacchierava da assordare, e a Giorgio sembrò che avesse cattivo odore: un’altra camminava più innanzi, aggrappata alle sottane della mamma, gli occhioni aperti a guardarsi intorno spaurita, lustra lustra di viso. Niente di straordinario. Non avevano tempo di sorridere. Del resto, in quel momento, egli sentì una valigia che lo premeva nella schiena, e si spinse avanti, tra un manico d’ombrello e un cesto di pesce puzzolente, per isfuggire a quella persecuzione.

Quando fu sul piazzale e Silverio aperse lo sportello dell’automobile, Giorgio si rammentò che suo fratello era già in viaggio per Parigi, e se ne offese.

— Allora, io ho passato gli esami per niente? — proruppe.

Ma tacque subito, a un’occhiata dolce e smarrita della mamma.

— Che dice? — interrogò Silverio.

Dice che è contento d’aver fatto gli esami, — rimediò Matilde.

— Ah!... Credevo volesse partire anche lui!

Silverio era nervoso e di cattivo umore.

Comprendeva, a cose fatte, che mandar per il mondo un ragazzo di diciassette anni, e un ragazzo impreparato come Andrea, era una bravata, la quale poteva tornar bene e tornar male. Non sapeva con chi pigliarsela; con la suocera, forse, che metteva lingua dappertutto e voleva che i nipotini parlassero inglese. La prima idea era quella; e di idea in idea, ecco il ragazzo in treno, in quella notte calda affocante, verso l’ignoto! Poteva ammalarsi; poteva commettere qualche minchioneria irreparabile. La tutela della Casa Stephen Calan et Cie e di tutte le Case alle quali era raccomandato non arrivava certo a seguirlo in ogni istante della sua vita intima.

La scenata di Andrea con Lucia aveva impressionato anche Silverio, — quantunque non ne facesse più parola, — strappandolo alle fatali illusioni dei genitori, che imaginano i figli giovanetti quali angeli purissimi. Ora che il ragazzo era lontano, quel tentativo violento, quell’ubriacatura repentina di sensualità, quel nessun rispetto di sé e degli altri, lo stupefacevano.

Egli vantava una adolescenza placida, una giovinezza regolata: qualche amoruzzo e una sbornia presa per aver vinto un ambo al lotto formavano il romanzo del suo passato.

Come studii s’era fermato sulla soglia dell’Istituto, perché urgeva lavorare, e non essendo sprovvisto di riflessione, aveva a poco a poco supplito con la pratica ai vantaggi d’una coltura ordinata. Ragazze, cameriere, civette, le tentazioni ordinarie infine di chi ha tempo da perdere, non esistevano per lui.

Toccava a suo figlio farne la scoperta!

Gli parve che Roma, nel tragitto dalla stazione a casa, venisse innanzi minacciosa, con quella ressa di veicoli sotto le luci delle lampade ad arco, gli edifici immani profilati sul cielo cupo: e che tra la folla serpeggiassero vizii e delitti in embrione, ai quali non aveva mai badato.

Che sarebbe di Andrea, confuso tra breve nel bulicame dei baluardi parigini o di Leicester Square e di Piccadilly, di cui aveva inteso parlare? Poteva uscirne certo senza grattacapi, il ragazzo, ma la prova era forte.

— Che vuoi? — gli scappò a un tratto. — Io quasi quasi gli telegrafo di tornare!

— Io non l’avrei neanche mandato! — osservò Matilde.

Silverio la guardò: stava per rispondere brusco, difendendo e accusando; ma intervenne Giorgio.

— Sì; torna lui e vado io! — propose subito.

Silverio si abbandonò a ridere volontieri. La gaia presunzione del bambino lo rassicurò. C’erano milioni d’innocenti che vivevano pacifici dappertutto, e proprio al suo Andrea doveva capitar male? Gli sarebbe tornato più colto e più avveduto.

Qui rimanevano intanto ad allietar la casa la moglie ed il piccino.

Tornò a guardarli; savii e graziosi, e in un sussulto dell’automobile strinse Matilde al petto e la baciò.

— Allora, papà, non telegrafi? — chiese Giorgio.

Lasciamolo andare, lasciamolo vivere! — disse Silverio. — Non è bello vivere...?

 

 

 


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