Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

VIII.

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VIII.

 

Doveva essere bello davvero vivere, perché Andrea stette assente molto tempo.

Giorgio apprese via via dai discorsi che si facevano in casa e dalle lettere che arrivavano, come suo fratello fosse in Francia e poi in Inghilterra; e nell’atlante erano segnati i luoghi da cui scriveva, ora con un cerchietto piccolo, ora con un cerchio grande. L’Inghilterra circondata tutto intorno dal mare, non di colore amaranto, — Giorgio l’aveva visto ad Anzio da poco, — ma azzurro; e ci si vive e ci si passeggia come sopra un’immensa zattera.

Ne parlò con zia Appia, la quale non fu della sua opinione; ella credeva che tra una zattera e l’Inghilterra ci fosse qualche diversità; ma insomma l’idea piacque a Giorgio e bisognò farne una semplice questione di grandezza.

Dopo qualche mese che Andrea viveva fuori, la mamma cominciò a sentirsi male. Non stava a letto, ma pativa di stomaco, di capogiri frequenti, di nausee. Giorgio suppose dapprincipio si trattasse del dolore di non aver Andrea in casa, ma la mamma lo rassicurò e gli disse ch’era cosa da non badarsi.

Il babbo pensava, proprio in quel momento, a un altro bambino; ed era strano udirlo parlare con dubbio, quasi non sapesse se si trattava d’un maschio o d’una femmina; della famosa bambina, che doveva ridere in quel modo così piacevole.

Intanto ogni cosa andava a dovere.

Andrea chiedeva, sì, qualche danaro, ma con calma, senza quell’improvviso, quell’incalzo, che fan pensare a obblighi d’onore, i quali devono essere noiosi. Egli viveva allora a Bristol, e il papa gli affidava incarichi diversi per tutto ciò che riguarda il commercio del cuoio. Ogni cosa andava a dovere.

Giorgio fu condotto un giorno a visitare uno stabilimento nuovo, sulla Via Flaminia. Fumavano i comignoli, ruggivano le macchine; gli operai lavoravano forte al comparir del babbo, perché lo stabilimento era suo: egli aveva assunto la fornitura di certa roba d’acciaio per le Ferrovie. Comandava a tutti l’ingegnere Antonio Catalani, diventato socio del papà, il quale di roba d’acciaio non s’intendeva. Quel Catalani che vuol bene a Giorgio perché questi è discreto; e non può patire i ragazzi Strògoli perché arraffano quanto capita, e da far dispiacere a vederli.

Poi doveva essere avvenuto qualche cosa di grave con Andrea.

A furia di sentirne parlare a tavola e dopo pranzo e la sera prima d’andare a letto, Giorgio finì per intendere esattamente.

Andrea aveva commesso una brutta azione. Un ragazzo che non capisce gli eroismi di Tarafià e Kavallì, che non vede nelle penne d’acciaio un esercito, che non approva la marcia funebre dietro il feretro del gran capitano, deve farle grosse!

Il papà aveva un credito di ottocento sterline presso la Casa Middleton Stanley and Brothers, (Brother vuol dire fratello in inglese.)

E Andrea che sta a Bristol e frequenta quella Casa, piglia lui le sterline per sé, e avverte il babbo d’aver fatto l’incasso per conto suo.

È stato un triste giorno quando è arrivata la lettera senza il buono del danaro.

Babbo è andato su le furie: ha telegrafato ad Andrea di tornare immediatamente. Mamma s’è sentita peggio del solito, con una forte palpitazione di cuore e uno smarrimento.

— Bisogna evitar le emozioni alla signora, in questo periodo! — ha ordinato il medico.

Pare che ottocento sterline equivalgano a ventimila lire. E Andrea se le è pappate tutte in un colpo. Che ne farà? Per la mamma è stata un’emozione che le ha fatto male. Il papà non ha mandato più il mensile ad Andrea, il quale si è trasferito da Bristol a Londra.

Nel frattempo è sopravvenuta una lettera dai signori Middleton Stanley and Brothers, firmata con la firma del procuratore della Casa. L’ha tradotta l’ingegnere Catalani. È una giustificazione dell’incasso abusivo di Andrea, così raggirata, imbrogliata, contraddicente, che non se ne capisce nulla. Non si sa perché le ottocento sterline debban restare nelle tasche di Andrea, ma ci restano.

— La colpa è della ditta! — esclama Silverio. — Andrea non ha la mia procura e non dovevano dargli un soldo!

Scrivono un certo inglese! — osserva il buon Catalani — Ci sono degli errori, e poi non è commerciale... Vediamo la firma. Tu hai le altre lettere della Casa: si può confrontare.

Lasciamo, lasciamo, per carità! — interviene la mamma, che è molto pallida.

E non confrontano. Sembra che la mamma abbia paura. Parla di quella notte, quando Andrea si buttò contro Lucia e ne uscì con la faccia gonfia e un occhio pesto.

— Sono due lampi sinistri! — ella esclama.

Il babbo non risponde, per ; poi dichiara, dopo riflessione, che si deve richiamare Andrea e farla finita.

Certamente dice sul serio, perché sbuffa, camminando con la pancia in fuori.

Ma nella notte è sopravvenuto qualche cosa d’importante.

Giorgio ha udito un andirivieni per tutta la casa: la voce del medico, di una donna, del babbo, di Lucia: usci aperti e chiusi.

Anzi, Lucia ha fatto una scappatina nella sua camera.

— Già, imaginavo che eri sveglio! — dice. — Non ti muovere; dormi! La mamma ha un po’ d’affanno, ma domattina starà benissimo. Dormi, hai capito?

Giorgio s’addormentò.

L’indomani mattina la mamma stava a letto. Lucia aveva sbagliato.

E Giorgio correndo a salutarla, s’imbatte nel papà, il quale fa ballare sulle braccia una pupa; viva, proprio viva.

— È la tua sorellina! — dice a Giorgio. — Ti piace?

Dammela: come si chiama?

— Si chiama Giuliana.

— È quella che aspettavi? Dammela; voglio vederla!

Giorgio la piglia tra le braccia con cautela. È molto buffa: ha gli occhi chiari che paiono bianchi, un ciuffetto di peli in mezzo al cranio rosa, la bocca sdentata: le manine chiuse come volesse fare a pugni col primo che capita, son rosse, e hanno intorno al polso alcuni giri di adipe.

Sta quieta, ebete, a guardar Giorgio che ride.

— Mi piace! — dichiara questi. — Bravo papà! Si potrà giocare con lei. È quella che aspettavi...?

Silverio si china a riprendere la neonata dalle mani di Giorgio e a baciarli ambedue.

— Sì, è quella che aspettavo, caro: è proprio lei.

Adesso vado a trovare la mamma.

Piano: oggi starà a letto, la mamma: per pochi giorni, anzi: ha una piccola infreddatura.

In seguito all’arrivo di Giuliana, il papà ha perdonato ad Andrea; egli è come il re; quando è contento e le cose vanno bene, fa un’amnistia; e spesse volte sbaglia, come il re, e non ne cava che ingratitudine. L’amnistia consiste nel rimandare il mensile ad Andrea, che in tal modo intasca quello e le ottocento sterline.

Quanto all’ingratitudine, si vede subito.

Gli hanno scritto che è arrivata la sorellina; glielo ha scritto il papà e poi la mamma e poi ancora il papà; e lui zitto! Ha tornato a scrivergli l’ingegner Catalani; e lui zitto! Vuol dire che la sorellina non gli piace. La mamma ne è rimasta molto mortificata, e ci son volute le carezze di Silverio per racconsolarla.

Zia Appia, invece, ha mandato un bellissimo corredo per la pupa; fin la carrozzella col soffietto e le gomme alle ruote. Questo ha commosso il babbo, che per poco non ne piangeva di gioia.

— È inutile: è una donna che sa fare! È una gran donna! — ha esclamato.

E quando è comparsa pel giorno del battesimo, le ha baciato e ribaciato le mani, come la vedesse per la prima volta.

Il giorno del battesimo, che confusione! Mamma si è alzata da letto, ancora un po’ debole e pallida per quel raffreddore; ma pareva felice.

C’eran più bambine che bambini, e tutti insieme diedero fondo a una quantità immensa di paste, di confetti e di torte.

Giorgio aiutava a far gli onori di casa, portando vassoi ricolmi alle sue ospiti, le quali stavano qua e in crocchio a pettegolare. Ne aveva prese tre sotto la sua speciale protezione, perché venivano in casa per la prima volta: Ada Zampieri di undici anni; Leonia Cavalli di dodici; Irma Dantelli di otto; e nei ritagli di tempo discorreva con loro.

Leonia Cavalli interamente abbigliata di turchino ascoltava Giorgio con un’ombra di degnazione: portava intorno al polso destro un nastro bigio con orologio d’oro e al petto un fermaglio con turchesi; aveva già qualche cosa della signorina e sembrava stare a disagio fra i bimbi. Se ne rifaceva dominandoli e parlando molto di sé, a guisa d’un personaggio che ha un piede in questo mondo e l’altro nel mondo di domani.

Quando Giorgio disse di non sapere esattamente come nascono i bambini, Leonia diede in una risata, e le altre due, Ada e Irene, quantunque non se ne intendessero affatto, risero per imitarla. Perché la storia delle foglie di cavolo, seguitò Giorgio, non è vera...

Va’, va’! — interruppe Leonia. — Pòrtami un pezzetto di torta, non più grande di così; e torna subito!

I suoi occhi brillavano, non si sapeva se d’ironia o d’impazienza. Era lunga, per l’età che aveva; lunga come un serpente.

Giorgio si pentì della propria idea cavalleresca; incappato in una di quelle bambine che sono assolutamente, irriducibilmente diverse dai maschi della stessa età, egli lo sentiva. Glielo dissero altre, mentre passava col vassoio:

— Non badare a Leonia! È cattiva!

— Potevi servire noi: siamo qua sole!

Vedi che ti comanda...? È una signorina; dovrebbe star con le grandi!

— Il fermaglio di turchesi non val niente. Diglielo che è falso!...

Giorgio, io di torta non ne ho avuta!

Egli si fermò; offerse la torta a quelle sue amiche dai grandi occhi e dalle bocche avide; sentì che gli sguardi di Leonia lo seguivano; sul piatto non rimasero che tre pezzi, e si affrettò verso l’angolo in cui sedeva Leonia con le sue compagne.

Grazie! — ella disse. — Ne faccio senza!

— Ma non mi hai chiesto...? — mormorò Giorgio.

— Ti abbiamo chiesto la torta, non gli avanzi; non è vero, Ada? Prima hai fatto servire quelle stupide laggiù, e ora ci vieni avanti con un pezzetto per ciascuna... Vattene pure!

Giorgio fu preso da tal furore, che scaraventò il piatto a terra.

— Non so chi mi tenga! — esclamò, ripetendo una frase che aveva udito da suo fratello.

Lucia accorse, indicò a un cameriere i cocci della porcellana, fece raccogliere in fretta.

Nessuno aveva notato la scena: compariva in quel momento la regina della festa, la minuscola Giuliana, portata dal babbo e seguìta dalla governante, una robusta giovane sabina in abito di seta.

Si alzarono tutti ad ammirar la bambinetta e a circondarla; ella li ringraziò con acuti strilli, volgendo il capo. Troppe faccie; troppi baffi, troppe smorfie, troppe esclamazioni; aveva paura; urlava; non voleva entrare nel mondo, quasi avesse inteso che c’era tempo a gustarne, a satollarsene e a pigliarlo in uggia.

— È bella? — disse Giorgio a Leonia.

— Non c’è male. Io ero più bella...

Giorgio rise.

— Come tu potessi ricordartene! — rimbeccò prontamente.

— Ti farò vedere i ritratti... Ero molto bella, io! Giorgio la guardò: probabilmente non mentiva; aveva certi occhi profondi, i capelli nerissimi giù per le spalle come l’ondata d’un torrente ruinoso e i denti d’una bianchezza magnifica; non poteva essere stata brutta.

— La vuoi, la torta? — egli le susurrò.

Approfittava del momento di confusione per tentarla; anche le altre due pettegole, Ada e Irma, s’erano staccate dal gruppo per guardare Giuliana.

— Sì, portamene un pezzo! muoio dalla vogliaconfessò Leonia.

Allora Giorgio si lanciò, diede uno spintone al maggiore degli Strògoli occupato a riempirsi le tasche, ritornò con un grosso pezzo di torta fresca, da’ cui lati traboccava la conserva di albicocche.

— Facciamo la pace? — propose Leonia con la bocca piena. — La tua Giuliana è molto bella.

— Non è vero?... Sì; facciamo la pace. Io ti voglio bene!

— Anch’io!... Ora ho sete.

— Che desideri? Il rosolio? La granatina?

Passava Lucia; e vedendo che gli sorrideva, Giorgio le disse:

Fa’ portar qualche cosa da bere alla signorina!

— Ah, ah! — fece Lucia. — Sarà servito!

— È un poco matta, — spiegò Giorgio a Leonia. — Vuole sposarsi; e qualche volta graffia.

— Chi ha graffiato? — chiese Leonia incuriosita.

L’altro aperse la bocca, ma si rammentò in tempo che degli affari di casa, specialmente degli affari di Andrea, non bisognava mai parlare.

— La cuoca! — rispose.

Uh! Non è interessante! Credevo avesse graffiato te.

Giorgio alzò le spalle.

— Perché io ti graffierei! — soggiunse Leonia, con un lampo negli occhi.

La frase sbalordì il bambino.

— Ma non abbiamo fatto pace? — osservò.

— Ti graffierei per divertirmi.

— Sei matta anche tu, Leonia! — disse Giorgio dolcemente.

Dopo esser rimasta qualche tempo sui ginocchi della mamma, Giuliana fu portata via: strillava a intervalli e disturbava tutti: serrava i pugni e dimenava le gambette, rosso il viso come soffocasse.

Allora, a gruppi, gli invitati si congedarono; non pochi pregarono di mandare i loro saluti ad Andrea, che sapevano in Inghilterra, dove faceva tanto bene.

— Già, è quasi un anno che il briccone sta fuori! — rilevò Silverio con un certo orgoglio.

Deve costarle un occhio! — fece qualcuno.

— Eh, così, così!... Spese di lusso, che poi rendono.

Anche Leonia se ne andò; e stampò due baci sulle guance di Giorgio.

— Vieni a trovarmi presto! — invitò, raggiungendo sua madre. — Ho un bel giardino col lago e i pesci rossi. Puoi portare la barchetta, se l’hai.

Giorgio guardò quella sera prima di coricarsi un certo bastimento vecchio dalla vela sdrucita, che dormiva dentro una cassetta con altre cianfrusaglie. Ma crollò il capo. Era troppo brutto per presentado ai pesci rossi e a Leonia.

 

 

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Ella abitava un villino a mezza la via Po; era figlia di Amedeo Cavalli, rappresentante arricchitosi presto col commercio delle gomme per automobili.

Dietro l’abitazione di stile senza arzigogoli moderni si stendeva il giardino abbastanza grande, ombroso perché vi avevano trapiantati alberi già vecchi e folti. Il laghetto era una vasca ampia, con uno zampillo nel mezzo, piante acquatiche e tufi. I pesci rossi c’erano, ma bisognava rinnovarli assai spesso; Leonia aveva abituato Perdicca, un terranova di guardia, a ucciderli o lanciandoli fuor d’acqua o maciullandoli tra i denti. Ciò la divertiva molto.

La prima volta che la mamma fece visita ai signori Cavalli, e Leonia, preso per mano Giorgio lo condusse in giardino, qui non c’era nessuno. Poterono passeggiare, sedere sul labbro bianco della vasca, chiudere e aprire lo zampillo, discorrere.

— Hai fatto male a non portar qualche cosa da metter nel laghetto, — ella osservò. — Tutti i miei amici vengono con barche e con bastimenti, e facciamo la tempesta. La fontana si può aprir di più, e allora i bastimenti che ci passan sotto arrischian d’affondare. Chi si salva è il più bravo.

— Ha il più bravo capitano, — corresse Giorgio.

— Ecco!

— Io verrò con una nave da guerra, — egli promise, quantunque non sapesse dove l’avrebbe trovata. — Tu hai molti amici?

— Dieci o dodici...

— Eh!... Dici un fiammifero! Che ne fai?...

— Niente: si giuoca, si passeggia, si discorre. Che ne fai tu, degli amici?...

— Io non ne ho. Avevo mio fratello, ma è a Londra; e poi è grande, e non si occupa di me.

In quel momento, sul fondo scuro d’un viale, passò Perdicca dalla coda fronzuta e ritorta; aveva il petto bianco nel pelame oscuro. Drizzò le orecchie al fischio di Leonia e si lanciò a corsa verso di lei.

— È bello? Non temere, non morde; i ragazzi li conosce: accarèzzalo sul capo!

Giorgio sentì a un tratto di essere stato preso sotto la protezione di Leonia, che gli prestava idee, sentimenti, paure, da cui era ben lontano.

La guardò. Ella era vestita di rosso, le gambe nude e i sandali ai piedi; i capelli raccolti e ritorti intorno alla testa strettamente con piccoli pettini.

Quando Perdicca fu a tiro, Giorgio gli lasciò andare un manrovescio sul muso così forte, che il cane sternutò tre volte.

— Sei matto! — esclamò Leonia. — È capace di mangiarti...

— Non far la stupida, va’! — disse Giorgio alzando le spalle. — Tu mi annoi!

Leonia, presa la testa di Perdicca sul grembo per accarezzarla, restò in silenzio. Il suo cavaliere s’irritò anche meglio a vederla mortificata.

— E il bastimentino, e non morde, e accarezzalo! — esclamò. — Per chi m’hai preso? L’altro giorno volevi anche graffiarmi...

— Ti domando perdono, — fece Leonia con voce umile. — Ti domando perdono. Mai non ho pensato di offenderti.

— Quanti anni hai? — chiese Giorgio bruscamente.

Dodici.

— Io ne ho quasi nove. Non puoi mica far la professoressa neppur tu, per tre anni di differenza. Forse non sai neppure chi era Giulio Cesare!

Ma, già in piedi, tornò a sedere sul labbro della vasca, presso Leonia, vedendo che questa aveva chinato il capo. Temeva ch’ella si mettesse a piangere, e non già perché le lagrime di lei potessero impacciarlo molto, ma perché avrebbe toccato un rabbuffo in casa, dove gli era stato detto di essere savio e gentile. La famiglia Cavalli interessava il babbo, che da poco aveva intrapreso buoni affari col signor Amedeo.

— Che sa fare il tuo cane? — riprese Giorgio per ammansare l’amica.

Perdicca! Perdicca! — ordinò Leonia, levando il capo. — I pesci! Dove sono i pesci?

Perdicca abbaiò forte, scodinzolando; poi, saltato l’orlo della vasca senza esitare, entrò nell’acqua, cercò sul fondo, rincorse un gruppo di pesci che guizzavano velocissimi verso un arco di tufo; ne afferrò uno, assai bello, tondo e dorato con macchie nere; e balzò fuori, tenendolo vivo tra i denti senza trafiggerlo.

— Qua, Perdicca!

Il cane portò la sua vittima ai piedi di Leonia, e subito il pesce si arcuò, sbatté la coda, fece salti sul fianco boccheggiando.

— Quanto è stupido! — osservò ella. — Crede di tornare in acqua.

— Ma no: ha le convulsioni.

— Lo facciamo uccidere da Perdicca? Una zampata e basta: lo sfracella!

— No; lasciamolo così.

La ghiaia minuta s’era attaccata al corpo del pesce tra le squame, ed esso si dibatteva a terra con sussulti a mano a mano più deboli; finalmente diede le ultime scosse, un saltò puntando testa e coda a un tempo, e ricadde morto, l’occhio immobile.

Il cane se n’era andato pel viale, sdegnando quella preda insipida e fredda.

Allora, cominciato il giuoco, Giorgio e Leonia lo seguitarono; s’aiutarono a sciabordare nella vasca e a levarne i pesci; l’uno li lasciava a terra per vederli saltellar sul fianco; l’altra li sbatteva sul marmo.

— Un poco di sangue, almeno! — ella disse. — Schiacciando loro la testa, se ne vede qualche goccia.

Giorgio si stancò il primo.

Ora basta. Non è mica bello ciò che facciamo. Che colpa avevano per morire?

Vedi quanti ce n’è ancora! — osservò Leonia, additando le frotte che correvano per l’acqua turbata a cercar riparo tra i pezzi di tufo e sotto la melmetta verde. — Non raccontare, però! La mamma non vuole che io metta le mani nell’acqua. E se vieni qui allorché ci sono gli altri ragazzi, non dir nulla, se no mi vuotano la vasca.

— È un giuoco che facciamo io e te?

— Noi due soli, se non parli.

Andarono a scavare una buca sotto un albero poco lontano, vi gettarono i cadaveri delle loro vittime e li ricopersero con terra.

— Quanti anni ha tuo fratello? — chiese Leonia, stropicciando l’una contro l’altra le mani sudicie.

Diciotto.

— Mi presti il fazzoletto per ripulirmi?

Giorgio trasse dalla giacca azzurra il fazzoletto, prese le mani di Leonia piccole e sottili tra le sue, e le asciugò.

Grazie. Diciotto? Allora tuo fratello potrebbe sposarmi! — rifletté Leonia. — Mamma dice che tra marito e moglie ci devono essere almeno sei anni di differenza.

— Ma se non ti ha mai vista! — esclamò Giorgio ridendo.

— Mi vedrà. Ti pare che gli piacerei?

Ella si pose innanzi all’amico per farsi guardar bene, da capo a piedi.

— Sì, sei bella, — egli ammise. — Ma Andrea ha da studiare, quando torna.

Dopo, più tardi! Anch’io devo attendere qualche anno; a diciassette mi sposerò.

— E se Andrea non ti piace, a te? — fece Giorgio curiosamente.

Leonia tacque.

Era grande, magro, magro, con molti capelli, quando partì. Ora in Inghilterra sarà forse cambiato. Dice sempre che ci manda la fotografia con la pipa in bocca; e poi non la manda, se ne dimentica; ma appena l’avrò, te la porto.

— Non assomiglia a te? — chiese Leonia.

— No, non assomiglia; è diverso! E, tu perché ti sposi?

Leonia aperse le braccia, alzò le spalle, sgranò gli occhi.

— Che debbo fare? — rispose.

Poscia spiegò:

— Voglio essere io la padrona: comandare, viaggiare, vestire a modo mio, dare feste e ricevimenti, scrivere lettere e leggere tutti i libri con la copertina gialla.

— Perché gialla?

— Sono i romanzi. Capisci? Ci devono essere cose belle assai, dentro, e mamma li richiude sempre nella libreria.

— Non ne hai letto nessuno?...

— Due o tre laggiù, sulla panca, dietro quegli alberi; posso vedere da lontano se viene qualcuno, e gli altri non mi vedono, perché ho aperto uno spiraglio tra la siepe e i rami.

— Allora: erano belli?

— Non ho capito tutto, — confessò Leonia. — Ci sono parole difficili, e credo che gli scrittori adoperino certe espressioni in un senso diverso dal nostro.

— Ma impareremo anche noi?

— Io mi farò spiegare. Forse il tuo Andrea saprebbe.

— Già; è stato a Londra... E poi dirai anche a me?

— Se vuoi, leggeremo insieme.

Leonia e Giorgio si erano avvicinati, dritti innanzi alla buca entro la quale avevano seppellito i pesci, come due delinquenti avvinti dal medesimo delitto, dal medesimo segreto. Ma la voce d’una cameriera li chiamò dall’alto della gradinata che saliva al villino.

 

 

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Giorgio ebbe un salotto; fortuna insperata, la quale lo stupiva più che non gli piacesse. Per compensarlo della bella accoglienza fatta spontaneamente alla sorellina, suo padre ordinò di togliere il letto dalla camera d’Andrea, la addobbò con fasce e tende a disegni bizzarri in cui abbondavano alberi e uccelli strani: dispose qua e poltroncine e divanetti; regalò una cassetta di mogano con dodici bicchierini e quattro bottiglie di liquori dolci. In tal modo Giorgio Astori poteva ricevere degnamente i suoi piccoli amici, quando la mamma gliene avesse data licenza.

— Ma tu mi aiuterai? — egli disse, un po’ spaventato di tanta responsabilità. — Bisogna tener d’occhio gli Strògoli, o mi rovinano tutto.

Silverio rise.

— E Andrea non torna più? — fece Giorgio.

Torna certamente. Gli faremo la camera a fianco della mia, e il salottino sarà anche per lui.

Vennero al primo invito diversi amici; quel Giovannino Cartolli, che essendo nato un po’ più in basso, si maravigliava di ogni cosa, muto; i tre Strògoli, che non avevano occhi se non per le paste e pei liquori; Alfredo Buccia, il quale recitava le poesie con gesti e smorfie appropriate e n’aveva sempre in corpo qualcuna; Severino Tormada, dal naso adunco; Paolo Strìppola, che ripeteva la quarta per la seconda volta e non voleva andar più innanzi negli studii, perché gli facevano male allo stomaco; poi Leonia Cavalli, interamente vestita d’un rosso di fiamma; Ada Zampieri, le cui gambe nude avevano uno splendore di bianco e di rosa che le faceva quasi trasparenti; Irma Dantelli, con un grande nastro a farfalla tra la chioma nera.

Lucia serviva; zia Appia aveva mandato la signorina Maddalena Pedretti, perché sorvegliasse senza averne l’aria; ed ella stava in un angolo a leggere per farsi dimenticare.

Nel salotto di Matilde c’eran le mamme e i parenti, che senza quei bambini tra’ piedi potevano conversare e non essere interrotti ad ogni poco. Dicevano che l’idea d’una saletta a parte era buona, e alcuni si ripromettevano d’imitarla, altri si rammaricavano di non avere più spazio nell’appartamento.

— Io mi ricordo, — disse a un tratto Giovannino Cartolli, arricciando il naso e arcuando le sopracciglia, — che ho trovato Giorgio per istrada con una grande gelatiera tra le braccia.

Giovannino sorbiva appunto un gelato di crema, che gli rammentava quel giorno lontano.

— E gli scappava di qua, e la pigliava di , e sbuffava, e la posava, e correva dietro la sua mamma. Ora non vai più a comperare la roba, Giorgio? Sei diventato ricco?

Gli altri risero.

— Perché non devo andare? Mi piace! — rispose Giorgio. — Quel giorno ti ho anche dato dello stupido! Questo non te lo ricordi?...

Allora gli altri risero di Giovannino, che disse:

— È vero. Mi hai dato dello stupido!...

E riprese a sorbire il gelato in silenzio.

— Io, se avrò uno stemma, lo farò bellissimo, — dichiarava Leonia Cavalli.

— Che cosa è uno stemma? — chiese Paolo Strippola.

— Ci metterò i leoni e i cavalli, — seguitò l’altra senza badargli. — Essi rappresentano il mio nome, che è anche bellissimo. Nessuno di voi può mettere i leoni e i cavalli nel suo stemma.

Giorgio non aveva un’idea chiara degli stemmi, ma poiché si trattava di metter qualche animale in qualche luogo, disse:

— Io ci metterò gli astori!

— Gli astori? Che sono?

— I falchi; me lo ha detto il babbo.

Tutti tacquero; poi ciascuno espresse la sua simpatia speciale per qualche belva o per qualche animale domestico. Paolo Strìppola, il quale aveva visto parecchi serragli, sosteneva che l’orso bianco è più feroce del leone; Giovannino Cartolli giurava che però il leone è più forte del tigre.

Ada Zampieri consegnò il suo piattino a Lucia e andò da Giorgio, il quale era presso una parete.

Dimmi, — interrogò, — come si chiamano questi alberi?

E additando certi alberi verdissimi con frutti porpurei che ornavano la tappezzeria da quella parte, volse le spalle agli altri ragazzi, infervorati a discutere della forza e della ferocia di talune bestie.

Ma ella aggiunse sottovoce:

— Sei stato da Leonia, l’altra settimana? Non ti ha detto che vuole sposarti?

Giorgio rimase sbalordito.

Sposare me?...

Piano! Non voglio che ci ascoltino!

— No. Ha detto che potrebbe sposarla Andrea, mio fratello, — spiegò Giorgio sottovoce.

— Me lo imaginavo; non sa parlare d’altro! Vuole sposare quanti amici ha... Non ti sei accorto che è sciocca? Sciocca e cattiva! Ti farà diventar cattivo anche te!

L’altro si fiutò le mani, come per ritrovarvi l’odor di squame; che vi avevan lasciato i pesci rapiti alle loro acque placide.

— E come faccio? — disse. — Il mio papà è tanto amico del suo!

— Perché tutt’e due non vedono che il danaro; ma io ti avverto; è cattiva, e si piglierà beffe di te. Io faccio la sua classe, e noi sappiamo che è la più cattiva di tutte...

Giorgio era per ribattere, ma Ada Zampieri lo lasciò, avvicinandosi a Leonia e ad Irma, che parlavano di tortorelle.

Di’! — fece Giovannino Cartolli. — Ho domandato ora alla signorina, la quale mi ha detto che astori sono i falchi addomesticati.

Maddalena Pedretti alzò il capo dal libro e confermò con un cenno.

— Allora è inutile essere un falco, se ti fai addomesticare! — concluse Giovannino.

Giorgio, non sapendo che rispondere, dichiarò:

— Io non mi faccio addomesticare da nessuno!

E andava girando e rigirando dentro di sé le parole di Ada Zampieri «è cattiva, ti farà diventar cattivo, si piglierà beffe di te!» N’era indignato; perché simili avvertimenti gli guastavano il seguito della festa. Aveva imaginato di mostrar tra poco una nave da guerra, un incrociatore con cannoni, ch’era riuscito a farsi regalare dal babbo; e certamente tutti l’avrebbero ammirata, ed egli avrebbe detto che doveva esser posta nella vasca, e Leonia faceva gli inviti per la prossima settimana. Ma allora Ada si sarebbe offesa, come s’egli avesse detto per ripicco.

Guardava Ada, la quale, accavallate l’una sull’altra quelle sue gambe splendenti, volgeva il visetto roseo a Leonia e l’ascoltava con attenzione; gli veniva voglia di picchiarle ambedue, Leonia e Ada, che lo disturbavano con le loro bizze. Ora capiva che veramente tra bambini e bambine c’è una bella differenza.

Leonia si alzò, piantò le amiche e gli venne incontro.

— Tuo fratello ha mandato il ritratto con la pipa in bocca? — domandò.

— Non ha mandato nulla!

E accorgendosi d’aver risposto sgarbatamente, si chinò risoluto, frugò sotto un tavolino coperto dal tappeto a fiorami e ne trasse l’incrociatore.

Guarda! — fece con un sorriso.

— Oh, ragazzi, guardate quanto è bello! — esclamò Leonia.

Accorsero d’un balzo, s’adunarono intorno al tavolino ove la nave da guerra, interamente bigia con un filo rosso tutt’intorno al bordo, troneggiava co’ suoi cannoni.

— Questa è la prora e questa è la poppa! — indicò Pierino Strògoli.

— Ma non si mangia: è di ferro! — disse Giovanni Cartolli.

— Si chiama Sparviero, lesse sulla prora Alfredo Buccia.

Bravo Giorgio! — fece Leonia. — Giovedì ti aspetto e lo mettiamo a navigare nella vasca. Sarà il più bel bastimento che sia mai stato nel mio lago!

— Veniamo anche noi a vedere? — chiesero due degli Strògoli a una voce.

Pierino non s’invitò. I giuochi all’aria aperta tenendolo lontano dai piatti con le paste, dalle creme, dalla cioccolata, gli piacevano poco.

— Certamente! — promise Leonia con una cortesia superba. — Avvertirò la mamma e verrete tutti!

Ada Zampieri aveva osservato in silenzio quando Giorgio e quando la piccola nave, senza poter nascondere il broncio. Ma allorché udì del convegno come di cosa sicura, intervenne:

Giovedì è impossibile! Giorgio viene da me, giovedì...

— Chi te lo dice? — esclamò Leonia squadrandola. — Ora l’ho già invitato io.

— Io e te non contiamo proprio nulla! — ribatté Ada ironica, — La mia mamma inviterà la mamma di Giorgio per giovedì, e Giorgio verrà da me...

Poveretto! — disse Leonia. — Metti la tua nave a dormire!

Le parole compassionevoli offesero Ada in tal maniera, ch’ella ne ebbe le lacrime agli occhi. Quei due visini freschi esprimevano senza rughe, senza contrazioni, nella sola luce dello sguardo, la gelosia, l’amor proprio, l’ira; ma esprimevano con tale sincerità priva di cerimonie, che i sentimenti eran più visibili e decisi di un gesto.

— Perché lo chiami poveretto? È mio amico! — dichiarò Ada.

La risposta di Leonia non giunse in tempo.

I ragazzi correvano sulla soglia a ricevere la piccola Giuliana vestita d’azzurro, la quale li guardava dall’alto delle braccia di Matilde. Era paffuta e rossa, il capino chiuso in una berretta col fiocco, gli occhi chiari sempre attoniti.

Dietro venivano il babbo, zia Appia, i parenti dei bambini, e in brevi istanti, dei due salotti, attraverso la camera di Giorgio se ne fece uno solo. Finalmente tutti se ne andarono.

Rimasero Giorgio e Lucia a fare un poco di ordine.

— I tuoi amici mangiano più dei grandi, — osservò Lucia.

— Se tu credi che mi piace, — disse Giorgio imbronciato. — Vedi che fatica a ricevere, e poi anche lèticano tra di loro!

— Le signorine leticavano per avere Lei, — replicò Lucia ridendo. — Non si lagni, signor Dongiovanni!

— Che Giovanni! Io mi chiamo Giorgio!

— E quale preferisci? Ada o Leonia? — aggiunse Lucia che si divertiva.

Giorgio tacque; non pensava a preferire nessuna.

— Se vai da Ada, ricòrdati che è povera; non ha una bella casa come la tua o un bel giardino come Leonia. È povera, e non può ricevere con lusso.

Giorgio guardò Lucia sorpresa.

— Però, veste bene! — disse.

Veste bene, col sacrificio che fanno la mamma e il babbo di lei; ma non va a teatro, non ha l’automobile, e il suo babbo aspetta un impiego dal tuo. È povera, insomma.

— Come sai tu queste cose?

— Noi sappiamo!

— E tu le vuoi bene?

— Io le voglio bene perché non è una chiacchierina superbiosa come Leonia, che pare abbia il mondo in tasca.

— Tutti me ne parlano male di Leonia! — rifletté Giorgio. — Non posso lasciarle sposare Andrea!

Lucia diede in tale risata, che per poco non le sfuggì dalle mani un vassoio coi bicchierini dei liquori dolci. Né ristette dal ridere, quando Giorgio soggiunse gravemente:

— È lei che me lo chiede; e ci devo pensare!

 

 

---

La famiglia Zampieri era veramente povera, di quella povertà che Giorgio non aveva ancora incontrato. Per poveri intendeva i mendicanti ai quali dava l’elemosina: ignorava la povertà mascherata, dolorosa, che non può scender nella strada e non può confessare: che si arrabatta ogni giorno a vivere con onore e a tener fronte a mille obblighi; che passa di cura in cura senza mai pace; che si logora in rinunzie e in ripieghi incessanti.

Se non fosse stato messo sull’avviso, Giorgio non se ne sarebbe accorto; ma avvertito, notò che Maria Zampieri, la mamma di Ada, veniva ella stessa ad aprir l’uscio, perché non aveva cameriera, né forse alcuna donna di servizio; e Ada in casa indossava un abituccio nero fattosi lucido sui gomiti e sulla schiena, stirato e ristirato le mille volte.

Il salottino in cui Matilde e Giorgio furono accolti con grandi feste era addobbato di mobili con qualche rappezzatura, la quale appariva per un color più chiaro delle stoffe; e i gingilli imitavano porcellane e marmi senza riuscire a dissimulare la loro natura di roba a buon mercato.

L’unico lusso della casa era una nettezza spinta fino alla manìa, in cui si sentiva una specie di orgoglio a non cadere in basso. Tutto riluceva, dagli ottoni degli usci alle piccole borchie che tenevan la guarnizione intorno alle poltroncine e al divano. Il pavimento di mattonelle bianche e rosse s’era fatto sdrucciolo a furia d’esser lustrato.

Forse le stanze dell’appartamento eran poche, perché quel salottino, dalla disposizione dei mobili, dalla presenza d’un canapè oltre il divano, da certi libri di scuola raccolti sopra un tavolino presso il calamaio faceva pensare che qualcuno, probabilmente Ada, vi potesse studiare e dormire.

Ada preparava il , sorvegliando un bollitoio elettrico posato a terra.

Era contenta che Giorgio non fosse mancato, e mentre Maria parlava a Matilde sul divano, ella disse:

Temevo che tu andassi da Leonia. Io non ho nulla da offrirti: qui non si può correre come in quel suo bel giardino... Se il papà trova l’impiego, allora sarà meglio.

— Ma l’ha trovato, l’impiego, — osservò Giorgio tranquillamente, guardando il coperchietto che ballonzolava sul bollitoio.

— Tu credi? — esclamò Ada con gioia. — Come sai?

— Perché il mio babbo ha detto ieri che lo piglierà nel suo stabilimento di via Flaminia.

Zitto! — fece Ada. — Stiamo ad ascoltare!

Maria Zampieri in quel punto ringraziava Matilde con tanta effusione, che doveva trattarsi veramente di qualche notizia bella.

— È stato un pensiero molto cortese di venire lei in persona ad annunziarmi... Mi dispiace che mio marito sia fuori... Ada, hai inteso? Il babbo...

— Sì, mamma: me lo ha detto Giorgio: sono felice!

E vòltasi a Giorgio, mentre mesceva l’acqua bollente nella teiera, Ada soggiunse:

— E tu mi dici queste cose con tanta indifferenza?

Rise nervosamente.

— Non sai quel che significa! Per noi è la vita... Tu sei ricco e non capisci! Nessuno può capire se non si prova...

Istintivamente si guardò i gomiti lucidi, lanciò una occhiata al canapè. Quindi offerse la tazza a Matilde, servì Giorgio e la mamma, prese la sua e andò a sedere in una piccola poltrona.

Giorgio la raggiunse.

— Che cosa si prova? — chiese.

— Non parliamone, non parliamone più! — disse Ada ridendo.

— Come sei diventata bella! — esclamò Giorgio stupito.

La frase le crebbe l’allegria.

Bella, perché sono contenta, pel babbo; era tanto mortificato, il poveretto, che nessuno lo voleva! E ha studiato, sai? È ingegnere, come quel socio del tuo papà...

Catalani! — disse Giorgio.

— Sì, Catalani. Adesso Catalani sarà il primo nello stabilimento, il mio babbo sarà il secondo... Non ci posso pensare!

E le spuntarono due lagrime sulle ciglia, che ella cercò di nascondere balzando dalla poltrona e andando alla finestra. Ma Giorgio aveva visto e rimaneva confuso.

— Tu piangi quando sei contenta? — domandò non appena Ada riprese il suo posto.

Ella gli afferrò il capo e lo baciò sulle guance.

Ada, che fai? — disse Maria sorpresa.

— È così caro, mamma! — spiegò Ada. — Come non sa la vita!

Matilde rise.

— Ha nove anni, — disse. — Cerca di capire, ma è presto; e avrà detto qualche sciocchezza.

— No, nessuna sciocchezza, signora, — attenuò Ada premurosa, tenendo una mano di Giorgio fra le sue. — Sono io sciocca con lui, perché gli parlo di impieghi e di cose che non può sapere... Che vuoi, Giorgio, dimmi che vuoi? Io non ho balocchi!

L’anima di lei si apriva, in un’effusione di felicità, in un impeto di vita; e per quel bambino biondo che le aveva arrecato, placido e inconsapevole, una sì grande notizia, avrebbe voluto fare miracoli.

— I balocchi s’inventano, — disse Giorgio. — Ho già pensato che quella nave coi suoi cannoni mi annoierà, perché io preferisco una ciabatta, che pare una nave dopo la tempesta...

Manda la ciabatta a Leonia! — consigliò Ada ridendo. — La metterà in quella sua famosa vasca, di cui ci ha tutte ristucche a scuola.

— Ma tu non vuoi bene a Leonia? — disse Giorgio.

Vide gli occhi neri di Ada illuminarsi, fiammeggiare, e la bocca di lei tremare un istante, come avesse a piangere.

— No, non le voglio bene! E se mi accorgo che le vuoi bene tu, io non vorrò più vederti.

Fece una pausa, quindi seguitò:

— Se tu sapessi quant’è maligna, quante volte mi umilia dicendomi che sono povera e miserabile, che il mio babbo è stupido perché non sa guadagnare! Vedi: io non ho che questo vestitino per la scuola, ed essa ne ha tanti: non mi lascia tranquilla, facendo ridere le altre quando dice: «oh, meno male che oggi Ada ha un abito nuovo

— Noi a scuola facciamo a pugni! — dichiarò Giorgio. — È molto meglio.

— Sì, è molto meglio! Non è cosa di tutti i giorni, di tutte le ore!

Maria Zampieri e Matilde Astori chiacchieravano in confidenza, quantunque la prima avesse un certo ritegno per l’altra felice e ricca, la quale, ella pure, non aveva assaporato le angosce di tutti i giorni e di tutte le ore. Ma le avvinceva una simpatia di donne oneste e semplici che, l’una attraverso le tentazioni della ricchezza, l’altra attraverso le tentazioni della povertà, non avevano mai deviato dalla loro strada.

Giorgio si accorse di non essersi annoiato, e si rammentò di Leonia.

— Perché mi diceva poveretto, l’altro giorno? — interrogò.

— Perché voleva dire che la mia casa non è bella, che non troverai balocchi per distrarti e che non tornerai più.

— È proprio stupida! Io tornerò sempre... Vengo per parlare con te, e i balocchi te li posso portare io...

— Vieni per parlare con me? — disse Ada sorridendo. — Come sei gentile! Noi parleremo di tutte le cose...

Poi quando furono per congedarsi, egli e la mamma, Ada gli raccomandò:

— Non dire nulla a Leonia! Non deve sapere! Giorgio mise l’indice sul labbro in segno di promessa.

Uscendo, pensò al sorriso di Ada, a quel sorriso delle bambine, delle donne, ch’egli aveva notato per la prima volta la sera che partiva Andrea, alla stazione. Ada sorrideva così, scoprendo i dentini bianchissimi, come la bambina ch’era nel treno, che è partita, ch’egli non vedrà più: un sorriso il quale apre il cuore alla confidenza e ti tanta dolcezza. Leonia non sapeva sorridere in maniera così bella; sorrideva anche schiacciando la testa dei pesci contro il marmo della vasca, ed era un sorriso convulso e freddo.

Del sorriso di Ada, Giorgio fu molto contento.


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