Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

IX.

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IX.

 

Silverio Astori s’arricchiva.

Gli trottavan già pel capo le fantasie abituali di chi ha in mano il nerbo del danaro, e sogna parentadi con gente aristocratica; a suo tempo, un matrimonio di Giuliana con un principe, il cui casato volesse dire storia, gloria, potenza.

Aveva venduto il villino di Castelnuovo di Porto e intendeva comperarne altro più degno e più ampio al mare.

Per la città, il palazzo di Via Venti Settembre in cui aveva i suoi uffici, gli sarebbe andato a capello; ma non lo vendevano, quantunque Silverio facesse proposte generose. C’era di mezzo una vecchia proprietaria ostinata; i figli di lei eran favorevoli, dato che la cifra offerta saliva, ma la vecchia teneva duro, dichiarando che dopo la sua morte i figli avrebbero potuto disporre a loro talento.

Intorno a questo affare ipotetico, Silverio, altre volte pratico e risoluto, freddo e spedito, creava un intrigo, di cui si parlava molto in casa, benché la vendita non si avverasse mai.

Giorgio aveva costruito anche lui un palazzo con cubi di legno, che non si poteva comperareprendere; e mentre il babbo tramava con notai e con parenti per ismovere la vecchia, il piccino faceva battere l’esercito di Kavallì per il palazzo incantato, narrando le vicissitudini della guerra ad Ada Zampieri.

Gli Zampieri eran diventati intimi di casa Astori. Dovevan tutto a Silverio, che aveva assunto Paolo Zampieri, il babbo di Ada, come vice direttore dello stabilimento, di cui Antonio Catalani era direttore e gerente; la ricchezza, per gli Zampieri; la quale si riduceva poi a non aver pensiero per l’indomani, a poter fare qualche vestito di più, ad alloggiare in un appartamento in cui la sala da pranzo non avrebbe a servire anche da salotto e da camera per la bambina.

Ada era spesso invitata; Matilde andava spesso da Maria Zampieri; Silverio, gaio, aperto, chiassoso, poiché nulla minacciava la sua felicità, si lasciava adorare.

Aveva intorno gli Zampieri, i Cavalli coi quali era in legami di affari; gli Strògoli per semplice ragione di parassitismo, la stessa suocera donna Appia, la quale aveva attenuato la sua ostilità vedendo che il piccolo Giorgio era meglio curato. Aveva intorno i Valdi, la cui figliuola Amelia aveva dato un poco alla testa di Andrea, una notte, ed ora aveva sposato un fabbricante di automobili milanese, Ferranti, che entrava così nel giro d’affari di Silverio; e i Creffa negozianti e manipolatori di pelliccie, perché Matilde aveva preso a ben volere la signorina Emma Tarabusi ormai quasi fidanzata di Maurizio Creffa, il quale seguitava a farsi chiamare conte. Aveva intorno un mondo, che per motivi diversi lo accarezzava, lo adulava, si valeva del suo credito: e nulla poteva meglio lusingare la vanità di Silverio che quel trambusto ininterrotto, quel trattar di mille questioni, quel succedersi di pettegolezzi e di negozii gravi, che occupavano la sua giornata e la giornata di Matilde. Era, a suo modo, un creatore; vent’anni addietro non significava nulla o quasi nulla, né come uomo né come industriale; oggi come uomo facoltoso, poteva disporre della sorte di molti altri; come industriale aveva vista ricompensata la sua attività con la commenda e per certe specie di affari dettava legge.

Non chiedeva di più.

Ma somigliava a colui che in una capanna ben calda, ben chiusa, ben fornita, ode di tanto in tanto uno scricchiolìo e deve sbirciare intorno per vedere se non si aprano crepe.

Voleva richiamare Andrea. S’avvicinava il secondo Natale, compieva un anno e mezzo all’incirca dacché il ragazzo era assente; ma sentito veramente, come diceva suo padre, il piacere di vivere, egli difendeva da lontano la sua libertà con una tenacia e un’astuzia, alle quali ogni cosa serviva: mutamenti da città a città; lettere dei corrispondenti che lo lodavano e se ne facevano mallevadori, magnificazioni di ciò che vedeva e apprendeva, inviti a venirlo a trovare, sapendo benissimo esser più facile far ballare un elefante che smuovere il padre da Roma.

E tuttavia questi non era tranquillo.

La Casa William Boote and lo avverte un giorno per lettera che sarà spiccata tratta di trecentocinquanta sterline su di lui, a saldo merce spedita tre mesi innanzi.

William Boote! Ma non ho mai avuto affari con questa Ditta! — medita Silverio ad alta voce.

C’era anche Giorgio di ritorno da scuola, venuto a prendere il papà per salire nella sua automobile e fare una corsa da via Venti Settembre a via Nomentana.

Egli vide il babbo suonare uno dei campanelli elettrici sulla scrivania e chiamare il contabile.

Guardi un poco nell’Annuario di quali «articoli» tratta la William Boote and di Londra.

Il contabile sui trent’anni, alto e secco a guisa d’un manico di granata, uscì, rientrò e disse:

Bolloni, viti, binarietti, impianti di Decauville, affini...

Silverio tacque.

Comanda altro? — domandò l’impiegato.

— No, grazie: vada pure!

Il contabile s’avviò; quando è sulla soglia, Silverio lo ferma:

Ascolti: noi abbiamo ordinato...?

Ma s’interruppe, ripetendo la frase:

— No, vada pure!... Non importa...

E uscito lui, Silverio fece a Giorgio:

Uhm!... Andiamo a pranzo!... Uhm!

Voleva dire, insomma, con quel mugolìo a bocca chiusa, che non era contento, che qualche cosa non andava bene? Così interpretava Giorgio; ed interpretava esattamente, perché il babbo fu molto pensieroso, parlò poco e si ritirò subito a leggere i giornali della sera, invece di far la bella chiacchierata del dopo pranzo.

Venne Ada Zampieri con la mamma a prendere il caffè.

Avevano un loro angolino, nel salotto, Ada e Giorgio, dove stavano a chiacchierare; il divano ricoperto da una pelle di tigre, il tavolino di cristallo, due sedili bassi, una grande lampada a stelo color d’oro, ch’era poi d’ottone ben polito. L’angolino se l’erano scelto e quasi consacrato con l’abitudine, perché spesso la signora Maria Zampieri con la figliuoletta venivano a sorbire il caffè, e l’ingegnere si presentava più tardi a prendere la figliuola e la moglie.

L’intimità di Giorgio con Ada, la preferenza ch’egli svelava per questa, erano spiaciute molto a Leonia Cavalli. S’era fatto il varo dell’incrociatore nella vasca, ma Giorgio non aveva dimostrato grande piacere; l’uccisione dei pesci lo sdegnava, quantunque non avesse potuto non ammirar la trovata di caricare i cadaveri più piccoli sulla nave e di trasportarli, come questa ritornasse da un viaggio di esplorazione. Leonia credeva d’averlo sedotto, quand’egli ricominciò a parlar di Ada; e ne parlò tanto, che Leonia finì col piangere.

Egli ammutolì, stupito. Leonia gli disse:

Va’, va’, da quella accattona! Io non ti voglio più!

Giorgio che aveva tra le mani l’incrociatore gocciolante d’acqua, s’infuriò.

Accattona! Tu chiami Ada accattona?

Precisamente!

— Che bell’avverbio! — pensò Giorgio.

Precisamente! Suo padre non veniva a bussar tutti i giorni alla porta di casa tua per avere un impiego? Credi che io non sappia? E dàlli, dàlli, c’è riuscito, quell’affamato! Il tuo babbo è stato troppo buono! E ora, Ada, la tua bella Ada, viene a scuola coi vestiti nuovi e ha i fazzolettini ricamati come i miei... Scema, stupida, stracciona, ignorante, che non è altro!... Come se me ne importasse, a me!...

Giorgio ascoltava a bocca aperta, sbirciando quegli occhi lucenti di lagrime, quel piccolo viso contratto da un’ira traboccante. Credeva fosse finita, ma s’ingannava.

— Io non ti posso cacciare, te! Vieni con la tua mamma, e certo non ti posso cacciare! Ma qui, vedi, qui dove abbiamo giocato, dove abbiamo ucciso e sepolto i pesci, dove io ti ho detto che questi giochi non li faccio che con te, qui in giardino non metterai più piede! Non ti voglio! Giocherò sola, starò sola; oppure chiamerò gli altri; giocherò con Pierino Strògoli e Giovanni Cartolli.

Giorgio si mise a ridere, e rispose romanescamente:

Ammazzali!

— Tu parli come un carrettiere! — disse Leonia sdegnosa, asciugandosi gli occhi e levandosi dal banco di marmo su cui era seduta.

Si drizzava snella e superba, magra e fragile, con un’espressione corrucciata nel volto ovale; e s’avviava verso casa.

Aspetta! — fece Giorgio, piantandole l’incrociatore attraverso il petto per fermarla.

Poi soggiunse in tono di comando:

Prova a sorridere!

Ella lo squadrò da capo a piedi.

— Ti pigli gioco di me? Non ti voglio più, hai inteso?

— No, non capisci: Ada sorride tanto bene con quei denti bianchi! Volevo vedere.

Leonia mutò di colore; gli andò incontro con passo così deciso, ch’egli gettò a terra la nave per fare a pugni. Vide i denti dell’avversaria, bianchi come quelli di Ada, ma serrati tra le labbra schiuse; e sentì sulla pelle lo sfolgorar di quegli occhi. Prima che pensasse a pararsi, gli arrivò uno schiaffo secco e duro, che gli fece poco male, ma lo sbalordì e gli tolse l’idea di reagire.

Sorride bene Ada? E io picchio bene! Hai sentito? Domattina picchierò anche lei; le graffierò la faccia.

— Tu sei molto cattiva! — disse Giorgio con calma, chinandosi a riprendere da terra il suo incrociatore.

Leonia alzò le spalle. Tornava in salotto ove c’erano signori e signore in conversazione. Giorgio la seguì. E ambedue finsero che non fosse avvenuto nulla, perché i grandi non entravano nei loro affari e non dovevano sapere.

Seduto innanzi al tavolino di cristallo, in casa sua, nell’angoletto preferito, l’indomani Giorgio raccontava ad Ada Zampieri la scena con Leonia Cavalli, mentre la mamma beveva il caffè con la mamma di Ada.

— Le hai dato una bella lezione! — disse questa, dimenticando che lo schiaffo se l’era preso Giorgio. — Ma anche a me, sai, stamane a scuola voleva far qualche cosa; mi ha dato una spinta durante la ricreazione, che mi ha buttata contro il muro. Non poteva fare di più: io sono forte...

Bada che non ti graffi, — consigliò Giorgio.

E rimasero in silenzio, meditando.

Pensare, — disse, dopo quella pausa, Ada, — che saremmo così contenti se Leonia non ci fosse! Ma tu hai fatto bene a dirmi che ti ha dato uno schiaffo: tu non sai mentire; un altro avrebbe mentito.

Precisamente! — affermò Giorgio, facendo uso dell’avverbio elegante che adoperava Leonia.

— E sai che cosa avviene quando si mente? Si vede sulla faccia!

Davvero?

— Sì, tutto si vede sulla faccia; le cose brutte a poco a poco ti cambiano la faccia, ti segnano la fronte, ti fanno le rughe, e sul collo ti affiorano tanti bitorzoletti per ogni bugia. Me lo ha detto il babbo.

Dev’essere; anche Leonia quando mi venne incontro aveva mutato faccia. Era bruttissima.

S’interruppe, si alzò per guardare Ada da vicino con attenzione scrupolosa; il volto, il collo, le mani, quelle sue gambe nude splendenti avevano un’epidermide compatta e solida in cui non era traccia di bottoncini. E contento di quella ispezione, Giorgio tornò a sedere, dicendo:

— Ti voglio bene.

— Anch’io ti voglio bene, Giorgio.

Allora egli corse nella sua camera, ne tornò con un fascio di stoffe colorate, scampoli che aveva potuto ottenere facilmente da suo padre e che dovevano servire ad Ada per ritagliarvi gli abitini della bambola.

— Ma sono belli! sono troppo belli! — esclamò l’amica, disponendoli sul tavolino di cristallo e passandovi le mani.

Giorgio non guardava le stoffe; guardava Ada sorridere d’un sorriso chiaro e, per così dire, delicato.

— Sono magnifiche: vedrai che bei vestiti, da passeggio e da ballo, farò per Eufemia!

Eufemia?

— È la bambola; le ho dato il nome della povera nonna. Anche quando avrò una figlia, le darò il nome della nonna.

— Farai bene! — approvò Giorgio gravemente.

— Però, — soggiunse Ada esitando, — non ti pare che è bello pure questo mio vestitino, che ho messo oggi?

Giorgio osservò; un vestitino bigio, d’una stoffa, che sembrava seta tanto era morbida, chiuso alla vita da una grande fascia con una gala che ricadeva sul fianco; e intorno al collo un giro di pelliccia, che faceva sul davanti una piccola scollatura.

— È molto bello! — approvò Giorgio. — Leonia mi aveva detto che hai vestiti nuovi a scuola.

— Sì; babbo ha rifatto ogni cosa alla mamma e a me: vestiti, scarpe, cappellini, biancheria. Ora stiamo proprio bene!

E respirò col respiro di chi esce da una selva oscura a godersi un poco di sole.

Ma la conversazione fu interrotta dal sopraggiungere di nonna Appia, che la signorina Maddalena Pedretti accompagnava. Era questa una dama dalle fattezze lineari e rigide. Sempre vestita di nero, lunga e senza curve, sarebbe parsa scolpita nel legno, se il suo sguardo non fosse stato ilare, giovane, quasi avvolgente.

Ella vide Giorgio e Ada ritornare al loro posto fra gli scampoli dopo aver salutato la nonna. Aveva già osservato in altre occasioni la gelosia infantile di Ada e di Leonia per Giorgio, e qualche notizia dàtale da Lucia l’aveva avvertita del piccolo dramma che si svolgeva tra quei piccoli personaggi.

S’avvicinò ai due, li interrogò, volle conoscere l’età precisa di Ada: non ancora dodici anni. Domandò perché fossero sempre vicini, perché si cercassero di continuo.

Ada e Giorgio si guardarono. Perché? Non lo sapevano. Non avevano alcun bisogno di chiederselo.

L’interrogatorio di Maddalena Pedretti seguitò con quella indiscrezione, con quella pochezza di prudenza, per le quali l’interrogatorio di certi confessori diventa una guida al peccato.

Ada, meno ignara di Giorgio, femmina prima di tutto e precoce, si stancò presto. Crollò le spalle.

— Oh, signorina! Ci vogliamo bene, ecco! C’è bisogno di tante domande? E non facciamo niente di male.

— Anche Leonia vuol bene a Giorgio, — aizzò Maddalena Pedretti con un sorriso senza luce, ma con molta luce negli occhi.

Leonia? — esclamò Ada. — È una cattiva. Ormai ha avuto il conto suo, non è vero, Giorgio?

— Sì; mi ha dato uno schiaffo! — dichiarò Giorgio fieramente.

Maddalena Pedretti rise, e si allontanò per prender parte alla conversazione generale. Si parlava d’Andrea.

Rimarrà ancor molto in Inghilterra? — chiese donna Appia, tenendo tra l’indice e il pollice della destra bianchissima la minuscola tazza di caffè.

Matilde, che conosceva la maniera diplomatica di sua madre e sentiva in quella domanda un’ombra di meraviglia e di rimprovero, s’affrettò a rispondere:

— No certamente. Silverio vuol che sia di ritorno per Natale, e dunque tra non molto. Io spero che questa prova, lontano da casa, tra stranieri, gli sia stata utile.

— Non ne aveva alcun bisogno, del resto. Era tanto buono e studioso! — osservò donna Appia.

— Avrà avuto bisogno d’un po’ di pratica del mondo, — arrischiò Maria Zampieri con qualche timidezza, per compiacere a Matilde.

— E di parlar le lingue e di conoscere le grandi industrie e insomma non dico di farsi uomo, ma di non esser più ragazzo. Tu stessa, mamma, in altri tempi osservavi che bisogna saper parlare il francese e l’inglese.

Donna Appia depose chicchera e piattino sulla piccola tavola che le stava innanzi.

Dicevo per Giorgio, — rispose tranquilla. — Mi contentavo di una governante. Ed egli ne sa quanto prima. Ha imparato il dialetto romanesco! Ma sono cose che non mi riguardano... Che cosa c’è di nuovo? La politica fila in modo soddisfacente?

Ella si rivolgeva a Silverio, il quale entrato allora dopo aver letto i giornali, le aveva preso la mano per baciarla e salutava sorridendo Maria Zampieri.

— La politica? Non me ne occupo, donna Appia! Ho da lavorare. Ma questi giornali portano certe notizie, di tanto in tanto, che vi fanno balzare in piedi. Il suicidio, per esempio, d’un bambino di quindici anni, che si è impiccato perché l’hanno bocciato agli esami! Dramma incredibile! C’è da perdere la testa a pensarci!

E mentre Silverio s’adagiava in una poltrona con espressione di stanchezza, donna Appia disse nel silenzio sopravvenuto:

— La colpa sarà dei genitori!

 

 


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