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Sul finire di novembre, Silverio annunziò che sarebbe partito egli stesso tra pochi giorni a riprendere Andrea e a ricondurlo a casa.
Voleva averlo per Natale, e come il ragazzo sembrava indeciso, egli andava a ripigliarselo. Questa la spiegazione del viaggio improvviso; ma ve n’era un’altra, che Silverio credeva prudente non raccontare ad alcuno.
La Casa William Boote and C° gli aveva scritto recentemente per avvertirlo che non aveva spiccato la tratta di trecentocinquanta sterline già annunziatagli. Si trattava d’un errore. Da un più accurato esame delle partite risultava che la merce non era stata spedita alla Ditta Silverio Astori Import-Export, ma ad un altro cliente, che aveva a suo tempo saldata la fattura.
Silverio scrisse ad Andrea, incaricandolo di recarsi presso la casa William Boote and C° per vedere come stessero le cose; e Andrea rispose cha tutto era come avevano raccontato quei signori: una svista, anzi egli diceva una «gaffe».
Nulla di straordinario: chiunque può sbagliare; la Casa William Boote and C° aveva sbagliato.
E decise di partire a riprendere Andrea.
Quest’episodio, che non capiva bene, e l’altro delle ottocento sterline, che aveva capito benissimo, gli parevan farina dello stesso sacco. In qual modo, per qual ragione, il suo nome figurava d’un tratto fra i debitori d’una Ditta con cui non aveva affari; e in qual modo, per qual ragione, poi, non figurava più?
Fissò il giorno della sua partenza, telegrafò ad Andrea il giorno del suo arrivo, ebbe un lungo colloquio con l’ingegner Catalani per quel che riguardava lo stabilimento e col capo contabile per quel che riguardava gli uffici.
Giorgio, udito parlar d’Inghilterra e di Andrea, aveva deciso di accompagnare il babbo e di rimanere a Londra invece del fratello, perché anch’egli doveva studiar l’inglese e incassar le sterline.
— Quanto a questo poi, — disse il babbo ridendo; — speriamo di no! Ma non vado in Inghilterra: ho rinunziato.
— E dove vai, allora? Perché hai fatto preparar le valigie?
— Vado a vedere un villino: se è bello, lo compero.
— Non in Inghilterra?
— No. A Frascati!
Tuttavia gli scopersero in camera qualche giorno dopo un fagottino con due camicie, due paia di mutande, calze e fazzoletti: era il bagaglio per Londra. Ada lo aveva avvertito che in casa sua si parlava del viaggio di Silverio Astori, e di un viaggio lungo, proprio in Inghilterra.
— Che cosa è questo? — fece la mamma con fronte accigliata, indicandogli il fagotto.
Rosso rosso, e molto turbato, Giorgio rispose:
— È roba che ho messo da parte per regalare a un mio compagno povero!
— Ma è roba buonissima, nuova!
In quel momento Giorgio si rammentò dei bitorzoletti; probabilmente gliene sarebbe comparso uno grossissimo sul naso.
— No! — corresse con decisione. — Io voglio accompagnare il babbo alla stazione e poi saltar dentro nel treno con la mia valigia! Perché non è vero che il babbo va a Frascati. Io so che va a ripigliar Andrea, e ci voglio andare anch’io!
Matilde gli diede uno schiaffetto leggero sulla guancia.
— Non si fa così! — disse. — Si lascia la mamma all’improvviso?
Tuttavia ne parlò a Silverio per chiedergli se non potesse condurre Giorgio, che sognava giorno e notte il grande viaggio nel paese circondato dal mare.
— È impossibile! Deve studiare! — rispose Silverio.
Giorgio, superati gli esami di maturità, era entrato in ginnasio; ma suo padre temeva che i guai cominciassero allora, perché quell’esame di maturità non era stato molto brillante e il bambino si trovava a tu per tu con materie nuove.
Si discuteva una sera durante il pranzo. Matilde non era contraria all’idea del viaggio, che alla fin fine non sarebbe durato molto, e a Giorgio avrebbe fatto grande piacere. Silverio titubava. La fantasia di Giorgio cominciò a galoppare.
Da giorni con Ada aveva segnato sull’atlante in inchiostro rosso il percorso Roma-Londra; e ambedue eran rimasti ammirati della lunghezza. Veramente un viaggio da persone audaci, durante il quale si potevano vedere «tutte le cose», come diceva Ada, e tornare indietro con un’aria importante da schiacciare Leonia, gli Strògoli, Giovannino Cartolli, che andavan di solito a Tivoli e ad Anzio.
Udendo a tavola che le speranze non eran perdute, Giorgio batté le mani, nervoso.
— Vedremo, vedremo! — disse il babbo per calmarlo.
In quel punto suonò il campanello in anticamera.
Un istante dopo, Lucia sopraggiunse, rossa in viso, attonita; dicendo a voce alta:
— Il signorino! Il signorino!...
E sulla soglia comparve Andrea, tenendo nella sinistra il berretto e una pipa corta, la destra ancor guantata e tesa.
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— Tu qui? — esclamò Silverio levandosi ad andargli incontro.
L’arrivo impreveduto scompigliava tante idee e tanti progetti, che nessuno pensò ad esprimere la gioia prima che lo stupore. Giorgio per poco non rimase soffocato da una castagna che aveva in bocca: addio viaggio, addio speranze, addio sogni! Anche Silverio contava ormai di far quella corsa, egli che, pressato dagli affari e occupato nel dare alla famiglia una posizione eminente, non era mai stato all’estero. Lucia si chiedeva se dovesse ricominciare a difendersi dalle voglie cieche del ragazzo. Matilde lo guardava trasognata.
Ma Silverio lo abbracciò e lo baciò; lo baciò anche la madre, ridendo: e Andrea si chinò a baciare Giorgio.
— Siete intontiti! — egli notò. — Datemi da mangiare qualche cosa di buono.
Lucia, preso dalle mani di lui una pelliccia scura e larga, il berretto, i guanti, andava per riporli in anticamera.
Andrea s’era seduto fra Matilde e Silverio.
— Io ho una sorellina! — continuò gaiamente. — Si può fare la sua conoscenza?
— Ora dorme, caro! — disse Matilde. — Ti condurrò a vederla dopo.
— Non avete Porto rosso? — interrogò Andrea, gettando un’occhiata alla boccia del Frascati bianco. — Questo nostro vino non sa di nulla! Un poco di Porto?
Lucia ricominciò a servire il pranzo per Andrea, il quale le gettò un’occhiata sorridendo.
Matilde non sapeva capacitarsi: aveva innanzi agli occhi un giovanotto dalla epidermide accesa, sbrigativo nelle maniere, fattosi forte e svelto, con le spalle larghe, sparita quella ciocca di capelli che gli invadeva la fronte: era il suo ragazzo, il suo Andrea, ch’ella trattava ancor da bambino al momento della partenza: la pipa, il Porto rosso, un certo accento dentale ch’ella avvertiva a mano a mano nella pronunzia, glielo cambiavano, non sapeva ella medesima se in meglio o in peggio. Ne aveva una specie di soggezione, come le fosse capitato in casa un estraneo, il figlio di qualche sua amica, che le avessero raccomandato perché di passaggio a Roma.
— Tu sei un bell’originale! — esclamò Silverio imperturbato. — Ti telegrafo che arrivo mercoledì e mi ritorni sabato! Non potevi aspettare questi pochi giorni?
— Io credeva di fare una sorpresa! — spiegò Andrea.
— Infatti, è una sorpresa! — convenne Silverio.
— Gradevole, — soggiunse Andrea. — Ho sbagliato?
— Ma potevi comprendere che sarei venuto a prenderti volentieri, assai volentieri. Mi avresti fatto un poco da guida: avrei conosciuto sul posto alcuni miei corrispondenti d’affari; saremmo tornati insieme. Anzi, volevo condurre anche Giorgio.
— Sì, anch’io! Venivo io a pigliarti, ecco! E adesso hai guastato ogni cosa! — dichiarò Giorgio imbronciato. — E poi hai cambiato faccia: hai la pelle rossa e i bitorzoli!
Andrea rise. Mangiava con eccellente appetito e non sembrava affatto dolente pei rimproveri di suo padre.
— Credevo che il viaggio fosse un vero sacrificio per te! — disse. — E ho voluto risparmiartelo.
— Bene! Facciamo sempre a non capirci! Se fosse stato un sacrificio, non mi sarei impegnato a telegrafarti, perché so che la strada del ritorno puoi trovarla da te... E ti ho telegrafato appunto perché tu mi aspettassi. Era chiaro!
— Non ho capito niente! — esclamò Andrea, volgendo il viso a sua madre.
— Come stai bene! — disse questa, per addolcire il rimprovero di Silverio. — Ti sei fatto forte e grande. Io avevo sempre paura, di notte, pensando a te, ch’eri solo.
— Temevi che mi mangiassero, mamma? — fece Andrea con una risata.
— Vado a dare qualche ordine, — spiegò Silverio, alzandosi.
Lucia entrò con una bottiglia di Porto rosso sul vassoio. L’aveva mandata a prendere da Ernesto, l’uomo di fatica, il quale veniva la sera ad aiutare in cucina.
Andrea riconobbe da lontano l’etichetta nera con le lettere bianche.
— Ah, molto bene! — disse gioiosamente. — E tu non ti sei ancora maritata, Lucia?
La ragazza sorrise senza rispondere. Andrea mescette un buon bicchiere di Porto.
— Vuoi, mamma?
— Scusami. Alla salute di tutti!
Pareva veramente, dal poco che se ne capiva, fosse ormai difficile se non impossibile tenere a freno quel poledro scatenato. Gli occhi di Matilde andavano incessantemente da lui a Giorgio, quasi per rilevare l’ingenuità fresca, la duttilità gentile di questi in paragone dell’altro, giovane fattosi repentinamente gagliardo; col quale era ormai più giusto discutere che comandare.
Egli disse che Roma, dopo le grandi città inglesi, gli faceva l’effetto di un villaggio a luce elettrica.
— Quattro gatti per le strade, quattro ronzini, e questa è la capitale!
— Oh, Andrea! — fece Matilde scandalizzata.
— Sì, capisco ciò che vuoi dirmi. Antichità, storia, bellezze naturali, clima, tradizioni di civiltà secolari... Molto bene. Ma io ho sentito una malinconia invincibile, mentre la carrozzella mi riconduceva a casa.
S’interruppe, si volse a Giorgio.
— E il capitano Tarafià? È sempre in guerra?
Giorgio rise, ma alzò le spalle.
— Ora ho un incrociatore, — disse, — che trasporta i pesci morti!
— Insomma, io preferisco la nostra nebbia! — esclamò Andrea.
Matilde inarcò le sopracciglia.
— La nebbia di Londra, voglio dire; nebbia inglese, autentica, che ti dà l’appetito! — soggiunse Andrea.
Allora il buon senso pacifico di Matilde pigliò, senza volerlo, la rivincita.
— Tu hai sbagliato, vedi? Ti sarebbe stato facile rimanere in Inghilterra quanto ti fosse piaciuto; venir qui a trovarci, per esempio, e poi tornar lassù. Ma bisognava che tu fossi utile, che tu lavorassi in qualche maniera. Invece sei costato molto. E Silverio non è contento. A me non ha detto nulla, ma io ho capito!
— Sì, il babbo ha fatto «uhm» quel giorno! — rammentò Giorgio.
— Quale giorno? — chiese Andrea, corrugando la fronte.
— Non so: un giorno che ha ricevuto la lettera.
— Qualche commissione, qualche affaruccio lo hai combinato, — seguitò Matilde, — Ma in complesso hai dato l’impressione di non badare a nulla e di divertirti. Perché non hai scritto una parola quando il babbo ti annunziò la nascita di Giuliana? Egli s’aspettava gli augurii, qualche cosa di cordiale, e rimase mortificato.
— È vero, — confessò Andrea. — Ma ero in un momento critico, voglio dire avevo da fare, da pensare. Non supponevo che una mia parola...
— Come, non supponevi?... Giuliana è tua sorella! — rilevò Matilde.
— E andiamo a vedere Giuliana! — disse Andrea bruscamente, alzandosi per troncare un discorso che lo infastidiva.
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Egli aveva la sensazione d’essere tagliato fuori. La sua camera non esisteva più; ne avevan fatto una sala per Giorgio. Quella piccola Giuliana addormentata dentro la culla con un naso che pareva una patatina e un visetto che pareva una mela, lo commosse mediocremente. Non capiva gli entusiasmi di suo padre. A lui avevan preparato in fretta e furia una camera, o per meglio dire avevan drizzato il letto in una stanza piena di bauli, di cappelliere, di valigie, di tende smesse. L’indomani senza dubbio quegli ingombri sarebbero scomparsi e ad un addobbo vero e conveniente si sarebbe subito provveduto. Egli era arrivato di sera, senza avvisare; ma tra l’arrivo e la partenza lontana, che ricordava bene in tutti i suoi particolari, c’era una differenza notevole, pur tenendo conto dell’impreveduto.
C’era qualche cosa in aria, più che nei fatti, come se la famiglia si fosse richiusa tra Silverio, Matilde, Giuliana e Giorgio, lasciato lui a distanza. Udiva parlare di persone che non conosceva; vedeva Giorgio considerato e amato assai più che non fosse diciotto o venti mesi addietro; sentiva infreddito molto il cuore di suo padre, un poco anche il cuore della mamma, la quale sembrava più sbalordita che contenta. La sera dell’arrivo, con quella foga in cui c’era un poco di ostentazione, aveva parlato sbadatamente piuttosto della vita notturna di Leicester Square e di Piccadilly che delle grandi Case manifatturiere; piuttosto di certe ragazze chiamate Garden Rose che dei grandi industriali conosciuti a Bristol e a Londra. E aveva sentito una freddezza intorno, la quale somigliava a ostilità.
Coricatosi a notte alta, poiché s’era trattenuto a chiacchierare fin tardi, non gli riuscì di pigliar sonno.
L’accoglienza era ingiusta: chi lo aveva mandato pel mondo? Suo padre. E ora suo padre gli tiene il broncio perché solo e libero a diciott’anni s’è divertito, perché ha ceduto alle mille tentazioni affascinanti d’una fastosa metropoli? Suo padre aveva torto.
E l’accoglienza ingiustificata, — egli diceva stupida senz’altro, — lo avrebbe lasciato indifferente, se non avesse avuto per lui, in quel momento, una importanza stragrande. Aveva bisogno di confessare qualche cosa; aveva bisogno che suo padre lo aiutasse e lo perdonasse. Quell’accoglienza tepida da una parte, severa dall’altra, lo impauriva repentinamente.
Da lontano gli era parso che la cosa fosse agevole; che con una scappata a Roma e un’allegra chiacchierata si sarebbero accomodate le cose alla svelta. Il tempo gli aveva fatto dimenticare la fisionomia morale di suo padre, e a poco a poco egli se n’era foggiato un profilo di suo gradimento.
La realtà innanzi alla quale si trovava di colpo, lo sbigottiva.
Perfino sua madre gli aveva detto, tra le prime confidenze:
— Sei costato molto!
C’era ben altro; v’eran centinaia di sterline da trovare al più presto, prima che si scoprisse qualche cosa di peggio. Egli tornava senza un soldo in tasca: le ultime cinque lire le aveva date di mancia al vetturale, grandiosamente.
Nessuno aveva capito che la fretta di rincasare significava appunto la paura che il padre giungesse a Londra; e parlando e girando, scoprisse tutti i suoi imbrogli di danaro; Andrea aveva parato una botta con rapidità, insomma.
Ora, a ragion veduta, sarebbe stato meglio che suo padre avesse capito o almeno subodorato qualche cosa, invece di credere che Andrea tornava per riprendere la vita normale con la stessa facilità con cui si chiude una partita di commercio.
A Londra, ogni volta che si lasciava trascinare a commettere un’azione di cattivo gusto, se ne confortava subito, pensando che poi avrebbe raccontato al babbo, il quale aveva gran cuore e gli voleva molto bene. Il babbo diventava così nella sua imaginazione una specie di confessore con obbligo di assoluzione.
Era invece un galantuomo rigido, che non tollerava azioni scorrette.
E un temperamento spoglio di passioni.
— Chi sa mai se da giovane ha avuto amanti? — esclamò Andrea ad alta voce, nella notte.
Nulla a sperare da lui.
E allora, da chi? Perché da quella angoscia bisognava uscire. Tra una ventina di giorni, alla fin d’anno o ai primi del nuovo, si sarebbero scoperti gli imbrogli ond’egli aveva seminato la sua strada. E non era possibile, no, non era giusto che un ragazzo si rovinasse per poche migliaia di lire, mentre un giorno sarebbe stato ricco! Bisognava lottare.
Passò in rivista affannosamente col pensiero le persone alle quali poteva chiedere aiuto: ma gente disposta a sborsare una somma notevole per cavar lui d’impiccio, non ne vide; e arrischiare una confessione a un estraneo per toccar poi un rifiuto, era pericoloso e sciocco.
Li pesò tutti: nonna Appia, il commendator Paschetti che aveva fatto recentemente un’eredità, l’ingegner Catalani, il contino Creffa, i Valdi, parecchi industriali facoltosi; ma non c’era uno che, o perché non poteva o perché non voleva, dopo essersi scusato di non aiutarlo, non avrebbe avvertito suo padre.
Che rimaneva? Mettersi fra gli artigli degli strozzini?
Tornò al contino Creffa. Era giovane di mondo, vanitoso, ricco, leggero, che poteva comprendere le scapestrerie commesse da Andrea e aiutarlo.
Aiutarlo perché? Snocciolare una somma contro quale garanzia? Aspettare per anni la restituzione?
Da qualsiasi parte si volgesse, Andrea si sentiva chiuso come tra alte mura inaccessibili. Minorenne, senza professione, figlio di famiglia che non guadagnava un soldo, la sua firma valeva lo stesso che quella di Giorgio o del capitano Tarafià. Senza il consentimento del padre, egli non era nulla. D’altra parte, un certo amor proprio lo pungeva: ritornare da un lungo soggiorno all’estero e subito mettersi a bussare alle porte degli amici per chiedere danaro a prestito, gli sembrava indecoroso.
Ma confessare, anche, confessare a suo padre, sentirsi addosso quegli sguardi immobili in quel volto freddo; no, crollasse il mondo, confessare non era possibile!
Si addormentò sull’alba, pesantemente; e fu risvegliato da qualche cosa, da qualcuno, che gli si arrampicava sul letto.
Aperse gli occhi a fatica, riconobbe Giorgio che rideva:
— Tu dormi, pigro, ancora come fossi a Londra! Buon giorno!
Giorgio aveva la sua cartella a zaino, un berretto di pelo tra le mani guantate.
— Sta’ a letto, che piove — egli seguitò. — Ora ti porteranno il caffè. Io l’ho già bevuto, col pane e il burro... Addio!
Si lasciò scivolare a terra dalla sponda del letto su cui aveva trovato posto un istante, e si avviò, calcandosi il berretto in capo. Ma prima di scomparire, soggiunse:
— Guarda che Leonia Cavalli vuole sposarti.
— E chi è?
— Una mia amica di quattordici anni.
Quel risveglio al quale non era più avvezzo gli fece piacere.
Ma l’altro era già in anticamera e usciva; usciva e tornava solo, da quando aveva finito le elementari.
Giorgio! Fra tante conoscenze, fra tanti amici febbrilmente evocati durante la notte insonne, Andrea lo aveva dimenticato! E non poteva aiutarlo? non godeva ormai di un notevole ascendente sul padre? non sarebbe stato un grazioso e gentile intermediario?
Intermediario di che...? Bisognava raccontar prima di tutto a lui ciò ch’egli avrebbe poi raccontato al babbo; ma Giorgio non era ancora in età da comprendere: il poker, il baccarà, le tre sorelle Garden Rose, le scommesse alle corse... Che, si poteva fare simile narrazione a un ragazzetto?
— Se vado di questo passo, io impazzisco! — disse Andrea a sé medesimo.
E udendo il rumore monotono della pioggia, si voltò su un fianco e tentò di riaddormentarsi.
La giornata non fu bella per lui. Uscito un poco a passeggio, sentì la nostalgia del paese lontano e della sconfinata libertà che vi aveva goduto. A Londra era milionario; qui un minorenne. Là disponeva del suo tempo a capriccio, elegantemente: qui aveva alle spalle una famiglia con abitudini diventate leggi, con un codice intimo che suo padre rappresentava.
Anch’egli, tra quegli stranieri, usava spesso d’un titolo nobiliare a cui non aveva diritto; era tra i giovani di mondo, il marchese Astori; e come i quattrini non gli mancavano mai, sosteneva con disinvoltura gli impegni del titolo e della posizione brillante di cui portava la maschera.
Andò e tornò a piedi, perché non aveva quattrini. Chiederne sarebbe stato lo stesso che aprire una discussione, la quale lo spaventava. Girò e rigirò dentro una tasca del soprabito la sua pipetta vuota, con un gran desiderio di fumare un certo tabacco lungo e biondo, che c’era anche a Roma presso i tabaccai ben forniti. Ma non poteva comperarselo.
Poi fu colto da un pensiero improvviso che gli diede un brivido.
Forse il babbo aveva già spedito le fatture alle Case di cui era creditore? Le risposte sarebbero piovute tra poco: abbiamo rimesso la somma a vostro figlio, il quale si è presentato con regolare procura!
Dio, è terribile!... Bisogna trovare il danaro, subito; e alla prima osservazione, sborsarlo al padre con indifferenza: me ne ero dimenticato: avevo la somma e non me ne ricordavo più... Trovare il danaro o confessare. Impedire, ad ogni modo, anche pel buon nome della Casa Silverio Astori, Import-Export, al quale il babbo teneva tanto, impedire ch’egli mandasse fatture e scrivesse lettere, che avrebbero dato alle Case estere una cattiva idea della sua amministrazione.
Trovare il danaro o confessare...!
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Giorgio tornò da scuola verso le due, mangiò un panino su cui avevano steso un po’ di burro e un po’ di zucchero, poi andò nella sua cameretta a preparare il compito... Verso le cinque sarebbe venuta Ada con la mamma; Ada doveva portare la bambola vestita a nuovo con gli scampoli avuti in dono.
Era aperta la camera di comunicazione tra la cameretta e quella ch’era stata un giorno la camera di Andrea, ora accomodata a salottino.
Giorgio doveva tradurre alcune piccole frasi dall’italiano in latino: «la formica è diligente; dammi delle rose...» Aveva a fianco una lampadina elettrica, il cui paralume gettava la luce sul tavolino e sui fogli bianchi, lasciando il resto della camera nell’ombra grigia della giornata piovosa.
E mentre meditava su quel «delle rose» che il professore gli aveva detto non essere un genitivo, udì uno scalpiccìo nel salottino attiguo, e indi a poco vide comparire Andrea sulla soglia.
Egli si chinò a leggere ciò che scriveva il fratello.
— Ma non si dice rosarum! — notò. — Si tratta di un accusativo. Scrivi: Da mihi rosas.
— È vero! — esclamò Giorgio. — Così va bene.
Andrea sedette a fianco del tavolino e fu illuminato dalla lampada elettrica. Veramente era cambiato: sul suo volto si leggevano alcune cose, le quali non apparivano una volta, al momento di partir per quel grande viaggio. E rammentata la teoria di Ada Zampieri, parve a Giorgio che quelle cose non fossero belle, che chi sapeva leggere nel viso avrebbe indovinato nel viso di Andrea una storia da non potersi raccontare.
E Andrea lo aiutò, gli fece tutto il compito di latino con tanta sicurezza che diventava un impegno per i compiti successivi. Ma se levava gli occhi dallo scritto, Giorgio vedeva quella fronte corrugarsi, quegli sguardi perdersi in un pensiero lontano, un’espressione d’angoscia sopravvenir d’improvviso. Non riusciva a darsene ragione.
Quando il compito fu finito con la firma sulla parte esterna del foglio piegato a metà, Andrea disse:
— Anche tu devi aiutarmi, Giorgio!
C’era del nuovo: un senso di affetto in quelle parole, che Giorgio non aveva mai avvertito; e qualche cosa come una stanchezza scorata; onde egli rispose con impeto:
— Dimmi: ti aiuterò! Dimmi che cosa devo fare!
E balzò dalla sedia per veder meglio il fratello; ma questi non rispose subito, e si passò le mani rosse sul volto acceso, lentamente, fino ai capelli.
— Che debbo fare? — ripeté Giorgio stupito.
Andrea si riprese con uno sforzo.
— Bisogna confessare tutto al papà! Io non ho il coraggio: mi ha ricevuto così freddamente perché non l’ho aspettato; e anche la mamma mi ha rimproverato perché ho speso troppo... Non ho il coraggio di dire la verità intera, e fra poco scopriranno ogni cosa, se taccio...! Trovar danaro mi è impossibile: ci ho pensato stanotte, ma non conosco nessuno, nessuno che me lo darebbe; perché poi si deve restituire; e come, quando, posso restituire millecinquecento sterline, trentasettemilacinquecento lire?
Giorgio ascoltava a bocca aperta, con una mano nell’altra, appoggiato a un angolo del tavolino. Ascoltava come una favola; ma il personaggio favoloso che giuocava con le sterline stava innanzi a lui, angosciato, disperato, perduto; ed era suo fratello, che pareva tornare da un mondo infernale in cui il danaro non basta mai; ed era suo fratello, Andrea, che una volta gli dava gli scapaccioni per il capitano Tarafià, che Lucia aveva picchiato, ma che non era cattivo, no, non era cattivo!
— Ho fatto molte brutte cose, lassù, — confessò Andrea.
— L’ho capito, dalla tua faccia! — disse Giorgio.
— Si vede, si capisce, a guardarmi?
— Sì. Io ho capito che hai detto le bugie.
— È vero: per forza! Mi sono messo con certi amici che mi facevano spendere molto danaro, mentre, stupido, avrei potuto vivere con la gente che lavora e che guadagna, e starmene beato, guadagnando io pure... Ma mi piaceva divertirmi di notte, fare il signore. E se mi mancava danaro, prendevo il danaro che i commercianti dovevano al babbo... Capisci?
— Sì, una volta il babbo si è arrabbiato, perché tu gli prendesti le sterline...
— Ah, la storia di Middleton Stanley! — interruppe Andrea. — Ottocento sterline! Io ho cercato di aggiustarla inventando una lettera della Casa, e il babbo mi perdonò. Ma poi ho seguitato; il mensile non mi bastava; avevo perduto nelle corse e al giuoco: bisognava pagare subito. Comperai della roba da William Boote a nome del babbo, e la rivendetti a prezzo basso...
— Fu quando arrivò la lettera, — rammentò Giorgio, — e il babbo fece «uhm!»
— Questa l’ho appianata, pagando poi io, quando seppi che stavano per spiccare tratta sul papà. Ma intanto io seguitava a incassare invece di lui...
Tacque un istante e fissò Giorgio in volto.
— Tu capisci, tu capisci, non è vero, che brutte azioni son queste? — riprese improvvisamente, afferrando Giorgio per un braccio e scuotendolo. — Tu capisci che bisogna nascondere, riparare!
— Ma io, come posso?...
Si alzò bruscamente, fece il giro della camera a lunghi passi, ritrovò in una tasca della giacca la sua pipetta. Si fermò d’improvviso innanzi al fratello:
Giorgio, il quale non s’era staccato dall’angolo del tavolino per seguir degli occhi le mosse irrequiete d’Andrea, rispose:
— Denaro? Trentasettemila?...
— Ma no, non dire sciocchezze! Pochi soldi, per il tabacco della mia pipa!
— Sì ho cinque lire! — fece Giorgio, aprendo il cassetto del tavolino ed estraendone una piccola scatola.
Andrea suonò il campanello, e poco di poi comparve la cameriera.
— Lucia, manda qualcuno a prendermi un pacchetto di tabacco Làtsciari per la pipa.
— Sì, signorino!
— Tu non hai più nulla? — domandò Giorgio stupefatto. — Neanche una sterlina?
— Neanche un centesimo! — disse Andrea fieramente. — La vita di lusso, caro mio, a Londra non è uno scherzo!
— E perché non domandi a papà...?
— Bravo: domandare a papà, quando tu stesso sei sbalordito di vedermi tornare senza il becco d’un quattrino! Credi che papà non sappia quanto dovrei avere in tasca? Egli nota tutto!
— Dimmi, — rispose Giorgio, — come posso aiutarti?
Lucia ritornò, porgendo sopra un vassoio d’argento il pacchetto del tabacco e il resto del danaro, con uno sguardo di mal velata meraviglia ai due fratelli per l’inconsueto colloquio.
— Ora ascolta, — fece Andrea, non appena Lucia si fu ritirata.
Egli, preso avidamente il pacchetto, aveva caricata la pipa con rapidità e aspirava le prime boccate di fumo, che parvero calmarlo un poco.
— Il resto puoi tenerlo, — disse Giorgio, offrendogli il danaro sul palmo della mano. — Ti servirà pel tabacco!
— Sì, è giusto!
Giorgio sedette presso il tavolino, in piena luce, la bocca schiusa in una tensione d’attesa; e i capelli biondi, che cominciavano a farsi castanei come quelli di Andrea, davan guizzi d’oro e di bronzo. Un piccolo angiolo che rasenta l’inferno non avrebbe espressione più intensa, più inquieta, più commossa nel volto delicato e puro.
---
— Ora, ascolta! — seguitò Andrea. — Devo spiegarti il meccanismo del mio giuoco, perché tu capisca la gravità della mala azione e la necessità di ripararne le conseguenze. Credo che tu puoi intendermi. Il mensile non mi bastava nemmeno per l’automobile. Fatto il colpo delle ottocento sterline di Middleton Stanley and Brothers, pensai che si potesse continuare. Ero impegnato; a Leicester Square e a Piccadilly è molto conosciuto il marchese Andrea Astori...
— Sei tu? — interruppe Giorgio senza sorridere.
— Sì; quel titolo mi stava bene. Ero impegnato; non potevo mancare né a un teatro importante, né a una cena, né sul turf di Epsom e di Ascot, né a una partita forte di poker. E avevo una disdetta, caro mio, una disdetta veramente da gran signore! Mi decisi a riscuotere i crediti del babbo... In qual modo? Grog mi aveva detto che avrei incontrato qualche difficoltà.
— Chi è Grog? — domandò Giorgio.
— Grog è un nobile autentico andato in malora: il conte Percy Stanhope, di ventisette anni. Noi lo chiamiamo Grog perché beve. È un demonio, che mi ha abbacinato: le azioni più stravaganti, più pazze, più disoneste, gli sembrano facili ed ordinarie, e a furia di parlartene come di roba d’ogni giorno, finisce col persuaderti che il nero è bianco e la tenebra è la luce. Io mi arrischiai a fare una procura falsa... Sai che cosa è una procura?
— No, non so nulla! — disse Giorgio come trasognato.
— È una carta con la firma del babbo, che ti dà il diritto di rappresentarlo, di trattar gli affari, di pagare e di riscuotere invece di lui.
Andrea dovette interrompersi. Il volto di Giorgio significava un tale stupore, un tale spavento, che l’altro poté finalmente pesare con sicura esattezza l’azione che aveva commessa: doveva essere orribile!
— Ma tu, — balbettò Giorgio, — hai falsificato la firma del babbo? Ne hai falsificato altre, mi ricordo, perché Catalani voleva confrontare, e la mamma non voleva...
— Sì, la firma di Middleton Stanley!
— Oh, Andrea, Andrea! — gridò Giorgio, gettandosi dalla sedia e avvicinandosi istintivamente al suo lettuccio. — Io non posso raccontare questo al babbo! Non posso, non posso! Ho paura!
Andrea tacque, sgominato. Sentiva la catastrofe avvolgerlo e dominarlo. Se quell’innocente lo abbandonava, chi gli avrebbe steso la mano?
— Ma perché hai paura? — disse sottovoce, senza muoversi. — Non sei stato tu, non hai alcuna colpa! Devi soltanto raccontare e chiedere il perdono per me!
— Quando, quando devo raccontarglielo? — esclamò Giorgio. — Ho paura della sua faccia, che diventerà grande grande con gli occhi spalancati.
— Stai zitto! Fai paura anche a me! — interruppe Andrea.
E rimasero in silenzio, Giorgio presso il lettino come dietro un fidato riparo, Andrea ritto nell’ombra con la persona che si disegnava contro il rettangolo più chiaro della finestra.
Tuttavia il terrore del domani spinse Andrea a riprendere:
— Eppure, Giorgio, bisogna che tu dica al babbo... un poco per volta, cogliendo le occasioni, bisogna che tu dica tutto! Vuoi abbandonarmi?
— Io non parlo, io non parlo, io non parlo! — dichiarò Giorgio spaurito.
Stette un istante a riflettere, poi soggiunse:
— Trova il denaro! Se trovi il danaro, come fai?
— Se trovò il danaro, dico al babbo: «Non mandar le fatture alle Case inglesi, perché ho già riscosso io per te, e la somma eccotela qui!»
— Ed egli crederà?
— Crederà o non crederà, ma io non farò la figura di essermi appropriato della roba sua; e della procura falsa nessuno saprà nulla!
— Vedi come va bene!... Trova il danaro!
Andrea fece un gesto disperato, allargando le braccia nel vuoto e lasciandole ricadere.
— Ma sei matto! Chi mi darà trentasettemila lire?
— La nonna! — fece Giorgio, appuntando l’indice alla fronte. — Zia Appia!
Andrea balzò presso il tavolino: Giorgio corse a sedervisi innanzi.
Avevano udito nella stanza attigua il passo di Silverio.
— È un accusativo, capisci? — finse di spiegare Andrea con voce di cui dominava a fatica il turbamento. — Accusativo plurale.
Silverio entrò, diede un’occhiata ai due figliuoli, il maggiore curvo sulla spalla del più piccolo, e sorrise.
I due alzarono il capo a guardare il volto pacifico, il quale si sarebbe fatto grande grande con gli occhi spalancati. Sotto quell’impressione tacquero.
— Tu, spiègagli, Andrea, ma non aiutarlo troppo, — raccomandò Silverio, — perché deve imparare da sé.
— L’ho finito il cómpito, babbo! — annunziò Giorgio con voce un poco incerta. — E va bene.
— Potete venir di là; ci sono i vostri amici! — invitò Silverio andandosene.
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Giorgio lo seguì subito a corsa.
Aveva bisogno di veder Ada, di giuocare, di saltare, di ridere, di dire sciocchezze. Non voleva più pensare a quelle cose brutte. Gli sarebbe piaciuto di cantare come per non udire parole che potevano fargli male.
Abbracciò Ada ridendo, diede un buffetto sul naso alla bambola ch’ella gli porgeva:
Ma egli non le badò; scorta la nonna in un angolo, corse a lei, la prese fortemente per le mani, gridando:
— Zia Appia, devi suonare! Devi suonare quella musica come quando vedevo il mare in burrasca: quella musica bella!
— Ma che idea? Perché questa furia?
Egli la trascinava al piano; la fece sedere, alzò il coperchio.
E gettandosi a’ suoi piedi, stette ad ascoltare beato la sinfonia del mare color d’amaranto.