Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

XI.

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XI.

 

Nell’ora in cui Silverio era abitualmente allo stabilimento di via Flaminia, il contabile capo vide giungere Andrea negli uffici di via Venti Settembre.

Disse che, passando a caso, era salito a dare una stretta di mano agli impiegati. I quali, lasciato per un istante il lavoro, attorniarono Andrea, gli fecero festa, lo interrogarono sul suo viaggio. Egli diede notizia della grande vita inglese, descrisse alcuni grossi industriali conosciuti personalmente, raccontò qualche aneddoto in parte vero, in parte acconciato con la fantasia.

A tutti parve molto cambiato. Il suo modo d’entrare, d’uscire, di sedere, di guardare, non era più da ragazzo; e il vestire, — impermeabile perfetto, grossi guanti, scarpe rosso scuro con ganci d’ottonecompieva quella fisionomia nuova di giovane gentiluomo, che ha visto molte cose e nutre forti propositi d’azione.

Gli impiegati ne furono contenti e dovettero parlarne poi a lungo.

Allorché Andrea si vide solo nello studio del capo-contabile, trasse la pipetta, la caricò, l’accese.

Dica, Vanzelli, — fece distrattamente. — Lei può darmi una informazione.

— Sono ai suoi ordini.

— È stata spedita la fattura ad Albert Hudson di Bristol?

— Certamente.

— E a Isaac Morbio?

— Anche!

— E a George Davidson?

— Tutte le fatture e gli stati di conto dell’estero, Francia, Inghilterra, Germania, sono partiti tre giorni fa! — disse, in sintesi, il capo-contabile.

Accidenti! — esclamò Andrea, levandosi la pipa di bocca.

Il Vanzelli lo guardò con espressione interrogativa.

— Quelle fatture, — ripigliò Andrea, — bisognava spedirle più tardi. Me ne avevano pregato i titolari delle Ditte, per certe loro ragioni. Io ho dimenticato di avvertirla.

Ormai è fatta! — disse il Vanzelli. — Ma se hanno bisogno d’un ritardo nel pagamento, lo chiederanno; e il commendatore Silverio non avrà difficoltà ad accordarlo. Mi pare strano, però. Lei sa meglio di me che si tratta di Case colossali e il loro debito, tra tutte, non arriva a duemila sterline, se ben ricordo.

Millecinquecento, — indicò Andrea.

Millecinquecento; una cifra ridicola per aziende di quella forza.

— Che vuole? Mi avevano pregato, come le dico, e io non chiesi la ragione...

Giustissimo. Ma accorderemo il ritardo volontieri.

Andrea si alzò e stese la mano al capo-contabile.

— In ogni modo, la prego di non dir nulla al babbo! — concluse gaiamente. — Voglio risparmiarmi i rimproveri che mi farebbe per la mia dimenticanza.

— S’imagini! Al commendatore non dirò parola! — promise il Vanzelli.

E accompagnò Andrea fin sulla soglia, fin sul ripiano.

Ma tornato poi allo studio, rimase un istante nel mezzo della stanza, la penna all’orecchio destro, gli occhi a terra.

— Qui c’è qualche novità! — disse ad alta voce.

Eran già passate per le mani di lui la vecchia lettera della Casa Middleton Stanley, le due lettere della William Boote and ; ora la nuova storia inverosimile di Case strapotenti che chiedevan la mora a un pagamento di men che quarantamila lire in tre; e la conoscenza esatta della cifra da parte di Andrea, formavano un piccolo imbroglio, che non poteva non riuscire subito chiaro all’acume abituale del contabile.

— Ho bell’e visto, — pensò. — Un’altra ragazzata! Costa caro al commendatore il viaggio del figliuolo!

E il figliuolo Andrea, uscito in istrada, dichiarava a sé medesimo di essere un imbecille. Se invece di bighellonare per la città, non appena di ritorno fosse andato dal capo-contabile, sarebbe riuscito a tardar l’invio di quelle fatture con un pretesto qualsiasi... E perché non dire chiaramente ogni cosa al Vanzelli, un bravuomo affezionato? perché non confessare?

— Io sono preso dalla manìa di confessare! — pensò Andrea. — Non si deve confessare che a chi può prestare aiuto. Trentasette mila lire il Vanzelli non le ha da darmi; o le ha, e se le tiene... Però, un giorno sarò io il padrone, e il danaro che il Vanzelli mi desse oggi, non sarebbe perduto... Già: ma può crepare lui; posso crepare io. Tre giorni! Ormai le fatture sono arrivate! Purché qualche impiegato zelante non telegrafi addirittura che il saldo è stato fatto a me!... No: avranno centinaia di fatture da verificare per la chiusura dell’anno. C’è tempo! ci deve essere tempo. Mi lasciassero far Natale almeno in pace!

L’idea del Natale lo turbava; l’ultimo, l’aveva passato a Londra assai profanamente e gaiamente in casa delle sorelle Garden Rose, in Old Bond Street spendendo molto per non parer da meno di quei quattro o cinque giovinotti che facevano come lui la corte a quelle bellezze; grande cena, conversazione calda e arguta, le fanciulle scollate fino alle reni; e infine un banco di baccarà e alcuni giri di poker, che gli avevano vuotate le tasche.

Questo bell’episodio era lontano; Betsy Garden Rose l’aveva poi tradito per denaro con un grosso arnese della City. Ma se ne era pentita amaramente, quantunque seguitasse a tradirlo. Misteri, — egli diceva, della psiche femminile. Necessità, — diceva Grog, — di pelliccie costose.

Il Natale prossimo non prometteva nulla di simile: in casa, senza un soldo, con la compagnia poco allegra della famiglia. Ma lo lasciassero almeno tranquillo; potesse almeno dimenticare gli spettri di Isaac Morbio, le insegne del quale tenevan quattro piani di un palazzo all’angolo di Dover Street con Piccadilly; e di George Davidson, che masticava sempre un avana spento, parlando a denti stretti, che chi capiva il suo inglese era bravo!

Uscito dall’ufficio di suo padre, invece di tornare a casa, Andrea andò a trovar di malavoglia la nonna Appia.

— Se è sola, le confesso tutto! — promise a sé medesimo. — Giorgio ha detto che il danaro bisogna domandarlo a lei.

E sperava che non fosse sola, perché sentiva che il coraggio della confessione e della richiesta gli sarebbe mancato.

Donna Appia, infatti non era sola; ma accolse con piacere il nipote.

— Ti sei ricordato della vecchietta? È molto gentile da parte tua. Conosci la signora Ferranti?

Additò una giovane che sedeva in una larga poltrona, invasa piuttosto da una sontuosa pelliccia di zibellino che dalla sua persona sottile. Andrea la ravvisò subito.

— Certo! — disse, chinandosi a baciarle la mano.

Rammentava la sera a cena in cui la signorina Amelia Valdi, oggi signora Ferranti, gli stava al fianco, ed egli la voleva, e voleva anche l’altra signorina, che stava dall’altra parte; fantasie incredibili, di cui ora avrebbe riso, se non avesse avuto pel capo cose più gravi.

Ma gli parve che Amelia fosse assai bella, con grandi occhi scuri nel volto bianco; e gli piacque la voce, la quale domandava:

— Ci dica qualche cosa di Londra!

Mentre parlava di Londra, — della gigantesca Londra che lavora, non di quella che si diverte, — egli sbirciava il volto e la persona della sua interlocutrice, la quale sembrava ascoltar con diletto; onde egli pensò buffonescamente:

— Se s’innamorasse di me e mi prestasse le trentasettemila?...

Sopraggiunsero altre visite; poco dopo Amelia Ferranti, tolse congedo, proprio nel momento in cui anche Andrea stava per andarsene; ma egli si trattenne in anticamera.

Non aveva in tasca che tre lire, dategli da Giorgio. Se la signora permetteva di riaccompagnarla a casa, non c’era di che pagar la vettura.

Uscì solo, a piedi. Vide appunto allontanarsi una carrozza da nolo con Amelia Ferranti. Ne fissò fin che poté il cappellino nero, pensò al volto pallido dai grandi occhi. L’occasione di quell’amore, — egli se lo faceva certo, — morta sul nascere per mancanza di pochi spiccioli, lo infuriò.

— No, non è possibile: non la può durare! Che il figlio d’un milionario debba andare sempre a piedi perché non ha un baiocco, è assurdo, è immorale, è cretino! Sarà quel che sarà, io dico tutto al babbo!

Tornato a casa, vide subito Giorgio che ripuliva accuratamente la nave.

— Sono stato dalla nonna! — annunziò Andrea.

Giorgio non rispose. Pensava ad Ada Zampieri: bisognava dirle che Leonia Cavalli lo aveva invitato di nuovo, e Ada certo ne avrebbe patito.

— Non me li ha mica dati, i denari! — seguitò Andrea.

— Le hai raccontato ogni cosa? — esclamò Giorgio.

— Stai fresco! Neanche una parola. Tu sai che ha sempre avuto una grande antipatia per me. E figurati se le racconto quel po’ po’ di roba!

— Ma se non le dici, come può darti il danaro?

Andrea alzò le spalle bruscamente.

— Non le dico nulla! Sei tu che devi salvarmi; tu solo puoi parlare col babbo.

Il volto di Giorgio si abbuiò e quasi si restrinse nella morsa di una angustia cocente.

— Bisogna che tu parli! — insistette Andrea. — Ti pare che io, figlio d’un milionario, debba camminare sempre a piedi, anche quando sono stanco, e non aver da pagare una bibita se ho sete? Dove andiamo a finire?

— Ma, — balbettò Giorgio, — il papà non ti darà niente di denari, se io gli dico che gliene hai rubati tanti!

Rubati, rubati! Che maniera d’esprimersi! La roba del babbo è nostra, alla fin fine!

— E perché allora hai paura? — osservò Giorgio.

La logica istintiva di quel ragazzetto colpiva e irritava suo fratello.

Pensiamo, — disse questi. — Che cosa farà il babbo quando gli avrò raccontato ogni cosa?

Giorgio voleva pensare egli pure, ma in quel punto si udì il passò di Matilde, e quasi subito ella entrò nel salottino ove stavano parlando i suoi figliuoli.

— Volevo dirvi, — ella fece. — Aspetto la visita della signora e della signorina Tarabusi. Lasciateci tranquille, perché dobbiamo discorrere di cose gravi.

E volgendosi specialmente ad Andrea, soggiunse:

— Quel fidanzamento arrischia di sfumare!

— Quale fidanzamento? — interrogò Andrea.

— Ah, tu non sai, non ti ho raccontato! Il fidanzamento di Maurizio Creffa con la signorina Tarabusi non va. È un vero peccato: io credeva che fossero fatti l’uno per l’altra e avevo combinato ogni cosa tanto bene. Poi Maurizio s’è annoiato, e ora dice che è troppo presto per accasarsi e che quella figliuola è una stupida. Forse non ha torto, ma mi dispiace. Dobbiamo parlar di questo; e per ciò lasciateci tranquille; forse si può ancora rimediare.

Maurizio Creffa è molto ricco? — domandò Andrea.

Ricchissimo; figlio unico, e suo padre guadagna quel che vuole.

— Che vita fa?

— Il padre?

— No, il figlio!

Matilde si strinse nelle spalle.

— Non fa niente, e ha torto, perché si annoia.

— E tu, mamma, vuoi dargli moglie per divertirlo?

Andrea, semisdraiato sul divano, disse quella frase a denti stretti, con la pipa all’angolo delle labbra, le mani nelle tasche dei calzoni.

Matilde notò sulla faccia del figlio una tale smorfia d’ironia e di canzonatura, che ne fu spaventata. Ella, se lo avesse conosciuto, avrebbe subito visto Grog o almeno lo spirito di Grog dietro le spalle di Andrea.

— Mio Dio, non per divertirlo, — mormorò, — ma perché non si sciupi...

— Lo metti in un vaso, come le ciriegie!

— Tu hai voglia di scherzare, Andrea!

Giorgio aveva riso all’imagine delle ciriegie, che del resto non gli piacevano. E Matilde guardò anche lui, titubante.

— Allora avete inteso? — disse, per non discutere.

— Sì, mamma, non ti disturberemo!

— Se verrà Ada, te la manderò qui, Giorgio. E tu, Andrea, ricòrdati che parli con bambini, non con gli amici di Londra.

— Non lo dimentico mai, mamma!

E non appena ella fu uscita, egli si alzò.

— Ma guarda di che cosa si occupa! — esclamò. — Maurizio Creffa fa bene a non lasciarsi accalappiare da quelle Tarabusi, che non hanno un soldo. E la mamma ha torto di ficcare il naso in affari che non la riguardano. Scommetto che se io le chiedo cinquecento lire, me le rifiuta e mi manda dal babbo, senza impensierirsi della mia miseria; ma vuole che Maurizio Creffa si sposi per arricchire quella compagnia di somari!

— Quale compagnia di somari? — domandò Giorgio, che stava attentissimo alle parole e ai gesti di suo fratello.

— La famiglia Tarabusi! E questo è il mondo!

Fece il giro del salottino a grandi passi, poi si fermò.

Giorgio! — disse. — Hai udito?

— Che cosa?

Maurizio Creffa è ricchissimo!

— Anche tu sei ricchissimo!

— Non fare lo stupido, Giorgio.

— Non dicevi che sei figlio d’un milionario...?

— In questi casi è meglio essere il babbo! — esclamò Andrea.

Giorgio lo guardò, perché non capiva nulla; e Andrea ripeté:

— Hai udito?... Maurizio Creffa è ricchissimo!

— Ho udito!

— Se io gli chiedessi le trentasettemila lire?... Tra noi giovani ci si può intendere. M’era già venuta quest’idea. Ma ora, poi, che non si sposa, fa un bel risparmio, quella somma deve parergli una goccia d’acqua... E bisogna che mi sbrighi.

Rifece il giro del salottino, si fermò, aggiunse:

— Le fatture le hanno già spedite da tre giorni. Non c’è tempo da perdere...

— Quali fatture? — domandò Giorgio.

— Le fatture di Morbio, Hudson e Davidson. Babbo, insomma, ha già richiesto i denari a questa gente, senza sapere che me li sono intascati io. Allora essi risponderanno che non gli devono nulla, e il babbo rimarrà di princisbecco!

— Di?...

— Di princisbecco!

— Che vuol dire?

— Di stucco, di sasso!... Non capisci? Sbalordito...!

— Ah! Ma il babbo non deve rimanere così!

— È la mia più cara speranza: ma ci voglion trentasettemila lire, e Maurizio Creffa potrebbe darmele.

— Perché non gliele chiedi?

Domani. Oggi sono stanco. Sempre a piedi, sempre con quell’idea; cammina, cammina, cammina, e sono stanco!

Sembra che tu racconti una fiaba! — mormorò Giorgio.

In verità suo fratello, che, venuto da regioni non mai viste, seguitava a camminare in cerca d’un tesoro introvabile, era a’ suoi occhi un personaggio favoloso, e Giorgio ci si sarebbe divertito, poiché non aveva vissuto ancora le favole della esistenza quotidiana. Ma l’espressione di angoscia onde si copriva talvolta il viso di Andrea lo aveva oscuramente avvertito che la favola poteva terminar male, e n’era inquieto e ansioso.

Diede un’occhiata al suo incrociatore ben ripulito.

— Non so come fare, — disse malcontento. — Ada non vuole ch’io giuochi con Leonia, e Leonia non vuole ch’io giuochi con Ada.

Giuoca con tutt’e due fin che sei stufo, e non ci badare! — consigliò Andrea ridendo.

Qualcuno bussò all’uscio, e apparve Lucia.

Posta per lei, signorino! — disse consegnando una lettera ad Andrea.

— Oh Giorgio! — esclamò Andrea, riconosciuta la busta del Golfers Club, — notizia di Grog da Londra!

La cosa non interessava Giorgio soverchiamente; ma ebbe anch’egli il suo piacere, allorché poco dopo entrò Ada, tenendo la bambola fra le braccia.

Buona sera, Giorgio; buona sera, signor Andrea!

Andrea rispose appena con un grugnito; era assorto nella lettura, con la testa sotto una lampada a stelo.

— Che fai della nave? — interrogò Ada, aggrottando la fronte.

Devo andare da Leonia, domani.

— Ecco, torniamo daccapo! In giardino, con le mani nell’acqua, con questo freddo? Sei pazzo! Io lo dirò alla tua mamma. Leonia è una ignorante, e morirà di qualche infreddatura; a me poco importa. Ma tu non devi morire per lei...

— Eh! — fece Giorgio annoiato. — Che morire? Si giuoca, si trasportano i pesci con l’incrociatore, e poi torno a casa.

Penserò io! — dichiarò Ada. — Bisogna finirla con Leonia!

Andrea sorrideva leggendo. Gli sfilavano innanzi agli occhi mille visioni deliziose di quella ricca e sterminata Londra in cui aveva lasciato veramente il cuore.

Grog gli raccontava d’avere incontrato Betsy Garden Rose in Leicester-Square, all’uscita dell’Alhambra; era con le sorelle e con James Stothard, il ricco industriale. Questi aveva comperato un lussuoso magazzino di mode all’angolo di Great Windmill Street con Shaftesbury Avenue, subito dopo il restaurant Trocadero (che gioia, che ricordi, che luci, questi nomi di strade e di ritrovi!), e lo aveva regalato a Betsy; la quale contava mettercisi con le sorelle. Avrebbero venduto guanti, cravatte, bretelle, bastoni, fazzoletti, giarrettiere, pigiama e altre cose ai giovanotti eleganti; il tutto arricchito di sguardi e di sorrisi incomparabili. «Onorabilmente, perché credo, mio caro Andrea, che Betsy non vi ha ancora dimenticato. Ella mi ha detto qualche cosa di voi molto graziosamente

— Io ho pensato di dare un nome a Eufemia, — diceva Ada.

— Come! Eufemia non basta?

— No. Io mi chiamo Ada Zampieri. Tu ti chiami Giorgio Astori. Lei deve chiamarsi Eufemia; e poi?...

Giorgio pensò un istante.

— Di Princisbecco! — esclamò trionfalmente. — Eufemia di Princisbecco!

— Sì, è nuovo! — convenne Ada. — Marchesa Eufemia di Princisbecco. Sta benissimo!

Ma tacque subito. Aveva paura di Andrea. E Andrea era balzato in piedi, serrando nel pugno la lettera di Grog.

— Bisogna che io torni a Londra, sai? — disse a Giorgio. — Bisogna assolutamente che io torni a Londra!

— A che ora? — domandò Giorgio.

— Sei rimbecillito? Non parto stasera, pur troppo. Ti dico questo perché tu ti decida a parlare. Tutto dipende da te. Se accomodi le cose, io ritorno a Londra, cambio vita, mi occupo per davvero, e sposo Betsy!

Ada s’era rintanata in un angolo del divano, tenendo la marchesa Eufemia di Princisbecco sul grembo, col naso in giù e le braccia penzoloni. Quel lungo uomo dall’epidermide rossa e dalle mani enormi non piaceva ad Ada, quantunque fosse il fratello del suo Giorgio. Egli aveva una maniera di guardare, di agitarsi, di gesticolare, ch’ella non aveva mai visto. Leonia doveva esser molto coraggiosa a volerlo sposare; egli poteva mandarla in frantumi.

Betsy? — ripeté Giorgio. — Che roba è?

— Ciò non ti riguarda. Sei deciso a parlare?

— Ma che devo, che devo dire? — esclamò Giorgio angosciato, stendendo le piccole mani fino al volto del fratello. — Non ricordo più quel che devo dire!

Andrea gli lanciò un’occhiata sdegnosa; poi considerando che quella raganella di Ada stava ad ascoltare, tornò al suo angolo a patullarsi la lettera di Grog, che raccontava pettegolezzi del Golfers Club.

Ada scivolò dal divano e chiese sottovoce:

— Che vuole?

— Vuole che io parli al babbo, — rispose Giorgio cautamente, gettando uno sguardo dalla parte di Andrea, — per chiedergli danaro e dirgli che torna a Londra a sposarsi; poi devo anche fargli sapere che quell’altro danaro degli inglesi non c’è più. Andrea lo ha intascato, non s’è accorto, e lo ha speso...

— Non capisco niente! — mormorò Ada.

— E che devi capire? Sono affari nostri!

— Ma non andrai da Leonia?

Giorgio sbuffò.

— Bisogna che ci vada. Non hai inteso? Egli sposa Betsy e devo avvertire Leonia!

Ada non poté trattenersi dal ridere.

— Se tu credi che Leonia pensi davvero a tuo fratello!...

— Non credo affatto, ma dicevo per ingannarti e poter andare da Leonia. Quanto sei stupida!

Ada rimase a bocca aperta innanzi a quella sincerità. Si volse alla marchesa Eufemia di Princisbecco e le diede due schiaffi, rimproverandola d’avere il cappellino di velluto sull’occhio; poi pianse, Giorgio le fece alcune carezze e le asciugò accuratamente le ciglia lunghe.

Sai che ti voglio bene, a te, — disse con tenerezza. — Da Leonia vado, perché mamma è molto amica di quei signori.

— Per convenienza?

— Sì, per convenienza! È una bella parola!

Ada sospirò, consolata.

Poco di poi vennero a chiamarla, e abbracciato Giorgio, ella se la calumò in punta di piedi, senza salutare Andrea, il quale stava nel suo angolo presso la grande lampada, gli occhi fissi al soffitto.

— Se n’è andata? — fece improvvisamente. — Ora vieni qui!

In un batter d’occhio fu concertata ogni cosa.

Andrea prese Giorgio tra le ginocchia e gli disse pazientemente, lentamente, ciò ch’egli avrebbe dovuto dire al babbo. Rifece i gesti, le pause, come parlasse davvero a un giudice, interrompendosi di tanto in tanto per chiedere: — Hai capito?

Giorgio accennava di sì col capo. Ma Andrea non fu contento; volle che Giorgio ripetesse la scena.

— Io sono il babbo, il commendatore Silverio Astori; non so nulla; sto leggendo i giornali; tu entri, e come fai?

Giorgio dovette ricominciare daccapo.

— Sta bene, sta bene! — approvò Andrea. — Allora siamo intesi. Se papà è di buon umore stasera, tu gli parli!... Non mi mancare, Giorgio, non lasciarti intimidire!

E ripeté la frase:

— Tutto dipende da te!

Giorgio repentinamente si sentì preso da un ricordo: quella sera che la musica suonava la storia del fiume Tokululù, dove vanno a dissetarsi le belve sotto il raggio lunare; e non si sa dove sia quel fiume; forse nei dintorni di Londra, forse presso la casa di Betsy che vuole sposare Andrea?

Andrea, quella sera lontana, era gaio, rumoroso, spavaldo, con la ciocca di capelli che gli inondava la fronte; ed ora eccolo spaurito e incerto, nervoso e infelice.

Giorgio fu invaso da una pietà acuta per il fratello.

— Non dubitare! — disse. — Non dubitare, Andrea!

E se il babbo fosse stato presente, gli avrebbe parlato subito, con impeto...

 

 

---

 

Silverio tornò all’ora consueta. Veramente era allegro. A tavola, anzi, dovette scusarsi di quell’allegria.

— È morta la vecchia, e non sta bene rallegrarsi di queste disgrazie, lo so!... Ma insomma è morta!

Nessuno sapeva comprendere. Giorgio, rammentando che il babbo in altri tempi dava il nome di vecchia a zia Appia, lo guardava con occhi inquieti, non osando mettere in bocca il primo cucchiaio di minestra.

— Voglio dire, la padrona del palazzo, — spiegò Silverio. — È morta, e ora non troverò più difficoltà a comperare. I figli venderanno subito... Matilde, puoi prepararti a sgombrare!

E mentre Giorgio, ripresa la sua pace, cominciava a mangiare, e Andrea pensava che di quattrini ce ne dovevano essere a staia, Silverio si perdette a descrivere ciò che avrebbe fatto di quella sontuosa dimora...

Ma la notizia, a vero dire, non felicitava nessuno. I ragazzi erano indifferenti. Matilde che aveva carissimo l’appartamento di via Nomentana ov’erano nati i suoi figliuoli ed ella aveva trascorso giorni belli, pensava con malinconia a quel prossimo sgombero, alla fatica di abituarsi a una casa nuova, sia pure stupenda, senza ricordi e senza intimità.

Silverio non si avvide di quella indifferenza; era diventato loquace; conosceva i quattro piani del palazzo, angolo per angolo, per averlo visitato minutamente più volte, e sapeva a memoria gli adattamenti da fare.

— Quanto ti costerà, babbo? — domandò Andrea, cogliendo un istante di pausa.

— Tutto calcolato, un milione ottocentomila lire, se gli eredi non alzan la cresta; ma mi costasse anche due milioni, la convenienza c’è!

Andrea lanciò un’occhiata a Giorgio; ma due milioni o due lire per Giorgio eran proprio la stessa cosa, e l’occhiata rimase senza risposta. Andrea, invece, si confortava a quelle cifre. Possibile che suo padre, il quale maneggiava milioni, s’infuriasse per trentasettemilacinquecento miserabili lire? Egli dimenticava che la questione non aveva tanta importanza per la somma, quanta pel modo con cui questa era stata carpita, per la falsificazione delle lettere e delle firme.

Matilde raccontò ella pure i suoi piccoli guai. Maurizio Creffa non voleva assolutamente sposare Emma Tarabusi; aveva dichiarato che non pensava affatto a «rompersi il collo» così presto, a ventitré anni, e che Emma era una stupida.

Silverio rise; e a quella risata di buon augurio, Andrea e Giorgio si guardarono e si compresero. Era la serata buona; bisognava confessar tutto al babbo.

— Ebbene, una fanciulla di più che aspetta il marito! — disse ridendo Silverio. — E tu non te ne impacciare, Matilde!

Il pranzo finiva.

Silverio e Matilde si levarono.

Andrea fece sottovoce, imperiosamente, a Giorgio:

Ora, quando va a leggere i giornali! Rammèntati!

Silverio accese un grosso sigaro di avana, poi batté sulla spalla di Andrea e gli disse:

Vien di !... Ho da parlarti...!

Andrea impallidì; e per nascondere lo spavento che gli contraeva le linee del volto, si chinò come a cercar qualche cosa. Giorgio rimaneva immobile sulla sedia.

Era la catastrofe?...

 

 

 


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