Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

XII.

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XII.

 

Silverio andò nello studio, ove stavan disposti i giornali della sera sopra un tavolino, e si mise a passeggiare fumando.

Andrea sedette in una larga poltrona di cuoio: sentiva il cuore battergli in gola.

— Volevo domandarti che cosa intendi fare, quali sono i tuoi propositi, — disse tranquillamente Silverio. — Prima di andartene pel mondo, ti sei iscritto all’Università, ma non vi hai più messo piede. Non ti sarai figurato di vivere l’intera vita in ozio; sarebbe insopportabile anche per te. È tempo di decidere: vuoi seguite i corsi di legge, pigliar la laurea d’avvocato...?

Andrea ebbe la sensazione di tornare fra i vivi dopo essere stato in bìlico sopra un abisso. Non era la catastrofe. Suo padre non sapeva ancora nulla. E felice d’un tratto, col sangue che riprendeva a fluire armonicamente, rispose:

— Ma io sono pronto a fare ciò che vuoi tu, babbo!

— No, non diciamo sciocchezze! — ribatté Silverio. — Non ho alcuna intenzione di intralciarti la carriera per far di te un industriale o un banchiere, se non ne hai voglia. Il mondo è grande e c’è posto per tutti. Io sono stato ciabattino, come dice tua nonna, mi son fatto largo a colpi di spalla: onestamente, ma con energia. Tu puoi essere avvocato, se ciò ti piace. Non ho nulla in contrario. Tutte le professioni mi paiono belle, purché siano oneste.

E rise.

— Tu sai che ho la manìa dell’onestà! — riprese. — È una mia debolezza. Mi sono stati proposti affari pei quali non occorreva essere disonesto, ma appena chiudere un occhio, non spingere l’onestà fino allo scrupolo. Ho rifiutato. Ho perduto milioni. E che per ciò...? Ne ho fatti altri!

Egli sorrideva, passeggiando e fumando, soddisfatto. Andrea lo guardava, inquieto, ripreso dalla paura.

— Ti dico questo, — seguitò Silverio, — perché il giorno in cui chiuderò gli occhi e voi troverete molti quattrini, sappiate che son tutti puliti e che potete goderveli senza rimorsi. E anche tu, anche Giorgio, anche Giuliana, dovete avere innanzi agli occhi sempre questa parola: Onestà!... Morire, ma essere onesti!

Tacque; depose il mozzicone del sigaro in un portacenere, poi sedette.

— E allora...? — disse.

— Allora, seguiterò i miei studii, — dichiarò Andrea.

Era pallido; sentiva le mani umide di sudor freddo.

— Non mi sciupare il tempo! Hai già perduto un anno, per colpa mia. Quel viaggio in Inghilterra è stato una vera follia, ma credevo che tu avessi il bernoccolo del commercio, l’amore alle grandi industrie, e che un viaggio ti potesse giovare... Non parliamone più. Ora mettiti a studiare, e cerca di farmi contento!

Tacque di nuovo e allungò la mano a prendere un giornale, come per dire che il colloquio era finito.

Andrea si alzò:

Va bene! — promise. — Cercherò di farti contento!

Tremava; ma suo padre, cominciata la lettura del giornale, non se ne avvide, né avrebbe potuto supporlo.

Andrea uscì e incontrò Giorgio nel corridoio.

— Ebbene? Sa tutto?

— No, non sa nulla. Ma è come sapesse! — rispose Andrea.

— Che vuol dire?

Va’, va’, lasciami solo.

— Non devo parlargli?

Guardatene bene! — esclamò Andrea risolutamente. — Sai che mi ha detto? «morire, ma essere onesti!» E io non sono stato onesto!

Giorgio si allontanò in punta di piedi. Andrea si richiuse in camera.

Era annientato. Suo padre non avrebbe potuto parlare più terribilmente e più a proposito! E questo era l’uomo al quale egli, Andrea, doveva confessare i suoi imbrogli, dal quale sperava impetrare il perdono, ottenere il permesso di tornare a Londra a trovare Percy Stanhope detto Grog e Betsy Garden Rose...? Ma dove aveva la testa? Ma come s’era potuto illudere a tal punto?

Lo stesso Giorgio non sarebbe stato ascoltato. Alle prime parole, suo padre avrebbe voluto udire lui, Andrea, in persona; ed Andrea avrebbe dovuto dirgli: «Ho falsificato la tua firma, ho falsificato la firma di Middleton StanleyDir queste cose a suo padre, che aveva per motto: «Morire, ma essere onesti!»?

L’edificio della fantasia crollava, insieme ai sogni d’un ritorno, di Piccadilly tutto illuminato, di Betsy dalla bocca rossa ridente, di Grog con quello sguardo sfavillante sotto le ciglia socchiuse.

Andrea, sdraiato sul letto, le mani in tasca perché non s’era spogliato, rivedeva la bella vita di milionario. C’era stato un istante, durante la così detta «settimana di Ascot» che la fortuna gli arrideva; ad Ascot, precisamente, alle corse, aveva vinto più di duemila sterline; al poker in due sere, mille. Quanto bastava per accomodare le sue faccende e tornarsene senza sopraccapi. No!... Aveva preso la rincorsa con Betsy, cenando tutte le sere al Criterion in Piccadilly Circus, frequentando i teatri e i caffè concerti più costosi e facendo alla ragazza quei doni, che non servono a nulla e si pagano un occhio... Se James Stothard non gli avesse portato via Betsy con uno di quei colpi che sono facili ai milionarii, egli sarebbe andato a finir male. Bisognava ringraziare James Stothard!

E Andrea rise, d’un riso secco, tagliente, che risonò nella camera.

Ma il terrore lo riprese. Che fare? Era questione di giorni, forse di ore, e suo padre avrebbe saputo tutto. Fuggire? Aspettar la rovina senza muoversi? Telegrafare a Grog per chiedergli consiglio? Supplicare nonna Appia? Ma egli, — ora lo capiva, — aveva impostato male la questione. Non si trattava di restituire trentasettemila lire a suo padre, poiché un uomo che spende due milioni per comperare un palazzo può ben perdere una così piccola somma senza batter ciglio. Si trattava d’impedire che suo padre sapesse della procura falsa. E questo era impossibile, perché glielo avrebbero scritto gli industriali, sorpresi di vedersi chiedere il danaro già versato. Era impossibile!

Non appena ebbe questa certezza, Andrea balzò dal letto come avesse voluto fuggire. Non voleva vedere il viso di suo padre, «che diventerà grande grande, con gli occhi spalancati

Poi si calmò, lentamente; e spogliatosi, si rintanò nel letto, spense la luce, tirò le coperte fin sulla testa per non udire più nulla, per uscire dal mondo e tentar di sognare.

 

 

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Da quel giorno cominciò a vivere una vita di sofferenze silenziose, che gli serrava il cuore. Ogni tocco di campanello alla porta, ogni chiamata al telefono lo faceva sobbalzare; la sera, allorché tornava suo padre, gli andava subito incontro per iscrutarne il viso; di notte almanaccava sul da farsi e si raggirava in un labirinto.

All’indomani del colloquio con suo padre, s’era deciso a fare un tentativo.

Maurizio Creffa abitava solo in un grazioso appartamentino di via Boncompagni. Era un giovinotto smilzo e pallido, che non pensava se non ad eleganze; ed essendo figlio unico, otteneva dai suoi tutto ciò che gli faceva piacere; ignorante del resto, perché s’era ben guardato dal fare un qualsiasi corso di studii superiori, ma gaio, cortese, aperto.

Andrea andò da lui.

Lo accolse un domestico vestito di nero, interamente sbarbato: e mentre Andrea chiedeva del conte, (in quel momento lo avrebbe chiamato anche principe, purché lo aiutasse,) risonò una risata femminile non molto lontano.

— Forse c’è gente? — disse Andrea.

C’è qualche visita, ma riceve.

Il domestico lo precedette; attraversarono una specie di studio, le cui pareti eran coperte dai palchi d’una libreria carichi di libri sontuosamente rilegati e non mai aperti; e arrivarono alla soglia del salotto.

Maurizio Creffa stava in piedi fumando una sigaretta; si volse, riconobbe Andrea, gli andò incontro allegramente.

— Oh, che sorpresa! — disse stringendogli la mano. — Credo sia la prima volta che lei mi fa il piacere d’una sua visita... Venga, venga, che la presento. Il signor Andrea Astori. La signorina Milli, la signorina Fùsaro.

Nel salotto non c’era luce, e in quel pomeriggio piovoso era difficile discernere il volto d’una persona. Maurizio andò presso la parete.

Ora le mostro le belve!

Accese la luce mentre le ragazze ridevano: una interamente sdraiata sopra un divano coperto da una ricca pelle d’orso bruno: le sottane le si erano così scomposte, ch’ella mostrava le gambe fin oltre il ginocchio; l’altra sedeva a terra sopra una pila di cuscini. Tra questa e quella, un tavolino moresco su cui era disposto il servizio da .

La scena non avrebbe impacciato Andrea, avvezzo alle familiarità di Betsy e delle sue sorelle; ma era in tale contrasto col peso della sua angoscia, col movente della sua visita, ch’egli rimase muto.

— Fammi il favore, Topino, di servire una tazza di a questo mio amico! — disse Maurizio.

Topino era il soprannome della ragazza che stava a terra; i capelli neri arruffati, volto pallido.

— E ve lo raccomando, — seguitò Maurizio. — È milionario!

— Oh, come siete volgare! — disse l’altra, che si stirava sul divano, — Sapete pure che a noi i milioni non interessano!

— I milioni no; i milionarii sì! — corresse Maurizio ridendo.

Andrea aveva girato l’occhio intorno; c’era lusso, ma di buon gusto; cose esotiche, ma scelte.

— Si direbbe che lei ha viaggiato molto, — egli disse, — a vedere pelli di tigre, pelli d’orso, frecce e scudi d’Africa, bronzi del Giappone!...

— Son tutti regali. Non viaggio io: viaggiano i miei amici; è assai più comodo! Io non ho messo mai il naso fuori di Roma.

— Si conserva religiosamente ignorante! — fece la ragazza stesa sul divano.

Andrea prese dalle mani fredde e lunghe di Topino la sua tazza di ; e le chiacchiere seguitarono. Maurizio faceva ridere le sue amiche raccontando che avevano tentato di dargli moglie.

— Una moglie ricca? — domandò Topino.

— Neanche un soldo!

— Allora, molto bella?

— Bisogna domandarlo ad Andrea, — fece Maurizio. — Egli la conosce.

— Non mi pare sia brutta, ma dacché son tornato non l’ho più vista, — disse Andrea. — Forse ha cambiato.

Tornato da dove? — interrogò la ragazza stessa sul divano.

Falba, dal paese della eleganza vera! — dichiarò Maurizio. — Dall’Inghilterra, da Londra! Mi hanno detto che lei ci aveva preso gusto!

— Non me ne parli! — esclamò Andrea, uscendo dal suo torpore. — È un paese di sogno. Ci penso giorno e notte, e ci voglio tornare!

Ci andremo insieme! — promise Maurizio. — Lei mi farà da guida, poiché è ormai pratico.

— Sarebbe magnifico! — disse Andrea.

— Vengo anch’io! — interruppe Falba, drizzandosi a sedere. — Se c’è da divertirsi, è il mio posto!

— E me, mi lasciate qui sola? — osservò Topino.

Allora ridendo combinarono la partita: Falba con Andrea, Topino con Maurizio. Quindi le avrebbero piantate, perché di ragazze belle, — diceva Maurizio, — non c’è bisogno a Londra, e le nuove valgon sempre più che le usate...

Usate! — gridò Falba. — Come fossimo ciabatte!

Poi, balzando ai piedi di Andrea con un ridere che le scoperse una doppia fila di denti perfetti, seguitò:

— Mi conduce davvero a Londra?

Il tempo volò a questa maniera; di tanto in tanto, come una frecciata, passava nel cuore di Andrea la sensazione della necessità che l’aveva spinto a quella visita. Ma capiva bene ch’era vano parlarne a Maurizio. Egli si sarebbe stupito, non avrebbe dato un soldo, e all’indomani avrebbe raccontato l’aneddoto a quanti conosceva, come raccontava ora la storia del matrimonio andato in fumo. Bisognava tacere, lasciarsi portare verso l’abisso senza poter difendersi.

In breve i quattro personaggi si trovarono così d’accordo, che Maurizio propose ad Andrea di fermarsi a cena.

— Lei sarà il cavaliere di Falba; io ho questo Topino, — e le metteva le mani nei capelli familiarmente, — e non me ne posso liberare; ma insomma, non c’è malaccio!

Sta’ zitto, che mi adori! — disse Topino con sicurezza.

— Le va? — seguito Maurizio. — Telefoniamo a casa sua per avvertire...?

— Sono desolato, — fece Andrea, — ma stasera è impossibile: ho invitati in casa, e sarebbe poco gentile da parte mia...

— È giusto, è giusto! — convenne Maurizio.

— Che peccato! — esclamò Falba. — Il mio ragazzo londinese non mi vuole!

— Non vi voglio? — esclamò Andrea, prendendo la ragazza per le mani con tale impeto, ch’ella si gettò indietro col busto.

Ma egli si trattenne subito.

Era desolato davvero, non per gli invitati, dei quali s’infischiava, ma perché non aveva un soldo in tasca, e al finir della cena avrebbe pur dovuto ricondurre Falba, se anche questa non avesse preferito dare una capatina in qualche teatro.

Chiacchierò ancora per poco, indi si congedò; Falba volle riaccompagnarlo fino in anticamera.

— È un simpatico giovanotto, — commentava intanto Maurizio, con Topino. — Si è fatto! E pien di quattrini fin sopra i capelli!...

 

 

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Il Natale fu una giornata pesante. Nessuno ci si divertì.

Andrea s’era deciso a portare al Monte egli medesimo, guardandosi intorno con molta circospezione, il portasigarette, il sigillo e qualche altro oggetto d’oro, ricavandone un migliaio di lire. Ora poteva almeno fumare e non camminare l’intero giorno a piedi.

Silverio non pensava che al palazzo di via Venti Settembre: aveva già avuto due colloqui coi figli della vecchia; e questi, un giorno pronti a vendere per un tozzo di pane, ora chiedevano due milioni, pagamento entro un anno in quattro rate. Silverio si difendeva, ma si capiva bene che avrebbe ceduto, perché il palazzo era di suo gusto e voleva lasciarlo ai figli.

Andrea al secondo piano; Giuliana al terzo; Giorgio al quarto, con la mamma; il primo e il pian terreno, uffici.

— Ma se Giuliana sposa un principe, — osservò Andrea, — è ben difficile che si adatti al terzo piano, salvo che il principe non sia molto «scrostato».

Egli si divertiva a interrompere e a irritare suo padre.

Non ne sperava più nulla; nutriva contro di lui un sordo rancore. Se avesse avuto un mestiere tra le mani, gli si sarebbe ribellato, mandandolo al diavolo, lui e la sua onestà ottusa. Odiava pure il palazzo dei due milioni, fastosità sciocca e borghese, mentre a lui mancavano poche migliaia di lire per essere felice.

Anche Giorgio aveva i suoi pensieri.

Non chiedeva più nulla ad Andrea di quell’imbroglio del denaro. Aveva visto suo fratello dare un biglietto da cento a Lucia perché glielo cambiasse, e ciò gli aveva fatto credere che quell’affare delle trentasettemila fosse terminato. Ma se questo andava bene, gli studii andavan male. Il latino scritto gli pareva cosa infernale; il professore s’era accorto che doveva avere a casa qualcuno che gli correggeva i còmpiti; onde aveva cominciato a tartassarlo, non in latino soltanto, ma in tutte le materie di sua pertinenza.

I suoi compagni, bocciati all’esame di maturità, facevano la quinta elementare, ed egli li invidiava. C’era del resto parecchio da lavorare in ginnasio, e gli rimaneva poco tempo per divertirsi con Ada. Era serio, pensieroso, inquieto, come anche a lui mancassero trentasettemila lire e non sapesse dove scavizzolarle.

Il Natale fu una giornata pesante. Il Santo Stefano, faticoso, perché Silverio fece molti inviti.

Vennero anche Ada e Leonia con le famiglie.

Leonia si poteva dire ormai una signorina; le avevano allungato gli abiti, non lasciava più cadere la chioma per le spalle. Salutò Giorgio sorridendo; e vistolo poi con Ada, gli disse:

— Sei sempre innamorato di quella scioccherella? Non fidartene troppo, perché un giorno o l’altro ti farà un brutto tiro!

— Che significa un brutto tiro?

— Non so; qualche bricconata.

— Oh Leonia, perché dici questo della mia amica? — esclamò Giorgio scandalizzato.

— Perché lo penso! In ogni modo, sta’ attento! C’era anche Maurizio Creffa, il quale s’appartò con Andrea a discorrere delle due ragazze.

Sa che Falba s’è messa in capo veramente di andar con lei a Londra? Non l’ha più vista?

— Io non posso disporre, sono figlio di famiglia, — rispose Andrea modestamente. — E Falba è abituata a macinare biglietti da mille.

— Ah, ah, benissimo! — fece Maurizio ridendo, — La sa più lunga che non credessi. Bravo Andrea!

E lasciatolo, capitò nel crocchio dei ragazzi. Innanzi ad Ada con la bambola, si fermò per accarezzarle i capelli.

— Tu sei la bambina dalla bambola! — disse. — Ogni volta che ti vedo, hai questa pupa tra le braccia!

— E non è bella forse? — chiese Ada, porgendogliela.

Maurizio la prese, la guardò attentamente.

— Se non ti offendi, mi pare che ha la faccia un po’ scema; e poi la vesti troppo da signora.

— Ma lei non sa forse che è la marchesa Eufemia di Princisbecco! — osservò Ada.

— Ah, perbacco, non sapevo...! Ti prego di presentarmi.

Allora Ada riprese la bambola, la piantò innanzi a Maurizio, e fece:

— Il conte Maurizio Creffa: la marchesa Eufemia di Princisbecco!

Maurizio si chinò a baciarle la mano di legno, il che piacque molto a Giorgio e ad Ada, che guardarono gravemente.

— Io sono scapolo, — seguitò Maurizio, divertendosi. — Credi che un giorno potrei farle la corte e sposarla?

Ada rimase imbarazzata; si rivolse a Giorgio e gli chiese:

— Che ti pare?

— Sì, quando sarà più grande! — concesse Giorgio.

— Sta bene, allora, — disse Ada a Maurizio.

— Però, l’avverto che non possiamo darle la dote, perché siamo poveri...

Maurizio guardò Ada stupito. Gli piaceva quella dichiarazione ingenua.

— Non importa! — rispose. — Purché non mangi troppo!

E volgendosi alla bambola, s’inchinò:

Marchesa, arrivederla! Sono aspettato!

Anche la bambola fece un inchino leggero, agitando la destra. Maurizio raggiunse un gruppo di giovanotti, che parlavan di politica.

Ma quella scenetta diede a Giorgio e ad Ada una grande idea della bambola.

Vedi che piace! — disse Ada.

— Ha fatto bene a non sposare quella stupida Tarabusi! — osservò Giorgio.

— Chi?...

— Il conte Creffa. Ha fatto bene; così sposa Eufemia.

Ada si guardò intorno per fare un paragone tra Eufemia e la signorina Tarabusi; ma questa, temendo d’incontrare Maurizio, non c’era.

L’orchestra proruppe in quel momento con la sua musica indiavolata.

Giorgio vide che Andrea ballava con la signora Ferranti, e stette ad osservarlo; gli parve che ballasse molto bene; doveva avere imparato forse con quella Betsy che voleva sposare. Anche Ada guardò Andrea.

— Hai parlato col tuo babbo? — chiese a Giorgio. — Gli hai raccontato quel che voleva Andrea?

— No, non si deve parlare. Andrea non vuole più!

— È meglio. Non dobbiamo occuparci di queste cose, che sono più grandi di noi, — fece Ada saviamente.

Andiamo presso l’orchestra, — propose Giorgio. — L’anno scorso suonava la musica di Tokululù.

Si misero a fianco dell’orchestra, dietro la cortina delle piante verdi.

Ada non aveva alcun senso musicale; invece di seguir l’onda delle note, osservava curiosamente i gesti dei suonatori, del violino, del contrabbasso, del flauto. Giorgio, che aveva tanto goduto, si stupiva di rimanere freddo. Come mai non sognava il fiume o qualche altra cosa straordinaria?

Non sapeva di essere in quel periodo di vita in cui un ragazzo s’avvia all’adolescenza e alla giovinezza attraverso infiniti mutamenti.

La musica gli dava altre idee che un giorno.

Guardando di dalle piante ond’era circondato, osservò le fisonomie, il ritmo, il gesto dei ballerini, tutto ciò che per l’addietro forse non vedeva neppure.

Andrea gli passò innanzi più volte, accaldato, ballando con pieno impeto.

Suo padre, dritto sul limitare della sala, lo seguì degli occhi, poi si chinò sorridendo a dire qualche cosa a una signora, che stava seduta poco discosto.

— Perché non balliamo anche noi? — propose Ada.

Aveva veduto Leonia ballar veramente con molto garbo, e n’era gelosa.

Posò a terra la bambola, prese Giorgio tra le braccia.

— Così: sèrrami qui, intorno alla cintura! — insegnò. — Ora andiamo!

E andarono saltellando qualche volta a tempo, qualche volta senza ritmo, sforzandosi di combinare un passo. Ada faceva girare Giorgio come una trottola perché non vedesse anch’egli Leonia e non l’ammirasse.

Ma non le arrise la fortuna; Leonia dopo alcuni giri comparve e stette a guardare. Diede in una risata.

— Come lo chiamate questo ballo? — domandò ironica.

— È il passo dell’orso! — spiegò Ada.

— È il passo dei somari! — replicò Leonia.

E se ne andò, superba, lasciando quei due mortificati.

Andrea si divertì fino a notte alta: dovette cambiar due volte il solino che gli si era sciupato. Le signorine se lo contendevano, perché ballava benissimo. Non pochi si avvicinarono a Silverio e gli fecero complimenti pel figliuolo, ch’essi rammentavano goffo e inelegante nelle feste degli anni scorsi.

— È perfetto, è perfetto! — disse qualcuno. — Un vero gentleman!

E Andrea ballava con tal gioia che aveva del furore, come non dovesse ballare mai più.

 

 

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La vita riprese l’indomani monotona, ed egli ricadde nelle sue paure.

Ormai era stanco di sussultare ad ogni squillo di telefono e di scrutare il volto di suo padre. Avrebbe voluto affrettar la catastrofe per esserne fuori. Non c’era alcuna speranza di accomodar le cose.

Proprio in quei giorni, tra Natale e Capo d’anno, suo padre aveva denunziato e fatto arrestare un impiegato per appropriazione di mille lire. Era uno dei vecchi, con dodici anni di servizio.

Silverio raccontò il fatto, a tavola.

Nessuno fiatò.


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