Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

XIV.

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

XIV.

 

Prima ancora che il contratto di vendita fosse firmato, la famiglia intera trasmigrò al primo piano del palazzo di via Venti Settembre. Non poteva più vivere nelle stanze che rammentavano ad ogni passo la vita e la morte di Andrea.

Giorgio vi fu trasportato in automobile perché ammalato. Silverio e Matilde vi si trascinarono. Giuliana, inconsapevole, vi giunse ridendo tra le braccia della balia.

Pensò ad ogni cosa il capo contabile Vanzelli.

Egli pure aveva toccato un gran colpo da quella morte tragica. Se ne faceva, per quanto piccola, una parte di responsabilità; perché avendo indovinato tra quali frangenti navigava il povero Andrea, avrebbe dovuto parlargli a cuore aperto. Suo padre non sapeva una parola d’inglese ed era facile tacergli l’arrivo di quelle lettere. Inoltre non sarebbe stato impossibile, se il Vanzelli se ne fosse occupato, trovare anche la somma necessaria a coprire lo storno: forse da strozzini, ma gli strozzini sono meglio della morte a diciannove anni. Il Vanzelli non aveva fatto nulla, perché ben lungi dal supporre che Andrea avesse a commettere un tale sproposito, tanto gli era parso sicuro e allegro il giorno in cui gli aveva parlato.

Donna Appia dovette passare quasi l’intero suo tempo in casa di Silverio, confortando or l’uno or l’altra. Aveva a compagna in quell’opera pietosa Maria Zampieri, la mamma di Ada; e Ada stava al capezzale di Giorgio.

Furono giornate spaventose.

Silverio era come pazzo. Gironzolava da una stanza all’altra chiamando Andrea e accusandosi di averlo ucciso.

— L’ho ucciso io, perché non ho saputo parlargli. Aveva paura, il poveretto! Io l’ho spaventato. Gli ho detto ladro e falsario. Bestia, era roba sua; poco miserabile danaro...! Bastava una strapazzata, una tirata d’orecchi; e l’ho ammazzato! L’ho ammazzato io, il mio povero Andrea!

— Per carità, non si faccia udire, non mi spaventi Giorgio! — intervenne Appia un giorno in cui egli gridava.

— Sì, è vero: c’è Giorgio... Silenzio, silenzio!

E andò a richiudersi nella sua camera, ove lo udiron piangere a lungo.

Matilde, impietrita, faceva ciò che le dicevano, a guisa di un automa.

Il medico era più impensierito per quella specie di atonia, che pel dolore maschio di Silverio, il quale pur nella stretta di quella crudele angoscia, tentava di lottare; Matilde non capiva, non sapeva, non piangeva, non chiedeva.

— Bisogna andare a trovare Giorgio! — le suggeriva sua madre.

Ed ella andava.

Ma poi Appia non glielo disse più, temendo che Giorgio non si spaurisse a vedere la mamma in quello stato.

Giorgio era stato preso da un turbine di cose più grandi di lui, la morte, il suicidio, il terrore, quando non aveva tanta forza da sostenerne l’urto; s’arrabattava per capire e non poteva. L’imagine di Andrea coperto di sangue gli era sempre innanzi agli occhi. Perché? Non doveva tornare a Londra a sposare Betsy?

Che gli aveva detto il babbo, quella sera?

Volgeva lo sguardo ad Ada e alla marchesa Eufemia di Princisbecco. Questa, vestita modestamente, senza cappello, con le chiome in disordine, doveva prendere le medicine per incoraggiare Giorgio, e spesso dormire con lui. Ada aveva pensato di vestirla a lutto; poi, guidata da un istinto delicato, temette che il lutto per una bambola non paresse uno scherzo e la lasciò colla vestaglia.

Giorgio parlava pochissimo. Una sera disse ad Ada:

— Non hai più le gambe nude?

— No. La mamma dice che sono ormai una signorina, e mi ha fatto metter le calze.

— Hai veduto il povero Andrea?

Dove?

— Quando è morto.

— No, non l’ho veduto. Non ci pensare. Ora è in paradiso. Sta meglio di noi!

Giorgio tacque.

Lentamente, con una cura vigorosa, il medico riuscì a rimetterlo in piedi; ma disse che occorreva tenerlo lontano da tanta malinconia. Appia non si poteva muovere, perché sua figlia la impensieriva. Fu stabilito che gli Zampieri avrebbero preso in affitto un villino ad Anzio e vi avrebbero condotto Giorgio.

Silverio acconsentì; offerse tanto danaro che sarebbe bastato a comperar la villa intera. Del resto s’era rimesso al lavoro per istordirsi, perché non voleva lasciarsi piegar dalla sventura. Capiva di non essere mai vissuto per non aver mai sofferto. Ecco, la prova è venuta, tremenda. Bisogna accoglierla con rassegnazione e con forza. Una vita interamente felice, dal primo all’ultimo giorno, è una vita assurda; il dolore è necessario, è buono, è santo.

E lavorava. Aveva ancora due figli. Cedere e accasciarsi sarebbe stato immorale.

Diceva questo a donna Appia, la quale lo ascoltava con ammirazione.

In verità, s’era ingannata sulla tempra di quell’uomo: da colui ch’ella aveva sempre giudicato un volgare borghese, un ottuso mercante, veniva fuori un nobile carattere. Un giorno glielo disse:

Debbo confessarmi, Silverio... Innanzitutto, non so perché non ci diamo del tu...

Volontieri, — rispose Silverio. — Io ti dava del lei perché sentivo che ti faceva piacere tenermi a distanza.

— Ecco, questo volevo confessarti. Ti domando perdono della mia superbia stupida. Ne sono veramente mortificata.

— Per carità, per carità! — fece Silverio...

Si chinò a baciarle la mano. Egli sapeva quanto doveva costare ad Appia orgogliosa quell’umile confessione; e certo ella non poteva dargli più alta prova di stima che nel chiedergli perdono.

— Bisogna salvare Matilde! — egli continuò. — Mi impensierisce.

— Non temere: sta meglio.

Matilde, ritornata in sé, cominciava a capire. Volle portar tutte le mattine i fiori sulla tomba di Andrea.

Quando il medico la vide piangere disperatamente, respirò.

— È salva, — disse a donna Appia.

 

 

---

 

Maria Zampieri, Ada e Giorgio andarono ad occupare il villino di Anzio.

Era una costruzione semplice, con due grosse palme nel mezzo d’un giardinetto chiuso dalla cancellata. I due ragazzi passavano l’intera giornata sulla spiaggia quasi sempre deserta in quella stagione; Giorgio, seduto in uno scialle e sdraiato in una lunga poltrona di vimini, Ada seduta su uno sgabello pieghevole.

Ma ebbe a faticare molto. Le avevan dato l’incarico di non lasciar che Giorgio pensasse alla tragedia di cui era stato testimonio. Ada dovette metter la fantasia a duro cimento nell’inventar fiabe e storielle. Qualche volta si vestiva da ballerina con una garza intorno ai fianchi e un pennacchietto sul capo, e danzava innanzi al suo amico. L’incrociatore fu lanciato in mare, travolto dalle onde, ripescato; perdette alcuni cannoni; patì le furie delle tempeste e sopportò i capricci di Giorgio.

Anche la marchesa Eufemia di Princisbecco ebbe a lavorare.

Alla fine fu accusata di un delitto imaginario e condannata a morte da un tribunale di pesci, che non si vedevano. Quantunque Ada le volesse molto bene, si rassegnò a lasciarla decapitare; ma all’ultimo, Giorgio scoperse ch’era innocente ed Eufemia fu portata in trionfo sull’incrociatore; nel ritorno l’incrociatore si rovesciò, Eufemia cadde in mare, venne ritolta a fatica, sottoposta a tante frizioni, che probabilmente la disgraziata avrebbe preferito la morte. In quelle avventure perdette la metà dei capelli.

Ma il sabato arrivavano Silverio e il babbo di Ada, Paolo Zampieri, carichi di roba e si trattenevano l’intera domenica. Essi portarono anche una lussuosa chioma, la quale fu incollata sul capo della marchesa, che vide così la sua innocenza ricompensata degnamente.

Dimagrito, pallido, vestito a lutto, Silverio era appena riconoscibile. Il dolore gli aveva solcato il viso di due solchi, che partendosi dalle narici arrivavano al mento, e la fronte d’una ruga profonda.

Giorgio, osservandolo, si domandava sempre che cosa avesse egli detto al povero Andrea.

Dal momento in cui Andrea era andato incontro a suo padre, al momento in cui si era ucciso, non eran passati cinque minuti. Quali parole brevi e atroci aveva pronunciato il babbo? Giorgio se lo chiedeva con paura.

La morte, del resto, era parsa a tutti cosa stravagante; gli amici rammentavano la sera di Santo Stefano e Andrea allegrissimo, affannato a ballare, entusiasta della vita, che a pochi arrideva come a lui. Otto giorni dopo si tirava un colpo di rivoltella nella tempia. In casa non sapevano nemmeno ch’egli possedesse un’arma: gliel’aveva regalata Grog, ed Andrea la teneva chiusa in uno stipo.

I soli che potevano parlare, il capo-contabile Vanzelli e l’ingegnere Catalani, non aprirono bocca, per riguardo alla memoria del poveretto; fecero essi pure i trasognati e finsero la meraviglia dolorosa di tutti gli altri.

Le persone di servizio intravidero un dramma, piuttosto dalle prime parole disperate di Silverio che dall’atteggiamento di Andrea, gaio fino all’ultimo e sicuro; ma poco ne poterono comprendere. Pensarono si trattasse d’un amore infelice per una certa Betsy, che Andrea nominava qualche volta; e imaginarono fosse figlia di un duca, anzi di un Ministro inglese; ne fecero un romanzo, che dall’anticamera passò in cucina, dalla cucina alla portineria e alla rimessa delle automobili, e infine prese corpo e vita, come avviene delle leggende a cui ciascun narratore aggiunge una pennellata, un particolare, un episodio, perché il quadro sia più ricco.

Anche Giorgio non parlò; del resto era lontano, ad Anzio.

Ma egli sapeva.

Ada non riusciva sempre a distrarlo. Talora mentre ella parlava, gli sguardi di lui si staccavano, perdendosi sulla linea bianca dell’orizzonte, incontro all’infinito. Ella cessava di parlare, ed egli non se ne accorgeva nemmeno.

— Che pensi? — gli chiese Ada una sera.

Verso l’imbrunire: Giorgio disteso nella sua poltrona di vimini, avvolto in uno scialle; Ada, chiusa in un grosso vestito di lana, sdraiata sulla sabbia a contare le onde; l’ottava doveva giungere fino ai suoi piedi; Giorgio diceva la settima; e quando una arrivava spumeggiando con quel lieve crepitìo che pare un ribollimento, rideva.

Fece svestire la marchesa Eufemia di Princisbecco. Ada andò a metterla innanzi, dove le onde l’avrebbero colta senza dubbio. E la colsero infatti, la rovesciarono, la immollarono da capo a piedi. Era divenuta un cencio, i capelli qua rappresi, irti e arruffati, la faccia grondante.

— Vuoi che la buttiamo dentro? — domandò Ada.

Giorgio non rispose. Ada si rivolse e vide che il volto di lui s’era mutato: i suoi sguardi frugavano l’orizzonte, di dall’orizzonte...

— Che pensi? — chiese Ada.

Penso ad Andrea.

Ascolta, ascolta! Io la butto dentro, Eufemia; la getto lontano, e poi ce ne facciamo regalare un’altra più bella, due, anzi; una dal tuo babbo e una dal mio... Vuoi?

Giorgio non rispose. Ada strinse le mani... Che fare? Come impedire ch’egli pensasse al fratello morto? In quei momenti, Ada disperata, si sarebbe ferita, uccisa, pur di richiamarlo a sé...

Lo prese per le braccia con furia, gli passò le mani tra i capelli.

Sai che Andrea è in paradiso? Sta meglio di noi!

— Tu non sai nulla! — rispose Giorgio gravemente. — Egli mi aveva tanto, tanto pregato di parlare al babbo: e se avessi parlato, non si sarebbe ucciso. Ma io non voleva; avevo paura; allora egli è morto. Io penso a questo: ho fatto molto male!

— Ma no, — interruppe Ada. — Tu mi dicesti che ti aveva proibito di parlare. Ricordi?

— Perché era troppo tardi! Ma una sera, c’eri anche tu, disse che voleva tornare a Londra a sposare Betsy, e che tutto dipendeva da me. Io rammento bene. Fu la sera ch’egli ricevette la lettera di Grog, del suo amico! E tu mi chiedesti perfino che cosa dovevo dire... Egli me ne aveva tanto, tanto, pregato!...

Ada si gettò a terra e si mise a piangere.

— Ebbene, che hai? — domandò Giorgio stupito.

— Ho, che tu mi fai morire, Giorgio, tu mi fai morire! Non vedi la fatica che io faccio per divertirti? E non mi riesce nulla!... Se tu mi volessi un po’ di bene, mi aiuteresti a distrarti! E io sarei contenta! Ti ho sacrificato anche Eufemia, che mi piaceva. Vedi com’è conciata, ora?

Giorgio rise. Trasse il fazzoletto, si chinò ad asciugare gli occhi di Ada, poi prese dalle mani di lei la bambola e la osservò attentamente.

— Bisogna proprio farcene regalare un’altra! — disse.

— E questa la buttiamo via!

— No, questa la tengo io, poveretta! — dichiarò Giorgio. — Ha tanto faticato per divertirmi...

— Sì; rientriamo ed andiamo a scrivere subito al tuo babbo! — propose Ada.

Rientrarono nella villa; nel salottino a terreno trovarono ciò che occorreva. Combinarono la lettera pel babbo: i bagni avevano fatto male alla marchesa di Princisbecco e ormai bisognava metterla a riposo, sostituendola con un’altra più bella. Il babbo doveva portarla sabato prossimo, e insieme molti scampoli di stoffe per farle gli abiti.

— Ecco, — disse Giorgio. — Firmiamo tutt’e due!

Ada rilesse la lettera.

— Mi pare che scampoli si scrive con un’elle sola! — osservò dubitosa.

— Tu credi?

— Non ne sono sicura, però.

— Allora lasciamo scampolli. Il babbo capisce lo stesso.

Firmarono, misero nella busta, scrissero l’indirizzo. Poi Ada suonò e comparve Carlotta, la cameriera.

— Questa lettera alla posta, subito! — ordinò.

Ella aveva la soddisfazione di comandare alla cuoca, alla cameriera e a un domestico, messi da Silverio a disposizione della signora Zampieri. Ada non aveva mai sognato una tale potenza. Qualche volta suonava senza ragione, per il solo piacere di veder accorrere Carlotta, alla quale non sapeva che cosa dire.

 

 

---

 

La bambola nuova arrivò inaspettata, perché il babbo la spedì pel corriere, senza attendere il sabato.

Alta, snella, gli occhi azzurri con ciglia che non finivano più, la chioma d’un colore tra il bruno e il rosso; era in camicia. Con un pugno nello stomaco la si faceva dire papà e mamma; al tratto d’una cordicella pronunziava un discorso incomprensibile ma importante; quando la si adagiava, socchiudeva gli occhi, come sbirciasse di sotto le palpebre.

Era indubitabilmente una signorina di grande avvenire. Recava con sé anche una cassetta contenente le stoffe per i vestiti.

La mamma di Ada dovette porsi subito al lavoro, tagliando negli scampoli i modelli che Ada metteva insieme e cuciva. Giorgio stava talora a guardare senza divertirsi.

Quella signorina non gli piaceva affatto.

La vecchia marchesa Eufemia di Princisbecco, ch’egli aveva riposto accuratamente, spennata, scorticata, dilavata, gli era assai più cara. Come persona vissuta sempre in una famiglia attraverso gioie e tempeste, aveva in sé non so qual fascino di ricordi; non le erano ignoti né i piaceri delle grandi feste, né l’angoscia dei lutti, né le vicende del viaggio di mare, né le ingiustizie degli uomini e del destino. Il conte Maurizio Creffa, ricchissimo, ne aveva quasi domandato la mano. La spiaggia di Anzio l’aveva vista andare a gambe levate. Più volte aveva perso la parrucca tra i flutti. Condannata a morte, era stata riconosciuta innocente. Non faceva discorsi; non dava sbirciatine di sotto le palpebre. Era una signora seria e pelata, come se ne trovano poche.

La nuova venuta non sapeva di nulla; ignorava perfino fosse mai vissuto il povero Andrea.

Per ciò Giorgio l’accolse con una freddezza che fu una spina al cuore di Ada; e interrogato sul nome da darle, rispose noncurante:

Chiamala Cif.

Egli aveva udito qualche volta suo padre parlar di merce cif Genova, e la parola serbava per lui un senso misterioso.

Per accomodar le cose, la signorina fu chiamata Ciffa. Ada propose di darle anche il titolo di principessa. Giorgio alzò le spalle.

— Ma perché non te ne occupi? — esclamò Ada. — Principessa Ciffa non va forse bene?

Giorgio tacque, sogguardando la ragazzina.

Chi era? Perché glielavevan messa accanto con l’incarico di non lasciarlo pensare a ciò che voleva? Perché non doveva egli parlare d’Andrea e della morte di lui?

In quella giornata calda di quel mitissimo inverno, stavano Ada e Giorgio nel giardino; egli vestito alla marinara, ella con le braccia nude, un po’ scollata, i capelli sciolti per le spalle, e annodati a metà con un nastro rosso. Giorgio la sogguardava imbronciato: sentiva una gran voglia di gettarla a terra e di trascinarsela dietro, i capelli avvolti intorno al pugno perché gridasse.

Ciffa non ti piace? — seguitò Ada.

— No, non mi piace, hai capito? Non mi piace, non la posso patire! La farò a pezzi!...

Giorgio, sei diventato cattivo!

— E che t’importa?... Vattene, se non vuoi vedermi!

Ada sentì le lagrime salirle agli occhi; e le notò anche Giorgio, e s’infuriò.

— Non piangere! — disse, avvicinandosi a lei. — Non piangere, o ti getto a terra e ti strascino fino al mare!

Uscì, andò alla spiaggia, si allungò sulla sabbia.

Pensava ai funerali di Tarafià col garofano bianco datogli da nonna Appia.

C’era tuttavia il povero Andrea, in quei tempi, che studiava per la licenza liceale, e Giorgio intonava la marcia funebre: Bum, bum, burubum!

Ora sì, poteva celebrare i funerali della marchesa Eufemia di Princisbecco, perché qualche altra cosa era morta, Giorgio non sapeva quale. La vecchia bambola, testimonio delle sue infantilità, de’ suoi ghiribizzi da bambino, gli era singolarmente cara, per questo.

Egli era stato preso dalle cose più grandi di lui: egli aveva veduto morire Andrea.

(Il volto insanguinato gli stava sempre innanzi agli occhi, e negli orecchi il rantolo del moribondo: qualche volta gli era parso di riudirlo tra il murmure delle onde e ne aveva avuto un fremito.) La sua infanzia era morta quel giorno, con la morte di Andrea. Come giuocare alla bambola ancora, egli che avea visto la pozza di sangue presso al letto?

Rimase assorto a guardare la linea dell’orizzonte che si congiungeva col cielo.

Andrea era in paradiso?... Dove?... Laggiù, tra le nuvole bigie? Più qua, in quel rosso tramonto, simile esso pure a un’immensa chiazza di sangue?

Alcune vele bianche, manàidi alla pesca, sembravano immobili sul mare calmo. Sarebbero tornate a sera fatta, per vendere il pesce subito alle donnaccole che ingombravan la banchina presso il porto. Giorgio aveva veduto più volte: e quelle montagne di pesce grande e piccolo gli avevan rammentato i pesciolini rossi di Leonia, il cane Perdicca...

Ma dov’era Andrea?... Laggiù, tra le nuvole bigie?...

Egli alzò la testa, sentendosi toccar lievemente sulla spalla.

Ada gli stava innanzi: dal gonfiore e dal rossore degli occhi, si comprendeva che aveva pianto molto.

Giorgio, — ella disse sottovoce, — non mi vuoi?...

— Io non sono Giorgio. Giorgio non c’è più! — egli rispose.

E vedendo che Ada rimaneva immobile, soggiunse:

Siedi qui vicino!

Ada si sdraiò sulla sabbia, al suo fianco Allora Giorgio fece un grande sforzo, tentò di spiegarsi, perché voleva molto bene ad Ada, e a vederla piangere tanto, soffriva egli pure.

— Non so come dire. Io non posso più giuocare con le bambole. Prima giuocavo col capitano Tarafià. Tu non l’hai conosciuto. Poi con la bambola. Ora non posso più.

— Vuol dire che sei un uomo, — aiutò Ada, — e un uomo non giuoca con le bambole?

Sentirsi chiamare uomo parve un poco strano a Giorgio; ma rispose:

— Sì, per questo.

Stette a meditare in un silenzio, che Ada giudicò solenne. Poi seguitò, faticosamente, perché, non abituato ad esprimere pensieri e sentimenti intimi, era per lui opera sovrumana rintracciar gli uni e gli altri dentro di sé.

— Mi contentavo, prima, di Tarafià e della bambola. Ora ho da pensare ad altro. Io non so che cosa voglio, non ti posso dire. Forse i libri. Mi è venuto un gran desiderio di leggere e di leggere, per sapere. Giorgio che giuocava con Tarafià non c’è più. Verrà fuori un altro Giorgio. Mi capisci, Ada?...

— Sì, ti capisco, — ella affermò, sottolineando le parole con un cenno del capo. Ma dominata dalla sua natura femminile, soggiunse inquieta: — E me, mi vuoi sempre?...

— Te, ti voglio sempre!

Ada sorrise con quel sorriso chiaro e delicato, che a Giorgio piaceva tanto.

Ella era interamente presa nel riflesso del tramonto: il volto e le braccia nude vibravano di luce purpurea.

— Io credeva che tu avessi gli occhi neri! — esclamò Giorgio guardandola con meraviglia. — Hanno il colore del caffè, invece, e dentro ci sono tante cose che scintillano!

— Forse non ti piacciono più? — interrogò Ada inquieta.

— Sì, mi piacciono!

Tacquero qualche poco ad ascoltare il crepitìo della spuma che si sfaceva col ritirarsi di ciascuna onda e poi tornava con l’onda nuova.

— Ma devi lasciarmi pensare ad Andrea! — riprese Giorgio bruscamente. — Quando mi proibisci, mi sei antipatica, e mi viene voglia di strapparti i capelli...

Fa’ ciò che vuoi! — disse Ada con tenerezza.

— Tu sai che Andrea parlava inglese? E imparerò anch’io con zia Appia senza andare a Londra; poi leggerò bei libri, che Andrea aveva portato.

Questa di studiare l’inglese era un’idea venutagli da poco, ma ci si ostinava, quasi fosse un omaggio alla memoria del poveretto che si era ucciso.

— Tu l’hai veduto Andrea?

— Sì, più volte!

Sta’ attenta: voglio dire quando moriva?

— No, son rimasta fuori nel corridoio. Ero giunta appena; Lucia mi aveva aperto, e in quel momento si udì lo sparo.

Credi che abbia patito molto?

— No, non ha patito.

— Come sai?

— Lo dicevano in casa mia. Dicevano che è rimasto fulminato.

— Ma tutto quel sangue, tutto quel sangue? Ce n’era sui guanciali, sulle lenzuola, a terra, e anche il viso era coperto di sangue.

Giorgio! — fece Ada con voce supplichevole, vedendo ch’egli impallidiva.

— Si può perdere tanto sangue e non patire?

— Egli non sentiva più nulla.

— Lo ha detto il tuo babbo?

— Il mio babbo, la mia mamma, e tanti altri.

— Che ne sanno essi...? Han provato a tirarsi un colpo nella testa?

— Lo sanno i medici. Io non posso spiegarmi. Ma dicono che quando ci si ferisce in quel modo nel cervello, non si sente più nulla; e si muore...

— Se io avessi parlato al babbo, Andrea non avrebbe perduto tutto il suo sangue, e sarebbe andato a Londra come desiderava.

Tacque: fissò l’orizzonte, mentre Ada trepidante scrutava il volto pallido di lui.

— Tu non sai come è terribile il sangue per terra!

Giorgio, te ne supplico!...

C’era una chiazza così. La lavarono subito, ma la macchia è rimasta. Prima di lasciare la casa, andai a vedere e la macchia c’era sempre, nera, vicino al capezzale, e il letto era vuoto.

Ada piangeva in silenzio, disperando di riprendere il suo potere sul ragazzo e di svagarne il pensiero. Ma egli non badava affatto alle sue lagrime.

Trasalì, udendo la voce di Maria, che dalla soglia del villino chiamava:

Bambini, a casa! Ora si leva il vento forte!

Ada e Giorgio si alzarono; e mentre s’avviavano, Giorgio disse:

— Non posso più giuocare colla bambola!

 


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License