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Tra le cinque e le sei del mattino, comincia il canto delle rotaie. Son le rotaie che gridano al passar dei carrozzoni gialli-rossi e rossi-bianchi, quasi ne sopportino a mala pena il carico. Il canto, stridulo sulle curve, lacerante come un lagno prolungato; più basso e piano dove il binario si snoda in linea retta; nel mattino silenzioso sembra prendere intera l’aria e farla vibrare.
Giorgio si destò di soprassalto.
Avvezzo da tre mesi alla voce potente del mare, stentò a riconoscere in quel grido lamentoso il saluto della città che si sveglia.
Si guardò intorno; era la sua cameretta, nel palazzo nuovo di via Venti Settembre; la luce del giorno color di perla entrava di tra le stecche delle persiane; nella camera attigua dormivano il babbo e la mamma.
Ascoltò nuovamente lo stridere delle ruote sui binarii, il pesante sobbalzare dei carrozzoni.
Era tornato la sera innanzi a Roma. E il mare seguitava a gettar le sue onde e la sua spuma crepitante sulla spiaggia; e così sempre e sempre...? Che faceva Ada...?
Si riaddormentò.
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I primi giorni furon assai penosi.
Sembrò a Giorgio d’essere caduto fra una congrèga di pazzi: vestivano a lutto severamente: misero a lutto anche lui; non parlavano mai di Andrea; nonna Appia, la mamma, il babbo, le stesse persone di servizio, da Lucia all’ultimo domestico, lavoravano febbrilmente, gli uni ad addobbare la casa, a rimuovere mobili, a fare e disfare, l’altro nel suo studio, tra carte e uomini d’affari. Trottavano tutti; alle spalle dovevano avere un’idea, un ricordo, che li sospingeva senza posa; e trottavano, trottavano, per dimenticar quell’idea, per cancellar quel ricordo.
Nulla era più buffo, nulla più drammatico.
Quando Giorgio pronunzia il nome di Andrea, Matilde e Appia lo guardano e tacciono. Non bisogna pronunziare quel nome, il quale fa sbiancare il volto alla mamma.
Ed allora sono tutti pazzi. Il salottino è stato ideato, fatto e disfatto già tre volte. Così dice Lucia. Appia sceglie le stoffe, imagina lo stile, ci si prova; e poi ogni cosa è mutata. Lo stesso è avvenuto per la sala grande, per lo studio del babbo, per la cameretta ove stanno Giuliana e la sua governante. La sola camerina di Giorgio, tappezzata di un gridellino con qualche riga d’oro pallido, addobbata con mobili a fiori, veramente fresca e gaia, non ha patito mutazioni. Tutto il resto cambia di settimana in settimana, né si sa quando mai quello sperpero sia per finire.
A tavola, nonna Appia è invitata sovente; chiacchierano tutti. Il babbo racconta de’ suoi affari; Matilde di qualche pettegolezzo; Appia discorre d’arte e di musica. Non v’è un solo istante di silenzio, come se qualcuno potesse sopraggiungere e prender posto a tavola in un momento in cui nessuno parla. Quando Appia non è invitata, quel posto si vede bene, vuoto; e Giorgio, e anche gli altri, vi gettano qualche occhiata fugace. Pare a tutti di sentire una voce:
— Non avete Porto rosso?... Un poco di Porto?
Ecco, recano la bottiglia, e alzando il bicchiere, il poveretto dice:
— Alla salute di tutti!...
Dove sei, dove sei, Andrea?... Chi ti ha fatto morire?...
Una sera, a quel ricordo, l’impressione fu così viva, che Giorgio scoppiò a piangere e non poté più mangiare. Nessuno gliene chiese la ragione; Matilde si alzò e si richiuse nella sua camera; Silverio baciò Giorgio in fronte e questi sentì le lagrime di lui irrorargli le guance.
Egli si studiò di non piangere più, perché la scena diventava orribile di tristezza; onde anch’egli parlava, parlava di Anzio e di Ada e delle bambole e dell’incrociatore e di ciò che aveva visto per la strada. E veramente sono tutti pazzi.
Matilde ha ripreso a suonare il piano. Vi sta lunghe ore. Suona specialmente arie italiane, canzonette leggère e musica delicata del settecento; ma talora s’interrompe di colpo: le braccia abbandonate lungo il corpo, gli occhi alla musica, segue un suo segno, un’imagine, quell’idea, quel ricordo, che fa trottare tutti. Giorgio l’ha sorpresa più volte così; e al vederlo, Matilde si passa una mano sulla fronte, poi ricomincia; si volge a Giorgio e sorride.
Viene molta gente per casa, specialmente al tè del venerdì; il Catalani, gli Zampieri, i Cavalli con Leonia, gli Strògoli, i Valdi, i Castello, Maurizio Creffa con un giovane principe russo Vladimir Strogonow, e molti altri. Si parla d’ogni cosa, fuor che di Andrea, quantunque Maurizio Creffa sia rimasto stupefatto alla notizia di quella morte e non ne abbia capito nulla.
(Ci sono altre due personcine, Topino e Falba, che pure furono sbalordite, ma non si vedono perché non possono essere ricevute nelle famiglie per bene; e ambedue rammentano sempre quella visita di Andrea a Maurizio, e si domandano ancora che cosa volesse, che cosa dovesse dire il ragazzo, e perché non ha parlato... E ne sono tuttavia commosse, quantunque certamente tra poco avran dimenticato il ragazzo e il mistero della sua morte e la poesia de’ sogni sepolti per sempre... Guai a chi non dimentica!)
Viene molta gente per casa. Intorno a Giorgio, Ada e Leonia e Giovannino Cartolli e Alfredo Buccia e Paolo Strippola e Severino Tormada, con le loro famiglie. Nessuno di quei ragazzi fa mai cenno di Andrea: hanno ricevuto l’ordine; Giorgio capisce; hanno ricevuto l’ordine di non parlare per non turbarlo.
Infine è chiaro dalla frequenza degli inviti e dalla premura degli invitati che c’è tutto un lavorìo intorno alla famiglia Astori, fastosa e potente: si lavora a distrarre, a consolare. Ci son gli Zampieri, i quali darebbero qualche anno di vita perché se non la gioia, la quiete almeno tornasse nella casa dei benefattori; e son felici che Ada sia l’amica e la confidente di Giorgio, quantunque il babbo di lei si domandi dove si andrà a finire con quella intimità, sebbene purissima.
Leonia Cavalli sola è un poco indifferente a tanto travaglio di amici.
Non conta ancora quindici anni. È diventata assai bella. I suoi occhi hanno sovente una tal luce che sembrano bruciare. Ada ha notato che sta quasi sempre col principe Strogonow, un giovane di ventitré anni, il quale si diverte a farla chiacchierare. È alto, snello, biondo: imagine di salute e di gaiezza. Leonia col capelli neri, sottile ed elastica, figura bene al fianco di lui.
Questo non interessa molto Ada, purché Leonia non venga a dir cattiverie e a portarle via Giorgio, che ha ancora bisogno di tante cure.
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Nella grande sala al di sopra del divano, c’è un largo spazio vuoto.
Le altre pareti hanno quadri di pittori insigni, scelti direttamente da nonna Appia o per consiglio di lei. Giorgio vi si attarda qualche volta a guardare le battaglie del Borgognone e di Salvator Rosa; un guerriero a cavallo, curvo a sferrare un colpo di mazza sulla testa del nemico appiedato, somiglia al capitano Tarafià. Il cavallo dalla tonda groppa s’impenna; e intorno sopra un fondo giallo dorato v’è una mischia feroce, con qualche nota di rosso, pennacchi di capitani o lembi di vessilli; a terra, uomini e cavalli morti, arme infrante.
Lo spazio vuoto al di sopra del divano aspetta qualche cosa.
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Per Giorgio l’anno scolastico era perduto.
Nessuno, del resto, parlava di farlo studiare. Il medico di casa, quel Marco Fallena, allievo prediletto del marito di Appia e ora sanitario di gran nome, raccomandava di non affaticare il ragazzo. Lo si nutrisse robustamente, lo si distraesse. Giorgio aveva trovato in casa i romanzi del Verne, che lo appassionavano; e Maurizio Creffa gli regalò anche una storia dei pirati, la quale lo sbalordì. I nomi dei famosi ladroni di mare, eran simili a quelli ch’egli bambino aveva dato a’ suoi soldatini e alle penne che li rappresentavano: Dragùt e Luccialì, Barbarossa e Gaddalì; egli aveva imaginato i nomi di Kavallì e Tarafià pe’ suoi guerrieri. Ne fu assai contento.
Poi volle studiare l’inglese con zia Appia. Andava da zia Appia ogni giorno un paio d’ore e studiava con intelligenza. Da ultimo, sempre, la nonna suonava qualche sinfonia e gli spiegava da chi e quando era stata scritta. Appia sapeva una quantità di queste belle storie in cui figurano i grandi uomini, musici, poeti, scienziati: storie vere, che raccontate da Appia con quella sua calda voce riescono più attraenti delle favole.
Giorgio ascoltava a bocca aperta.
Ma talora si distraeva, percosso da un’idea repentina. Dov’è Andrea? Lassù, tra quelle nuvole bigie sopra il mare...? E il mare seguita a gettare le sue onde e la sua spuma crepitante sulla spiaggia: e così sempre, senza fine?
— Giorgio, — lo richiamava zia Appia, — forse ti ho annoiato?
— Oh no, zia Appia!... Pensavo ad Andrea!
A lei, alla nonna dai capelli d’argento e dal sorriso malinconico, egli poteva confessar quel suo pensiero dominante.
— Sì caro, ma ora basta. Ascolta questa canzonetta, com’è graziosa...
E Appia suonava dolcemente, dolcemente, per fugar d’innanzi agli occhi di quel suo diletto la visione di sangue.
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— Chi manda? — interrogò Lucia.
Un commesso, carico d’un grande quadro, le stava innanzi: il quadro avvolto in un panno verde non lasciava veder qua e là che l’oro della cornice.
Il commesso pronunziò il nome d’un pittore illustre.
— Sta bene: lo porti qui, in salotto!
C’erano in salotto Giorgio con la mamma. Il quadro fu messo sul divano, quasi di là fosse potuto arrampicarsi ad occupare lo spazio che da tempo gli era serbato.
— Che cosa è, mamma? — chiese Giorgio. — Si può vedere?
— No; aspettiamo che rincasi il babbo!
Giorgio fiutava in aria qualche cosa di strano. La mamma turbata andava sogguardando il quadro, come avesse desiderato e temuto nello stesso tempo di alzare il panno che lo ricopriva. C’era qualcuno là sotto? C’era una vita, che anelava a sbucar fuori?
Alle cinque sopraggiunse Ada. Giorgio le raccontò qualche storia di pirati; le disse che al ritorno ad Anzio bisognava mettere in mare una grande nave a vela, che rappresentasse le galere di Dragùt; fece molti disegni per l’estate prossima, e Ada ne fu contenta. Se ne andò, pensando che Giorgio era guarito se almanaccava tanto intorno a favole e a storie, se desiderava tornare al mare e non faceva il nome di Andrea. Silverio rincasò verso l’ora del pranzo; Matilde gli annunziò:
Egli ebbe come un sussulto. Andaron tutti in salotto. Silverio si accostò al divano, levò con mano nervosa il panno verde. Rimasero un istante ammutoliti.
Andrea!...
Andrea, seduto con la pipetta nella destra, la sinistra ancora guantata, una gamba accavallata sull’altra. Era così, la sera del ritorno; diceva come allora:
— Siete intontiti?... Io credeva di farvi una sorpresa!
E guardava fisso i suoi, con un sorriso benevolo, che aveva un’ombra di amarezza.
Matilde impallidì. Silverio stese le braccia.
— Figlio, figlio mio! — esclamò. — Perché ci hai lasciati?
Allora, vedendo che le lagrime spuntavano sulle ciglia del babbo e gli cadevano per le guance, Giorgio fu preso da un impeto di disperazione:
— Non piangere! — gli disse. — La colpa è mia, se è morto!
— Che dici? — esclamarono a una voce Matilde e Silverio.
— Sì, sì, io sapeva tutto! Egli mi aveva raccontato ogni cosa, mi aveva tanto pregato e supplicato di chiedere perdono al babbo. «Tutto dipende da te, tutto dipende da te!» andava dicendomi. Anche un giorno che c’era Ada e egli aveva ricevuto una lettera dei suoi amici, anche quel giorno mi pregò di parlare al babbo.
— E tu, tu? — incalzo Silverio, passando una mano sui capelli del ragazzo.
— Io non ho parlato... Ho risposto che non volevo parlare!
— Perché, Giorgio?
— Perché avevo paura. Anch’egli aveva paura!
— Di chi?
— Di chi, Giorgio, di che cosa avevate paura? — insistette Matilde.
Ma Giorgio non rispose. Stava con gli occhi fissi al ritratto, come ne venisse ancora una voce:
«Tutto dipende da te!»
Andrea era tornato, vivo, con la pipetta carica di tabacco Làtsciari, con la sua voglia di godere. Prendeva posto in salotto, sorridendo.
— Non hai alcuna colpa di non aver parlato, — sentenziò gravemente Silverio. — Tu non potevi far nulla, Giorgio! Ma che cosa ti disse?
— Mi disse che aveva pensato di chiedere aiuto agli altri, ma che nessuno avrebbe voluto dargli denaro; e per ciò bisognava parlare con te. Egli voleva essere perdonato.
— Giorgio, te ne prego, basta!... — interruppe Matilde.
Silverio, accasciato in una poltrona, il volto nascosto tra le mani, piangeva.
Tale era la verità che veniva da una bocca innocente: Andrea voleva essere perdonato. Silverio intuì che dal giorno del suo arrivo al giorno della sua morte, il poveretto doveva aver trascinata un’esistenza di continuo terrore; e in questa era andato già scontando le sue colpe.
Tutti sapevano; anche il Vanzelli aveva narrato a Silverio di una visita di Andrea, per la quale egli aveva intraveduto qualche imbroglio; lo stesso Catalani nutriva sospetti dal giorno ch’era arrivata la lettera di Middleton Stanley; Giorgio aveva avuta intera la confessione di Andrea. E nessuno s’era sentito il coraggio di dir la verità a lui, a Silverio!... Giorgio, un bambino, aveva tenuto per mesi e mesi, il suo segreto!
— Suvvia! — esclamò Silverio, levando il capo. — Ora Andrea è con noi. Bisogna fargli compagnia senza piangere!
Andò a baciare il ritratto; poi lo baciarono Matilde e Giorgio.
Andrea sorrideva, con la sua pipetta carica di buon tabacco nella destra. Il pianto è nella vita, ma la vita non è nel pianto.