Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XVI.

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SECONDA PARTE.

 

 

 

XVI.

 

Leonia Cavalli annunziò ch’era fidanzata; fidanzata con quel principe Wladimir Strogonow, amico di Maurizio Creffa. Ella diede l’annunzio una sera in cui v’eran parecchi invitati in casa di Silverio.

La vita aveva ripreso veramente. Era venuto perfino il giorno di smetter le gramaglie, quantunque Matilde vestisse ormai sempre di bigio o color d’ametista. La casa di via Venti Settembre aveva i suoi angoli d’intimità, i suoi ricordi; Giuliana chiacchierava, civetta, inventava ogni poco qualche bricconeria contro il fratello, che gliele perdonava tutte.

Dalla morte di Andrea tre anni eran trascorsi.

Leonia Cavalli annunziò che il principe Wladimir Strogonow aveva chiesto la sua mano. Si rallegrarono con lei e coi parenti che la accompagnavano. Era, del resto, cosa preveduta. La simpatia del principe per la bellissima fanciulla durava da tempo e a chiunque doveva riuscir naturale che concludesse con un matrimonio.

Ada, seduta a fianco di Giorgio, ne rimase attonita.

Ella aveva quindici anni; Leonia diciassette... Questa a furia di giuocare al marito, (non voleva un giorno sposare il povero Andrea?), era riuscita a trovarselo: giovane, ricco, con un titolo di prim’ordine.

Ada ne rimase attònita.

— Che fai? Tocca a te! — disse Giorgio, mettendole una mano sul gomito.

A un tavolino in un angolo, Giorgio e Leonia, Giovannino Cartolli e Ada, giuocavano alle carte.

Giorgio aveva ascoltato la notizia con grande indifferenza.

— Allora diventi principessa? — interrogò Ada, gettando una carta sul tavolo.

— Ma no, ma no! — protestò Giovannino. — Non vedi che è il sette bello?

— Ah, scusatemi!

— Non si può più riprenderlo! — disse Giorgio, puntando l’indice sulla carta.

Mamma mia, se volete parlar di principi e di principesse, tralasciamo di giuocare! — fece Giovannino. — Io perdo già cinquanta centesimi!

Dici un fiammifero! — esclamò Giorgio.

Gli altri diedero in una risata.

Principessa, naturalmente! — rispose Leonia.

Ebbe un lampo negli occhi.

Principessa, non far perdere la testa ad Ada, — pregò Giovannino. — Giuoca abbastanza male senza queste storie!

Tacquero; finirono il giro; mentre mischiava le carte, Giovannino seguitò:

— E poi, Ada, se hai tanta voglia di diventar qualche cosa anche tu, non hai che da scegliere. Ti daremo il titolo di contessa.

— Non dire sciocchezze! — mormorò Ada.

— Ma sì; perché non sposi il conte Maurizio Creffa? — insinuò , gettando un’occhiata a Giorgio.

— Perché non è conte! — disse questi.

— Non importa: tutti gli danno il titolo, ed egli è innamorato di Ada!

— Anche tu non dire sciocchezze! — pregò Ada.

Ma Giorgio le lanciò un’occhiata interrogativa, che la fece arrossire. Egli non sapeva, non sapeva davvero che Maurizio Creffa fosse innamorato di Ada. Lo annunziava Leonia, la quale doveva, col suo istinto femminile, aver notato qualche cosa. E Ada arrossiva, come a confermare che qualche cosa aveva notato ella pure.

— Dunque, attenti! — pregò Giovannino Cartolli. — Di matrimonio parleremo dopo. Ada, bisogna che ci svegliamo o siam perduti.

Ma all’infuori di Giovannino, ciascuno dei giuocatori aveva ormai il suo dèmone nel cervello, e fecero a gara a chi giuocava peggio. La partita finì con la sconfitta, per soli tre punti, di Leonia e di Giorgio.

— Io ne ho abbastanza! — disse Ada.

— Proprio quando stavo per rifarmi! — lamentò Giovannino.

Ma non gli badarono.

Ada, passato il braccio sotto il braccio di Leonia, allontanandosi con lei, le disse:

Raccontami!

Giorgio s’avvicinò a un crocchio ov’erano Matilde con Appia e Maria Zampieri.

Rimase Giovannino al tavolo, guardando intorno se non vi fossero altri per continuare. Ma non vide che i due Strògoli (il terzo era morto l’anno prima di febbri gastriche), e Alfredo Buccia, che gli si fece vicino:

— Vuoi che ti reciti qualche cosa? — domandò.

Fila, fammi il piacere! — rispose Giovannino.

Ma l’altro, imperturbato, cominciò con voce flebile:

 

Dal che ai monti della Savoia
Diedi piangendo l’ultimo addio...

 

Giovannino, aguzzate curiosamente le sopracciglia, lo squadrò: e poiché credeva d’essere ammirato, Alfredo seguitava:

 

Non è più gioia, non è più gioia
Dentro al cuor mio!...

 

— E va’ a morì ammazzato! — borbottò Giovannino.

Poi, gettategli le carte tra i piedi, si alzò.

Giovannino Cartolli contava ormai sedici anni e faceva placidamente a furia di ripetizioni la seconda ginnasio, mentre Giorgio, che ne aveva poco più di tredici, faceva la terza. Ma Giovannino aveva carattere filosofico; alla fine sarebbe arrivato anche lui, pensava, e le cose era meglio saperle bene; per ciò, di tanto in tanto, ripeteva l’anno.

Egli raggiunse Giorgio, che sorbiva una tazza di .

Sai che quell’Alfredo Buccia è proprio stupido? È venuto a recitarmi una poesia.

— Quale poesia? — domandò Giorgio sorridendo.

— Che ne so? Ha lasciato i monti della Savoia e non ha più gioia dentro il cuor suo. Cose da pazzi!... Dammi una tazza di !...

Giorgio si affrettò a servire il compagno. Alfredo Buccia sopraggiunse.

— Se mi reciti un’altra poesia, ti tiro la tazza in faccia! — minacciò Giovannino, tra scherzoso e serio.

— No: volevo una limonata con molto zucchero, — confessò Alfredo. — La poesia te la recito dopo!

Ragazzi, pronti a scappare! — fece Giovannino.

A poco a poco, mentre le persone grandi chiacchieravano in vari crocchi, intorno a quel tavolino carico d’ogni genere di bevande e di dolci, s’adunarono i ragazzi. Vennero i due Strògoli, Irma Dantelli, Severino Tormada, Paolo Strippola, Lucilla Verganti, Carletto Rombi, tutti fra dodici e sedici anni.

Giorgio, coadiuvato da un domestico alto e severo, faceva gli onori di casa, distribuendo pasticcini, limonate, dolci, , fette di torta, frutta candite.

In un angolo discosto, Leonia Cavalli raccontava ad Ada come il principe Wladimir Strogonow avesse chiesto la sua mano, tre giorni addietro.

— E tu? — interrogò Ada.

— Io ho risposto di sì.

— Ma lo ami?

Leonia inarcò le sopracciglia e si strinse nelle spalle: poi rispose con una domanda:

— Che cosa significa amare?

— Mio Dio, non so! — fece Ada. — Gli vuoi bene, ti piace, sei contenta se ti sta vicino?

— Certo, certo. E questo sarebbe amare?...

— Mi sembra.

— Allora tu ami Giorgio?

— Perché?

— Perché gli vuoi bene, ti piace e gli stai sempre vicina...

Ada rimase impacciata, con un lieve color di rosa che le saliva dalle guance alla fronte.

— Io ti do un consiglio, — seguitò Leonia. — Se ti pare di amarlo, smettila! Non potrà mai sposarti: ha due anni meno di te, la sua famiglia è ricca e superba e si opporrà certamente perché il tuo babbo non è che un impiegato. Capisci?

Ada a testa bassa giocherellava con un nastro del suo abito.

— Ma io non ti ho detto che lo amo! — rispose. — Sei tu che adoperi queste parole importanti. Gli voglio bene come fosse mio fratello...

— Per adesso lo credo, perché è quasi ancora un bambino; ma poi... Invece ti consiglio di non lasciar perdere Maurizio Creffa, il quale ti tien d’occhio da un pezzo. Tu hai quindici anni, non è vero?

— Sì.

Pensa che a sedici potresti essere fidanzata e a diciassette contessa Creffa, con parecchi milioni!...

— Che contessa! — Ada esclamò. — È un conte per burla...

— Non importa. Babbo diceva giorni fa che se un milionario mette la corona sui biglietti e sullo sportello dell’automobile, nessuno fiata, e il milionario diventa conte per magìa. E poi è un bel giovane, come Wladimir.

Ada si alzò perché quel discorso le spiaceva; ma Leonia la trattenne ancora.

— Fammi un favore... — disse.

Poco dopo, Ada compariva nel crocchio dei ragazzi, presso il tavolino.

Si fece dare una tazza di da Giorgio, e interrompendo un discorso sconclusionato di Irma Dantelli sulle favole del Lafontaine, disse:

Devo farvi un’ambasciata. Leonia vi prega tutti di non trattarla più con tanta confidenza.

Uh, che spocchia, la signora principessa! — fece Giovannino. — Che vuole, che le teniamo il manto?

— Non è per questo: ma ha diciassette anni, capirete, — spiegò Ada. — È una signorina!

— Ha ragione, — disse Giorgio. — È una signorina!

— E te, come ti dobbiam chiamare? — seguito Giovannino, volgendosi ad Ada. — La signora contessa?... contessa Creffa?

Ada balzò in piedi con un balenìo negli occhi.

— Se non la finisci, ti pianto due schiaffi su codesta faccia da maligno! — disse.

Poi depose la tazza sul tavolino e si allontanò.

Seguì un breve silenzio.

Ci hai fatto una bella figura! — disse a un tratto Alfredo Buccia ridendo.

— E sta’ zitto, cantastorie!

— No, hai torto, — confermò Giorgio. — Che c’entra la contessa?

— Ho torto per una cosa sola, e in questo avete torto anche voi, — spiegò Giovannino. — Ed è, che un ragazzo a quindici e a diciassette anni è sempre un ragazzo, mentre una ragazza è già donna!... E bisogna trattarla da donna. E anche voi, dando del tu a Leonia e ad Ada, avete torto con me.

Spiegazione fiorita! — disse Alfredo Buccia col suo ridere gorgogliante. — Un ragazzo è un ragazzo, e una ragazza non è una ragazza... Mi par la storia di quel cane, che aveva le orecchie da cane, la coda da cane, e non era un cane.

— E che cosa era? — interrogò curiosamente Irma Dantelli.

Era una cagna!...

I ragazzi risero a veder la faccia confusa di Irma.

Giorgio, levatosi in piedi si avvicinò chetamente ad Ada, la quale stava sola in una poltroncina a fianco del piano, squadernando un fascicolo di musica.

— Ti sei offesa? — domandò Giorgio.

— Certamente: e tu non sai farmi rispettare...! Sono stufa di queste chiacchiere. Ha cominciato Leonia, quella cattiva. È veramente cattiva, Leonia, non puoi imaginare quanto!...

— Sono molti anni che lo so, — rispose Giorgio, — da quando ammazzava i pesci della vasca.

— No, non imagini i bei consigli che mi !... Ma in ogni modo, questo non c’entra... Che poi venga anche Giovannino Cartolli a prendersi giuoco di me, è un po’ troppo!... Non so chi sia quello screanzato...

In quel momento si fece un certo tramestìo nel salotto.

Entrarono Wladimir Strogonow e a breve distanza Maurizio Creffa.

A veder quest’ultimo, Ada si fece di porpora in viso, proprio perché voleva parere indifferente. Giorgio notò quel turbamento strano, ma non disse nulla.

Parecchi dei presenti andarono incontro al principe e si rallegrarono con lui che sorrideva, allegro, girando intorno gli occhi a cercar Leonia e i parenti di lei.

Grazie, grazie, — diceva. — Ah, non ha saputo tacere?... Io aveva scommesso che non avrebbe taciuto otto giorni!...

— Avete ragione, ho perduto! — confessò Leonia, che si era avvicinata. — Mi direte che cosa vi devo.

— Oh, cose terribili, cose terribili...! Mi contento d’una scatola di sigarette.

— D’oro? — fece Leonia con un sorriso.

Maurizio Creffa salutava a destra e a sinistra. Giunse innanzi ad Ada, e le disse:

— Qui rintanata? Sola...?

Sola?... Non vede Giorgio?... — rispose Ada bruscamente.

— Oh, Giorgio, scusami!...

Buona sera! — fece Giorgio. — Non credevo d’esser tanto piccolo!...

Maurizio si allontanò senza rispondere.

Venivano dall’altro lato del salotto risate ed esclamazioni. In un crocchio, Alfredo Bucccia con gesti languidi e voce argentina declamava: stavano ad ascoltarlo alcuni giovanotti, intorno ai quali s’erano assiepati anche i ragazzi.

— Vieni, — disse Giorgio. — Non vuoi rimanere qui come in castigo?

Ada si alzò. Arrivarono ella e Giorgio presso il circolo che s’era formato attorno ad Alfredo. Giorgio indugiò un istante ad ascoltare:

 

Se bel rio, se bella auretta
Tra l’erbetta
Sul mattin mormorando erra,
Se di fiori un praticello
Si fa bello,
Noi diciam: ride la Terra!...

 

Bravo! Giustissimo! — approvò Maurizio Creffa.

Giovannino! — chiamò Giorgio, toccando il compagno sulla spalla.

Aspetta: lasciami udire! — fece Giovannino.

 

Quando avvien che un zeffiretto
Per diletto
Bagni il piè nell’onde chiare,
Sicché l’acqua in su l’arena
Scherzi appena,
Noi diciam che ride il Mare...

 

Il principe Strogonow esclamò:

— È delizioso, è delizioso! Di chi sono questi versi?

Maurizio Creffa si strinse nelle spalle e ripeté la domanda all’ingegner Catalani, che gli era al fianco.

Ma Alfredo aveva ripreso:

 

Se giammai tra fior vermigli,
Se tra gigli
Veste l’alba un aureo velo
E su rote di zaffiro
Move in giro,
Noi diciam che ride il Cielo...

 

Giovannino! — ripeté Giorgio.

Giovannino fece «Auf!» e si rassegnò a seguir Giorgio.

— Ma di chi sono questi versi così eleganti? — domandò nuovamente il principe.

— Del Chiabrera: di Gabriello Chiabrera! — rispose Giorgio. — Vieni, Giovannino!...

I due si fermarono presso il pianoforte.

Devi chiedere scusa ad Ada, subito! — ordinò Giorgio.

Scusa di che? — obiettò Giovannino stupito.

Giungeva la voce di Alfredo:

 

Ben è ver: quando è giocondo
Ride il mondo,
Ride il ciel quando è gioioso...

 

— Dei tuoi scherzi stupidi! — spiegò Giorgio. — Va’ a chiedere scusa!

— Ma sei matto? Tra noi ragazzi?...

 

Ben è ver, ma non san poi...

 

Ragazzi o non ragazzi, devi chiedere scusa!

 

Come voi,
Fare un riso grazïoso...

 

Risonarono battimani, si levò un coro di lodi e di commenti.

— Me ne infischio, io! — dichiarò Giovannino.

— E allora, dirò a mio padre di non invitarti più. Villani non ne voglio!...

Aspetta, — fece Giovannino.

Gli rincresceva troppo di perdere l’amicizia di Giorgio e la frequentazione di quella casa ricca. Si mosse per cercare Ada.

Dàlle del lei! — gli gridò dietro Giorgio.

Il crocchio intorno ad Alfredo andava assottigliandosi; ciascuno ripigliava il suo posto. Giovannino incontrata Ada, pronunziò gravemente:

Giorgio mi ha detto che lei è offesa. Le domando perdono. Io volevo soltanto scherzare.

Grazie, — acconsentì Ada, stendendogli la mano con un sorriso.

Giovannino la strinse, poi girò sui tacchi e tornò presso Giorgio. Anche il principe s’era avvicinato.

Devo ringraziare il padroncino di casa, — disse, — il solo che mi ha svelato il nome di quel poeta... Chiabrera?

Chiabrera!

Grazie. E come sa?...

— Ce l’hanno detto a scuola, — spiegò Giorgio.

Detto a scuola?... Maurizio, il conte Creffa, non sapeva...

— Non sarà stato a scuola, — fece Giovannino con la sua tranquilla faccia maligna.

— Oh Giorgio, — disse Ada sottovoce, sopravvenendo. — La prima volta che ho avuto una soddisfazione: e la devo a te!

Il ragazzo la guardò sorridendo.

Donna Appia in quel punto, seduta al piano, attaccò il Perché di Schumann.

 

 

---

 

Rincantucciata in un angolo dell’automobile di Maurizio Creffa, il quale al finir della serata aveva offerto di ricondurre la famiglia Zampieri, Ada taceva. Il giovane sedutole accanto, — di fronte aveva papà e mamma, — era veramente innamorato di lei? intendeva un giorno sposarla? le parole e i consigli di Leonia erano giusti...?

Gli altri chiacchieravano dell’ospitalità di casa Astori; della morte di Andrea, ancora soggetto se non d’induzioni, di rammarico; dei guadagni di Silverio, che da poco aveva comperato una villa ad Anzio.

Ada taceva, badando a non urtar col gomito o col ginocchio, nei trabalzi dell’automobile, il gomito o il ginocchio del vicino.

Leonia, con la fredda precocità della fanciulla che sa quel che vale e considera la vita alla stregua di un onesto affare, l’aveva turbata fin nell’intimo. Bisogna pensare all’amore, all’avvenire, al matrimonio, scegliere un marito o lasciarsi scegliere come moglie?

Ma chi l’ha detto?

E costui, chiuso nel soprabito nero, col cappello tra le mani guantate, elegante, ricco, ha già fatto la sua scelta, ha scelto proprio lei, Ada Zampieri, e non glielo dirà che al momento opportuno? Che modo è questo...?


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