Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XVIII.

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XVIII.

 

Giorgio tornò da scuola con un pugnale, che aveva comperato da Giovanni Cartolli per cinquanta lire. Giovannino vendeva di tutto, per tirare avanti, dai francobolli ai libri, dalle armi antiche alle forcine dorate per signora; comperava abilmente, il mercoledì, al mercato di Campo de’ Fiori, e sapeva rivendere con guadagno.

Il pugnale dalla piccola guardia arabescata, chiuso nella guaìna di vecchio velluto rosso, era piaciuto a Giorgio.

Entrò nella sua camera, aperse l’ultimo cassetto d’un grande armadio antico, in cui teneva molti oggetti, che avevano sostituito i balocchi. Trovò nell’angolo distesa con le braccia lungo il corpo, Eufemia di Princisbecco, stinta in volto, impregnata d’odor di mare, gli occhi ridotti a due puntini neri senza sopracciglia. La prese e la guardò. Gli rammentava il suo antico male, quel languore ond’era stato colto subito dopo la morte di Andrea; e le tenere cure di Ada per distrarlo, la pazienza infinita, umile, sorridente, della bambina per il suo dolore e per il suo terrore. Non v’era in quel fosco periodo della infanzia di lui che quel ricordo, il quale attenuasse con la sua dolcezza sempre viva il ritorno amaro di tutti gli altri. La bambola era come l’anima di Ada, il simbolo della sua devozione. Ogni volta che gli veniva a mano, gli sembrava d’udire le parole della piccola amica: «Ma non capisci che mi fai morire...?»

Le mise accanto il pugnale e richiuse.

Era accigliato.

Più tardi, un domestico venne a chiamarlo. V’erano alcuni conoscenti in salotto, e tra gli altri Maria Zampieri con la figliuola. Obbedendo agli ordini di suo marito, Maria raddoppiava in quel tempo di assiduità e di premure presso la famigli a Astori, perché Silverio non avesse a sospettare del lavorìo che Paolo andava facendo con Maurizio. Precauzione inutile.

Ada era nervosa. Studiava la maniera di appartarsi con Giorgio, ma due signore, non anco ben pratiche delle abitudini di casa, avevano occupato il divanetto, che Giorgio e Ada consideravano di loro proprietà assoluta.

Finalmente le due disturbatrici si levarono per guardare un albo di merletti antichi, che Matilde Astori mostrava: e trovarono altro posto nelle poltrone.

Ada corse ad occupare il suo, si sforzò a soffiare il naso e a sciorinare in aria il fazzoletto per attirare lo sguardo di Giorgio.

Egli la raggiunse ridendo.

— Mi sembri Robinson Crusoè, che fa i segnali! — disse.

— Ho parlato, sai, con Maurizio Creffa! — annunziò Ada sottovoce. — Non vuole sposarmi, non mi tiene d’occhio!...

Giorgio mandò un grande respiro, che fece sorridere Ada. Egli capì allora di essere stato triste parecchi giorni per quel pensiero di Maurizio; lo sentiva indosso, gli pesava come una cappa di piombo, lo perseguitava dappertutto, ma non era mai riuscito ad afferrarlo. Ora che glielo strappavan dall’animo, il petto si sollevava leggiero in un respiro di contento.

— L’ha detto lui, che non vuole sposarti? — interrogò.

— Non ci pensa neppure: s’è messo a ridere!... Tutte invenzioni di Leonia Cavalli, figùrati!

— È una carogna! — definì Giorgio.

Ada credette opportuno di fare una pausa per assaporare l’atroce ingiuria con cui Leonia era punita.

— Ma dove gli hai parlato; quando? — riprese Giorgio.

— L’altra sera, a casa mia. Gli ho chiesto proprio se mi tiene d’occhio, gli ho detto che non sta bene, ed egli ha risposto che vuole sposare Eufemia di Princisbecco.

Giorgio rise; ma poi si rabbuiò.

— A casa tua; viene a casa tua?

— Sì, non volevo dirtelo: babbo ha proibito a mamma e a me di parlar delle visite di Maurizio, perché stanno combinando certi affari, non so. Ma io temevo che tu credessi veramente che ci sposiamo... Non parlarne, te ne prego!

— E il tuo papà e la tua mamma che hanno detto?

— Non c’erano. Ho approfittato d’un momento ch’eravamo soli, Maurizio ed io... Che hai? Non sei contento? Mi tieni broncio lo stesso?

— No, no!... Ma capisco!... No; sono contento, Ada, non ti tengo il broncio: ti voglio tanto bene!...

E per rassicurare l’amica, Giorgio, balzato dal divano fece alcune giravolte goffe, con le braccia in alto; una danza degli indigeni di Tokululù.

Matilde interamente vestita di quel colore d’ametista, che s’addiceva ai capelli biondi solcati da molti fili d’argento, chiamò Giorgio per presentarlo ad alcune amiche. Una signora parlò inglese con lui; Giuliana che stava insudiciandosi con la cioccolata, volle dargli a forza il resto d’un biscotto bagnato.

La conversazione importante non si poté riprendere che più tardi.

— Allora sei contento? — interrogò Ada.

— Mi accorgo d’avere avuto paura, tutti questi giorni, — confessò Giorgio. — Perché se Maurizio ti vuole, ti può prendere: è un uomo e molto ricco. Che posso fare io contro di lui?... Forse ho comperato il pugnale per ucciderlo... Non posso altro.

Ada guardò Giorgio esterrefatta.

— Un pugnale per ucciderlo...? — ripeté.

— Non so: ma mi piaceva tanto il pugnale, forse per questo... Se no, perché l’avrei comperato?

— Ma se non ci fa nulla di male, Maurizio!

— Lo so adesso. Stamane non sapevo.

— E se anche mi avesse voluto, io non conto? — seguitò Ada. — Io lo avrei rifiutato...

— E il papà e la mamma...?

— Non possono costringermi...!

Giorgio si rassicurò interamente; poi disse, all’improvviso:

— Il tuo papà cerca danaro...!

— Come sai? — fece Ada impaurita, quasi che quella verità la minacciasse.

— Io non devo parlare delle visite di Maurizio, è vero? E anche tu non devi parlare di ciò che ti racconto ora. Lo ha detto il mio babbo. Egli è informato d’ogni cosa; gli dispiace molto che tuo padre stia facendo un progetto che nuocerà, se riesce, a noi altri. E poi, il babbo è anche irritato perché il tuo va dicendo che farà da solo, che in un modo o nell’altro il denaro lo troverà, senza ricorrere alla dote della moglie... Lo troverà, lo troverà, e presto, e molto!... Allora il babbo è irritato... Forse il tuo domanderà il denaro a Maurizio...

— Ma chi ti ha detto queste cose...? — domandò Ada, sottovoce, inquieta.

— Il babbo, parlando con la mamma. E dice che è una cattiva azione, perché tuo padre deve tutto a lui e avrebbe potuto con bella maniera ottenere anche di meglio; ma ora non avrà niente, proprio niente!... Per carità, non ripetere, eh...! Tacerò anch’io!...

— Sì, sì, dobbiamo tacere! — promise Ada, stringendo nervosamente le mani.

Le lampeggiavano in mente alcune idee, le si schiarivano innanzi alcuni piccoli fatti. Guardò sua madre, la quale, parlando melliflua con le altre signore, gettava di tanto in tanto un’occhiata a lei, un’occhiata alla soglia.

— È però orribile! — Ada soggiunse.

— Hai un papà cattivo! — disse Giorgio.

E stava per seguitare, cercando una consolazione alla sua amica, allorché lo chiamarono di nuovo per salutare le signore che si congedavano.

— Non parlare inglese: mi fa tanto dispiacere! — raccomandò Ada sottovoce.

Resto sola sul divanetto a pensare, ma la raggiunse indi a poco sua madre, dicendole all’orecchio:

— Possiamo andare. Non vien più nessuno.

 

 

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Che Silverio sapesse delle mene di Paolo Zampieri non era meraviglia.

Paolo Zampieri, infatuato ormai nelle sue speranze, avido di combinar l’intrigo o l’affare che lo togliesse da ogni cura del domani, aveva mancato di prudenza. S’era fatto intendere dal capo-contabile Vanzelli chiedendogli informazioni troppo gelose sul meccanismo amministrativo e sui principali clienti; dall’ingegner Catalani, col quale criticava aspramente, spesso senza ragione, il proceder di Silverio; dai capitecnici, coi quali teneva un linguaggio quasi rivoluzionario, tanto che in un prossimo sciopero le maestranze non si sarebbero peritate a chiedere la solidarietà di Paolo Zampieri, considerato fino a poco innanzi un reazionario.

Egli agiva storditamente quasi avesse già in pugno i milioni di Maurizio Creffa; e se anche non fossero andati alcuni fedeli da Silverio a informarlo, questi avrebbe subodorato qualche cosa dal contegno stranamente cambiato del suo vice-direttore.

Ma Silverio, egli pure, era mutato. La disgrazia aveva addolcito le asperità di quel carattere vittorioso. Dalla morte di Andrea, uno spirito d’indulgenza, una facilità al perdono, una inclinazione a trovare scusanti, una pietà per tutti, guidavano il suo giudizio.

Toccava al Catalani correggere, per la disciplina, ciò che di troppo largo e benevolo era sempre nelle decisioni di Silverio.

Quando gli raccontarono che lo Zampieri intendeva fondare una Casa concorrente coi capitali fornitigli da Maurizio Creffa, Silverio alzò le spalle. Il nome del giovane mondano assodato a quello del vice-direttore lo faceva ridere, salvoché il secondo non intendesse mangiarsi il primo; cosa che si vede tutti i giorni.

Poi, a distanza di tempo, gli spiegarono che lo Zampieri circuiva Maurizio probabilmente per dargli a sposare la figliuola. Questa combinazione spiacque più dell’altra a Silverio: aveva certo odor di libidine, sebbene sotto copertura onesta e legale, che lo rivoltava. I figliuoli non devono servire, in nessun modo, a far quattrini. Ma di certo, per quella strada, lo Zampieri ai quattrini dei Creffa ci sarebbe arrivato.

La piccola Ada era chiamata a rappresentare una parte notevole in quel brutto giuoco; e per Ada, appunto, Silverio decise di tollerare fin che gli fosse possibile l’atteggiamento un po’ spavaldo e gli intrighi di suo padre.

Non aveva dimenticato quei terribili giorni di Anzio, dopo la morte di Andrea, durante i quali ella e Maria e la bambola, unite in un’alleanza teneramente comica, avevan tanto faticato per distrarre e guarire Giorgio; momento di intimità quasi fraterna tra gli Astori e gli Zampieri, di reciproco aiuto contro l’infuriar del destino. La figliuola dell’uno salvava il figliuolo dell’altro. Se oggi Paolo Zampieri, distruggendo per aridità di cuore e per follia d’ambizione quel caro passato, voleva assumer la parte del lottatore implacabile, Silverio non si dipartiva dal suo contegno sereno.

Avrebbe potuto rovinar Paolo, congedandolo; e licenziato da Casa Astori, non ancor padrone dei Creffa, conducendo vita senza economie, Paolo non si sarebbe più rifatto. A Silverio bastò come rivincita quella certezza, la quale era esatta in quel momento. Non voleva punire la figliuola innocente di Paolo, e la moglie irresponsabile.

— O per dritto o per traverso, questi ragazzi entran dappertutto, — pensò, evocando la memoria di Andrea e l’imagine di Ada.

D’altronde, la parte di lottatore Paolo Zampieri se l’era addossata senza averne le forze. In preda a mille pensieri, mutabile di giorno in giorno, or tutto devoto a Casa Astori, or mettendosi a cozzare con Silverio; forte e debole, incerto e deliberato, pauroso e audace, lo Zampieri non osava prendere una via e percorrerla fino in fondo.

Sentiva d’essere in mano di Maurizio Creffa e ne aveva sdegno: quel ragazzo, quel donnaiuolo, che sapeva le eleganze e le abitudini delle femmine come pochi tra gli sfaccendati di Roma, non aveva alcuna idea del denaro, del bel denaro, del gran denaro, con cui si fanno le magnifiche battaglie; più addentro nei drammi delle alcove che nei drammi delle borse e delle banche, dove si giuoca tutto per tutto.

Infingardo e molle, Maurizio Creffa non s’era deciso ancora a dire sì o no per i progetti di Paolo Zampieri; tirava di lungo, ascoltando l’amico senza interrompere e senza approvare; guardava Ada, se c’era, con attenzione, da capo a piedi e forse pensava a lei nel modo più sconveniente, mentre l’altro, entusiasta, ubriaco di ambizione, s’affannava a persuaderlo. I milioni, però, rimanevan tuttavia nella cassaforte del vecchio, di Sebastiano Creffa, che avendoli fatti in quarant’anni di lavoro, con gioie e con terrori inenarrabili, all’ultimo, — Paolo Zampieri lo sentiva, — sarebbe comparso a vedere e ritoccare il piano di battaglia.

Certo, se si fosse trattato semplicemente di sposare Ada, il vecchio non avrebbe avuto nulla da eccepire: era un modo come un altro per Maurizio Creffa di mettere la testa a segno; ma questo non dava un diritto chiaro e perentorio a Paolo Zampieri di contar sui quattrini di Maurizio. E tuttavia, quando ogni altra speranza fosse fallita, egli era deciso a passar per quella strada e ad arrivare alla cassaforte per il matrimonio della figliuola.

Ma il rintocco d’una campana nuova venne a turbarlo di più. L’ingegner Catalani, direttore dello stabilimento di via Flaminia, andava dicendo da qualche tempo di essere stanco e di volere ritirarsi: in pochi anni, tra stipendii, regali, compartecipazioni, aveva messo da parte più che non gli bastasse pel resto della sua vita.

Il posto di direttore, in caso che il Catalani se ne andasse, toccava con tutti i suoi larghi profitti a Paolo Zampieri; convenzione tacita, sottintesa, che Silverio non aveva però alcun obbligo di osservare se non gli conveniva.

Il Catalani va? Il Catalani resta? Se va, chi può essere il direttore nuovo? L’intimità con Maurizio Creffa ha nociuto?... Continuarla o interromperla? Gettarsi dalla parte di lui o da quell’altra?...

Silverio, né Maurizio Creffa avrebbero mai potuto imaginare il fermento che le loro parole e le loro azioni mettevan nel cervello di Paolo Zampieri; assorti ambedue in altre cure, non sapevan di dar fuoco e gelo a quell’anima inquieta.

Di tanto in tanto, Maria Zampieri e Ada ricevevano ordini speciali: andare in casa Astori; molta attenzione, molti riguardi; no, non si va più; s’invita a pranzo Maurizio Creffa; fuori il vestitino di velo rosa; non dimenticare donna Appia, che riceve domani; Giorgio Astori è infreddato: andare a far visita; non troppa intimità con Giorgio; Maurizio è veramente deciso a lavorare; s’invita a pranzo Maurizio; conversazione nulla, senza conclusione; perché Ada non va più dagli Astori...?

Marta si adattava con facilità a simili schermaglie, conscia com’era dello scopo a cui tendevano; ma Ada ne pativa, a guisa di un topolino scosso e sbattuto nella trappola; e piangeva la notte, badando che non la udissero nella camera contigua.

Aveva la sensazione di essere giuocata sopra uno scacchiere, contro avversarii che si chiamavano Maurizio Creffa e Giorgio, o per meglio dire la famiglia Astori; giuocata come fanciulla in ciò che aveva di più intimo, di più attraente. Le prescrivevano gli abiti e le maniere, l’atteggiamento visibile e l’attitudine dell’animo; sorrisi e capelli sciolti; scollature e parole.

Il suo pudore selvatico e sospettoso ne era ferito ogni giorno. Le riusciva incredibile che la si obbligasse a mutar di volto e di pensiero come mutava di vestito, quasicché non avesse un sentimento proprio. E quel trastullare or Maurizio, ora Giorgio, a seconda del quarto d’ora, le pareva cattiveria infernale.

Vi riusciva malissimo, anche; nonostante le raccomandazioni, il suo animo si schiudeva intero a Giorgio, gaiamente, irrefrenabilmente, e diventava fredda per Maurizio Creffa, che ella mortificava, mostrandosi imbronciata o stanca.

Poco tempo dopo aver confidato a Giorgio con tanto piacere che nessuno poteva costringerla e che Maurizio non la teneva d’occhio per sposarla, ecco la tortura! Ma sì, Maurizio la teneva d’occhio; lo aveva incontrato anche qualche mattina nei pressi della scuola; e intorno, babbo e mamma, a farle premura perché non fosse scortese con lui; e di lui le parlavano senza posa.

In quei giorni di pena, sembrandole d’essere lo strumento d’una perfidia calcolata, aveva bisogno di confidarsi; e passando innanzi alla chiesa di San Silvestro, costringeva la mamma a entrare, comperava due piccoli ceri, li offriva accesi alla Madonna Addolorata per pregare un quarto d’ora ardentemente affinché la Madonna l’aiutasse. Pregava in piedi, gli occhi invasi di luce, le labbra balbettanti le sue parole di fede.

Molti la osservavano con rispetto, dritta fra il chiarore rosso dei ceri e lo scintillìo degli ex-voto, illuminata da uno slancio di speranza. Sua madre recitava una preghiera qualsiasi, senza nulla capire.

A Giorgio, Ada non aveva detto parola. Come dirgli, come, che la costringevano a civettar pulitamente con Maurizio? Il ragazzo aveva avuto ragione di lanciarle la frase: — Il tuo papà cerca danaro!...

Cerca danaro: le moìne prodigate agli Astori e al Creffa non significavano altro: il danaro deve zampillare di qua o di , ed ella è messa in luce per questo.

La sua carne, flagellata repentinamente da rivelazioni e da misteri, frigida e dolorosa, si ribellava come l’avessero denudata con mano sacrilega, osservata, posta all’incanto.

Suo padre aveva una inumanità stupida e innocente.

Messa al mondo la figlia, ne disponeva come di cosa sua propria; aggiungendo che ne disponeva pel bene di lei. Onde, ella non era mai riuscita a scoprire in quegli occhi chiari il dubbio che l’insidia e l’obliquità le spiacessero, non solo perché n’era oltraggiata la sua verecondia, ma perché non le dicevan nemmeno a qual mèta volevano trascinarla.

Egli non si peritava a discorrere apertamente dei progetti che gli galoppavan nel cervello. E per questa via, Ada aveva inteso l’alternativa: amica pura e gentile, con lontane speranza, di Giorgio Astori, se veniva l’avanzamento del babbo; moglie di Maurizio Creffa a qualunque costo, se quelle speranze avevano a crollare.

N’era sbigottita.

Quando si trattò della campagna, fu un lungo mutar d’avviso.

Di solito gli Zampieri andavano ad Anzio in un appartamentino mobiliato non molto discosto dalla villa degli Astori; e il sabato giungevano Silverio e Paolo per trattenervisi fino al lunedì; consuetudine nata dalla disgrazia toccata alla famiglia Astori con la morte di Andrea.

Ma quell’anno, Paolo non sapeva risolversi; allontanare Ada per alcuni mesi da Maurizio Creffa gli pareva non meno rischioso che rompere le abitudini di familiarità con Silverio. E poiché, secondo il solito, ne parlava ogni giorno, mutando via via di pensiero, Ada ogni giorno sperava e temeva. Il suo cuore era volto ad Anzio; d’altri paesi e d’altra gente e d’altre abitudini non voleva sapere.

Era un po’ dimagrita; gli occhi le parevan più grandi; la coglieva qualche notte l’insonnia. Giorgio che la vedeva ora meno sovente, poteva notar di volta in volta quell’affinarsi della giovinetta che si allunga a guisa d’un fiore verso la luce e che una ventata brusca può spezzare. L’ammirava con una inconscia trepidanza, non osando chiederle perché fosse così sottile e pallida. E gli sembrò che diventasse più pallida il giorno ch’egli le disse con sicurezza:

Domani andiamo ad Anzio. Ti aspettiamo.

Ella tacque, volgendosi a guardar dalla finestra.

Si rammentò che tutti i ragazzi suoi amici le davan del lei da qualche tempo. Giorgio solo continuava a trattarla in quella maniera confidenziale, quasi ella non fosse cresciuta, per lui, non diventasse donna, o diventando anche a’ suoi occhi, gli appartenesse nel tempo. Eppure era ben diversa, quanto diversa, da quel primo giorno in cui l’avevan condotta in casa degli Astori, Giorgio diceva di non sapere esattamente come nascono i bambini, ed ella rideva con Leonia Cavalli ed Irma Dantelli, benché ne sapesse anche meno di Giorgio!

Più di tre anni addietro, quasi quattro! Un abisso!...

— Non darmi del tu; dammi del lei, come gli altri! — rispose.

Ma rise subito per far ridere Giorgio, che la guardava stupito.

Credevo tu dicessi davvero! — egli esclamò. — Ti aspetto, hai inteso...? Noi partiamo domani.

Ella promise con la fronte aggrondata.

Prima di decidere, Paolo Zampieri lasciò passare altri venti giorni; né si decise per Anzio se non quando venne ad apprendere che Maurizio Creffa andava a Rocca di Papa con Lalla Candeloro. Una mazzata sul capo di Paolo. Un’altra mazzata la ebbe poco più tardi.

Silverio non diceva parola della campagna, quell’anno. Dovette parlargliene Paolo un sabato:

— Lei va ad Anzio, commendatore? Ci vado anch’io, con la famiglia... Le terremo compagnia...

— Ah bene, bene! — fece Silverio distrattamente.

Chiuse una grande cartella di corrispondenza e passò nella stanza attigua a discorrere col Vanzelli.

L’impressione di quella accoglienza fu così forte, che Paolo viaggiò con Maria e Ada nello stesse treno di Silverio, ma in un altro scompartimento; e rannicchiato in un angolo, non aperse mai bocca.

 


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