Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XIX.

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XIX.

 

Fu in quell’autunno medesimo, allorché gli Astori tornarono dalla villeggiatura di Anzio, che il conte Percy Stanhope, giunto a Roma da Londra, si mise alla ricerca del suo giovane amico Andrea; e trovato il palazzo di via Venti Settembre, fece la conoscenza di Giorgio e apprese la morte del fratello.

Percy Stanhope era nel salotto, con la poltrona rivolta verso la finestra, donde entrava un raggio di sole, che gli batteva in faccia. Guardava il giovinetto seduto poco discosto, rilevandone la purità dei lineamenti e taluni particolari, come la magrezza elegante delle mani, la linea esatta dal fianco al ginocchio, i quali lo dissomigliavano dal suo povero fratello, un poco più rozzo e comune di forme.

Egli aveva detto:

Spero, se permettete, di poter contare sulla vostra amicizia e sull’amicizia della vostra famiglia.

Giorgio lo fissò e non rispose.

Quel silenzio sarebbe parso strano, anzi insolente al gentiluomo inglese, se fosse venuto da un giovane esperto della sua medesima età, sulla trentina; ma il suo interlocutore, un ragazzo di quattordici anni, senza dubbio non sapeva ancor pesareparolesilenzii.

Tuttavia, il conte s’ingannava.

Il ricordo di ciò che nelle ore di disperazione il povero Andrea s’era lasciato sfuggire a proposito di quel compagno, il turbamento di veder questo presente e vicino, allorché meno se l’aspettava; avevano impedito a Giorgio di rispondere alla offerta d’amicizia con quello slancio che sarebbe stato del suo carattere.

Disse, dopo una pausa, sorridendo:

— In casa mia, nessuno parla inglese e voi non parlate italiano. Ecco una difficoltà, che non saprei come superare. Ma vi presenterò a mia nonna, se vi fa piacere, e potrete così in breve conoscerci tutti...

— Molto bene: vi ringrazio molto. Milady parla inglese?

Perfettamente: è stata la mia maestra...

Basta così! — esclamò Percy Stanhope ridendo, e levandosi. — Io verrò a prendervi domani alle cinque, se non vi dispiace.

Ma nel volgersi, notò il grande ritratto di Andrea alla parete centrale ed ebbe un movimento del capo; sparito dalle labbra il sorriso, il suo volto si fece grave.

Povero mio giovane amico! — mormorò, avvicinandosi a lenti passi.

Rimase qualche istante in attitudine di raccoglimento, come innanzi a una tomba, con gli occhi fissi al quadro. che aveva già suonato perché un domestico riaccompagnasse il conte, fece un cenno a quello quando comparve e lo rimandò.

Era impossibile non apprezzare questo giovane interessante! — disse Percy Stanhope, guardando Giorgio. — La morte è stata crudele. Vi prego: non vi disturbate...

Giorgio volle accompagnare il conte fino all’anticamera, dove il domestico gli consegnò un grosso bastone col pomo di oro e un cappello molle grigio. Poi aperse la porta, perché avevano suonato, e comparve sulla soglia Ada accompagnata da una cameriera.

Permetti, Ada, che ti presenti un amico di Londra: lord Percy Stanhope, miss Ada Zampieri. È inutile che tu gli parli: non capisce un’acca d’italiano, ma lo rivedrai, — fece Giorgio con un sorriso.

Il conte s’inchinò, mentre Ada abbassava il capo; quindi Giorgio si sentì stringere la destra robustamente, e Percy Stanhope uscì, rammentando:

— Alle cinque, domani...!

— È venuto da Londra? Come lo conosci...? — interrogò Ada.

Era amico del povero Andrea.

— Vieni a prendermi prima di pranzo, Ester! — seguitò la fanciulla, rivolgendosi alla cameriera. — Era amico di Andrea?

— Sì, rammenti: gli scriveva da Londra, parlandogli di Betsy e del Golfers Club, — disse Giorgio. — Noi eravamo piccini.

— Non rammento più! — affermò Ada, scuotendo il capo.

— Il povero Andrea leggeva la lettera, tutto contento, presso quella grande lampada che avevamo nell’altra casa. E mi disse che voleva tornare a Londra...

Ada, la quale s’avviava verso il salotto, si volse a osservare Giorgio.

— La visita di lord Stanhope ti ha sconvolto! — notò severamente.

— No, ti assicuro...

Bene: ho da parlarti; non hai letto i giornali? C’è la tua mamma?

— La mamma è da zia Appia, ma non può tardare molto. Vieni! I giornali?...

In salotto, la piccola Giuliana, vigilata da una governante, dondolava una culla entro cui dormiva una grossa bambola.

Fate pianino, — raccomandò, — che non me la svegliate!

Ada si chinò a baciare sulle gote la bambina, la quale rispose con una carezza distratta, tornando a fissare inquieta la bambola.

Sembra che guardi una costoletta ai ferri! — disse Giorgio ridendo. — Quando è cotta, ci chiami!...

— Sei brutto, sempre brutto! — gli gridò dietro Giuliana.

— E allora, i giornali? — riprese Giorgio, mentre sedeva a fianco di Ada sul divanetto.

La fanciulla parlò sottovoce perché la governante non la potesse udire.

— Nei giornali di stamane c’è il racconto di quello scandalo. Li ho comperati ora, perché Ester mi vuol bene e me ne ha parlato. Adesso capisco il malumore del babbo...

Giorgio prese dalle mani di Ada un giornale ripiegato in quattro e vide subito la notizia.

Lalla Candeloro, andata a trovare Maurizio Creffa nel suo appartamentino di via Boncompagni, s’era tirato un colpo di rivoltella nel braccio sinistro, forse per mano malferma, perché il giornale faceva credere ch’ella volesse tirare al cuore. Trasportata subito in una clinica, il proiettile era stato estratto e la ragazza messa fuori di pericolo.

Ma l’avvenimento serviva a dipingere in maniera sarcastica il conte Maurizio Creffa e la gaia esistenza dei «fannulloni a babbo morto», come scriveva il cronista.

— Aveva un’amante! — disse Ada, allorché Giorgio ebbe finito di leggere. — Questa Lalla Candeloro è la sua amante, ed anche sventurata! Io non voglio più vederlo!

— Che te ne importa...? Tutti gli uomini hanno l’amante...

Sicuro; ma se si esce a passeggio, non vorrei si credesse che Lalla Candeloro sono io...

Giorgio non poté trattenere un piccola risata.

— Tu...? — esclamò. — Ha venticinque anni, non hai letto...? E poi queste amanti non ti somigliano!

Credi?

— Sono vestite in altro modo; e intorno agli occhi un cerchio azzurro, le labbra che paiono di carne sanguinante, un odor di profumi. Vanno sempre in carrozza e fanno vedere le gambe.

Ada istintivamente allungò con la destra la gonna sui ginocchi.

— Non mi si vedono le gambe?

— No, ma io le conosco.

— Tu, sta bene. Gli altri non devono neppure imaginarle!

— Che imagineranno? Che tu voli...?

— Allora, capisci...? — riprese Ada per deviare il discorso che le spiaceva. — Oggi non si parlerà d’altro, a Roma. E il babbo stamane s’infuriava contro i giovani che passan la vita a dare scandalo, mentre dovrebbero lavorare seriamente o pensare a far famiglia. Io non ne capiva nulla; poi Ester mi raccontò, e ho comperato il giornale... Sono contenta!

— Perché...?

Ada si tolse dal collo la stola di volpe bigia e la depose sul divano, senza rispondere.

Aveva temuto che al ritorno dalla campagna Maurizio Creffa riprendesse a frequentar la casa e a ricercare la sua compagnia; ciò che per lei sarebbe stato intollerabile.

Ad Anzio, grazie alle premure incessanti di Paolo Zampieri, meglio tagliato per finger devozione che per dichiarar guerra, era rinato il sentimento cordiale tra gli Zampieri e gli Astori. Silverio, facile ormai a stancarsi di ogni cosa fuor che del lavoro, non domandava che di obliare i torti di Paolo e i pettegolezzi fioriti intorno. L’intimità di Giorgio con Ada s’era fatta più stretta.

Si vedevano, tra il chiasso dei bagnanti seminudi in costumi di tutti i colori, viver quasi l’intera giornata insieme. Avevan ritrovato il loro dominio, quel lembo di spiaggia della marchesa di Princisbecco: vi avevan fatto piantare le cabine, le seggiole a sdraio, i tavolini sotto la tenda, quantunque preferissero allungarsi sulla sabbia calda, Ada in accappatoio rosso, Giorgio in accappatoio giallo.

Le onde indifferenti del mare purificavano centinaia di corpi in peccato; molta carne giovane e nitida, molta vecchia carne tarata sciaguattavano nell’acqua, esalando, all’uscirne, un acuto odor di sole e di salsedine, non molto dissimile dall’odor d’arrosto.

I due ragazzi parlavan di bagnanti, con soprannomi comici di loro invenzione; se Ada era distratta, Giorgio le tirava leggermente i capelli per farle rivolgere il viso; parlavan di scuola e di maestri; leggevano or l’uno or l’altra ad alta voce libri di viaggio, Ada inciampando talora in nomi difficili di terre sconosciute e di esploratori, Giorgio correndo troppo. Non veniva mai l’ora di riprender gli abiti: i loro accappatoi eran così chiusi, lunghi, accollati, che vi si sentivan più freschi che negli abiti comuni, e, pensavano, più eleganti pel colore ardente.

C’era chi credeva Ada sorella di Giorgio; altri, cugina; certo destinati a vivere insieme, la prima già proprietà del secondo; e tutta quella carne umana esposta all’acqua e al sole, tutto quel calor dell’aria e della sabbia, stavano intorno all’idillio senza turbarlo.

Di Maurizio Creffa, Ada non udì parola in casa per tutta la durata di quella pacifica villeggiatura.

Ora, poi, egli aveva da curare e consolare Lalla Candeloro.

— Sono contenta, — si decise a rispondere Ada, — perché questo scandalo prova che Leonia è bugiarda.

— E che c’entra Leonia? — fece Giorgio.

— Non diceva che Maurizio Creffa è innamorato di me?... Vedi quanto è innamorato...? Ha le ragazze che fan vedere le gambe...

Giuliana, stufa di cullar la bambola, trasse questa dalla cuna, la prese tra le braccia e la portò a Giorgio.

Tientela! — disse. — Io vado a comperarle da mangiare...

Poi si mise a passeggiar pel salotto; a destra e a sinistra vedeva banchi di legumi, di frutta, di dolciumi, di pesci; e si fermava a contrattare, pagando mille lire un’arancia e dieci soldi un chilo di carne. Ogni cosa doveva esser mandata a casa subito, con l’automobile.

Di’, — fece Giorgio sottovoce ad Ada, — eravamo così stupidi anche noi...?

 

 

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Sebastiano Creffa s’era passato più volte la mano sul cranio interamente nudo, leggendo e rileggendo la notizia di cronaca che riguardava suo figlio. Non ancora sorbito il caffè, fumava inavvertitamente una sigaretta dopo l’altra, o meglio spegneva questa per accender quella e riempiva il portacenere di mozziconi.

Era piccolo, tondo, con occhi a fior di pelle, volto acceso. Soffiava più che non respirasse. Traeva di tanto in tanto l’orologio d’oro dal taschino e ogni volta dimenticava l’ora che aveva letto.

— È una bella pubblicità! — andava borbottando. — E gratuita, anche: Sebastiano Creffa, piazza Colonna; Maurizio Creffa, via Boncompagni; ricco magazzino di pelliccie; grazioso appartamento da scapolo...

La cameriera osò entrare, avvicinarsi, dare un’occhiata.

— Vuole che gliene porti un altro...? Questo sarà freddo...

— No; vattene...! Cioè, sì: dammene un altro, bollente, con un po’ di latte.

E seguì degli occhi la ragazza che se ne andava col vassoio, poi rimase con lo sguardo alla soglia. Figuriamoci quanto devono aver letto e commentato il giornale, quelle canaglie dell’anticamera e della cucina!

La cameriera tornava col caffè bollente e il latte in un piccolo bricco d’argento; e dietro a lei, giunto allora, deposto il cappello e il soprabito chiaro, apparve Maurizio.

Il vecchio si passò ancora una mano sul cranio, mentre il giovane aspettava che la cameriera se ne andasse.

Alt! — disse Sebastiano. — Porta un altro caffè pel signorino!

Maurizio, incoraggiato, prese posto in una poltrona, all’altro lato del tavolo.

— È una commedia, come ben capisci, — spiegò Sebastiano, — tanto per non dare soddisfazione a quella pettegola.

Papà, ti prego, prima di giudicarmi...

La cameriera entrò, depose il vassoio innanzi a Maurizio, si ritrasse.

Il vecchio e il giovane rimasero in silenzio qualche tempo, fin che i due caffè non furon ingoiati.

— Sto ad ascoltare! — disse Sebastiano.

— Ecco: io credo che non hai alcun rimprovero da farmi, — dichiarò Maurizio, — perché tutto questo avviene per obbedirti...

Gli occhi di Sebastiano parvero schizzar dall’orbita, come quando il vecchio voleva esprimere uno stupore che non trova parole.

— I giornali dicono...

— I giornali dicono, i giornali dicono! — interruppe Sebastiano, calando un pugno sul tavolo e rovesciando il bricco del latte. — Lascia stare; Maria pulirà dopo! I giornali dicono che la ragazza si uccise per te, nel tuo appartamento, e che tu sei un cialtrone...

— Ma non c’è una parola di vero...

— Come? Si è tirata, o no, una pistolettata nel cuore, quella Lalla? È in clinica o no...? È la tua amante o no...?

— Ma che cuore, ché pistolettata, che amante! — esclamò Maurizio, alzandosi per passeggiare. — È venuta da me iersera. Io volevo lasciarla... E perché volevo lasciarla? Perché...?

— Ah, me lo domandi...? So io dei vostri imbrogli?

— Perché tu mi rimproveri la vita che conduco e io voglio accontentarti e mutare. La prima cosa, lasciare quella poveretta; la seconda, occuparmi d’affari, o impiegarmi; la terza, pigliar moglie. Questo è il mio programma, caro babbo... E se proprio al primo passo, inciampo in una difficoltà...

Difficoltà, la chiama!

— Come devo chiamarla? Dico a Lalla: «Dobbiamo separarci: papà non vuol più che io meni questa esistenza: lasciamoci da buoni amici e dimmi che cosa posso fare per te...» Lei mi piglia la rivoltella e si spara nel braccio. Nel braccio sinistro, capisci? Il cuore non c’entra. La gelosia non c’entra. Frottole dei giornali. Ha voluto impressionarmi. Si spara nel braccio sinistro, sviene, la portiamo in clinica...

— E adesso pace, lagrime, carezze, e la musica ricomincia! — interruppe il vecchio con una risata ironica.

— Qui ti sbagli. Anche stamane le ho detto che devo lasciarla, tanto più ora, che tu sarai furibondo...

Idrofobo! — gridò Sebastiano.

Idrofobo, come vuoi. Lalla si è rassegnata. Anzi, mi farai il piacere, scusami, di darmi diecimila lire, che gliele porterò...

— Tu sei matto!

— No. Bisogna pure che la compensi, poveretta. E le diecimila lire gliele ho promesse...

— Le manderò il procuratore della Ditta; penserà lui ad accomodare le cose.

Babbo, non mi far taccagnerie! Una donna non è una partita di gatti da vendere come lapin! Ho detto diecimila e devono essere diecimila...!

— Le manderò il procuratore...

— Le manderai diecimila lire! Se non vuoi darle a me, gliele mandi... Hai capito...? È così che mi incoraggi a farla finita con una esistenza, che ti dispiace? È questo il conforto a un giovane, che mentre sta per mettersi a posto, vede ruzzolare a suoi piedi una donna che ha amato e che egli deve sacrificare agli ordini di suo padre...?

— E tutto il danaro che le hai dato...? E i conti che dovevo pagare per lei...?

Sembra tu non capisca! — esclamò il giovane, piantandosi innanzi a suo padre, il cranio del quale era rosso e lucido. — Ma appunto perché questo non si ripeta e non vi sian più conti in giro, io ti chiedo di fare l’ultimo sacrificio e di eseguire ciò che ho promesso...

— Lui promette, e io pago! — borbottò il vecchio.

— Non si potrà dire che il figlio di Sebastiano Creffa è un ingrato, un venditore di fumo! Io mi rammento sempre di quel povero Andrea Astori...

— E che c’entra?

Maurizio tornò a prender posto nella poltrona e accese una sigaretta.

C’entra, — rispose, soffiando il fumo dalle nari, — perché a me non la danno a intendere: Andrea si è ucciso per l’avarizia del padre: il ragazzo aveva fatto qualche debito a Londra, e il babbo non ha voluto pagare... Me l’ha raccontato Paolo Zampieri, che è un pezzo grosso, sai, della Ditta... E poi c’è qui, ora, un lord inglese, amico intimo del povero Andrea, ed egli ci dirà il resto. Hanno fatto correre la voce d’un amore per la figlia del duca d’Hamilton... Io ho molta stima per Silverio Astori, ma questa è grossa: non pagare i debiti del ragazzo!...

— Ma non imaginava, disgraziato, che il ragazzo si ammazzasse...! — interruppe Sebastiano.

— Bisogna sempre imaginare! Voi mercanti non conoscete che l’onore delle cambiali, delle fatture, del mastro. Abbiamo un onore anche noi; anche noi abbiamo obblighi e impegni forse più imponderabili dei vostri...

— Sì, imponderabili, — ripeté il vecchio. — Diecimila lire per una pistolettata... Io ho avuto delle donne...

— Ma che vuoi aver avuto, papà mio! — esclamò ridendo Maurizio.

— Le ho avute e non mi son costate un soldo.

— Perché eri bello! — disse Maurizio.

Sebastiano lanciò un’occhiata a suo figlio non comprendendo se diceva davvero o per baia; ma poiché Maurizio fumava imperturbato, Sebastiano credette dicesse per davvero e si contentò.

— Non sei brutto neppur tu! — fece più calmo.

— Ma gli usi sono cambiati. Una ragazza non si pianta così sulla strada, perché ha dato prova di amarvi...

Diecimila lire, dicevi...?

Maurizio non rispose.

— E questa sarebbe la fine, veramente la fine? — seguitò il vecchio. — Tu hai un programma di vita novella?

Il volto di Maurizio si rischiarò...

— Oh, ecco! — fece poi, come chi si accinge a trattare un argomento piacevole. — Ti ho parlato più volte di Paolo Zampieri e de’ suoi progetti industriali. È un galantuomo, un uomo pratico d’affari. Ma di questo lascio giudice te. Io vorrei che tu lo conoscessi personalmente e vedessi con la tua esperienza se mi conviene entrare come capitalista nella impresa ch’egli va caldeggiando...

Capitalista! — replicò Sebastiano. — Se non sai fare una somma!

— S’intende che ogni cosa passerebbe sotto i tuoi occhi; il mestolo, insomma, lo terresti tu; io sarei capitalista e socio, per impiegare il mio tempo. E del resto, tutto s’impara. Il commercio, l’industria, non sono poi scienze cabalistiche, e con la tua guida non potrei sbagliare...

Depose il resto della sigaretta sul portacenere, quindi seguitò:

Paolo Zampieri ha una figlia.

— È un bel vantaggio!

Ada Zampieri ha sedici anni.

Sedici anni...? E che vuoi farne?

— Ma, babbo, tu mi guasti tutto! Ada è un tesoro di grazia, di bellezza, d’innocenza. La conosco da quando giuocava con la bambola; credo, anzi, d’aver giuocato anch’io con lei. Ora s’è fatta una signorina come non ce ne son più: impareggiabile, ti dico...! La famiglia l’ha allevata con le idee vecchie, quelle che piacciono a te. E ti confesso che sento di esserne innamorato...

Fuochi di paglia...! I sedici anni passano e la moglie resta. E che moglie, che compagna, che madre può essere una bambina a sedici anni?

— Eh, un momento...! Madre a sedici anni? Bisognerebbe ch’io l’avessi sposata l’anno scorso e non la sposerò che l’anno venturo...

— Insomma, il tuo programma di vita nuova sarebbe questo?

— Ti par poco...?

— Mi pare che quel signor Zampieri voglia alleggerirmi di ciò che ho di meglio e di ciò che ho di peggio: dei quattrini e di mio figlio...

Bisognerà riceverli, — disse Maurizio, come suo padre non avesse parlato a lui.

— Non darmi noie, per carità!... Da quando è morta la tua povera mamma, non ho più voluto gente per casa, lo sai...

— Non c’è altra maniera per conoscere la famiglia Zampieri. Penserò io a tutto...

— In questi giorni, con l’amante all’ospedale, vuoi metterti in mostra?

Calma!... Corri troppo! Non li inviteremo in questi giorni... Ma mi aspettavo qualche ringraziamento da te per la mia importante risoluzione di occuparmi e di metter casa.

Vedremo.

— Intanto bisogna sbarazzarmi di Lalla, — seguitò Maurizio quasi sottovoce.

Lalla? — ripeté Sebastiano, che aveva dimenticato il nome della ragazza. — Un’altra minorenne?

— Ma la tua vittima, l’amica che ho abbandonato per obbedirti e che si è uccisa...! Fammi lo chèque, te ne prego.

— Sei sicuro che non morirà?... Perché se morirà, lo chèque è proprio buttato dalla finestra.

— La ferita non è grave, mi pare di avertelo detto; fra dieci o quindici giorni, Lalla può tornare a casa sua.

Bene: lo chèque glielo dài allora! Maurizio sbuffò.

— Non è bello, non è elegante! — disse.

— Nessuno al mondo, fuori di te, pensa a essere elegante quando paga: l’eleganza sta nel pagare, e diecimila per una pistolettata...

— Siamo intesi, quanto agli Zampieri, — interruppe Maurizio, levandosi in piedi, — non appena sarà possibile, te li farò conoscere. E grazie, babbo!

Grazie per che?

— Per Lalla!

Sebastiano non diè segno d’aver compreso; e uscito Maurizio, stette a fissar la soglia com’era sua abitudine quando pensava.

 

 

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La presenza del conte Percy Stanhope obbligò Giorgio a guardarsi intorno.

Come tutti avevan dimenticato il povero Andrea! Dimenticato no, esattamente; ma s’erano abituati all’idea di non vederlo mai più, e i ricordi di lui, i più dolci, i più tristi, i più tragici, fino a quella pozza di sangue in terra, erano entrati nella esistenza quotidiana, vivevano con la vita pacifica di tutti: patrimonio di famiglia.

A Giorgio questo sembrava straordinario. Per lui, la morte del fratello era una punta d’acciaio diretta al cuore. La visita di Percy Stanhope ve l’aveva affondata di nuovo, involontariamente; un mondo di impressioni assopite si ridestava, si muoveva in confusione con una vivacità da piccole serpi tenaci.

Egli non sapeva dimenticare. Gli altri, meglio costruiti come Ada, o più esperti come Silverio, Matilde, Appia, dimenticavan davvero o rifiutavan di ricordare, perché non volevano più soffrire invano. Il babbo poteva osservar benissimo ogni giorno il grande ritratto del povero Andrea; mamma e nonna avevano accolto Percy Stanhope con simpatia, grazie all’amicizia che Andrea aveva avuto per lui. Ada diceva tranquillamente: «Non rammento più!» Quanto a Leonia, poi, e a tutti gli altri ragazzi, era molto se sapevano d’aver visto un Andrea in quella sera dei regali, delle torte dolci; che poi era partito, che poi era morto...

La vita è questa; non può essere se non questa. Giorgio era più spaventato di sé stesso che degli altri.

Si accorgeva con meraviglia di non aver mai parlato ad alcuno, in quegli anni, delle cose oscure che Andrea gli confidava intorno a Percy Stanhope: «È un demonio, che mi ha abbacinato...» Le aveva tenute dentro di sé, a poltrire, ad avvelenarlo; come teneva dentro di sé i ricordi belli, le sensazioni piacevoli che gli davan gli altri, i sentimenti che si destavano e s’affinavano, la graduale e rapida comprensione di quel che sembrava mistero negli anni della puerizia.

Gli uomini non vivono così. Buttano fuori, tutto, specialmente ciò che peserebbe troppo dentro l’animo. Si liberano con le parole che chiamano confidenze e per sé non tengono le cose belle che formano un giardino. Forse a questo modo soffrono poco e vivono meglio, diminuendo, con l’esalarla ai quattro venti, la forza dei sentimenti e delle sensazioni.

Non è possibile vivere in altro modo, perché il cuore non sosterrebbe il cumulo di avvenimenti ai quali deve partecipare attraverso gli anni.

Di tanto in tanto si fa piazza pulita, i ricordi antichi spariscono, le ferite si rimarginano. E ci si adatta. Ogni giorno muore qualcuno, però, che non ha saputo adattarsi.

Il conte Percy Stanhope, presentato in casa di donna Appia, vi si trovò a suo agio. Era contentissimo di conoscere per bizzarria di eventi le buone famiglie romane con la guida d’un ragazzo di quattordici anni. Ciò non gli era mai avvenuto; ma parlando francese, contrariamente all’aspettativa di tutti, si destreggiò presto da solo.

Giorgio dovette correggere il giudizio che aveva dato di Percy Stanhope il povero Andrea: non faceva male a una mosca; sempre gaio e sempre squisitamente educato, con un poco di scetticismo nelle vene e molta indulgenza per sé e per gli altri, non era il demonio intraveduto da Andrea a Londra. Aveva l’aria di riposare. Curioso di cose belle e di memorie grandi, perdeva metà della giornata a gironzare per Roma, ficcandosi dappertutto, in una bottega d’antiquario, in un museo, nelle Catacombe, in una sala da , in una vendita di mobili, per veder gente, per ammirare oggetti o per udir parlare italiano «con questo veramente bello accento». Il resto della giornata, per gli amici.

Tuttavia Giorgio non poteva distruggere intera l’antica impressione; e si abbandonava, ma con gli occhi socchiusi, al nuovo amico. Non gli piaceva che corteggiasse Ada Zampieri, ritrovata da Percy Stanhope in casa di donna Appia, poi in casa degli Astori, ch’egli ormai frequentava, quantunque Silverio parlasse male il francese e punto l’inglese.

Il conte non aveva nessuna intenzione di nascondere la sua simpatia per la fanciulla: simpatia da gentiluomo che non confonde una piccola signorina appena desta alla vita con una giovane o con una donna esperta; ma simpatia vivace, la quale sembrava cercare l’intimità e la confidenza. Ada n’era confusa. Sfuggiva con cura le cortesie del conte nel timore ch’egli la tenesse d’occhio come Maurizio Creffa, onde Leonia Cavalli sarebbe andata strombazzando altri pettegolezzi.

Percy Stanhope si ravvide all’improvviso.

— Questa signorina è innamorata di voi! — disse gravemente una sera a Giorgio. — Voi non vi siete accorto?

Giorgio arrossì.

Ada s’era avvicinata a lui con sì graziosa premura, cercandolo da una sala all’altra, per dirgli qualche cosa gentile, che Percy Stanhope ne fu conquistato, e si lasciò sfuggir le parole, non appena Ada fu lontana col suo passo leggero:

— È deliziosamente innamorata, come le fanciulle della sua età, con l’anima, caro Giorgio!

— Siamo amici da tanto tempo, — mormorò Giorgio.

— Questo è molto bello!... Vi dispiace che io dica?

— No.

Sapete come ho compreso? La signorina soffre quando parlate con me, perché non capisce. Le pare che voi non siate più suo ed ella non sia più vostra. Io ho già veduto altri casi, ed è sempre l’amore che vi questa sofferenza.

— È stata così buona, allorché il mio Andrea è morto! — disse Giorgio sommessamente.

— Sì, deve essere una consolatrice, una fanciulla di grande cuore. Voi dovete sposarla...? Presto, perché il mondo può guastare l’anima.

— Non so, — fece Giorgio, che sentiva una improvvisa voglia di piangere. — Non ho mai pensato.

Capisco, ma la vita, le circostanze, ogni cosa, vi legano. Pensate e vedrete che ho ragione.

— Ma non me la daranno! — esclamò Giorgio, seguendo degli occhi Ada, vestita d’azzurro, la quale passava con un canestro d’argento fra le mani.

— Bisogna aspettare. Volerla! — dichiarò Percy Stanhope.

Giorgio ebbe un brivido.

Che voce...! Metallica, ferma, che non ammette repliche, la voce d’un uomo, il quale un ordine a sé o a un altro, e allunga la mano alla rivoltella.

Perché venisse innanzi d’un tratto l’imagine della rivoltella, Giorgio non poté spiegarsi. Invece che nella poltrona di damasco rosso, vide Percy Stanhope sul ponte d’una nave; invece che nell’abito nero, dentro un impermeabile lucido tra il fischiare d’un fortunale. Il volto angoloso riceveva dallo sparato e dalla cravatta bianca un riflesso, che ne segnava più forte la mandibola e il mento. Era un’energia; ma probabilmente un’energia che, per non aver trovato il campo d’azione, andava disperdendosi nei drammi semplici e misteriosi della vita quotidiana.

— Io ho sempre fatto così! — disse Percy Stanhope:

— Anche Andrea! rispose piano Giorgio, il quale non poteva togliersi d’innanzi l’imagine della mano sulla rivoltella.

Il conte volse il capo a guardarlo stupito.

— Un momento, — seguitò Giorgio. — Ecco il concerto; ora ballano e potremo parlare.

Venivano dalla sala contigua i primi strappi d’una musica violenta; alcune coppie strettamente allacciate s’inoltravano camminando con ritmo.

Andrea si è ucciso, — mormorò Giorgio, chinandosi verso l’amico.

— Lo sapevo.

— Ve l’hanno detto?

— No. Ma voi avete taciuto il modo e la ragione della sua morte.

Doveva pagare; non poteva; e si tirò un colpo di rivoltella nella testa.

Percy Stanhope si curvò, facendo un gesto coi pugni tesi.

— È veramente così...? È fatale! Non sono riuscito a salvarlo!... Andrea è partito all’improvviso da Londra; alcune sere prima era molto pensieroso, e credetti d’indovinare. Non vedendolo più, andai all’albergo per offrirgli i miei servigi; un dovere da amico; spendeva troppo, e forse lo avevo messo io fuor di strada. All’albergo mi dissero ch’era partito, quella mattina medesima. Gli ho scritto. Non mi ha risposto. Se avesse parlato, avrei potuto salvarlo: ma non parlò...

— Sì; noi non parliamo! — disse Giorgio.

E tacque, vedendo avvicinarsi Ada.

Ella sorrideva, un po’ confusa. Percy Stanhope si levò in piedi, e Giorgio l’imitò.

— Ti dispiace se ballo? — disse Ada, volgendosi al ragazzo.

Balli?...

— Sì, non sai; il papà ha voluto che io imparassi. E ora se vengono a invitarmi, come faccio? Non posso rifiutare, o poi mi sgridano a casa.

Deve ballare, — spiegò Giorgio al suo amico. — Ma con chi?

— Con me, — disse il conte. — Voi permettete, Giorgio; non vi fa dispiacere?

Poi in francese ad Ada:

— Mi fate l’onore di questo one step? Giorgio vi affida a me...

Ella annuì con un cenno e passò il braccio sotto il braccio di Percy Stanhope, guardando Giorgio con un sorriso; un istante appresso, la coppia si mescolava alle altre.

Giorgio, fattosi pallido, sbucò repentinamente in una nuova vita, più tumultuosa che non avesse immaginato mai.

Vedeva Ada per la prima volta con le sue fragili e aspre forme femminee, appoggiata al petto del vigoroso ballerino; e sebbene questo studiasse di non tenerla che pel busto e per la stretta della mano con un rispetto che è difficile nel laccio dell’one step, Giorgio la vide presa, portata via, posseduta.

Uscì dalla sala, andò presso il concerto, ascoltò la musica, tornò alla sua poltrona, inquieto, sentendo bruciare l’epidermide sotto il cuore.

Non capiva: girava lo sguardo intorno a osservare che cosa facessero quelli che non ballavano; ma tutti erano placidi e indifferenti.

Rammentò le gambe nude splendenti di Ada, ora inguainate in calze di sottile seta bigia. Ella gli passò innanzi tre volte, snella e magnifica. Perché snella e magnifica? Ad Anzio, nell’accappatoio rosso, sulla sabbia, non pareva fatta in maniera così stupenda, come una piccola donna che non si può toccare. Il ballo, la musica, la luce d’oro, la modellavano in una forma di cui ella forse non era consapevole; ed esalava da lei qualche cosa inebbriante, che Giorgio non aveva mai prima sentito.

O forse egli sognava? forse non c’era nulla? con l’accappatoio rosso sarebbe tornata bambina e balocco?

Percy Stanhope la ricondusse alla sua poltrona. Dato uno sguardo a Giorgio, lo vide color di cera.

Sedete qui, — ordinò alla fanciulla. — Bene. Ora con questo temperino, abilmente senza che alcuno veda, fate un taglio in una scarpetta, in modo che vi sia impossibile ballar per tutta la sera.

E poi che Ada lo fissava attonita, studiando d’interpretare il significato di quel consiglio strambo, il conte seguitò:

Giorgio patisce, e non bisogna far patire i cuori che amano.

— Oh Giorgio! — mormorò Ada, guardando il ragazzo.

Ma soggiunse:

Grazie; mylord: basterà far saltare un bottone dei lacci e non potrò più muovermi.

Tagliate! tagliate! — insistette il conte. — Ci son le cameriere, e il bottone può esser rimesso.

Allora Ada si piegò, Percy Stanhope standole innanzi come a nasconderla, e tagliò la scarpetta di destra, staccandone quasi lo spunterbo.

— Ecco, Giorgio. Non ballo più...!

Egli riacquistò i suoi colori e vinse un groppo di lagrime che gli era venuto alla gola.

Torneremo ad Anzio? — disse tumultuosamente. — Giuocheremo ancora sulla sabbia?... Tu leggerai le storie di Dragùt e di Giannetto Doria ed io starò ad ascoltare sotto la tenda?

— Ma sì, Giorgio!... L’estate...

— L’estate, e anche prima, se è possibile: appena ci saran le vacanze, lontani da tutti, perché è molto noioso vivere qui come gli altri e non poter mai vederci...

Ada sorrise.

— Ma ci vediamo quasi tutti i giorni, — obiettò.

— Non così, non così! Ad Anzio soltanto era bello e nessuno ci disturbava.

— Sì, Giorgio.

Dimmi che ti piaceva ad Anzio.

— Sì, Giorgio!

— Che vuoi tornare con me.

— Sì, Giorgio!

Seduto sopra un bracciuolo della poltrona di Ada, il conte seguiva il giuoco della fisionomia di Giorgio che gli stava in faccia e quel suo parlar febbrile, quel movimento delle mani, che volevano accarezzare il volto e il capo della fanciulla e si stringevano intorno al damasco.

Percy Stanhope considerò in silenzio anche Ada, calma di quella calma di donna, che sente improvvisamente d’essere adorata e concede alla prepotenza di chi vive per lei.

— Io ho ancora Eufemia di Princisbecco! — rammentò Giorgio.

— Oh! — fece Ada ridendo.

Ma il ragazzo le lanciò un’occhiata:

— Non le vuoi più bene? Io ero ammalato, allora, e tu volevi tanto bene a me e a lei...

— A te voglio sempre bene. Ma che è avvenuto? Che discorsi mi fai?

Levò il capo verso Percy Stanhope.

— Vi domandiamo scusa: voi non capite l’italiano.

— Non temete, — disse il conte con un sorriso. — Giorgio parla una lingua che capiscon tutti!

Ada arrossì. Egli voleva dire la lingua dell’amore, ma questo non sta bene; e poi Giorgio è bambino e l’amore dev’essere altra cosa che il suo sentimento.

Alcuni giovani si presentarono via via ad invitare Ada, la quale accennò ridendo alla sua scarpetta; i giovanotti se ne andarono con una occhiata a Percy Stanhope, che doveva essere stato causa di quel piccolo disastro.

In un angolo Paolo Zampieri chiedeva a un grosso industriale e a un giovinotto elegante informazioni di quel signore inglese. L’aveva visto attorno a sua figlia, aveva notato che questa ballava con lui e non con altri; e ignorando l’incidente della scarpetta sciupata, la cosa gli riusciva strana.

Dicono sia rovinato, — osservò, quasi per incoraggiare gli informatori.

L’industriale si strinse nelle spalle, nulla sapendo; l’altro rispose con un risolino.

— Tutto è relativo. Coi milioni che formano la sua rovina è probabile che formerei la mia felicità. Del resto, scriva a Londra; a Londra lo conoscono...

— Oh, dicevo tanto per dire... A me non importa, — rispose Paolo Zampieri, pensando che l’idea di scrivere a Londra era buona.

Leonia Cavalli passò al braccio del principe Strogonow e vista Ada a fianco di Giorgio, le lanciò un’occhiata ironica.

Ada si alzò bruscamente.

Dove vai? — chiese Giorgio.

La fanciulla fece un gesto d’impazienza.

— Mi lascerai muovere? Mi lascerai vivere? Che cosa sei diventato?

Ada!...

Ella si allontanò, con una sorda irritazione nel cuore. Veramente quel ragazzo era intollerabile. Le parlava di Eufemia di Princisbecco, supponendo ch’ella si occupasse tuttavia di bambole e di balocchi. Egli non sentiva il tempo che passa, che trasforma, che travolge. Vedeva Ada con gli occhi di quattr’anni addietro, come non fosse diventata fanciulla, non avesse altro da fare nella vita che badare a lui e obbedire ai suoi capricci. Anche quella storia del ballo era goffa.

Dunque non avrebbe mai potuto ballare? Le sue amiche ballavano e si divertivano. Le sue amiche potevan chiacchierare con chiunque. E a lei era toccata la catena di quel Giorgio Astori, bambino prepotente e geloso.

Questi pensieri le ribollivano in animo mentre attraversava la sala per andar da suo padre. E ne fu stupita. Un solo sguardo di Leonia era bastato a farle comprendere la situazione, che diventava assurda... Ma se ne pentì: pensò di tornare indietro per racconsolare Giorgio, a cui voleva tanto bene. Suo padre la chiamò.

Ada, perché non balli?

Vedi, babbo. Mi si è guastala la scarpetta.

— Una zampata di quell’inglese...?

— No. Lord Stanhope è molto gentile e balla bene.

— Lo conosco. È un tuo ammiratore.

Ada sorrise. Dovette scusarsi con altri giovani che l’invitavano. Poi tornò verso la poltrona di Giorgio; ma Giorgio era sparito. Ada si rivolse a un domestico per chiedere di lui.

— Il signorino è andato a dormire perché era stanco.

Ada attraversò le due sale, uscì nel corridoio, arrivò alla soglia della camera in cui Giorgio s’era richiuso. Volle chiamarlo; ma udì un singhiozzo soffocato e non osò.

 

 

 


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