Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XXI.

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XXI.

 

Recatosi allo stabilimento di via Flaminia, Silverio chiamò Paolo Zampieri e gli disse:

— L’ingegner Catalani si è dimesso, come lei sa.

Parlavano sulla soglia del riparto tecnico, e il ruggito delle macchine obbligava Silverio ad alzare la voce.

— La prego di assumere lei le funzioni di direttore, — seguitò.

Ma vedendo il viso di Paolo Zampieri illuminarsi per una gioia violenta, credette onesto spiegargli meglio.

Funzioni temporanee, fin che io non trovi un direttore che mi quadri, inglese o tedesco.

Il volto di Paolo Zampieri si fece tetro con la stessa rapidità con cui s’era illuminato. Mai delusione più cruda non aveva colpito, nello istante stesso della speranza, un cuore d’uomo.

Veramente... — disse Paolo Zampieri.

Silverio, che già se n’andava, si fermò.

Veramente, io aveva pensato che lei potesse nominare me al posto del Catalani...

— Ma non c’è nulla di simile nel nostro contratto, — obiettò Silverio.

— È giusto: era un’idea mia. Credevo d’aver conquistato la sua fiducia...

Silverio aveva l’abitudine di essere franco, specialmente negli affari.

Guardò lo Zampieri negli occhi e rispose:

— L’ha conquistata come tecnico. Non l’ha conquistata come uomo. Il suo carattere non mi piace.

Paolo Zampieri ebbe un istante di vertigine; fu per rispondere che se ne andava egli pure, ma si rattenne, trovò la forza di stirar le labbra in una specie di sorriso e replicò:

C’è un proverbio latino, il quale dice che neanche Giove piace a tutti.

— Ecco: lei imagini di essere Giove! — ribatté Silverio.

Poi se ne andò a lenti passi, dando un’occhiata a destra e a sinistra.

Paolo Zampieri aspettò ch’egli si fosse allontanato, quindi uscì, saltò in una carrozzella, e si fece condurre a casa. Ada tornava in quel momento da scuola; Maria stava ricamando. Egli sopraggiunse tra l’una e l’altra con una faccia così stravolta, che ambedue ne furono spaventate.

— Che hai? Ti senti male? Qualche disgrazia?

— Che canaglia, ah che canaglia! — andava gridando e dimenandosi in una poltrona come un tormentato. — Chi l’avrebbe detto? Che canaglia! Ha aspettato a vendicarsi, ma si è vendicato bene! Una pugnalata nelle spalle, una vera pugnalata!... Ah, che canaglia!

— Ma chi, babbo?

— Ma che ti hanno ...?

Paolo respirò largamente, poi disse:

Figuratevi...

E narrò ciò che gli aveva partecipato Silverio Astori.

Funzioni temporanee, avete capito? Tem-po-ra-nee!... vale a dire che fra otto giorni, quindici, un mese, arriva qualche sporco tedesco o qualche lurido inglese e io passo ai suoi ordini!... Cose dell’altro mondo!... Canaglia e vendicativo, perché tutto questo è fatto per punirmi della mia amicizia col Creffa, del mio desiderio di migliorare la posizione! Io non ho una moglie ricca come ce l’aveva lui e non posso metter le mani nei danari degli altri! Perché lui, quel miserabile, ha cominciato così: col farsi mantenere! E ha spinto poi l’avarizia fino a lasciare ammazzare suo figlio piuttosto che pagargli i debiti!... Come non si sapesse!... E il mio carattere non gli piace!... Ha avuto il muso di dirmelo in faccia! Me ne vanto!... È il carattere d’un galantuomo, d’un galantuomo vero...!

— Non me lo sarei mai aspettato! — disse Maria.

— Vuoi un bicchierino di cognac? — offerse Ada.

— Che cognac! — fece Paolo, allontanando con la mano il supposto bicchierino. — La famiglia Astori è morta per noi!... Tenetelo bene a mente!... Guai a voi se ci rimettete i piedi!... Morta e sepolta!...

Ada si sentì impallidire.

L’ordine di suo padre significava non veder più Giorgio.

Dopo la sera che il ragazzo s’era richiuso nella camera a singhiozzare, Ada lo aveva circondato di mille cure, perché il sentimento di lui, gelosia o dolore, la sconvolgeva. Che dirgli? Che fare? Come calmarlo? Che cosa promettergli? Delle parole sfuggitele al veder Leonia Cavalli, egli non l’aveva rimproverata.

Ma qualche giorno dopo, si trovarono soli per caso, Ada e Giorgio, in salotto. E Giorgio afferra la fanciulla, la copre di baci con impeto selvaggio e tuttavia così puro, ch’ella non se ne offende e accarezza Giorgio sui capelli.

Una tale passione, più forte del piccolo cuore di Giorgio che la chiude, più forte del piccolo cuore di Ada che deve accoglierla, ha sbigottito la fanciulla, e per calmarlo, ella gli mormora dolcemente:

Andremo ad Anzio, caro. Leggeremo le belle storie. Farò ciò che vorrai. Non soffrire, Giorgio, non devi soffrire!

E vedendo che due lagrime gli scendevano per le guance, bacia quei grandi occhi in cui non esiste che l’imagine di lei.

Questo è il dramma che nessuno sa, che nessuno deve sapere...

— Ah se avessi danaro!... Cento, duecentomila lire! — disse Paolo Zampieri con voce rauca. — Mi basterebbero, per far vedere al signor Silverio Astori...

Ada trasalì. Le tornò in mente la frase dettale un giorno da Giorgio. «Tuo padre cerca danaro

E il padre, con la voce rauca, con le mani che annaspano nell’aria, cercando il danaro, è pallido, convulso, brutto... Sì, brutto! La voglia del danaro fa diventar brutti gli uomini...? E che cosa farà, il padre, per avere quel danaro?

Paolo Zampieri si rimise a poco a poco; ma prima di uscire nuovamente ordinò:

— Non si va più, per nessuna ragione, in casa Astori!... Ci hanno giuocato abbastanza!... Avete inteso?...

— Ma se c’invitano? — osservò Maria.

— Si rifiuta!... Io sono un semplice impiegato, faccio il mio dovere, e basta!

Dicevo per Ada, — seguitò Maria. — Non si può tenerla chiusa, senza amicizie, senza conoscenze...

— Ah, e tu credi che amicizie e conoscenze non si trovano che dagli Astori?... Finirà il mondo, se non c’è la famiglia Astori?... Smettila con le tue sciocchezze!

Ada, ascoltato quel dialogo trepidando, chinò il capo. Era impossibile lottare. E Giorgio...? L’aspettava quello stesso giorno verso le cinque, come di solito. Ebbe un’idea repentina:

— E lord Percy Stanhope? — si chiese ad alta voce.

Paolo Zampieri che già varcava la soglia, si fermò.

— Il conte inglese? — disse. — Ma è veramente ricco?

Giorgio dice che possiede quaranta milioni, — rispose Ada, aggrappandosi a quella trovata involontaria.

— Che ne sa Giorgio?

— Glielo disse il povero Andrea, ch’era molto amico del conte e faceva vita con lui.

Paolo stette un istante a riflettere.

— Se v’invitano, andate, — soggiunse con voce più calma. — Siamo sempre in tempo a ritirarci. D’altronde ho chiesto informazioni a Londra di quel tuo conte...

— Mio? — fece Ada, sorridendo.

Il volto di lei esprimeva una tal gioia, che Paolo credette sua figlia innamorata di Percy Stanhope e si augurò che questi possedesse davvero i quaranta milioni.

 

 

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Ripresero a frequentar la famiglia Astori.

Silverio aveva sentito d’essere stato troppo spiccio con Paolo Zampieri. Era il suo difetto; non sapeva tornire una frasevelare un’opinione. Seminava intorno i nemici, i quali stavano zitti perché egli era molto potente; ma se fosse caduto, gli sarebbero corsi addosso tutti quanti.

Cercò di mostrarsi affabile con Paolo; non ve n’era bisogno; costui frequentava la famiglia Astori per tener d’occhio Percy Stanhope e Maurizio Creffa, non sapendo ancora a qual dei due buttare la figlia.

Le notizie intorno a lord Stanhope risultarono eccellenti. Apparteneva a una di quelle vecchie e ricchissime famiglie, che si dicono rovinate quando non hanno più che un palazzo in Trafalgar Square e un castello in Iscozia, abituati ad averne dieci; quando le loro scuderie non contano che trenta cavalli e le loro bandite non sono grandi come metà della Svizzera. Ma in fine Percy Stanhope disponeva d’una sostanza che per chiunque altri sarebbe stata eccezionale.

E Paolo Zampieri avrebbe deciso a suo favore, se Maurizio Creffa, accomodate le faccende con Lalla Candeloro, non fosse ricomparso. Egli non poteva vantare una ricchezza da fronteggiare quella dell’inglese; ma era meglio alla mano. L’altro, sposata Ada, se la sarebbe portata via, in Inghilterra. Maurizio viveva a Roma, voleva occuparsi d’affari e prima o poi doveva intendersela con Paolo.

Infatti egli invitò Paolo, sua moglie e la figliuola. Il vecchio Sebastiano desiderava conoscerli. Maurizio invitò altre famiglie, rimise un po’ di calore in casa.

Ada non si raccapezzava. Quella sera le parve, sebben la cosa fosse inverosimile, d’essere corteggiata dal vecchio Sebastiano Creffa, tanto egli la tenne presso di sé, la fece parlare, la osservò. A tavola, contrariamente agli usi, volle la fanciulla alla sua destra e le fu prodigo di cortesie.

Gli altri invitati, un curioso miscuglio di giovani eleganti e di grossi industriali, non ebbero fatica a comprendere: si trattava d’un matrimonio. Qualcuno lo disse scherzando, dopo pranzo.

— Ho bell’e visto, Maurizio: dobbiam suonarti la marcia funebre.

— Per che?

— Per la morte d’uno scapolo!

Ada ebbe la sensazione d’esser presa in trappola.

Non le piaceva nulla: non quella casa, che nonostante il suo lusso dava una sensazione di vuoto; non quel vecchio mercante dalla testa pelata e dagli occhi a fior di pelle; non la gente che gli stava intorno; e quel ch’era peggio, non Maurizio, elegante, affettato, stupido, ignorante, (ella non sapeva sfogar la sua ira se non insultandolo mentalmente).

Quando si congedarono, il vecchio Creffa, batté amichevolmente sulla spalla dello Zampieri.

— Mi congratulo con lei. Ha saputo fare un capolavoro!

— Un capolavoro? — disse Paolo stupito.

— Sua figlia: un capolavoro!

Il volto di Paolo diventò raggiante: questo voleva dire che la porta era aperta, che non c’era nemmen bisogno di bussare.

Tornarono con l’automobile dei Creffa; e sdraiandosi sui morbidi cuscini quasi a pigliarne possesso, Paolo dichiarò:

Brava gente.

— Molto simpatica, — disse Maria.

— E brava la mia piccola Ada, che è tanto piaciuta, — seguitò Paolo.

Piaciuta a chi? — domandò Ada.

— A tutti: ma specialmente al vecchio. Se non piaci al vecchio, come puoi sposare Maurizio?

Sposare Maurizio?... Io? — esclamò Ada sbalordita.

— Non m’inventerai qualche difficoltà? — disse Paolo, aggrottando le sopracciglia. — È una fortuna che tutti invidieranno.

Ada guardò suo padre e scoppiò in lagrime.

Egli stava per aggiungere qualche parola, ma la moglie lo urtò col ginocchio e gli fe’ cenno di tacere.

Arrivarono così in silenzio fino a casa; e quando furono per discendere dall’automobile, Ada dichiarò:

— Io voglio sposare lord Stanhope!

Paolo la guardò a bocca aperta. Anche Maria parve intontita; ma si riprese e disse dolcemente:

— Ne riparleremo, cara. Nessuno vuol farti forza. Ora va’ a dormire!

Poi Maria e Paolo rimasero a discorrere in sala da pranzo.

Lord Stanhope! — dichiarò Paolo. — Non si contenta di poco!

— Eh, tu dici che Maurizio Creffa è una fortuna; ma quell’inglese è qualche cosa di più.

— Non mi conviene. Sì, ammetto: alta aristocrazia inglese, un sacco di quattrini, palazzi, castelli... Ma addio Ada: se ne va in Inghilterra. E io ho bisogno d’un uomo che mi aiuti.

— Non ti può aiutare questo lord?

— In che modo? Vuoi che mi faccia dare qualche milione come se mi pagasse?

Stettero a far disegni e ad annaspar nel vuoto fino ad ora tarda.

Infine decisero di non parlar più di mariti ad Ada e di vigilare l’uno Maurizio Creffa, l’altra Percy Stanhope.

— Tuttavia, bisogna concludere, — osservò Paolo, — perché io prevedo che Maurizio chiederà la mano di Ada, e in quel momento qualche cosa si dovrà rispondere...

— Qualche cosa risponderemo, — disse Maria con fiducia.

 

 

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Ada non dormì.

Con la sua cuffietta a roselline azzurre che le chiudeva la ricca massa dei capelli, dentro una interminabile camicia da notte dalla quale sbucavano a mala pena le punte dei piedini, stette a rigirarsi nel letto fino all’alba.

Guardava nell’oscurità, riconoscendo a uno a uno i mobili della sua cameretta.

Il nome di Percy Stanhope le era venuto alle labbra non perché pensasse mai a sposarlo, ma perché le portava fortuna.

Quel Maurizio Creffa, non lo voleva. Non voleva come suocero quel Sebastiano Creffa. Non voleva quella casa, in cui si sarebbe sentita orribilmente sola. Non voleva nulla. Non amava nessuno. Piuttosto avrebbe aspettato dieci anni che Giorgio potesse ammogliarsi. Allora sarebbe stata felice. Se no, avrebbe pregato lord Stanhope di sposarla, e se ne sarebbe andata lontana per non veder più né il babbo né la mamma, ai quali avrebbe tenuto sempre il broncio.

Ma forse Percy Stanhope non aveva alcuna intenzione di ammogliarsi, e qui stava l’imbroglio. E chi sposare allora? Maurizio Creffa, no, a nessun patto, anche perché aveva fatto morire quella ragazza, che si chiamava... Come diavolo si chiamava?... Lalla!... Ma l’aveva fatta morire...?

Si addormentò un poco, sognò che Maurizio Creffa uccideva Percy Stanhope. Risvegliatasi di soprassalto, torno a pensare. No, Maurizio Creffa non lo voleva. Le mogli dormono coi mariti. E lei doveva dormire con Maurizio...? Quale orrore...! Con quello stupido, il quale aveva per amanti le ragazze che mostrano le gambe!... E se dovesse dormire con Percy Stanhope...? Era già meglio!... Sì, per quanto arrossisse a confessarlo, doveva pure ammettere che era meglio dormire con Percy Stanhope che con Maurizio Creffa, quantunque Maurizio fosse più giovane dell’altro... Ma meglio di tutto era dormir sola, nel piccolo letto, tanto più ch’ella aveva l’abitudine di tirarsi dietro le coperte quando si voltava e ciò riesce molto incomodo per un marito. Un marito ha da essere qualche cosa di scelto, di straordinario, perché non si può averne due o tre; e quell’unico che vi dànno vi accompagna dappertutto, mangia, beve, dorme con voi. Se non è deliziosamente simpatico, come si può andare avanti? E di deliziosamente simpatico, Ada non conosce che Giorgio. Ma Giorgio ha due anni meno di lei e non può sposarla... Maurizio Creffa, in ogni caso, no...!

Prese sonno con questa risoluzione, dopo aver visto apparir la prima luce attraverso le stecche delle persiane.

 

 

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Il matrimonio di Leonia Cavalli col principe Vladimir Strogonow fu celebrato con grande pompa. C’era di tutto, fra gli invitati; diplomatici, amici di Vladimir; ufficiali; negozianti e banchieri; aristocrazia russa e borghesia italiana; tra le signore, molta eleganza e molto susurro per la bellezza della sposa.

Ada ch’era presente col babbo e la mamma, ne rimase abbacinata. Non aveva mai ammirato una tal quantità di preziosi regaligoduto una più amabile e pronta ospitalità. A tavola, durante la colazione, Maurizio Creffa era alla sua destra; dall’altra parte, un diplomatico russo, che mangiava con quell’appetito a cui gli occidentali non sono abituati.

Il titolo di principessa, che tutti davano ormai a Leonia, parve ad Ada cosa veramente divina. Pensò che se avesse sposato Maurizio, nessun titolo gliene sarebbe venuto: la signora Creffa, null’altro: una piccola o una grassa borghese.

Istintivamente girò l’occhio intorno per cercare Percy Stanhope; ma non l’avevano invitato, conoscendolo appena. Mancava anche Giorgio, il quale, per non veder Leonia, aveva inventato un grosso mal di testa.

Senza quei due amici, Ada si sentì malinconica. E Maurizio l’annoiava con la sua presenza. Le venne voglia di rovesciargli addosso il brodo che servivano in tazze. L’altro, il diplomatico, le aveva detto poche parole, considerandola forse ancora una bambina.

— Quando lei si sposerà, farà molti inviti? — disse Maurizio.

Ada guardava, dietro la linea dei commensali, una lunga linea di canestre dorate da cui traboccavano i fiori. C’erano fiori anche sulla tavola, e la tovaglia doveva essere un di quei capolavori che le ragazze di Burano combinano con l’ago in più anni di fatica. L’argenteria apparteneva al principe; certe coppe nel mezzo avevano iscrizioni misteriose in una lingua di cui Ada non sapeva leggere neppur la lettera iniziale.

Una le stava proprio innanzi quasi a sfidarla con quel suo motto tutto intorno. Ada vi aveva appuntato già l’indice, perché il russo che le era a fianco traducesse; ma egli la guardò, sorrise, e continuò a mangiare.

— Come si chiama lei? — interrogò Ada.

Conte Nicola Scerbejew, ufficiale della guardia di Sua Maestà l’Imperatore e addetto militare all’Ambasciata, — rispose il russo.

— Allora sta sempre a Roma?

Fin che mi mandano altrove! — disse il conte Scerbejew ridendo.

— È ammogliato?

— Oh, no!

Ada gli lanciò uno sguardo. Mangiava troppo; e poi, dal modo con cui rispondeva era facile capire che aveva una paura verde del matrimonio e che considerava lei come una scioccherella. Non si poteva diventare contessa Scerbejew.

— È molto ricco? — seguitò.

Il conte rise. Ridevano tutti in quel momento, per qualche frase di qualche invitato; le voci si alzavano.

— Quanti anni ha la signorina? — chiese il conte Scerbejew.

Sedici! Quasi diciassette.

— Ah, ah, capisco!

— Vuol dire che sono una stupida?

Il conte fece un gesto, come scandalizzato.

— Le pare?... Voglio dire che nulla è più gentile della sua ingenuità.

Maurizio si chinò verso Ada per susurrarle:

— E a me non dice niente?

— No, a lei non dico niente, perché non è ufficiale della guardia.

— E che ci posso fare io?

Ada non gli badò neppure. Si divertiva a stuzzicare l’altro.

— Non mi ha detto se è ricco o se è povero?

Il conte Scerbejew tornò a ridere.

Possiedo alcuni milioni e alcune terre.

— Non c’è male! — dichiarò Ada. — È ricco.

Un domestico andava mescendole vin bianco nei bicchierini colorati e vin rosso nel bicchiere bianco.

— E quanti anni ha?

Ventisette.

— Non è vecchio!

Il conte Scerbejew si divertiva, sogguardando la sua piccola dama insolente.

— Ma mangia troppo, — questa seguitò.

Il conte rimase con un boccone infilzato nella forchetta; depose questa sull’orlo del piatto, e senza ridere, domandò:

— Forse le dispiace?

— Sì; noi non siamo abituati a veder mangiare tanto.

Nicola Scerbejew fu mortificato. Ada se ne accorse, e aggiunse:

— Le domando perdono. Lei mi giudicherà una screanzata.

— No; anzi. Noi russi abbiam l’abitudine di dire sempre ciò che pensiamo. Se anche lei ha questa abitudine, forse diventeremo amici.

— Perché forse...?

— Lei mi farà l’onore di presentarmi al suo babbo e alla sua mamma?

— Non l’hanno presentato...? Sì, appena ci leviamo da tavola!

Ella stessa era sbalordita della propria audacia. Forse il profumo dei fiori, penetrante come un veleno, le dava alla testa.

— Ma devo dirle, — continuò — che noi siamo poverissimi. Mio padre è un semplice impiegato, e non possiamo ricevere. Lei che è abituato al lusso, deve sapere questo. Se vien da noi non trovaargenterie antiche, né tovaglie di merletti, né automobile alla porta. Niente!

— Ma questo è molto bello! — dichiarò Nicola Scerbejew. — Ammiro la sua franchezza, signorina.

— Una volta eravamo anche più poveri; ma abbiamo potuto comperare i mobili nuovi da qualche anno e io le calze di seta...

Si morse le labbra e arrossì. Che c’entravano le calze? Queste cose, una signorina non le dice. S’avvide che il conte la fissava con ammirazione, e arrossì di nuovo.

— Non mangia più...?

— Non vorrei dispiacerle...

— No, anzi! Io ho avuto torto di farle osservazione.

Maurizio si chinò ancora all’orecchio di Ada per susurrarle:

— E a me, neanche una parola?

— Lei parli con Lalla! — rispose Ada inviperita.

— È gelosa? — fece Maurizio storditamente.

Ada lo avvolse in una tale occhiata, che il giovane capì d’aver commesso una minchioneria.

— Le domando scusa! — mormorò.

Tutti si levarono in piedi.

Un vecchio signore dalla chioma d’argento pronunziava un brindisi in russo, poi lo traduceva in italiano. Tintinnarono le coppe urtate.

— A questo bel giorno, signorina! — disse il conte Scerbejew, toccando leggermente con la sua la coppa di Ada.

Maurizio parlava alla sua vicina di destra, una vecchia zitella.

Seguirono altri brindisi, in italiano, in russo, in francese.

Quando la sposa si levò, si levarono tutti rumorosamente.

Ora venga, — disse Ada.

Si accorse allora che il conte Scerbejew era alto e snello, chiuso nell’uniforme, sulla quale brillavano alcune decorazioni.

— È tenente? — chiese.

Il conte Scerbejew rise senza rispondere.

Abbandonarono la sala da pranzo e giunsero nel salotto attiguo. Paolo Zampieri a fianco della moglie, aveva l’aria di essere un po’ smarrito in quella società formata per gran parte di russi.

Ada gli venne innanzi e gli disse:

Babbo, mamma, permettetemi di presentarvi il conte Scerbejew.

E mentre questi si chinava a baciar la mano di Maria, Ada soggiunse:

Addetto all’ambasciata e tenente della guardia imperiale.

Colonnello, — rettificò il conte, stringendo forte la mano di Paolo Zampieri.

Ada lo guardò da capo a piedi.

— Ho desiderato questa presentazione, — seguitò Nicola Scerbejew — per fare i miei complimenti a loro. La signorina ha una conversazione molto interessante.

— È una bambina, — disse Maria. — Forse qualche volta chiacchiera troppo.

Paolo Zampieri, lieto di poter scambiar parola con un personaggio, trattenne il conte qualche tempo a discorrer di politica; fin che Ada propose:

Ora venga con me. La voglio presentare ai miei amici.

Nicola Scerbejew si congedò sorridendo per seguir Ada.

Dove lo ha pescato? — disse Paolo a sua moglie. — È un alto personaggio e un bellissimo giovane. Io credeva che stesse con Maurizio Creffa...

Maurizio perde terreno tutti i giorni, — osservò Maria. — Con le signorine per bene dev’essere uno sciocco.

— I miei due grandi amici non ci sono! — spiegava Ada al conte. — Uno si chiama Percy Stanhope; l’altro Giorgio Astori. Uno ha più di trent’anni, e l’altro ne ha quattordici. Indovini quale dei due: Percy o Giorgio?

Giorgio ha quattordici anni! — dichiarò sicuramente Nicola Scerbejew.

— Lei è molto bravo d’indovinare! — notò Ada con accento d’ammirazione.

S’incontrarono, sul limitare della sala, nel principe Strogonow, il quale gettando un’occhiata alla fanciulla, osservò in russo al conte Scerbejew:

Ammiro la vostra piccola dama, Nicola Andrèjevic.

— L’ho scoperta a tavola e vi assicuro che è una fata!

Ada presentò il conte a donna Appia, a Matilde Astori e a Silverio.

— Questi sono i miei veri amici, — disse. — Può fidarsene...

Gli invitati cominciarono a prender congedo, gli sposi dovendo partire tra poco per la Riviera. Ad uno ad uno sfilavano innanzi alla principessa Strogonow, alla quale ripetevano gli augurii.

Quando Ada fu di fronte a lei, si chiese se non sognasse.

Diritta sulla soglia nell’abito da viaggio, Leonia sorrideva come una graziosa regina, dando a baciar la mano e rispondendo con padronanza perfetta alle cortesie de’ suoi ospiti. Dov’era la bambina che ammazzava i pesci nella vasca?

Ada si sentì così piccola, così misera, che volle dir qualche parola gentile e balbettò; ma Leonia la strinse al petto e la baciò sulle guance.

Spero che al mio ritorno, — disse, — sarai fidanzata al conte Scerbejew.

Ada rimase intontita a quell’augurio, a quel nome. Credette ancor di sognare e si allontanò sorridendo senza rispondere.

 

 


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