Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XXII.

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XXII.

 

Verso Natale, vi furono due delusi di più sotto la cappa del cielo: Maurizio e Giorgio.

Presentatosi in casa Zampieri a chiedere solennemente la mano di Ada, Maurizio si sentì rispondere che la domanda onorava la famiglia, ma che occorreva interrogare la fanciulla, la quale non ne sapeva niente.

Maurizio dissimulò a stento il suo disappunto. Tutto si sarebbe aspettato fuor che lo facessero aspettare otto o dieci giorni, come aveva chiesto Paolo Zampieri.

Che c’era sotto...? Egli considerava da tempo la cosa come sicura; anzi, aveva imaginato che la gioia si dipingesse sui volti di quei due pacchiani, i quali, bisognava pur dirlo, gli avevan fatto la corte per mesi e mesi. Quanto ad Ada, questa sapeva benissimo che presto o tardi l’avrebbe chiesta in moglie, e un suo pensiero in proposito doveva averlo già.

Certamente avevan messo l’occhio sopra un altro, più ricco o più conveniente per Paolo, la figlia non essendo nelle mani di costui che una merce da collocare.

Maurizio si licenziò gaio e cortese, ma risalì in automobile con una violenta emozione dipinta in viso, e si fece condurre da suo padre.

Non appena gli fu innanzi, si mise a passeggiare per lo studio, mentre gli occhi di Sebastiano lo seguivano attentamente.

— Non sarai diventato pazzo? — domandò il vecchio sotto voce.

Maurizio si fermò di botto.

— L’ho fatta bella! — esclamò. — Oh, l’ho fatta bella!...

— Che? Altri debiti? Ti avverto che non pago!

Maurizio rise ironicamente.

Debiti? No, qualche cosa di peggio!

Mamma mia, ha scannato un cristiano!

— Non dire sciocchezze, babbo!... Ho chiesto ufficialmente la mano di Ada Zampieri, e mi hanno risposto che devo aspettare.

— È giusto. Bisogna riflettere.

— Ma ti sembra? Ma non capisci che gatta ci cova? Ci deve essere un altro, qualche idiota aristocratico o qualche grasso borghese col marsupio. Ada aveva cambiato contegno da qualche tempo: era fredda e sprezzante.

— E tu vai a domandarla quando è fredda e sprezzante! Bella trovata! Del resto ti hanno detto di aspettare, non ti hanno detto di no!...

Maurizio fissò Sebastiano, affondato in una poltrona con un grosso scialle da viaggio sulle gambe e una giacca di pelo indosso, perché non voleva si accendessero stufe in casa sua.

Prendono : vedono se l’altro si decide; poi se non si decide, mi buttan la figliuola tra le braccia, — spiegò Maurizio. — Questo è il giuoco. E io farò da comodino a quella gente?

— Ma l’ami o non l’ami, questa ragazza benedetta?

— Certamente, che l’amo!

— E allora si fa il comodino e anche il comodone, perché quando si ama, si è pronti a chiudere un occhio!

— Io non sono così! — dichiarò Maurizio.

Meglio: ne troverai un’altra; di ragazze da marito è pieno il mondo!

Maurizio alzò le spalle e fece per avviarsi, ma Sebastiano lo trattenne con un gesto.

Intendiamoci, — disse. — Non prendere a pretesto il ritardo del fidanzamento per farmi altri debiti e tirarti in casa qualche smorfiosa, che poi voglia diecimila lire per una pistolettata! Non pago un centesimo.

— Questa amarezza dovrò pure affogarla!

C’è il Tevere. Basta ad affogare le amarezze di tutta Roma!

Arrivederci, babbo!

— Hai capito? — gli gridò dietro Sebastiano.

 

 

---

 

Ada aveva promesso a Giorgio di passar le feste ad Anzio; una promessa vecchia, fatta per calmare il suo giovane amico, il quale, dal giorno che l’aveva veduta ballare, era inquieto e sospettoso.

Ora la fanciulla si sentiva impacciata, avendo altre idee pel capo; ma sperava di cavarsela con qualche pretesto. La fortuna non l’aiutò, perché a distanza d’una settimana dal Natale, Matilde Astori disse ad Ada:

— Tu vieni a passare le feste con noi, non è vero?

Ada arrossì.

— Sì, credevo, — mormorò, — ma temo che il babbo... Non sono sicura...

Giorgio ci ha detto che avevi promesso...?

— È vero: ma il babbo, non so, deve avere accettato... non so bene.

Matilde sorrise.

— Avrà accettato d’invitare il conte Scerbejew, — osservò.

Ada si fece anche più rossa in volto; era tanto confusa, che soffriva; e Matilde, comprendendo, soggiunse:

— Non c’è nulla di male, cara. Il conte Scerbejew è un gentiluomo dei più rispettabili.

— Allora le dirò, — fece Ada rinfrancata. — Donna Appia ha invitato il conte e tutti noi per la vigilia. Essa non sapeva... Credo abbia invitato anche lord Stanhope, che è qui solo.

— Ma benissimo, cara. Desidero che tu ti diverta.

— Allora, — seguitò Ada con un poco d’esitazione, — lo farà capire lei a Giorgio che io non ci ho colpa?

— Certamente. Ora, quando torna da scuola.

Soltanto, non gli dica che c’è il conte Scerbejew e lord Stanhope.

— Perché? — interrogò Matilde sorpresa.

— Perché...

Ada si guardò la punta delle unghie, cercando una bugia.

— Perché mi pare che il conte Scerbejew non gli è simpatico.

— Ah, Giorgio, Giorgio! — disse Matilde come se il ragazzo fosse presente. — Mi diventa strano. Non può vedere Leonia e la chiama principessa Ciffa; non può vedere il conte Scerbejew. È difficile piacergli, a quel bambino. Non so che cosa voglia... Ma io dovrò dirgli che c’è il conte. Deve abituarsi.

— Come crede, — fece Ada, pensando che valeva meglio parlar chiaro.

Se ne andò poco di poi, quando la cameriera venne a prenderla.

Ma non era contenta; gira e rigira, abbandonava il suo Giorgio, gli mancava di parola, gli dava una grossa afflizione; e questo, per non perder l’invito di donna Appia e l’occasione d’un incontro con Nicola Scerbejew. Il quale, del resto, s’incontrava dappertutto ov’ella andava, s’era fatto assiduo in casa, aveva offerto dieci volte il palco all’Argentina, al Costanzi, al Valle, e sebbene non avesse ancor detto parola, tutti comprendevano che avrebbe chiesto la mano della fanciulla.

Anzi, c’era già chi rideva del povero Maurizio Creffa, pulitamente messo alla porta; lui, milionario e altezzoso, licenziato da quell’impiegatucolo di Paolo Zampieri!... Cose incredibili. Ma era pur così; e Maurizio Creffa aveva ricevuto una lettera in cui, ringraziandolo dell’onore fatto alla famiglia, lo si pregava di rinunziare, non essendo opportuno per il momento parlar di matrimonio.

Ada aveva dunque torto innanzi a Giorgio. Sbarazzata d’un pretendente noioso e antipatico, avviata con certezza a un matrimonio che rispondeva alle sue ambizioni e al suo sentimento, perché non concedere a Giorgio quei pochi giorni di vacanza, sui quali contava? Egli aveva tanto, tanto, sognato la spiaggia di Anzio e la fanciulla sdraiata sulla sabbia!

Quando tornò da scuola, andò a salutare la mamma, dicendole:

Ora faccio il compito, perché aspetto Ada verso le sei.

Matilde levò il capo dal suo ricamo.

— Come vuoi, caro. Ma Ada è già stata qui a scusarsi, perché non potrà venire ad Anzio per le feste.

— Non potrà? — fece Giorgio con voce soffocata.

— No; è invitata per la vigilia da nonna Appia con lord Stanhope e il conte Scerbejew.

Giorgio non rispose. Sua madre, la quale aveva ripreso a ricamare, non vide ch’egli s’era fatto pallidissimo in volto, quasi bianco. Lo udì allontanarsi e richiudersi nella camera.

Non appena solo, si mise a correre da un capo all’altro, come gli fosse entrato in corpo un dèmone infuriato; correva e saltellava, quasi la terra gli scottasse sotto i piedi; mormorando Ada, Ada, Ada, fino a perdere il senso di quel nome, la significazione di quella parola.

Poi sedette al tavolino e sopra un grande foglio di carta scrisse ancora, diecine di volte, per diritto e per traverso quelle tre lettere che formavano il magico nome. Voltò il foglio e seguitò, aggiungendo qualche parola: Ada, ti amo; Ada, sei mia; Ada, non abbandonarmi! Ada, mi farai morire!

Gli venne in mente di scriverle; poi alzò le spalle. Non si vedevano tutti i giorni e non potevano parlare?

Il conte Scerbejew certamente aveva deciso di portargli via Ada. Ma che sapeva quel barbaro, quello scita, del loro intimo passato, delle ore antiche di Anzio, quando appena s’era ucciso Andrea, e Ada era tanto buona?

Ada era cosa di Giorgio.

Giorgio sapeva bene che un marito ha il diritto di accarezzare e di baciare la moglie. Il conte avrebbe stretto Ada fra le braccia; forse l’avrebbe anche spogliata. Era ciò possibile? Ada apparteneva a Giorgio.

Anche lord Stanhope aveva detto: «Bisogna volerla!»

Nessuno la voleva più di lui; la voleva con tutta l’anima, da quando era bambino. E gliela portavan via, sfacciatamente, sotto gli occhi, senza nemmeno chiedere s’egli permettesse. Che cosa contava egli, un ragazzo, uno scolaretto di ginnasio? Avrebbero riso, se avesse detto parola.

Ma Ada?

Ada aveva perduto la testa non per il conte Scerbejew, ma pel matrimonio di Leonia, principessa Ciffa. Questa fanciulla indemoniata era sempre tra’ piedi. Ada voleva imitarla. Un marito che si chiama Vladimir? Ed ecco un marito che si chiama Nicola. Un marito che ha il titolo di principe? Ed ecco un marito che ha il titolo di conte. Giuocavano alla signora, come avessero ancora otto anni.

E il passato, il caro passato, naufragava così, in quel giuoco stupido. Ada diventava cosa di Nicola Scerbejew invece che di Giorgio Astori. Anzio, la marchesa di Princisbecco, la memoria del povero Andrea, non contavano più nulla.

Alla fine di questo e di altri tumultuosi ragionamenti, Giorgio vide il foglio di carta su cui era scritto il nome. Lo prese e lo stracciò; poi, pensando che Giuliana poteva ripescarlo dentro il cestino, tagliò con le forbici i pezzi rimasti.

Avrebbe parlato ad Ada, domani stesso. Le avrebbe detto... Non sapeva ciò che le avrebbe detto, ma senza dubbio le parole non gli sarebbero mancate.

 

 

---

 

Ada non venne l’indomani. Soltanto il terzo giorno comparve, rimase qualche istante in salotto, poi raggiunse Giorgio che stava studiando.

Buon giorno! — ella disse.

Il ragazzo l’accolse con un sorriso. Ada era inquieta; non sapeva come rigirar le frasi.

— La mamma ti ha detto? Io non posso venire ad Anzio.

— Sì, la mamma mi ha detto, — rispose Giorgio, fissando la fanciulla negli occhi.

— Mi è capitato un invito... Non sapevo... Devo mancarti di parola...

— Non fa nulla, — rispose Giorgio freddamente.

Donna Appia...

— Ma non fa nulla! — ripeté Giorgio.

Ada respirò; ma volgendo l’occhio intorno, vide sul tavolino da lavoro la marchesa Eufemia di Princisbecco; stinta, dilavata in faccia come nel vestito, coi capelli strappati qua e , gli occhi ridotti a due puntini neri.

— Oh! — disse, avvicinandosi con le braccia tese, quasi avesse rivisto una vecchia amica.

Ma Giorgio più svelto, prese la bambola e la gettò in un cassetto dell’armadio.

— Ti pare? — fece. — Tu con una pupazza in mano? Saresti ridicola!

Ada gli lanciò un’occhiata.

Andiamo in salotto, — seguitò Giorgio. — Ci sarà gente.

E la precedette senza attender risposta.

In salotto c’era la signora Zampieri e il conte Scerbejew, il quale compariva dovunque mezz’ora prima o mezz’ora dopo di Ada. Più tardi giunse anche Percy Stanhope. Era alla fine delle sue vacanze e se ne doleva, perché nessuna città al mondo gli piaceva quanto Roma; per la metà di gennaio doveva tornare a Londra.

— Venite con me, — disse scherzando a Giorgio. — Vi assicuro che non vi annoierete!

E traendo il ragazzo verso la finestra, aggiunse a bassa voce:

— Ebbene, che cosa significa questo conte russo?

Significa che vuole sposare Ada.

— E voi?

Giorgio tacque.

— E voi? — ripeté Percy Stanhope.

Ma poiché il ragazzo non rispondeva, Percy Stanhope pensò che gli italiani non hanno la costanza delle loro passioni; ardenti e volubili, sentimentali e leggeri. Allora, appoggiati con le spalle alla finestra chiusa, egli e Giorgio stettero ad osservare il conte Scerbejew, che seduto a fianco di Ada su quel divanetto che per Giorgio era sacro, mormorava qualche cosa alla fanciulla; e questa un po’ impacciata, si guardava le mani, a testa bassa.

Dopo un istante, Giorgio attraversò il salotto, passò innanzi ad Ada e uscì senza dir parola.

 

 

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Quei pochi giorni di vacanza furono spaventevoli per Giorgio; l’ombra di Ada era dappertutto, appariva dappertutto, e Giorgio non aveva mai patito un simile tormento. Si sentiva soffocare.

Gli stava intorno sua sorella Giuliana con un esercito di bambole; aveva poco più di sei anni e non capiva nulla della malinconia di Giorgio.

Giuocava da sola, muovendo due o tre delle sue dame di porcellana e cartapesta, imaginando ricevimenti e pranzi. Giorgio sdraiato a pochi passi da lei, con un libro tra le mani, ripensava a quell’altra grande inarrivabile bambola ch’era stata Eufemia di Princisbecco, e alla sua cattiva padroncina vanitosa.

Non aveva altra sensazione che un affanno, il quale, salendogli dal cuore a poco a poco lo stringeva alla gola per togliergli il respiro; o qualche volta il cuore gli si sbrigliava in un tumulto folle, pulsando disordinatamente, ora velocissimo, ora pian piano.

Giorgio in quei momenti si sdraiava a terra, s’era sulla spiaggia, o sopra il letto s’era in casa, e stava quieto fin che non si fosse sentito meglio; perché ciò che gli batteva dentro così pazzamente era l’amore per Ada, e di questo non voleva dir parola ad anima viva.

Aveva sperato che dopo il pranzo in casa di donna Appia, la fanciulla trovasse modo di raggiungerlo; ad ogni giunger della posta, sentiva pulsar più forte il cuore; ma eran lettere per il babbo, che s’era presa egli pure la sua vacanza. I giorni scorrevano, Ada rimaneva a Roma col conte Scerbejew, non aveva alcun pensiero per Giorgio. Non tanto il tempo quanto le nuove felici venture, quanto il mutarsi della sua anima da bambina in giovinetta, avevano cancellati i ricordi più teneri del passato.

I giorni scorrevano, Ada rimaneva a Roma.

Al ritorno d’una passeggiata con Giuliana lungo la spiaggia, Giorgio fu avvertito una sera ch’erano giunti amici. Non osò chiedere quali; salì le scale, piantando la piccola sorella bruscamente, corse nella sua camera a ravviarsi: quando gli parve di essere in ordine, ridiscese in salotto ove risuonavano voci allegre.

Trovò suo padre con Giovannino Cartolli, Alfredo Buccia, Severino Tormada, arrivati con l’ultimo treno.

Giorgio vacillò ed ebbe fatica a contenersi. — Ho pensato che tu sei solo, — disse Silverio, — e ho invitato questi tuoi amici per un paio di giorni.

Il ragazzo trangugiò una saliva amara, poi rispose:

— Sono davvero contento, babbo! È una sorpresa che mi piace molto...

Nulla poteva spiacergli di più in quel momento che quella compagnia rumorosa; ma aveva imparato, frequentando la gente, a mentire con garbo.

Ada! Dov’è Ada? S’ella fosse presente, come ogni cosa prenderebbe colore, animandosi quasi per magia! Che gaiezza, che felicità intorno!

Si acconciò a far gli onori di casa. La cena fu assai allegra. Quei ragazzi mangiavano con tanto appetito, che Giorgio andava sbirciandoli sorpreso. Una grande torta ripiena di frutta cotta bastò appena; un certo vin bianco leggero fu bevuto come acqua fresca. I ragazzi mangiavano, ridevano, chiacchieravano, rifrancati dalla benevolenza di Silverio e dalla sorridente indulgenza di Matilde. Raccontavano scene buffe di scuola rifacendo il verso ai professori. Alfredo Buccia di tanto in tanto lanciava all’aria qualche strofe del Prati o dell’Aleardi, quantunque Giovannino Cartolli andasse dicendogli ch’era roba vecchia.

Il silenzio malcontento di Giorgio passò inosservato tra quell’assiduo cinguettìo. Dopo pranzo, levata la tovaglia, mentre ancora servivano il caffè, si dovette giuocare a scopa; Giorgio e Alfredo contro Severino e Giovannino. Ciascuno aveva allato la sua chicchera di caffè. Giovannino fumava. Sul labbro gli fioriva già la prima pelurie ed egli si atteggiava se non a uomo fatto, a giovane esperto. Dicevano avesse un’amante. Trattava gli amici non con sussiego, ma con bonarietà, come fosse già lontano, perduto nel turbine del mondo. Ciò non impediva che di lontano veramente per lui ci fosse soltanto il Liceo.

Verso le undici uscirono tutti ad ascoltare il mare. Si vedeva nell’oscurità correre la spuma bianca, allargarsi, dissolversi. Soffiava forte il vento. Giorgio andò verso quel tratto di spiaggia su cui abitualmente gli anni addietro Ada si stendeva.

— Non venite qua, — disse agli amici. — Ci son delle buche!

Ma i ragazzi non abituati a quel forte soffiar di scirocco, rientrarono; e Giorgio rimase ancora un poco.

Forse, sdraiata a terra, con l’accappatoio rosso, Ada non gli avrebbe data la sensazione d’essere donna? Sarebbe forse tornata bambina? Gli era venuto questo pensiero la notte che l’aveva vista ballare. Ma non avrebbe potuto chiarirlo mai più, perché Ada non tornava, Ada non si sarebbe mai più sdraiata a’ suoi piedi.

Questa certezza gli fece tanto male, che per poco non si mise a gridare come gli avessero dato un colpo nel petto.

Giovannino Cartolli lo chiamò dalla soglia di casa.

Buona notte, Giorgio! Noi siamo stanchi: andiamo a dormire!

Egli si decise a raggiungerli.

 

 

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I ragazzi rimasero due giorni. Fu un tormento per Giorgio, costretto ad accompagnarli e ad ascoltarne i discorsi. Gli parve dicessero molte corbellerie. Giovannino parlava delle donne come le avesse tutte in suo dominio, ma sosteneva che l’amore è una bella cosa. Il secondo giorno spedì un telegramma.

— Tu credi che lo spedisca davvero? — osservò Alfredo Buccia a Giorgio.

— E perché non lo spedirà?

Alfredo alzò le spalle.

— Fa così per darci a credere che l’amante è inquieta e vuole rivederlo.

Severino Tormada scoppiò in una risata.

— È vero, è vero! — disse. — Ogni tanto scrive una lettera, un telegramma, una cartolina, ma poi se li mette in tasca!

Giorgio non poté trattenersi dal ridere egli pure.

Scrive anche le lettere di risposta, con una calligrafia finta, — seguitò Alfredo. — E chiama se stesso coi nomi più dolci, amore mio, tesoro, sole, speranza... Poi le porta a scuola e ce le fa leggere. Io un giorno gli dissi: «Come? Tu scrivi a Napoli e la tua amante ti scrive da Roma

— E lui che rispose? — interrogò Giorgio.

Rispose che io sono un ignorante!

I ragazzi diedero in una nuova risata.

Ma come eran per la strada passeggiando, videro Giovannino tornare e avvicinarsi.

— Hai telegrafato? — chiese Giorgio.

— Sì, non potevo farne a meno. Ho telegrafato a Napoli.

Alfredo e Severino si guardarono, gonfiando le gote a trattenere il riso che gorgogliava nel loro ventre.

— E non ti risponderanno da Roma? — seguitò Giorgio.

Gli altri due schiattarono all’unìsono, ridendo fino ad aver molli gli occhi.

— Ah, ho capito! — disse Giovannino imperturbabile. — E questo sciocco di Alfredo che ti ha raccontato?... Ma io conosco due signore: una a Napoli e una a Roma.

— Io ne conosco una ventina, e non telegrafo, — osservò Giorgio.

— «Conosco» è una parola pulita per dire...

— Una cosa sporca, — finì Alfredo.

E si mise le mani sulla pancia, curvandosi a ridere meglio. Quella ilarità era così prepotente, così impetuosa, che vinse gli altri; Giovannino stesso fece una risatina, ma li giudicò tutti insieme:

— Siete un branco di scemi!

E accese una sigaretta, soffiando il fumo dalle nari.

Andavano lentamente per la strada di Nettuno. Occhieggiava il mare soleggiato tra gli spazii lasciati liberi dalle ville. Un piroscafo segnava all’orizzonte una lineetta nera.

Parlarono delle loro amiche: la principessa Strogonow, Ada Zampieri, quella povera Irma Dantelli, ch’era tanto ammalata.

— Chi ce l’avrebbe detto, quando si giuocava a scopa, — osservò Giovannino, — che Leonia sarebbe diventata principessa per davvero? Io credevo fossero panzane... Ma la vita riserba grandi sorprese.

A questa conclusione filosofica, che parve nuova, gli altri assentirono gravemente con un cenno del capo.

— E Ada non è qui? Io credeva di trovarla ad Anzio, — seguitò Giovannino.

Giorgio sentì che il volto gli si faceva di porpora. Disse in fretta:

— Verrà più tardi. Credo che suo padre è indisposto.

— Anche lei deve avere qualche conte o qualche principe per la testa, — soggiunse Alfredo Buccia. — Ho udito fare il nome di un russo.

— A poco a poco, se ne vanno tutte! — rilevò Giovannino. — È un mondo che finisce, un periodo che si chiude.

Egli acquistava sui compagni con le frasi che imparava nelle conversazioni un certo potere, come di filosofo stoico. Ma all’idea del periodo che si chiude, Giorgio sentì un guizzo e volle ribellarsi.

— Tu esageri! Ada può essere sempre la nostra amica! — ribatté.

— Sì, da lontano; ma se sposa, specialmente se sposa un russo, me la saluti? Verrà ad Anzio a trovar te, piantando il marito?

— Hai ragione, — convenne Giorgio. — Non può lasciare gli altri; deve obbedire al marito.

E quasi per assicurarsene, quasi a cercare una mentita, seguitò:

— Il quale può baciarla, accarezzarla...

Giovannino l’interruppe con una risata.

— Eh, se vanno a letto insieme, puoi bene imaginare quel che farà un uomo della tua Ada! Altro che baciarla!

— Mia? — ribatté Giorgio con le labbra bianche.

Giovannino era per continuare, ma Severino Tormada gli diede di gomito, accennandogli con un’occhiata il volto pallido di Giorgio; e sviò il discorso.

— È una giornata di primavera; non si direbbe che siamo a fin d’anno...

Ma da quel momento corse la notizia prima fra quei compagni, poi a Roma fra i compagni di scuola, che Giorgio era innamorato di Ada Zampieri e soffriva molto perché Ada doveva sposare un conte russo.

 

 

 


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