Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XXIII.

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XXIII.

 

Donna Appia, incontrata Ada Zampieri con Ester in piazza Barberini, la pregò di andar da lei a passare un’ora.

Donna Appia non aveva mai, per così dire, staccato gli occhi da Giorgio; il quale s’era fatto un piccolo uomo, non pensava né al mare d’amaranto né al capitano Tarafià, ma era nell’animo, per lei, lo stesso bimbo di dieci e di quattordici anni addietro.

Salendo le scale della palazzina a Passeggiata di Ripetta, Ada si chiedeva che cosa volesse la signora, che gli amici chiamavano ormai «la dama bianca». Le era parso la mattina che facendole quell’invito avesse nel volto qualche cosa di grave e quasi di solenne, pur temperata da una dolcezza di sorriso. Congedò Ester sulla soglia ed entrò con una certa titubanza.

Non seppe raccapezzarsi dapprima. A fianco di donna Appia era la dama di compagnia, Maddalena Pedretti, rigida nelle sue linee come una statua non rifinita, ed ella pure tutta bianca di chiome. Parlarono di feste e di scuola, del carnevale imminente e d’un freddo insolito per Roma. Quando, sorbito il e mangiata una fetta di pasticcio dolce, Maddalena Pedretti si allontanò, donna Appia rimase in silenzio qualche tempo.

Guardava Ada; la quale indossava un abito leggero un po’ scollato e quasi senza maniche; le braccia sbucavano nella loro linea delicatamente ondulata, nude e prive d’ornamenti come le mani sottili; il collo veniva su, bianco, sostenendo una piccola testa pettinata con la divisa da un lato, le orecchie nascoste sotto due bande di capelli; volto ovale, occhi grandi senz’ombre; bocca splendente. La persona era alta e flessuosa. Che un gran signore russo l’avesse scelta come moglie, che gli uomini le stessero già attorno con qualche turbamento, che senza volerlo a diciassette anni potesse far girare la testa a più d’uno, veniva naturale da quel complesso di singolari e squisite attraenze.

Giorgio torna stasera da Anzio, — disse donna Appia. — Mia figlia mi scrive che è un po’ malato.

Ada corrugò le sopracciglia, istintivamente. Voleva ricondurre se stessa indietro; indietro di pochi giorni o di pochi anni, per ritrovare, qua o , quell’anima d’una volta, per la quale non esisteva che Giorgio. Ma fu lo sguardo del navigante, che a vele spiegate va incontro a nuove terre e l’addio alla spiaggia perduta nelle nebbie della lontananza.

Malato? — disse. — Davvero malato?

S’accorse che la sua voce risonava piuttosto di stupore che di sollecitudine.

— Vorrei che tu gli parlassi, — consigliò donna Appia. — È tempo che questa situazione assurda finisca, e certe cose non possono essere dette che da te.

Ada interrogò la signora con gli occhi.

— Tra poco sarai donna, — seguitò questa. — L’anno venturo puoi essere madre. Vedi l’impossibilità di continuare a esser bambina col mio Giorgio... Oh, non ti faccio alcun rimprovero, cara! Siamo a questo punto per un insieme di avvenimenti sciagurati, dei quali nessuno forse ha una responsabilità vera. Giorgio s’è innamorato di te, lo so da molto tempo, direi quasi cupamente. Bisogna che tu gli parli con amicizia.

— Senza dubbio, — promise Ada. — Quando lei vuole.

Parlargli con energia, perché se non ti spieghi chiaro e tondo, me lo innamori di più...!

La fanciulla rispose, rossa in volto, quasi tremando:

— Ma io non ho fatto nulla...

— Nulla, lo so. Ti sei data con la tua anima da bambina, ti sei ritolta con la tua anima da donna: senza volere. Il più delle volte questi idillii finiscono di comune accordo: i due innamorati si svegliano insieme dal sogno e ciascuno va per la sua strada. Ma Giorgio non si è svegliato ancora. Ti aspetta. Non crede. Bisogna dirgli che non ti aspetti. Che il destino vuole così. Che tu appartieni, devi appartenere a un altro.

Ada chinò il capo.

— Nessuno può parlargli in questo modo franco, all’infuori di te. Egli ha fede in te sola. E poi, non vederlo più, o torniamo daccapo. Ora è malato. Si regge a stento. Gli parlerai più tardi, quando te lo dirò io.

— Sì, signora! — promise Ada.

— Ti do una parte difficile; ma tu hai voluto bene a Giorgio.

— Gli voglio bene ancora.

— Lo hai amato. Dopo la morte del povero Andrea, il mio piccolo Giorgio era tutta la vita per te.

— È vero.

— Non bisogna dimenticarlo, quel piccolo Giorgio, che ti stava nel cuore, e fare per lui qualche sacrificio supremo: essere crudele, come crudele è la vita. Forse guarirà.

— Forse? — ripeté Ada. — Quando gli dico che devo sposare il conte Scerbejew?...

— Eh, l’amore, bambina mia...! All’amore puoi dire quello che vuoi: è sordo come una cicala!

E donna Appia sorrise, attirando Ada fra le braccia.

Speriamo non si tratti di questo amore! — concluse.

Baciò in fronte la fanciulla, le fece una carezza lieve e la lasciò andare, poiché Ester era tornata a riprenderla.

 

 

 

---

 

Giorgio aveva ancora negli orecchi la voce infaticabile del suo bel mare, con quel brusìo in cui sembrava a quando a quando risonare l’eco di campane lontane, allorché le voci di Roma, le chiacchiere, i pettegolezzi, i commenti, lo richiamarono alla vita faticosa.

Si parlava intorno a lui di Ada già come della contessa Scerbejew; le nozze dovevano avvenire dentro l’anno. Ada non pareva meno fortunata di Leonia; s’era tolta all’autorità sciocca di suo padre, che vedeva in lei la bambina miracolosa, e per amore di lei, anzi per suo ordine, egli rimaneva nello stabilimento Astori, sofferendo la presenza d’un direttore inglese, che faceva proceder cose e uomini con passo militare.

Di Maurizio Creffa si sorrideva. Tornava all’antico: fidanzato per davvero, questa volta, con quella signorina Tarabusi con la quale era stato in altri tempi fidanzato a metà; spendeva intanto un mezzo patrimonio per Falba, la ragazza che aveva pensato d’andare a Londra col povero Andrea; e strillavano per quest’ultimo capriccio fuor di tempo il vecchio Sebastiano, la famiglia Tarabusi, tutto il parentado. Ma sosteneva Maurizio dover dimenticare la fanciulla che l’aveva respinto, spezzandogli il cuore: Ada Zampieri, di cui si discorreva con una insistenza, con una ammirazione, le quali non potevano essere più velenose per Giorgio.

Non si meravigliava ch’ella non comparisse. Apparteneva già a un altro mondo: Leonia principessa Strogonow, il conte Scerbejew, il conte Percy Stanhope; non più l’avvenire, che Giorgio rappresentava ancora alla stessa guisa di Giovannino Cartolli o di Alfredo Buccia, ma il presente in azione, la vita nella sua forma precisa: egli aveva pel capo le piante monocotiledoni o dicotiledoni ed Ada preparava il corredo di nozze.

Prima di ripartire per Londra, Percy Stanhope ebbe una lunga conversazione con lui. Non gli era riuscito di comprendere il carattere del ragazzo, che lo attraeva come un piccolo enimma. Nel dirgli arrivederci, si accorse che Giorgio aveva sempre sognato accanto a lui: aveva sognato Londra mostruosa, l’lnghilterra strapotente, i mari, le nebbie, le luci, il turbinìo di quei paesi lontani, le avventure della grande vita e della piccola vita; e Percy Stanhope era stato per lui come il simbolo di quel paradiso e di quell’inferno che si agitavano di dalla cortina impenetrabile della lontananza.

Giorgio, — aveva creduto lord Stanhope d’intendere, — era disperato della propria adolescenza, di quel suo corpo giovinetto dalla pelle liscia come raso, che maturava con una lentezza mortale. Non era ancora a metà degli studii, non aveva ancora baffi, gli dovevan portar via la fanciulla della quale era innamorato: la sua anima stava più innanzi di tutto questo, imprigionata stupidamente nella sua parvenza fisica; e sorgeva da tale contrasto fra l’età e il pensiero, fra il sentimento e gli obblighi, un grande male che lo divorava.

Percy Stanhope s’era già congedato dalle famiglie che gli erano stati ospitali, e aspettava, seduto sul divano del salottino all’albergo, che venissero a prendere il suo bagaglio, allorché sopraggiunse Giorgio: un fascio di libri sotto il braccio stretti da una cinghia; un soprabito, collare e paramani di opossum, fino al ginocchio; i calzoni bigi, le scarpe nere, il berretto molle.

Entrò, vide Percy Stanhope, gli stese la destra, gettando il berretto su una sedia.

— Allora partite, partite veramente? — disse.

Ora, alle quattro. Parto e ritorno.

Ritornate?

— Senza dubbio. L’anno venturo; fra due anni o tre. Vi offro un wisky?

Giorgio sedette e guardò il tappeto. Gli portarono il wisky, lo centellò, rimise il bicchiere sul vassoio.

— Fra due o tre anni? — ripeté. — Ma è molto! Chi sarà vivo allora?

Percy Stanhope strinse i pugni con un suo gesto abituale.

— È straordinario! — esclamò. — I ragazzi non credono all’avvenire. Io, che sono un vecchio al vostro confronto, giuoco su gli anni come sopra una carta sicura: non penso a chi sarà vivo; basta che viva io. Voi non credete al domani? Ho parlato con miss Ada Zampieri, all’Ambasciata di Russia, iersera. Mi ha detto: «Chi sa se vivrò tanto da poter essere la contessa Scerbejew?» È straordinario! Intollerabile!

S’interruppe per guardarsi in uno specchio grande che gli stava a lato, poi soggiunse più calmo:

— Forse anch’io ero così da ragazzo. La meccanica della vita s’impara più tardi! Ebbene, caro Giorgio, noi ci rivedremo! O io da voi, o voi da me!

Giorgio, rimasto insensibile al discorso dell’amico, rispose come irritato:

Credevate di rivedere anche il povero Andrea! E non lo avete visto più, nessuno lo ha più visto!

Caso eccezionale. Non risvegliate un mio rimorso!

Tacquero. Bevvero un sorso di wisky.

— Ma che avete per essere tanto triste? — interrogò Percy Stanhope improvvisamente.

— Mi dispiace che voi partiate.

Dolore breve. Non è questo!

— Allora, non c’è più nulla.

— No, qualche cosa: mancate di coraggio. Vi dispiace che miss Ada Zampieri sposi il conte Scerbejew, e che parta; forse verrà a Londra col marito, che ha ottenuto questo mutamento. Il dolore è grande, capisco. Bisogna sopportarlo!

Giorgio scattò dal divano, stese le braccia, proruppe angosciato:

— Ma se non posso?

— Come?

— Se non posso? Nessuno capisce, mio Dio, che vorrei sopportare tutto, e mi mancano le forze! Non mi diverto, sapete? Vorrei giuocare e ridere... Perché nessuno capisce?

Nell’atrio passarono i bauli sopra una carrettella a mano, grossi bauli neri con molte etichette colorate di alberghi; Percy Stanhope li vide dalla porta socchiusa.

— Non cercatela più, non guardatela più, andate ad Anzio; dite ogni cosa a vostra madre! — consigliò gravemente. — Io vi capisco.

— Oh! — fece Giorgio.

Il portiere entrò per annunziare con rispetto:

— Tutto è pronto, mylord!

— Vi ringrazio, caro Giorgio, di avermi dedicato questo ultimo quarto d’ora. È dolce lasciarci meglio di quando ci si è incontrati.

Strinse robustamente la mano di Giorgio, tenendogli la sinistra sulla spalla.

Arrivederci! Non dimenticate ciò che vi ho detto.

Arrivederci! — rispose Giorgio, guardando la soglia.

Accompagnò l’amico all’automobile e salutò di nuovo, agitando la destra col berretto, fin che la macchina non voltò in cima alla via. Quindi tornò nel salottino a riprendere i libri. C’era già un silenzio, un passato: i due bicchieri vuoti del wisky, il posto sul divano, qualche cosa di triste e di stupido.

Ma Giorgio fu ripreso dal piacere della vita, la sera.

Si vestiva pel pranzo al quale era stato invitato da zia Appia; e indugiò ad assicurare al panciotto bianco, guardandoli e soppesandoli, i bottoni d’oro e smalto con piccoli smeraldi, che gli aveva regalato suo padre. Gli piacevano. Si divertiva. Pensò a non occuparsi che di eleganze e di arte.

Da zia Appia trovò Ada, sola invitata; a tavola li misero l’una di fronte all’altro.

Maddalena Pedretti, la dama di compagnia, si levò la prima. Quindi, mentre donna Appia e i due ragazzi prendevano il caffè nel salottino, ricomparve per chiamare la signora, come fossero sopravvenute visite.

Rimasero Ada e Giorgio.

---

 

— Allora dicevi? — interrogò Ada.

Giorgio stava raccontando come Lucia, la cameriera, se ne fosse andata per sposare un macchinista delle ferrovie, deposito di Padova, che passava tre giorni sulla macchina e quattro a casa. Ma Lucia era felice. Non un rimpianto, non una tenerezza per la famiglia in cui aveva prestato servizio per tanti anni. Ciò stupiva molto Giorgio.

S’interruppe.

Dicevi? — ripeté Ada.

— No, non importa. Non parlavo per te.

E fece per alzarsi; ma la fanciulla lo rattenne con un gesto.

— Non mi tieni compagnia? — disse.

Egli la fissò. La fanciulla era vestita di nero, apparendo nel viso, nel collo, nelle braccia, più bianca del consueto, veramente bianchissima, illuminata da quegli occhi nei quali Giorgio aveva visto un giorno tante cose scintillare.

— Ho compreso che tu mi odii, — ella disse con voce umile. — Ma io non ho colpa. Credi non abbia sognato ciò che sogni tu? Poi ho capito che è impossibile, per molte ragioni: la mia età, la mia famiglia... Mi intendi? Devo rinunziare...

Non sapeva fare un discorso lungo e ben tornito: metteva fuori le idee come le venivano; aveva preparato alcune frasi, che ora non rammentava più.

— Non è colpa se amo il conte Scerbejew. Mi ama anche lui. Ci sposeremo. A te domando perdono, se ti ho lusingato qualche volta. Eravamo bambini... Ti ho voluto un gran bene, te ne voglio ancora, non ti dimenticherò mai.

Giorgio aveva trovato la zuccheriera; col cucchiaino mise nel fondo della chicchera un grosso strato di zucchero, vi fece cadere sopra un poco di caffè, e ripreso il cucchiaino, si divertì a ingoiare lentamente quella poltiglia dolcissima, che lo fece tossire.

— Mi ascolti? — domandò Ada.

Egli restò col capo inclinato a rimestar nel fondo della chicchera.

Spero non crederai che sposo il conte Scerbejew perché è ricco. Sarebbe sciocco. Non è il solo. E poi mio padre, lo sai, è tranquillo nel tuo stabilimento, ha rinunziato alle sue idee... Giorgio, non rispondi?

— E che ti devo rispondere? — esclamò bruscamente Giorgio. — Non ti ho domandato nulla, e puoi seguitare fino a domani.

— Non mangiare tanto zucchero, che ti farà male! Ma io credevo di doverti spiegare, che tu volessi sapere...

— Io non voglio sapere niente! — dichiarò Giorgio. — E poi dici tante stupidaggini, tante bugie, che davvero mi fai pena!...

Ada batté le palpebre come le avessero dato uno schiaffo.

Egli si levò in piedi, non sapendo se si sarebbe avventato sulla fanciulla o se si sarebbe morso le mani. Quella piccola testa femminile inclinata davanti a lui aveva guizzi di luce tra i capelli ricchi, il busto sottile era un po’ piegato sul tavolino, la sottanella breve scopriva le gambe fino ai polpacci, che un tempo erano nude e splendenti di rosa.

— Non dico nessuna bugia, Giorgio, te lo giuro! Che cosa potevo fare per te? La nostra differenza di età non sembrava nulla e adesso è diventata così grande, che fa paura; dovrei aspettare dieci anni perché tu mi sposassi. Dieci anni, Giorgio, fin che tu sia avvocato o dottore!... Leonia è già sposata; non ha avuto da aspettare nessuno...

Si rizzò e si fece indietro col busto, avendo veduto negli occhi di Giorgio uno sguardo cattivo.

— Vorrei che tu non soffrissi, — continuò umilmente, — e non mi volessi male. Mi sei tanto caro...

— E smettila, sciocca, ignorante! — proruppe Giorgio, stendendo la destra chiusa a pugno fin sotto il volto di Ada. — Smettila, bugiarda!...

Affondò le mani nelle tasche della giacca e uscì a cercare donna Appia, non rattenuto da un singhiozzo che gli giunse all’orecchio mentre varcava la soglia. Trovò Appia in salotto a giuocare a domino con Maddalena Pedretti. Ambedue le signore, volgendo il capo, videro il ragazzo pallido, che si ravviava una ciocca di capelli castani sulla fronte.

— Vorrei andare a casa, zia! — disse avvicinandosi e prendendo distratto fra le mani un doppio sei e un bianco, senza curarsi di scombussolare il giuoco.

Ada dov’è? — chiese Appia.

— È rimasta a piangere nel salottino, — spiegò Giorgio in inglese.

— A piangere?

Buona notte, zia! E grazie.

— Ma aspetta che ti faccio accompagnare...

Giorgio rise.

— No, vado solo! Ho la chiave di casa; non mi accompagnano più.

— Ma che cos’hanno fatto questi ragazzi? — disse Appia alzandosi, dopo aver baciato Giorgio sulle guance.

Non appena Ada la vide entrare nel salottino, le si buttò fra le braccia.

— Oh com’è cattivo, Giorgio! — mormorò singhiozzando. — Cattivo, lei non può imaginare! Mi ha detto sciocca, bugiarda, ignorante, e credevo stesse per picchiarmi!... Io gli voglio tanto bene ed egli non capisce!

— È meglio, cara, è meglio che non capisca, — disse Appia, accarezzandole i capelli dolcemente.

Ada si staccò dalla signora, guardandola.

— Ma non è meglio! — protestò sottovoce. — Così non mi cercherà più, non penserà più a me...

— E non è questo lo scopo? — fece donna Appia sorpresa.

— Sì, è lo scopo: ma egli è più bello di Nicola Scerbejew, signora!... L’ho visto bene, ora!...

— Mio Dio, non vorrai sposarne due? — esclamò Appia.

La fanciulla tacque, e andata a riprendere il posto nella poltrona, mise i pugni negli occhi, tornando a singhiozzare. Maddalena Pedretti, ritta e senza un gesto, aveva seguìto attentamente la scena.

Donna Appia le disse sottovoce:

— Questi bambini son più pericolosi dei grandi. È impossibile imaginare che cosa ci combinerebbero, se li lasciassimo liberi!...

 

 


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