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Ada usciva in carrozza con Ester per andar dalla sarta.
La sarta! Anzi, meglio: una intera sartoria a sua disposizione, la quale lavorava a prepararle una guardaroba così fornita che si potesse dire non indegna né della sua bellezza né del suo matrimonio; e vesti per la mattina e vesti per visita e vesti per il tè e vesti pel pranzo e vesti pel teatro.
Paolo Zampieri aveva contratto un prestito presso la Casa Astori per far fronte al nuovo impegno, e Silverio era stato largo con lui, sia sullo importo, sia sul modo di pareggiarlo.
Anche a Silverio pareva che qualche cosa se ne andasse con la insperata fortuna di Ada, qualche vecchia cosa dei tempi del povero Andrea: e forse, se ne avvedeva d’improvviso, aveva considerato sempre Ada come una sua figliuola, tanto se l’era veduta per casa, tanto era vicina a Giorgio, tanto egli s’era occupato di lei quando si parlava di fidanzamento col Creffa, al quale doveva miracolosamente sfuggire.
Bel matrimonio, col conte Nicola Scerbejew! Leonia Cavalli s’era presa un principe; Ada Zampieri un conte. Ritornava nell’animo di Silverio la vecchia speranza di accasare anche la sua piccola Giuliana fastosamente il giorno in cui fosse da marito.
Ma intanto Ada se ne andava. Questi ragazzi fanno invecchiar tutti con la rapidità della loro vita. Ieri Silverio portava ad Anzio la bambola nuova e la parrucca per la bambola vecchia; Ada ballonzolava sulla spiaggia con una piumetta sui capelli per divertir Giorgio atterrito dalla morte violenta del fratello. Ed oggi Ada fidanzata, corre la città in carrozza e in automobile per trovare un appartamento, ordina, comanda, ha il cappellino con un veletto che le taglia il visino in due, scoprendo la bocca piena di sorrisi e di promesse. V’ha perfino il sospetto che si allunghi un poco gli angoli dell’occhio con un sapiente colpo di matita.
La sarta non basta. C’è la biancheria deliziosa: c’è il poema della seta...
Giorgio queste cose non le può capire, non le può gustare. Bisogna esser nati poveri per sapere che cosa significa la certezza assoluta di vivere, — ma che vivere? di nuotare! — sempre tra la seta, di ubriacarsi tra quei colori, tra quelle mollezze, tra quel fluido incomparabile della pezza di stoffa che si svolge come un interminabile flessuoso serpente!...
Dov’è la sala da pranzo, la quale serviva anche da camera per la fanciulla, con quell’assicella e i pochi libri che formavano la sua biblioteca di scuola? Ora, una robusta pariglia di bai, messa a sua disposizione dal conte l’aspetta alla porta e l’accompagna dovunque. Ella si stende nell’angolo, coperti i ginocchi con una pelliccia argentata; di fronte un piccolo calice i cui fiori freschi danno un lieve profumo a quella scatola ben chiusa, ben calda, che cela il tesoro di Nicola Scerbejew; ossia lei; Ada; la fidanzata felice.
Queste cose, Giorgio non le sa capire. Le ha sempre vedute, le offrirà un giorno anch’egli, semplicemente, alla donna che porterà il suo nome.
D’altronde, perché cercare giustificazioni?... Come mai questo bisogno di spiegare le torna di continuo alla mente, quasicché fosse in colpa?... Ama un giovane di squisita educazione, d’alta nascita, bello, forte, che ama lei e la sposa. Tutto il resto non conta che come un particolare, il quale abbellisce l’edificio, ma non ne è la base.
Nello sguardo cattivo di Giorgio, più rapido d’un lampo, Ada ha potuto leggere, giorni addietro, ciò ch’egli non ha detto e non dirà mai, anche perché forse non sa esprimersi:
«Tu sei di buona razza. I tentativi di matrimonio, con o senza il tuo consenso, si sono aggirati sempre intorno a una sola classe di uomini. Milionarii! Il pensiero del babbo ha finito per dominarti. Maurizio Creffa, dapprima; poi lord Percy Stanhope... No? Non hai pensato...? Perché egli mutò strada bruscamente, ma se avesse insistito! E infine il conte russo, più ricco forse degli altri due. Cercavi denaro anche tu, senza saperlo, in forma onesta e pulita, come la tua amica Leonia che ti serve di modello... E per difenderti dall’accusa che la tua stessa anima, non io, ti getta in faccia, accumuli bugie e sciocchezze... Che davvero mi fai pena!...»
C’era questo nello sguardo di Giorgio. Aveva teso il pugno, non aveva detto nulla, se n’era andato; ma c’era questo...
E da più giorni, Ada si giustificava dentro di sé, rimestando accuse e difese, motivi e pretesti. Poi era presa da una irritata ribellione per quegli strascichi della sua infanzia; un ragazzo, un visetto con due grandi occhi grigi ingenui e una ciocca di capelli castani sulla fronte potevano entrare nella sua vita e turbarla, come s’ella avesse giurato fede eterna, — quando? innanzi a chi? dove? — al figlio imberbe di Silverio...! Tutto questo era inverosimile.
Fece fermar la carrozza e discendere Ester a prendere alcuni involti da un negozio vicino.
In quel momento gli scolari uscivano dal Ginnasio-Liceo. Passavano a gruppi presso gli sportelli, discorrendo alto con gesti rapidi, talora parlando tutti insieme.
Ada afferrò una voce, più voci, che le eran note: un crocchio s’era fermato vicino alla carrozza, ma non si vedeva ancora; la discussione procedeva animata, rabbiosa.
— Io ti dico che se ti accusano, non hanno torto. L’atlante lo hai tenuto a casa quindici giorni.
— Due mesi fa, due mesi fa!...
— E che importa?... Il professore dice che nessuno lo ha più toccato. Ora si sono avvisti che manca una carta, forse la più bella, la carta dell’Italia orografica. È stata tagliata sottile sottile, con un rasoio.
— Ma che vuoi me ne faccia dell’Italia orografica...? Non posso comperarmi l’atlante intero, se voglio? Basta lo dica al mio papà...
— Non so nulla, io!
— Sei una bestia!
— E intanto, — intervenne un’altra voce, — se non te la pigli tu, l’accusa, ne andrà di mezzo l’intera classe. Il professore ha dichiarato che se il colpevole non confessa...
— Vuoi che confessi di aver rubato una carta, mentre non l’ho rubata, scemo che sei anche tu!...
— L’atlante era nelle tue mani; nessuno l’ha toccato...
— Io ti giuro...
— Lo diremo noi, al professore; che sei stato tu, perché non può essere stato altri...
— Vi voglio vedere!...
Il gruppo si mosse, passò vicino ad Ada rannicchiata in un angolo della carrozza: Giovannino Cartolli, Alfredo Buccia, uno degli Strògoli e Giorgio. Questi doveva essere l’accusato, perché nel mezzo agli altri, li guardava ora con meraviglia, or con ira.
— E dite pure! — egli esclamò. — Che cosa mi faranno?
— Ti sospendono!
— Ma io comprerò un atlante nuovo e lo regalèrò al professore: un atlante anche più bello...
— Vedi che comincia a confessare?... Spenderesti denaro, se tu non entrassi per nulla in questa faccenda?
Giorgio fece un passo indietro e lanciò il fascio de’ suoi libri stretti da una cinghia in faccia a Giovannino Cartolli.
Ada, la quale, sporto il capo, seguiva la scena trepidante, non seppe se ridere o piangere. Temeva che Giovannino si gettasse contro Giorgio; ma invece recò le mani al naso, si accorse che faceva sangue, e di corsa galoppò a una fontanella, che da un barile di marmo antico lasciava colare un bel filo d’acqua fresca.
Giorgio, chinatosi presto a raccogliere i libri, li levò in alto per gettarli di nuovo in faccia agli altri due, ma Alfredo Buccia e lo Strògoli avevan voltato rapidamente in una via laterale, ridendo a gola spiegata; e correvano, non senza volgere il capo di tanto in tanto, per vedere se Giorgio li inseguisse.
— Ecco, — fece Ester, aprendo lo sportello.
— Piazza di Spagna, dal negozio di merletti, — ordinò.
Ester ripeté al cocchiere e risalì in carrozza. I due bai ripresero il loro trotto maestoso e passarono vicino a Giorgio, il quale coi libri sotto l’ascella sinistra, il cappello all’indietro, camminava svogliato, guardando nelle vetrine.
Forse pensava all’atlante che voleva comperare, perché innanzi a un libraio si fermò. Il dramma della calunnia doveva finire probabilmente in tal modo, con eleganza; quattro busse solide a Giovannino e un regalo al professore. Giorgio non ne avrebbe nemmen parlato in casa.
Ada ripensava all’episodio, allorché, giunta all’angolo di Via Condotti, la carrozza si fermò. Nello stesso tempo la fanciulla intravide una vetturetta a due ruote che giungeva a fianco dello sportello. Il conte Nicola Scerbejew gettò le redini del morello allo staffiere e balzò a terra, dirigendosi verso Ada, la quale sorrideva.
— Imaginavo d’incontrarvi, — disse il conte, scoprendo il capo e posando una mano sulla mano che Ada teneva allo sportello. — Volete offrirmi un piccolo posto nella vostra carrozza?
Si volse allo staffiere del due ruote:
E quando fu sul sedile a fianco di Ada, senza curarsi di Ester che gli stava di fronte, passo un braccio intorno al busto della fanciulla e se la strinse al petto.
— Un fiore tutto fresco! — disse, mentre la baciava sulla fronte. — Speriamo di vederti appassire, perché ti amo troppo...
— Oh, brutto! — fece Ada ridendo. — Non mi si ama abbastanza, mai!
E gettò un’occhiata al compagno. Chiuso nella pelliccia, dalla quale sorgeva la linea nitida del solino, il conte Scerbejew mostrava nel sorriso una doppia fila di denti bianchissimi sotto i baffi lunghi e chiari. Aveva occhi azzurri, ma di sguardo freddo e penetrante. Era un giovane i cui caratteri di razza distinta non facevan nulla perdere all’espressione risoluta del maschio: gentile e robusto.
Ada se ne sentì orgogliosa.
— Con questo trotto andiamo probabilmente a comperare? — egli chiese.
— Ma senza dubbio. Rammentate le tovaglie della principessa Strogonow?
— Tovaglie? No.
— Rammentate almeno d’avermi conosciuta quel giorno a quella tavola?
— Voi? No.
— Rammentate che avete chiesta la mia mano?... Se dite ancora di no, io faccio fermare e torno a casa a piedi!
Il conte rise, e le afferrò in aria il piccolo pugno guantato.
— Non posso rammentare nulla! — spiegò. — Non c’è tempo. Vivo del domani. Rammenteremo più tardi. Ora non penso che al giorno in cui unirò la mia vita alla vostra. Tutto il resto è, come si dice? in deposito, per ricordare insieme.
Ada si sentì avvolta in un’ondata di sentimento e di desiderio, che le diede calore ai polsi e le colorì il volto piuttosto di gioia che di pudore. Egli era il fidanzato: aveva il diritto di fissarla con quegli occhi ai quali nulla sfuggiva delle sue linee.
— Insomma, — disse, volgendo il capo verso il finestrino opposto, — io vado a comperar le tovaglie come quelle di Leonia.
— Allora, io sono inutile?
— Voi venite con me! — ella rispose, dolce nel tono di comando. — La vostra compagnia mi è sempre cara.
Nicola Scerbejew batté le mani; e poiché entrata in piazza di Spagna, la carrozza rallentava innanzi a un lussuoso negozio di merletti, egli si chinò a baciar la fanciulla sulla bocca prima che il cocchiere fermasse.
Quasi nello stesso momento, Giorgio usciva dal libraio, il solito fascio di libri sotto l’ascella sinistra, il grande atlante sotto la destra, e tornava a casa, così come tornava a casa una volta stringendo fra le braccia la gelatiera. Gliene venne il ricordo, e per poco non gettò a terra il carico intero...