Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XXV.

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

XXV.

 

All’annunzio del fidanzamento ufficiale di Ada Zampieri col conte Scerbejew, Maurizio Creffa, ormai innamorato per davvero della fanciulla che, rifiutatasi a lui, s’era promessa a un altro, rimase come intontito.

La vedeva di frequente, a un concerto, a un teatro, in una sala da ; salutava freddo, ma seguiva degli occhi avidamente la svelta figura con la sua graziosa pelliccia fino al ginocchio, gli sguardi lucenti dietro il piccolo velo, l’andatura ancor troppo rapida e viva per esser di donna: un gingillo prezioso; la vergine intelligente.

Maurizio Creffa ci si perdeva. Aveva anche dimenticato o si rammentava a fatica d’esser fidanzato di Emma Tarabusi; la quale, se non fosse stata l’umiliazione di sentirsi vinta una seconda volta, l’avrebbe lasciato libero, tanto egli era distratto e spiacevole.

Ecco: la sua onestà gli ricadeva addosso; era questo che più lo infuriava.

Se avesse congiurato subito con Paolo Zampieri dandogli quattrini a staia per fondar la società che questi vagheggiava; se si fosse chiarito nemico e concorrente di Silverio Astori, senza scrupoli e senza esitazioni; ne avrebbe avuto in premio Ada. Ada era la giunta alla derrata, in quel momento. Egli, troppo signore, aveva visto la deformità dell’affare, e perdendo tempo con l’idea di conquistar garbatamente la fanciulla, di averla per consenso e non per mercato, se l’era lasciata portar via da uno più ricco; perché Nicola Scerbejew non era che più ricco di lui, non aveva su di lui altri vantaggi.

Ed ora, tra quelli che ridevano, c’era probabilmente non solo Paolo Zampieri, ma Silverio stesso, che pure sapeva quanto Maurizio era stato corretto. L’ingratitudine è spesso tra gli elementi d’una vittoria: e Maurizio non sapeva né farsene ragione, né adattarsi. Voleva Ada. Abituato a comperare e a mutar donne, rotto alla vita del libertinaggio, non aveva speranza di trovare una fanciulla, per nessun prezzo e per nessun agguato, che somigliasse a quella, la quale gli era scappata di mano.

Ma Silverio non rideva. Gli sembrava che Maurizio Creffa avesse piuttosto del matto a incapricciarsi così dietro una bella figliuola, nella quale egli, a parte l’affetto paterno che aveva per lei, non sapeva veder nulla di speciale.

In questo, Silverio e Sebastiano Creffa, il padre di Maurizio, andavan perfettamente d’accordo. Uomini d’affari, lottatori temibili, creatori di ricchezze e d’industrie, erano ottusi per i significati dei sensi: una fanciulla ne vale un’altra, questa donna è come quella, gli occhi azzurri son come i neri, il passo femminile non è che diverso dal passo maschile, la voce non è che più squillante che quella di un uomo, la lingua interminabile delle mollezze sensuali e degli eccitamenti fisici è il gergo dell’ozio e dell’illusione.

L’asinità di Sebastiano Creffa era venuta fuori tutta, anzi, in tale occasione; perché nell’ingenua speranza di consolare il figlio, s’era messo a schernire Ada, quella cicca di donna, quel mozzicone di moglie, quella scolaretta viziata; senz’avvedersi che Maurizio ci si rodeva di più, e avrebbe dato un mezzo patrimonio per aver nel suo letto la scolaretta viziata, che in questo appunto gli piaceva, nella sua quasi immaturità, nello stampo ancora intatto da foggiare a capriccio, con tutti gli accorgimenti e le volute dell’amore difficile.

Ma Silverio non si sarebbe fermato troppo a meditare intorno a questo episodio, se Maurizio, dopo un lauto pranzo in casa di donna Appia, non lo avesse preso da solo a solo a discorrere e a confidarsi nel modo più inaspettato.

Fu allora che Silverio temette d’avere a fare con un pazzo. Insomma, il giovane Creffa non voleva assolutamente che Ada sposasse il conte Scerbejew, i quali erano pure invitati e chiacchieravan con tutti gli altri nel salotto attiguo.

No, non voleva. E alla faccia maravigliata, attonita, di Silverio, non faceva attenzione, preso dalla sua idea. Silverio doveva aiutarlo. Non c’era da stupirsi. Ada era stata, o no, mezza fidanzata di Maurizio...? Paolo Zampieri non gliel’aveva offerta con bei modi, in altri tempi, ai tempi delle ciliegie nello spirito? (Questo accenno, Silverio non lo capì, e gli fece pensare che Maurizio avesse bevuto troppo.) Ora, perché tutto era andato in fumo...? Perché Paolo Zampieri voleva quattrini; sì, la frase non è bella, ma Maurizio non ne ha colpa. Voleva quattrini per piantar casa Astori, fondar casa Creffa, assassinare chi l’aveva beneficato; e perché, gentiluomo come sempre, Maurizio s’era rifiutato, Paolo Zampieri gli aveva ritolto la figliuola, accostandola prima a lord Stanhope, — chi non se ne ricorda? — e poi al conte Scerbejew. Il conte Scerbejew, libertino consumato, dilettante di sensazioni rare, abbocca all’amo. Ada è un balocco da re: vale il prezzo che ne domandano, nientemeno che un matrimonio. E l’affare è combinato. Ada crede di amare il conte; ma non è vero affatto; bambina, inconsapevole, si è lasciata ubbriacare: le parlan di titoli, di ricchezze, dell’Ambasciata, delle feste, dell’Imperatore, di Tzàrskoe Selò, della slitta; la passeggiata in carrozza a due cavalli; le apron credito illimitato presso i negozii più ricchi della capitale; le rammentano ad ogni poco la principessa Strogonow, che era ieri bambina come lei; le disegnano sulle nuvole palazzi e giardini incantati, diademi e strascichi; ed ella crede di amare. Ma non ama. Non è affatto innamorata del conte; e un giorno, o meglio una notte, quando si sentirà in balìa al vizio mostruoso del giovane e ormai quasi esausto signore, la disgraziata fanciulla si risveglierà, di crudele, inutile, spaventevole risveglio. E gli onesti, gli uomini sani e normali, devono opporsi a questo intrigo ripugnante, nel quale è in giuoco, sebbene sotto la parvenza del matrimonio, la virtù di una giovinetta.

— Ma lei mi racconta un romanzo, caro Maurizio! — interruppe Silverio trasognato, non riuscendo a raccapezzarsi.

Sdraiato in una poltrona di broccato giallo, coprendone con le larghe spalle l’intero schienale, andava giocherellando come di solito con la grossa catena d’oro, della quale non sapeva disfarsi, tanto gli era stata fedele insieme al grosso orologio, in tutte le vicende della vita. Il petto ampio, delineato dallo sparato candido, scintillava per un solo bottone nel mezzo, un brillante di media grandezza.

— Un romanzo! Che diavolo mi combina?... Io non vedo nulla più che un matrimonio: una signorina si sposa con un giovanotto: cose che avvengono tutti i giorni, centinaia di volte in un giorno. Un matrimonio, nulla di più!

— Lei non sa i drammi delle alcove! — disse Maurizio, stendendo l’indice magro sotto il naso di Silverio.

— Ma che alcove?... Devo occuparmi io dell’alcova del conte Scerbejew?

— E perché no, fin che siamo in tempo?

— Mi piglierebbero per matto. Del conte Scerbejew non si può dir nulla. È un gentiluomo conosciutissimo, reputatissimo... E io gli impedirei di sposare la ragazza che gli piace, perché lei sostiene ch’egli è un libertino? Da quali pulpiti, scusi, vien la predica!

Lasciamo andare. Io sarei un marito ideale per Ada.

— Non ne dubito. Ma Ada vuole quell’altro.

— Non vuole: è suo padre che...

— Che la consiglia; che le ha scelto un marito nobile, giovane, ricco, di grande avvenire. Non posso che approvarlo... Vuole che mi ci metta di mezzo io, come se Ada fosse mia figlia? Ma che discorsi son questi, caro Creffa? Io trasècolo... Il signor Zampieri mi darebbe dell’intrigante, dello scimunito, e avrebbe ragione. Le assicuro che se avessi una figliuola da marito e il conte Scerbejew me la chiedesse, io sarei felice, dico felice, di pigliarmelo per genero! Io trasècolo!

E Silverio tacque, lisciandosi tra l’indice e il medio della mano destra i baffi imbianchiti, ma sempre energicamente spazzolati all’insù. Guardava stupefatto il suo interlocutore, che sentiva le alcove, il vizio mostruoso, le ubbriacature sensuali e voleva far persuaso lui di codesta roba da libro proibito; dando prova, nella scelta stessa del confidente, o di essere un idiota per natura o di avere smarrito il buon senso da qualche tempo.

E invece che ad Ada e al conte Scerbejew, Silverio pensava al suo collega, al vecchio Sebastiano Creffa manipolatore di pelliccie; il quale aveva avuto il regalo di quell’inutile e sconclusionato figliuolo; che bruciava di desiderio, non d’altro per il corpo vellutato e roseo della minorenne. Disgraziato vecchio Sebastiano, che lavorava come un bove ostinato a fare sempre più ricco un così bell’erede!

E da Maurizio, il pensiero di Silverio sarebbe tornato senza dubbio al suo povero Andrea, sarebbe corso al suo piccolo Giorgio, se il giovane Creffa non lo avesse sviato.

— Eh, sì, sì! — disse maligno. — Il signor Zampieri sa il conto suo. Avrebbe piantato anche lei, le avrebbe rubato la clientela, se mi fossi prestato al giuoco. Devo dirle anche che in quel momento, quando faceva la corte ai miei quattrini per tirarmi in trappola, di lei non parlava bene...

E Maurizio piantò gli occhi in faccia a Silverio; ma questi diede una spallata ridendo. — Lo imagino, perché è un minchione.

— Un minchione, lei crede?

Silverio si alzò io piedi, stirandosi il panciotto affinché la camicia non facesse pieghe.

— Un minchione, — ribatté tranquillamente. — Prima di tutto, va a cercare un socio come lei, che sa di affari quel che io so della lingua giapponese; poi si illude di portarmi via la clientela, come si trattasse di quattro ragazzi capricciosi. E infine non s’accorge che dietro di lei sta suo padre, il quale sa che con me non si scherza, e al momento buono non vi avrebbe dato un soldo!

— Lei s’inganna! — replicò Maurizio. — Io posso sempre...

Silverio, che si guardava in un grande specchio aggiustandosi la cravatta, sì rivolse a squadrare Maurizio.

— E fatela, allora, la società! È un passatempo! — rispose con la sua risatina franca.

Dicevo per dire! — corresse Maurizio, sentendo che l’altro lo sfidava davvero. — Ma venga qui, mi ascolti...

Silverio si avvicinò senza sedersi, perché non voleva sciattar di nuovo lo sparato.

— Non si può far niente, — seguitò Maurizio sottovoce, — per impedire questo matrimonio?

— Oh, oh! — fece Silverio, agitando la destra innanzi alla fronte. — Ma lei ha la febbre? Delira? Che siamo ai tempi di Don Rodrigo?... E poi, se avessi voluto congiurare contro il matrimonio di Ada, avrei congiurato per me, non per gli altri!

Maurizio aperse la bocca senza parlare.

— Non m’inventi un altro romanzo d’alcova! — soggiunse al veder quella faccia stupita, Silverio. — Voglio dire che anch’io aveva altre idee per Ada. Ma una ragazza entra nella vita assai più presto che un ragazzo, anche perché più presto invecchia. E devo lasciar fare. È la logica della natura.

— Voleva darla a Giorgio? — interrogò Maurizio.

Silverio, stufo di chiacchiere e di confidenze, gli fe’ un cenno breve con la mano, a mo’ di saluto, e s’avviò nella sala grande.

Emma Tarabusi venne a pigliarsi il fidanzato. Era una fanciulla alta e sottile, ma non brutta; forse un fuoco interno, un lungo attendere nel dubbio, l’avevano così smagrita, impallidendola; ma adagiata in una esistenza più sicura, poteva riprendere la sua freschezza e diventar, con quel visetto dominato da occhi scuri, una bella sposa.

Maurizio le lanciò un’occhiata, mentr’ella s’appressava per giudicarne la linea: non ne fu malcontento: magra sì, ma ancor giovane; un portamento semplice e nobile a un tempo; una espressione di bontà sommessa. Non gli avrebbe dato, come moglie, tanto filo da torcere quanto la piccola Ada.

— Vengo subito, — egli disse. — Parlavo con l’Astori di quel suo progetto...

Emma respirò. Teneva molto a stargli vicino in quei salotti medesimi, tra quella medesima gente, che aveva appreso in altri tempi la misera fine delle sue prime speranze.

Ma ella non isvegliava alcuna curiosità. Messi a riscontro dell’altra coppia di fidanzati, Maurizio ed Emma passavan quasi inosservati, tanto eran lontani dal romanzo e dal dubbio. Gli occhi stavan addosso ad Ada Zampieri e al conte Scerbejew, sia perché ella era in procinto di balzar su dal nido come una ricca dama, sia perché egli, bel giovane, diplomatico, ufficiale ardito, straniero le cui ricchezze si decuplicavano nella fantasia e nelle chiacchiere dei curiosi, aveva fatto battere il cuore a più d’una di quelle fanciulle che dovevano ora sorridere ad Ada. Questa era una bimba tuttavia; non si potevano fare pronostici; ella medesima non conosceva se stessa; c’era dell’impreveduto nell’avvenire; si diceva avesse rifiutato il lord inglese, che ne aveva sofferto tanto da lasciare subito Roma e l’Italia.

Della pallida Emma, buona figliuola che faceva un buon matrimonio rappezzato alla meglio, c’era poco da dire; e quel Creffa non era, alla fin fine, un tal uomo da far girare la testa ad alcuno, malgrado il gruzzolo forte.

Silverio, notando la curiosità esagerata di cui Ada era oggetto, finì con l’annoiarsi. Per l’abitudine commerciale di correre subito alla conclusione, diceva a se stesso che Ada sarebbe stata fedele o non sarebbe stata fedele; il problema non era poi così interessante da far palpitare fin da oggi mezzo mondo; e doveva pensarci il conte.

Le signore se la rubavano, la aizzavano a parlare, l’accarezzavano, aiutate dalle signorine, le quali vedevano aprirsi pei convegni, i pranzi, i balli, una nuova grande casa; palazzo Scerbejew in qualche storico rione di Roma; e se ne contentavano. Alcuni ridevano sotto i baffi, notando Maurizio Creffa a due passi da Ada in un crocchio, ed Emma Tarabusi, che per vigilarlo da lontano perdeva il filo della conversazione. Ma erano spassi di gente saputa: i più non rammentavano nemmeno che Maurizio Creffa avesse chiesto la mano di Ada e fosse stato garbatamente respinto.

Silverio trovò Giorgio presso la mamma, che s’era messa al piano e accennava a un ballabile. Col gomito destro sullo spigolo, il capo appoggiato alla mano, fissava il volto di sua madre, non tanto per istudiarne l’espressione quanto per non guardare altrove. Era pallidetto, magro, pareva sofferente, forse perché tutto vestito di nero. Non voleva vedere Ada, alla quale non aveva più rivolto parola dalla sera in cui s’erano trovati ambedue a pranzo. Ma involontariamente la fanciulla si cacciava dappertutto, in un gruppo d’invitati e in un altro, e la sua voce argentina risonava, inframmezzata da qualche rattenuto scoppio di risa.

— Che cosa è? Che cosa è? — chiese distrattamente Silverio, piegandosi un poco sulla spalla della moglie come per leggere la musica.

Ma squadrò Giorgio. N’ebbe una sensazione nuova. Anche a lui non sembrò più un ragazzo. C’era su quel volto imberbe una significazione di dolore diffuso, uno scoramento non bambinesco, un desiderio d’aiuto, che lo turbarono.

Strauss! — rispose Matilde, volgendo un poco la testa con un sorriso.

— Vieni, Giorgio; andiamo a giuocare! — disse Silverio.

Giorgio alzò gli occhi e obbedì senza comprendere. Silverio se lo tenne al fianco per un braccio, attraversò con lui il salotto, s’incontrò faccia a faccia con Ada che sorrise, passando rapida lo sguardo dal volto del padre al volto del figlio, così diversi e così uniti in quell’istante.

Datemi il giuoco di dama! — chiese a un domestico Silverio.

E nel salottino dove poco innanzi aveva avuto il colloquio con Maurizio, si dispose a giuocare con Giorgio. Pensò senza ridere che quello era l’èremo, il ritiro degli innamorati di Ada, ahi quanto dissimili l’un dall’altro, quanto più felice quello che non lo interessava punto!

Ora giuochiamo tre partite, — spiegò, disponendo le pedine sul tavoliere. — Se vinci, ti regalo il portasigarette d’oro. Ma attento, perché non te la passo liscia.

— E se perdo? — fece Giorgio nervoso.

— Se perdi, mi paghi un pranzo al Ristorante delle Fate!

— Dov’è?

Silverio rise.

— È vero; alla testa. Devo confessarlo: alla testa! — disse una voce nasale.

Due signori, uno grosso e pelato, uno alto dai capelli bianchi, senza badare alla presenza di Silverio e di Giorgio, stavano al limitare, guardando nella sala attigua: e la loro voce risonava chiarissima di qua, perché l’alzavano un poco, venendo la musica di .

— Queste piccole vergini sono deliziose! — aggiunse il signore tondo. — Il conte Scerbejew avrà da divertirsi.

Deliziosa, è la parola! Ma bisogna che l’imbrigli forte alla prima, perché mi pare che qui tutti sian d’accordo nella voglia di farla incespicare, scappucciare, rotolare, non appena si possa...

alla testa; è vero! Deliziosa!

Ohè! — gridò Silverio, il quale conosceva i due interlocutori.

Vedeva Giorgio a cuor sospeso, che non seguendo più il giuoco, s’era fatto soffiare due pedine.

Ohè, andate quattro passi fuor dei piedi a farvi le vostre confidenze!

— Oh, Astori, ci hai udito? Si parlava della signorina...

— Sì, sì, belle cose! Ma vogliamo giuocare.

— Chi sono? — chiese senza volgersi Giorgio, il quale aveva la soglia alle spalle.

— Due bestie! — definì succintamente Silverio.

Il grosso e il magro s’avviarono per tornar fra gli invitati, nella grande sala.

Dama! — fece Silverio, piantando una pedina sull’altra.

E vi tenne l’indice un istante. Corrugava le sopracciglia. Soffiava infuriato. Il suo pensiero galoppava.

— E Scerbejew e Creffa e Zampieri! — proruppe alfine. — Ora trionfano. È la loro volta. Poi verrà la nostra. Bisogna aver pazienza, caro Giorgio!

— Io? — disse Giorgio, abbassando gli occhi sullo scacchiere.

Udiva la musica; ballavano; probabilmente passava e ripassava innanzi a quella soglia maledetta Ada tra le braccia del conte, il quale non aveva certo per lei il contegno riguardoso del caro indimenticabile Percy Stanhope, e se la teneva già come cosa sua: ed ella come cosa sua gli si abbandonava.

Vedi? — fece improvvisamente Giorgio. — Ti invito a pranzo al Ristorante delle Fate, papà. Io non posso giuocarevincere, stasera.

Silverio levando gli sguardi, vide gli occhi grigi di suo figlio che lo sfuggivano, lucidi di lagrime. Aperse il cassetto dello scacchiere, vi gettò le pedine, si alzò.

Pazienza e camminare! — disse con voce ferma, posando una mano sulla spalla di Giorgio.

 

 

 


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License