Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XXVI.

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XXVI.

 

Tutti si sposavano. Percy Stanhope scriveva da Londra che era per fidanzarsi con una signorina dell’aristocrazia; Ada già fidanzata col conte Scerbejew; Emma Tarabusi con Maurizio Creffa; Lucia, la cameriera, a Padova, col suo ferroviere.

Questo faceva credere a Giorgio che il matrimonio fosse una trovata molto divertente.

Leonia, la principessa Strogonow, tornò in quel momento dal viaggio di nozze, e andò col principe ad abitare un grande appartamento, l’intero piano nobile d’un palazzo greve e bigio di via Labicana; Ada era corsa a trovarla subito, diventata sua intima.

Si vedevano talora, la giovanissima principessa e la fanciulla, a Villa Borghese, la mattina. Leonia insegnava l’arte di guidare ad Ada; avevano un quattro-ruote con un cavallino bigio pomellato e la principessa cedeva le redini alla fanciulla. Dietro loro, impassibile come di marmo, un grosso staffiere a braccia incrociate; e due lunghi levrieri bianchi seguivano o precedevan la corsa del cavallo, abbaiando di gioia.

I più le credevan sorelle: due stupende signorine, raffinatamente eleganti. Sul tardi, quand’eran per tornare, sopraggiungeva o il conte Scerbejew o il principe Strogonow a riaccompagnarle; e Ada passava quasi l’intera giornata dall’amica, nel massiccio palazzo di via Labicana.

Aveva dimenticato Giorgio, Anzio, le antiche miserie, la sorda inimicizia con Leonia, che a scuola si beffava di lei e de’ suoi poveri vestitini. Era come presa da una sottil febbre di gioia, pensando ch’ella pure avrebbe avuto intorno tra poco tante ricchezze quante erano intorno a Leonia. Non si occupava che di frivolezze, dando gran peso alla scelta d’un cappello, alla «marca» d’una sarta o d’un pellicciaio, preferendo, per imitar Leonia, tutto ciò che veniva da Londra o da Parigi. Il suo discorrere era vacuo e leggero, fatto di formule mondane, come si conviene a una gran dama di domani. Non leggeva se non romanzi francesi, rapidamente, tanto per averne una idea, e andava spesso a teatro con Leonia per udir la musica. Avrebbe voluto saper suonare il piano come la sua amica, ma non trovavatempopazienza. Il conte Scerbejew le impartiva lezioni di equitazione, Leonia le insegnava a condurre prima la pariglia, poi l’automobile. Tutto il suo tempo era preso.

Giorgio ne fu sbalordito. Non le aveva più parlato dal giorno di quella spiegazione in casa di donna Appia, allorché, vinto da subitaneo furore, le era andato incontro a pugni tesi, dicendole: «Smettila, bugiarda!» A rivederla, a udirla, fu sbalordito, come gli avessero posto innanzi una sconosciuta.

S’era dovuto adattare, quantunque odiasse Leonia, ad andare ai ricevimenti di lei con suo padre e sua madre. L’appartamento del principe gli piaceva: di severa e sobria eleganza; qua e qualche mobile di inestimabile valore, tavoli di malachite, scrigni d’avorio; qualche oggetto, come coppe di cristallo inciso o vasi d’argento antico; e una biblioteca, le cui rilegature, verde cupo, rosso cupo, seta, formavan l’ammirazione di Giorgio.

Il principe aveva molta simpatia pel ragazzo. Lo chiamava «il piccolo Chiabrera», in memoria della spiegazione che Giorgio gli aveva dato una volta a proposito di certa poesia recitata da Alfredo Buccia.

Ma sulle prime, la maraviglia fu in Giorgio più grande che l’odio stesso, innanzi a Leonia. Se la rammentava allorché, vestita interamente di rosso, i piedi nei sandali, i capelli ritorti attorno alla testa, seduta sul labbro della vasca in giardino, aizzava Perdicca a uccidere i pesci e ne schiacciava la testa contro il marmo per vedere un po’ di sangue. Credeva di ritrovarla poco dissimile; e se per le forme e la freschezza ella era tuttavia fanciulla, il modo, la sicurezza, il garbo di ricevere e di conversare, ne facevano una dama, una dama squisita, a cui la cornice di quel severo lusso intorno, di quella ricchezza, era naturale; né si sarebbe potuto imaginarla altrove; onde a Giorgio sembrò d’averla veduta sempre come quella sera, tutta vestita di bianco, con un grande levriero bianco ai piedi. Nella poltrona al suo fianco, Ada, bella d’una bellezza diversa, più fragile e gentile, una bellezza che pareva domandar protezione. Leonia dava impressione di poter, quantunque giovanissima, lottare e districarsi da sola. Ada no: aveva tuttavia in sé qualche cosa di tenero e di timido, di puerile e d’ingenuo, che faceva pensare dovesse muovere incerti ancora i passi nella vita.

Giorgio sentì confusamente tutto questo, senza darsene ragione: e gli venne voglia di serrare Ada fra le braccia, d’accarezzarne i capelli, di sussurrarle non sapeva quali parole appassionate. Perché non gliele aveva dette altre volte ad Anzio, quando la fanciulla stesa sulla sabbia nell’accappatoio rosso era tutta sua, interamente in balìa di lui? Allora egli non comprendeva; comprendeva ora, troppo tardi, quando gliela portavan via per sempre. La guardò intensamente; ella gli sorrise distratta.

La conversazione interrotta per il sopraggiungere di Matilde, Silverio e Giorgio Astori, continuò; futile intorno a cose futili, su cui si davan giudizii superficiali accattati in altri salotti da altra gente mondana.

Giorgio udì Ada che chiedeva:

— Lei ha visto la biblioteca del principe?

Si guardò intorno per capire con chi parlasse la fanciulla, e capì che parlava con lui. Ne sentì una confusione, uno scoramento, una sorpresa, che gli impedirono di rispondere.

— Ha veduto i bei libri del principe...? — ripeté Ada.

— Io? — disse Giorgio.

— Sì, lei...?

Egli si alzò senza rispondere. Era pallido. Andò a vedere i libri nella sala attigua, con gli occhi velati di lagrime e un singhiozzo che gli serrava la gola.

Come! Nello stesso istante in cui egli pensava di chiuderla tra le braccia, di accarezzarla col furore muto della sua lunga passione, ella lo trattava a guisa dell’ultimo venuto? Innalzava repentinamente la barriera delle convenienze dopo tanti anni d’intimità e di vita comune? Sbirciò se nessuno lo vedesse, si asciugò gli occhi e tornò nel salotto; Ada era in un crocchio di fanciulle, china sopra certi giornali di mode con grandi figurini colorati. Rideva, senza il menomo sospetto d’aver ferito in pieno cuore il suo amico. Giorgio stette ad ascoltare, poco discosto.

Ada parlava di mode con tanta rapidità, con tanta competenza, che pareva non si fosse mai occupata d’altro. Giudicava i figurini, consigliava le stoffe appropriate, i grandi nomi delle sarte di Parigi le tornavano ogni poco alle labbra.

Un’amica trovò maniera di alludere al prossimo matrimonio di lei.

— Sarai felice...?

Ada congiunse le mani.

— Sono felice, — rispose, — ma ho un gran dolore.

E rise. Le altre, incuriosite, le si strinsero intorno per udir la spiegazione. Era felice di sposare il conte Scerbejew, ma questi non voleva fare un lungo viaggio di nozze, spiacendogli la vita degli alberghi e la curiosità degli estranei. Possedeva una villa a Tivoli e gli sposi sarebbero stati , uno, due, dieci mesi, a piacer loro. Poi più tardi avrebbero intrapreso un viaggio in Russia perché il conte doveva presentare Ada a’ suoi parenti, ch’eran disseminati da Mosca a Kiew e a Odessa. Ed ecco il gran dolore. Ada aveva sognato Londra, Parigi, Vienna, le capitali famose; ma quando le avrebbe mai vedute, se non in quella occasione?

Un’amica alzò le spalle.

— Se non hai altre disgrazie, cara mia, — disse, — ti si può invidiare! Una villa a Tivoli, un viaggio in Russia: non c’è male...!

— E poi, — osservò un’altra, — comanderai tu, lo prevedo!... E tuo marito ti condurrà a Parigi quando vorrai...

Basta fare un po’ di capricci! — riprese la prima.

— Un poco di broncio, — consigliò la seconda. — E tutto s’accomoda!

Giorgio, entrato ormai nel crocchio, seguiva attento il discorso.

— Ma io non so fare i capricci, — ribatté Ada ingenua.

Le amiche risero.

Imparerai, imparerai! Vengono da soli!

Ma vi fu un silenzio improvviso, non appena le fanciulle s’accorsero che Giorgio era tra di loro.

Zitte!... I giovanotti ci ascoltano e scoprono le nostre malizie!... — mormorò la più grande, fingendo di chinarsi ancora sopra i giornali di mode.

Giorgio sorrise, ma mentre si allontanava udì Ada che con quella voce calda come una carezza, osservava:

Giovanotto?... È un bambino! Potevate pur discorrere.

Giorgio si fermò nel mezzo della sala, come l’avessero inchiodato. Un domestico gli si presentò con un grande vassoio d’argento, sul quale eran disposte le tazze. Giorgio ne prese una senza badare ch’era vuota, e il domestico lo seguì per mescergli il e il latte.

 

 

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La lettera con cui Percy Stanhope annunziava il suo prossimo fidanzamento con una signorina dell’aristocrazia inglese, era parsa a Giorgio un documento antico, una carta d’altri tempi; perché, data fuggevolmente quella notizia, Percy Stanhope si diffondeva a parlare del povero Andrea, della cui vita la vita di Londra gli rammentava non pochi episodii.

Veramente era scesa una nebbia su quel passato; e per ricordarlo bene, Giorgio doveva corrugar la fronte. Certi nomi di Case inglesi, Middleton Stanley, William Boote, gli suonavano all’orecchio come una musica affievolita dalla lontananza, e una storia di sterline gli pareva una favola. Ma ricordava bene Andrea, la sua partenza per Londra, il suo ritorno impreveduto e poi la morte, l’atroce morte, quel volto insanguinato...

Il ritratto di lui era sempre nel salotto.

Giorgio andò a guardarlo, allorché ricevette la lettera di Percy Stanhope; poi andò tutti giorni, quasi avesse voluto dirgli qualche cosa che non sapeva, ch’era dentro di lui e non poteva esprimere. A poco a poco, tutto mutava intorno a quella imagine: chi moriva, chi pigliava moglie, chi se ne andava; perfino il capitano Tarafià non era più nulla, non aveva più alcun significato, perfino la marchesa Eufemia di Princisbecco diventava un’estranea, una cosa inerte e ridicola per Ada Zampieri, che l’aveva tanto amata.

Le onde della vita battevano incessanti e sicure, mutando, come le onde del mare, e trasformando e rodendo e distruggendo ciò che incontravano.

L’imagine di Andrea, immobile nel suo sorriso e nella sua giovinezza, pareva assurda.

Anch’egli, Giorgio, era immobile, quasi la vita passasse per gli altri e non per lui: tutti i giorni a quell’ora, a scuola; tutti i giorni a quell’ora, a casa; tutti i giorni un compito e una lezione.

Ma Ada andò a trovarlo. Non appena udì annunziar la fanciulla, egli si ritirò nella sua camera, tappezzata di gridellino con qualche riga d’oro pallido, addobbata con mobili a fiori.

Ma Ada lo cercò. Entrò sorridendo.

— Mi tieni sempre il broncio, sempre il broncio! — disse, minacciandolo con l’indice. — Sono venuta a invitar la tua mamma.

Giorgio non rispose.

— Per una gita in automobile. Guiderò io. Andiamo a Tivoli a veder la villa. Ma la tua mamma non può. Vieni tu: vuoi?

— Con chi? — domandò Giorgio.

— Col conte e Leonia e suo marito.

— Ti pare?

— Ma il conte ti vuol bene.

— Che me ne importa?

Ada rise.

Selvatico! — disse. — Andiamo sabato: vieni anche tu!...

— No: ho da studiare.

Studierai domenica.

— No, non voglio!

E rispondendo, si chiedeva: «Perché mi tratta così? Perché non mi del lei? Sono davvero un bambino col quale ci si balocca

— Mi tieni sempre il broncio, — seguitò Ada aggrondando la fronte. — E io sperava che saremmo rimasti amici.

— Tu di amici ne hai tanti! — osservò Giorgio.

— Nessuno come te!

E dopo avere aspettato invano una parola di Giorgio, Ada soggiunse:

— Allora non mi vuoi più?

Si mosse; quando fu sulla soglia, lo minacciò ancora scherzosamente con l’indice:

— Forse ti pentirai! — disse. — Addio!

Addio!

E non appena la fanciulla scomparve, Giorgio strinse rabbioso le mani.

Non poter parlare, non poter dirle tutto, non potere accarezzarla, chiuderla fra le braccia! Perché si divertiva a tormentarlo?

 

 


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