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Matilde Astori dava ordini perché quella sera v’eran diversi invitati a pranzo; un domestico entrò con un telegramma urgente.
— Sarà per mio marito, — disse Matilde, prendendo il foglietto giallo di sul vassoio.
Ma visto l’indirizzo Famiglia Astori; aperse, lesse, non capì nulla. Le parve che le cose intorno vacillassero. Torno a leggere; impallidì.
— Presto, chiamate il commendatore! È giù, al pian terreno, nel suo ufficio! Presto!...
Un domestico uscì di corsa. La cameriera che era presente, domandò se fosse avvenuta una disgrazia. Matilde senza rispondere sedette in una poltrona. Andava rileggendo il telegramma. Vide che veniva da Tivoli. Ma di tutto il resto non poteva avere un’idea chiara.
S’udì il passo frettoloso di Silverio, ch’entrava seguitò dal domestico.
— Ebbene, che cosa è?... Tu mi fai chiamare in fretta, mi spaventi! Che accade?
E prima ancora che Matilde glielo porgesse, egli le strappò dalle mani il telegramma. Sbarrò gli occhi, esterrefatto.
— Ma come?... Ma è possibile?... Dio mio!... Il telegramma diceva:
Ada morta incidente automobile. Preghiamo avvertire cautamente famiglia. — Leonia Nicola Strogonow.
— Morta? — ripeté Silverio. — Avvertire suo padre e sua madre? Ma sono pazzi! Ma come?
Si diede a passeggiare; gli tremavano le mani. Abbandonata nella poltrona, Matilde piangeva silenziosamente, perché quella piccola Ada l’aveva vista crescere sotto gli occhi, era come una sua parente, una sua figliuola. Silverio si passò la destra sulla fronte e si fermò innanzi a Matilde:
— Ascolta, — disse gravemente. — Faremo tutto il nostro dovere: avvertiremo la famiglia, quantunque sia un compito atroce. Ma ascolta. Questa è una catastrofe anche per noi. Bisogna pensare a Giorgio.
— A Giorgio? — ripeté Matilde.
— Sì, tu vivi nelle nuvole. Giorgio è innamorato di Ada. Me ne sono accorto: lo sorveglio da tempo. Il matrimonio col conte lo affliggeva. La morte di Ada può essere un colpo, un colpo tremendo per lui... Capisci?
Senza aspettare la risposta di Matilde, andò al telefono, chiese lo stabilimento di via Flavia, parlò con Paolo Zampieri.
— Venga subito, Zampieri! Sì, subito, qui a casa mia! Prenda l’automobile! No, non si inquieti! Ho bisogno di parlarle subito! No, per telefono è impossibile! L’aspetto... con l’automobile...
Si rivolse di nuovo a Matilde. La sua voce era rauca; le mani gli tremavano sempre.
— Ora verrà qui, quel disgraziato! Lo preparerò io. Lo condurrò a Tivoli con la macchina. Ma come può essere avvenuto questo disastro? Povera bambina, era così contenta, povera cara bambina... Dunque lo condurrò a Tivoli... È meglio che la signora la lasciamo qui... E tu chiamerai Appia, tua madre, in modo che quando Giorgio torna da scuola ci sia anche lei... Capisci? Bisogna prepararlo a poco a poco. Vi raccomando, prudenza, delicatezza, cautela, perché Giorgio è fragile, sai quanto è fragile Giorgio! Matilde congiunse le mani in atto di preghiera, senza rispondere.
— Dio, Dio, che disgrazia! — seguitò Silverio. — Volevano farle guidar l’automobile. Avrà guidato lei. Non può esser che così!... quegli imbecilli, quegli imprudenti, a cominciare...
Voleva dire: «a cominciare dal conte Scerbejew», ma gli venne in mente che forse anch’egli era morto, e tacque.
— Ti ricordi quant’era gentile, la povera Ada, quando abbiamo perduto il nostro Andrea? Che cure, che pazienza, con Giorgio? E sempre gli ha voluto bene, ed egli ha sempre voluto bene a lei... Pensa a questo: è innamorato; forse anche Appia se n’è accorta; bisogna che Appia sia qui, quand’egli torna dalla scuola.
Un domestico entrò ad annunziare Paolo Zampieri.
— Va’! — disse Silverio sottovoce a Matilde. — Ti raccomando Giorgio!...
E mentr’ella usciva, egli prese il telegramma ch’era sul tavolo, e lo mise in tasca. Paolo Zampieri entrò già inquieto.
— Lei mi ha fatto chiamare di furia — disse — di furia!... Non è avvenuta qualche disgrazia?
Ma si accorse che la voce gli usciva sempre rauca dalla gola.
— Mi dica, la prego! — insistette Paolo.
— Non una disgrazia... Ada si è fatta male in automobile...
— Male? È ferita?... Come lo sa lei?
— Mi hanno telefonato da Tivoli. Io credo che faremo bene ad andarle incontro, ora, con la macchina, subito...
— Andarle incontro? Ma torna a Roma?
Matilde, la quale non aveva potuto resistere ed origliava presso l’uscio, non udì la risposta. Poco dopo Silverio avvertiva per telefono la signora Zampieri ch’egli doveva andar fuori di Roma con Paolo e che sarebbero tornati tardi ambedue. Quindi Silverio e Paolo uscirono. Sembrò a Matilde, guardando dalla finestra mentre i due uomini salivano sulla macchina, che Paolo già sapesse o indovinasse, perché era curvo e Silverio doveva aiutarlo a metter piede sul predellino, come l’altro non vedesse.
La macchina si allontanò rapidamente, guizzando tra le vetture del tram e altre automobili. Matilde si ritrasse e restò accasciata dentro una poltrona, fin che non sopravvenne Appia.
All’udir ciò ch’era accaduto, Appia si sbiancò in volto; poi si riebbe energicamente:
— Se accogliamo Giorgio così, è come dirgli che Ada è morta! — osservò. — Bisogna fingere d’esser gaie, Matilde, o almeno del nostro solito umore.
— Ma Silverio mi diceva che Giorgio è innamorato? — fece Matilde.
— Sì, è innamorato di Ada! — confermò Appia. — E perciò sono molto inquieta. Innamorato come si può essere alla sua età... Si sarebbe adattato a vedere Ada sposa d’un altro... Ma la morte, la morte, è una cosa troppo inattesa, troppo orrenda!
— Ho paura che ci tradiremo! — disse Matilde. — Avevo diversi invitati a pranzo per stasera e bisognerà avvertirli.
— Li avvertiremo subito.
— Ma anche Maria Zampieri è invitata. Lasciarla venir qui? Oh mamma, io non saprei far la commedia con quella infelice!
— Hai ragione: è impossibile. Le facciamo dire che tu sei indisposta.
— E abbandonarla sola, mentre aspetta Ada che non torna? Ada mi aveva invitata per questa corsa a Tivoli. Forse non sarebbe accaduto nulla, se ci fossi andata, perché io sono prudente.
Appia si strinse nelle spalle.
— Dobbiamo pensare a Giorgio! — disse.
Matilde non rispose, ma ebbe la imagine d’un naufragio in cui ciascuno si fa feroce per salvare sé e le sue cose più care.
Giorgio tornò à casa alla solita ora, col solito fardello di libri sotto il braccio. Fu contento di trovare donna Appia e la baciò sulle guance come sua madre.
Ma era nervoso. Andò nella sua camera per lavorare e poco dopo ricomparve nel salottino ov’erano le due donne. Queste apparivano melanconiche, lo guardavano e si guardavano di sottecchi, osservando egli non sapeva che cosa.
A uno squillo di telefono, tanto Matilde quanto Appia sussultarono.
— No, Giorgio, vado io! — disse questa, fermandolo con un gesto.
Andò ella stessa al telefono, rispose a qualcuno che chiedeva notizie di Ada.
— Ada è a Tivoli? — domandò Giorgio.
— Credo, — rispose Matilde, con troppo studiata indifferenza.
— E oggi abbiamo gente a pranzo?
— No, caro. Babbo è dovuto uscir per affari, tornerà tardi, e io ho pregato gli amici di venire un altro giorno.
Appia non sapendo come reggere a quella prova, invitò Matilde a suonar con lei. Sedettero ambedue al piano. Scelsero una musica gaia, quantunque il cuore sanguinasse e l’una e l’altra avessero paura di ciò ch’era avvenuto, di ciò che doveva avvenire.
Giorgio le ascoltò un istante, poi si recò nel salotto a salutare il povero Andrea. Non capiva perché, non capiva come, c’era qualche cosa in aria, qualche cosa di strano: sua madre e sua nonna eran quiete, ma davan l’idea di non sapere quello che si facessero. Perché Andrea sorrideva sempre? Egli conosceva il segreto, tutti i segreti? Ada aveva detto un giorno che Andrea era in paradiso, e dal paradiso si vede e si sa tutto. Perché sorrideva sempre?
La musica cessò d’improvviso nel salottino attiguo. Squillava furiosamente il campanello del telefono. Giorgio rientrò e udì la nonna, che dopo aver ascoltato rispondeva:
— Non s’inquieti, cara signora. Sa che suo marito è fuori con Silverio. Ma anche Ada deve tornare. Un piccolo ritardo...
Matilde pareva ber le parole dalle labbra di Appia. Giorgio vide che l’una e l’altra tremavano.
Appia riattaccò il ricevitore al gancio e si volse a Matilde:
— È inquieta perché dice che Ada doveva esser già a casa...
Matilde, sentendo che le lagrime le salivano agli occhi, uscì. Appia girò il bottone della luce elettrica e al rischiararsi del salottino, Giorgio ebbe la sensazione che fosse tardi.
— Non hai nulla da fare? — chiese Appia.
— Sì, ma domani è festa, e non c’è furia.
— Vuoi che facciamo una passeggiata?
Tacque un istante, poi le andò incontro risolutamente, le stese le braccia:
— Dimmi che hai!
— Io?
— Sì, tu e la mamma! C’è qualche cosa. Ho paura, io ho paura, zia Appia.
Ella lo afferrò disperatamente, lo strinse al petto, gli coperse il capo di baci. Egli sentì allora che c’era veramente «qualche cosa», terribile. Le tenne le braccia al collo e le chiese di nuovo:
— Dimmi!
— Ma no, caro!
— Dimmi!
— Non c’è nulla!
— Oh, tu menti, zia Appia! Tu mi vuoi ingannare!
— Nulla di grave, — disse Appia, lentamente. — Credo che... Credo che Ada si sia fatta male in automobile.
Egli si divincolò e spiccò un balzo indietro guardando la nonna.
— Ada? Ma tu sai tutto! Ada s’è fatta male?
— Nulla di più di quel che ti racconto, caro. Non so nulla di più!
— E allora perché non hai avvertito la sua mamma? Dov’è andato il babbo col signor Zampieri? Perché non tornano? Perché Ada non torna?
— Li aspettiamo, vedi. Possono esser qui da un momento all’altro...
S’interruppe; ebbe un guizzo; avevano suonato alla porta.
Appia si levò in piedi, borbottando sotto voce:
— Mio Dio, mio Dio, aiutatemi, io impazzisco!
Giorgio era immobile, presso la poltrona che ella occupava poco prima.
Un domestico entrò ad annunziare Maurizio Creffa.
— Non posso ricevere, non riceviamo! — ordinò Appia.
Ma alle spalle del domestico appariva Maurizio Creffa, il soprabito sul braccio, il cappello nella destra.
— Scusi, cara signora, — egli fece, inoltrando di alcuni passi. — Buona sera, Giorgio! lo sono importuno... Ma ho udito dire... In città si parla di una catastrofe... Ho pensato che loro certamente...
— Non sappiamo nulla! — interruppe Appia, andandogli incontro.
— Si tratta di...
— Non sappiamo nulla! — ripeté la signora, fissandolo negli occhi per fargli comprendere che non doveva insistere.
— Domando scusa! — egli mormorò inchinandosi.
Uscì a ritroso; scomparve. Appia si volse a guardar Giorgio, sempre immobile, con la destra sullo schienale della poltrona. A donna Appia sembrò che fosse dimagrito, che la penombra di quell’angolo cominciasse a divorarlo. Pensò a Matilde, la quale invece di aiutarla, era scappata a rintanarsi nella sua camera.
Sedette, passò un braccio intorno al busto di Giorgio, attirò il capo di lui su una spalla, rimase così in silenzio. Fuori stridevano i trams sulle rotaie, si diffondevan le voci cupe o squillanti delle automobili. Nel salottino risonava il tic-tac d’un grande pendolo a colonna, che stava in un canto e che nessuno aveva mai avvertito. A poco a poco quel battito preciso, il quale segnava il tempo, la vita, l’eternità, si fece insopportabile come picchiasse dentro il cervello di chi doveva ascoltarlo.
Giorgio udì e corse a fermare il pendolo con uno strappo.
Poi tornò alla nonna; tornò il silenzio.
Quando un domestico annunziò che la cena era pronta, nessuno si mosse. Matilde non comparve. Di Silverio e di Paolo non si sapeva ancora nulla.
Soltanto verso le dieci, suonò il telefono e l’impiegata avvertì che la comunicazione veniva chiesta da Tivoli.
Appia fermò Giorgio, piegandolo a sedere con una stretta così forte ai polsi, ch’egli non osò muoversi.
Silverio dava i particolari. Ada morta, il conte Scerbejew gravemente ferito, il principe e la principessa Strogonow illesi. La salma di Ada giaceva nel villino. Sulla strada, Silverio e Paolo avevano ritrovato l’automobile, che, andato a sbattere contro un albero, s’era capovolto. Non fu più possibile illudere Paolo da quel momento; né sarebbe stato umano.
Allorché poté rivedere la piccola Ada composta sul letto con la testa fasciata e il viso più bianco d’un cencio, l’infelice padre cominciò a ridere. Si temeva impazzisse.
Silverio chiedeva di Giorgio: lo si preparasse con prudenza, gli si lasciasse indovinare la verità piuttosto che dirgliela. Quanto alla signora Zampieri, bisognava avvertirla in qualche modo, perché la notizia non le giungesse per via dei giornali o per la parola di qualche sciocco.
Egli, Silverio, sarebbe tornato l’indomani mattina, con Paolo. Aveva disposto perché la salma di Ada fosse ricondotta a Roma. Pensavano ad ogni cosa il principe e la principessa i quali incolumi fisicamente, eran moralmente disfatti.
Giorgio non batté ciglio. Ascoltava le risposte della nonna. Allorché questa riattaccò il ricevitore al gancio, egli disse:
— No, non sta più male; è morta; io lo so; — egli rispose. — Ada è morta!
Le parole risuonarono così squillanti come se il salottino fosse vuoto.
— Può salvarsi ancora, — obiettò Appia.
Ma Giorgio le si rivolse inviperito:
— È morta, capisci, è morta, e tu lo sai! Perché ingannarmi? come se dovessi aspettarla, mentre non tornerà più?
Appia corse a lui per abbracciarlo; ma ella ed egli rimasero impietriti, udendo prima il campanello in anticamera, poi una voce affannosa e passi rapidi.
— È la signora Zampieri! — disse Giorgio.
— Dio, anche questa prova! — esclamò Appia con un gesto di disperazione. — Va’, Giorgio, lasciaci sole! Verrò io da te.
E andò incontro a Maria Zampieri.
La quale, apparve, gli occhi dilatati, il volto cereo; si fermò sulla soglia e chiese:
— Ada!... È qui?
L’altra mandò un urlo e cadde. Aveva compreso.