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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Giorgio volle seguire i funerali di Ada. Non fu possibile distoglierlo da tal proposito, sebbene tutti in casa lo vedessero improvvisamente smagrito e fatto pallido come per grande fatica.
Dietro il feretro, Silverio a capo scoperto sosteneva Paolo Zampieri, automa dagli occhi spalancati. Venivano poi lo stuolo delle fanciulle bianco-vestite, amici e conoscenti in gran folla, l’automobile chiusa in cui era Giorgio con la mamma e la nonna, altre vetture, alcune delle quali sovraccariche delle corone, che non s’eran potute collocare sul carro funebre. Avevan disposte sulla bara quelle degli intimi: i genitori, il conte Scerbejew, i principi Strogonow, la famiglia Astori; e una grande, di rose bianche, che Giorgio aveva voluto mandare. Perché egli doveva dir qualche cosa alla sua Ada: chiederle perdono d’essere stato ingiusto; rammentarle i giorni lontani di Anzio, i sogni e i giuochi, le favole e i racconti, la vecchia marchesa di Princisbecco, la morte del povero Andrea, il buon Percy Stanhope e la scarpetta tagliata. Questo significava la corona bianca e altre cose inesprimibili, che Giorgio solo sapeva: il fragor del mare quando Ada ballava sulla spiaggia la sua piccola danza; il colore e la forma delle nuvole, a cui Ada diceva esser salito il povero Andrea; le nuvole sono il cielo e il cielo è il paradiso.
Ai due lati della strada, i curiosi si fermavano, scoprendo il capo. Non sapevano di rendere omaggio a una innocente, che davvero lo meritava; ma quella nevicata di fiori sul feretro, lo stuolo di fanciulle velate dicevano qualche cosa, qualche cosa che lasciava un solco, per quanto fugace, nella furia della vita quotidiana. Ci avrebbero ripensato.
Giorgio osservò tutti attentamente quando furono in chiesa; al passare del principe e della principessa Strogonow, ebbe un fremito. Procedono a testa bassa, come vinti. Che importa? Leonia è la colpevole e dovrà piangere molto; ella ha voluto l’escursione a Tivoli, ella ha lasciato che Ada guidasse l’automobile potente, alla quale sarebbe appena bastata la perizia d’un consumato meccanico.
Tra la ressa, il viso pallido e la figura esile di Maurizio Creffa, che sposerà domani Emma Tarabusi, la quale è vestita a nero, più giù, tra le signore. Anche Maurizio aveva amato Ada, e anche a lui l’avevan tolta, per una fatalità cieca. Non sarebbe andato a Tivoli con lei; non possedeva alcuna villa a Tivoli.
Giorgio non sapeva d’essere a sua volta osservato dalla nonna: questa sperava ch’egli piangesse, desse in ismanie, trovasse un’espressione alla sua ambascia. Dacché aveva appreso la morte di Ada, s’era fatto muto. La nonna si chinò per sussurrare a Matilde:
— Subito, finita la messa, andiamo a casa! Giorgio non può più reggere!
Matilde annuì con un cenno del capo.
Entravano i compagni di Giorgio, le amiche di Ada.
La piccola Ester, la cameriera della fanciulla, era in lagrime, gli occhi a terra. Umile affanno sincero.
Man mano che comparivano quelli i quali stavan più lontani dal feretro nel corteo, pareva diminuisse il sentimento del dolore. Gli ultimi chiacchieravano a bassa voce guardando la cupola dorata e le colonne. Altri, giunti sul limitare, se ne andarono, e rimesso il cappello in testa, accesero la sigaretta. C’era un tepido sole. Era difficile avere il senso della fine e dell’eternità sotto quella polvere d’oro, per le strade ingombre di veicoli e d’automobili correnti e strombettanti.
Questo senso afferrò Giorgio repentinamente e lo richiuse come dentro un viluppo. Terminata la cerimonia in chiesa, rimesso il feretro sul carro, non rimaneva che accompagnar la salma fino al cimitero.
Ma donna Appia si oppose risolutamente e diede ordine di tornare a casa. L’automobile voltò.
Allora Giorgio sentì che tutto era finito. Egli tornava a casa, Ada scompariva nella tomba. Non si sarebbe vista mai più. Non sarebbe mai più venuta a dire, l’indice levato in atto di minaccia scherzosa: «Forse ti pentirai!» La sua bocca era suggellata per sempre; i cari occhi, spenti. Per sempre!
Giorgio diventa grande, fa l’avvocato, cammina cammina nella vita fino ad averne i capelli bianchi, segnata la fronte di rughe. Ada non torna.
Le onde seguitano a battere sulla spiaggia, a crepitare e a disfarsi; splende il sole, soffia il vento, cade la pioggia. Ada non torna.
Passano molte cose belle e molte cose brutte. Si ha piacere spesso di esprimere un’idea sulle une e sulle altre con qualche anima fidata. Ada non torna. Anche coloro che più l’amarono, l’hanno lasciata perché salga in paradiso, ove le si fanno incontro gli angeli con le ali color di rosa e il nimbo d’oro.
Così è sparita per sempre.
Bisogna ripetere queste parole a lungo per capirle, tanto sono diverse dalle solite. Bisogna ripetere: «Sparita per sempre, per sempre, per sempre!»
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Non appena a casa, Giorgio cercò nel cassetto dell’armadio, e tolta tra mille cianfrusaglie la marchesa Eufemia di Princisbecco, le fece posto sopra un tavolino, dopo averle ravviata la chioma. Era sempre lei, con quegli occhi ridotti a puntini nel viso pallidetto, ma pareva non capisse l’onore al quale la chiamavano dopo tanto oblìo. Dormiva placida nel cassetto dell’armadio, ed eran venuti a svegliarla per farla rivivere, quasicché non sapesse che Ada non c’era più, e Giorgio non andava ad Anzio!
Malcomoda, con la schiena contro il muro, tra una lampada che le dava noia col suo paralume a fiorellini e un grosso volume che doveva essere il vocabolario su cui aveva combattuto il capitano Tarafià, la marchesa s’inchinò da un lato, penzolò con la testa e andò a finire per terra.
Giorgio la rialzò, per adagiarla meglio. Già, la povera marchesa aveva sempre torto: è il destino delle vecchie. Si rassegnò a quella positura; quando fosse stata accesa la lampada, poi, avrebbe avuta la luce tutta negli occhi, e anche si sarebbe visto quel suo misero vestito giù di moda, senza colore, lacerato in più parti.
— E che vuoi? — borbottò Giorgio. — Io non li so fare, i vestiti!
Sedette presso il tavolino a contemplarla. Non osò annunziare che Ada era morta, anche perché certe parole dette ad alta voce fanno spavento. È poi sì. Costei era capace di vivere un secolo, se non le martellavano il capo e non la mangiavano le tarme. Occorre farle intendere che la stoppa, il legno, la porcellana, i chiodetti, il cordoncino, possono essere duraturi, ma le cose più belle si disfanno, le anime più pure spariscono, e la vita è una groviglia di cui non si intende nulla.
— Non cercare intorno. Ada è morta. Capisci che è morta?
E cercò intorno lui. Aveva indosso un odor forte di incenso, il quale faceva rinascere la visione della chiesa, col feretro posato nel mezzo; la fiamma rossastra dei ceri, la folla che muovendosi e rimutandosi lasciava intraveder l’oro dell’altare, il giallo delle colonne, l’argento dei busti; un miscuglio di sensazioni cupe ond’era perseguitato anche in quella sua camerina così linda.
Alla morte di Andrea, tutti come pazzi avevan mutato di casa. Ora per la piccola Ada, che si farà? La vita strappa e trattiene i ricordi delle persone amate, come le siepi strappano e trattengono i bioccoli lanosi della candida agnella che vi passò; né v’è soffiar di vento che li disperda. Che si farà? Dove rifugiarsi...? Neppur nel cassetto dell’armadio con Eufemia di Princisbecco, perché questa è tutta un passato d’amore infantile e non ha posto ove non si sian posate le mani di Ada.
La quale ha tante imagini che paiono sovrapporsi, cosicché l’una non è ancor compiuta, che già l’altra incomincia: e Giorgio le segue tutte ansiosamente per nulla perdere di quel tesoro, che è suo, l’ultimo rimasto; vivo dentro il cervello come la realtà medesima.
È una fatica, è una delizia, è una tortura.
Egli posa le braccia sul tavolino, il capo sulle braccia per veder meglio ad occhi chiusi. Bisogna seguire Ada nell’ombra.
L’avevan lasciato tranquillo; Matilde e Appia tornate a casa con lui andavano di tanto in tanto a origliare all’uscio della sua camera, trattenendo Giuliana, la quale voleva irrompere a giuocare come di solito. Udirono aprire il cassetto, rimuovere una sedia, il tonfo di un libro. Sembrava quieto. Parlava ad alta voce. Con chi?... Matilde spiegò che qualche volta parlava con una vecchia bambola di Ada, narrandole ciò che non narrava agli altri.
— E questo non ti ha fatto comprendere? — disse Appia stupita.
Silverio tornò più tardi. Aveva ricondotto Paolo Zampieri in condizioni da non potersi imaginare, mormorato qualche parola a quell’altra meschina di Maria Zampieri; ed era corso a casa.
S’era fermato pochi istanti a comperare un portasigarette d’oro da regalare a Giorgio, piuttosto per aver qualche cosa da dirgli che per fargli piacere.
— Non dovevate lasciarlo solo! — osservò. Aperse l’uscio.
— Che fa, dorme? — chiese sottovoce, vedendo Giorgio col capo reclinato sulle braccia.
E fu preso dal furore della vita, da un impeto di ribellione. L’energia dava sprazzi di luce nel suo animo all’urto delle sventure, come un metallo infrangibile sotto i colpi del martello.
— Giorgio! — chiamò, scuotendolo.
Lo vide con la faccia accesa e stravolta.
— Telefonate a Marco Fallena, subito, — disse senza volgersi, ad Appia o a Matilde. — Ha la febbre forte.
Prese Giorgio tra le braccia, lo adagiò sul letto, lo spogliò rapidamente, aiutato non sapeva da chi.
— Mandategli incontro la macchina, al dottore! — ordinò.
E rimase a guardar Giorgio, il caro viso affondato nei guanciali, con un’ombra violacea sotto gli occhi.
— Come stai? — chiese Silverio. — Ho il portasigarette per te: lo vuoi?
Giorgio sentì l’oggetto tra le mani, sorrise, lo lasciò ricadere.
— Dammi Eufemia! — disse sottovoce.
E come Silverio guardava intorno senza capire, Appia suggerì: