Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XXIX.

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XXIX.

 

Dovette faticar molto Sebastiano Creffa a dissuadere suo figlio Maurizio dal rinviare di qualche mese il giorno delle nozze con Emma Tarabusi. Era certamente un’orribile disgrazia la morte della povera Ada e tutti che la conoscevano n’avevano sentito un dolore grande. Ma non si poteva portare il lutto di Ada Zampieri, che non era una parente; non si poteva ritardare un matrimonio, il quale aveva già subito il ritardo dei capricci e della poca voglia di Maurizio; non si poteva dar nuova esca alle chiacchiere, perché Emma Tarabusi non era lo zimbello né del fidanzato né dei pettegoli oziosi.

Come il giorno del matrimonio cadeva precisamente il giorno dei funerali, Emma aveva proposto ella stessa di rinviarlo al giorno seguente, e Maurizio le fu grato. La guardò con una certa meraviglia, quasi avesse creduto Emma incapace d’un pensiero gentile.

Alle nozze si ritrovarono, pochi eccettuati, quelli, i quali avevan seguìto il feretro della fanciulla; ma allegri e ciarlieri al municipio, in chiesa, durante la sontuosa colazione, che precedeva la partenza degli sposi.

Emma appariva bella. Fu una sorpresa. Nessuno se n’era mai accorto.

Il viso ritondetto, i grandi occhi scuri, la persona snella si notavan per la prima volta; uscita improvvisamente dall’ombra in cui la modestia l’aveva relegata fino a quel giorno, la sua bellezza si svelava calma, non procace, non sensuale; una bellezza forse più duratura nella sua sincerità che non le bellezze ardite di cui Maurizio aveva consuetudine; onde egli pel primo se ne stupiva e n’era contento. Del resto tutto spirava l’onestà intorno a lei; la madre, i congiunti, dall’aria placida e benevola; la stessa casa in cui si dava la colazione e in cui i mobili avevano un’eleganza un poco antiquata con vecchi quadri di vecchi maestri alle pareti, con vecchi gingilli, che probabilmente la madre spolverava essa stessa da trent’anni perché non andassero in frantumi nelle mani d’una cameriera. Cera qualche cosa di rassicurante nell’aria; si sentiva che in quella casa e tra quelle persone non s’era mai tramato un intrigo, né forse mai s’era fatta maldicenza. Era un angolo d’antico mondo con antiche idee illuminate d’un tratto per un avvenimento di gioia.

E questo rallegrava quanti eran convenuti a festeggiare Emma e Maurizio. Il vecchio Sebastiano ci si trovava a suo agio, parendogli d’esser tornato a’ tempi in cui era giovane. La povera piccola Ada, forse, non gli avrebbe dato un tale senso di pace; in lei fermentava già qualche irrequietudine moderna, qualche desiderio di più grande vita.

C’erano gli amici della poveretta coi loro parenti: Giovannino Cartolli, Alfredo Buccia, Severino Tormada, e quella Irma Dantelli, che risanata da lunga malattia, balzava su come un virgulto elegante e flessuoso. Mancavano gli Astori, tanto legati agli Zampieri, che la disgrazia li aveva percossi quasi come quelli. Si diceva Giorgio fosse molto malato.

Ma passavano folate d’allegria. Sarebbe stato ridicolo fermarsi a quella sciagura più di quanto volessero le convenienze. Ciascuno aveva da vivere la propria vita, da percorrere la propria strada. Passavano folate di allegria. La colazione era eccellente, i vini squisiti. Aleggiava intorno un denso profumo, ondeggiante su dai fiori, sparsi a mazzi e a canestre per le stanze dell’appartamento. Anche non mancavano i doni, men fastosi di quelli che aveva ricevuto Leonia il giorno delle sue nozze, ma tuttavia notevoli.

Maurizio Creffa, abituato a feste e a banchetti, dava l’esempio d’una misurata gaiezza. Felice d’avere scoperto che Emma era bella, aveva interamente dimenticato la povera Ada, della quale pareva fino a pochi giorni innanzi ancora innamorato. Senza far la morale a nessuno, via, c’era da pensare che se Paolo Zampieri fosse stato meno avido di ricchezze e di lusso, le cose sarebbero andate assai diversamente per lui e per gli altri. E Maurizio questo pensava.

Intanto accoglieva le congratulazioni, gustandole con una ingenuità, che giungeva nuova a lui stesso. Qualche filosofo osservò che probabilmente quel matrimonio, fatto quasi per forza, sarebbe andato meglio di molti, fatti per amore.

Cominciarono i brindisi. Fu pregato Alfredo Buccia di dir qualche poesia.

Egli acconsentì subito; tutti intorno fecero silenzio, ma Giovannino Cartolli, tirando per la giacca Severino Tormada che gli stava accanto, borbottò:

Finirà cantastorie, il tapino, e lo vedremo con la chitarra per le osterie.

Severino volle rimanere serio, non riuscì, sbottò in una risata fragorosa.

Alfredo Buccia, comprendendo da chi veniva lo scherzo, lanciò uno sguardo di sdegno a Giovannino; poi disse un brindisi con grande impeto ed ebbe molti applausi.

Quando gli invitati passarono nel salotto attiguo overa servito il caffè coi liquori, Giovannino, che fumava una sigaretta, guardò l’orologio.

— Hai furia? — chiese Alfredo Buccia, dando di gomito a Severino.

— Non posso far tardi.

— Sei aspettato? Dev’esser molto carina la tua amante!

Carina? È una donna fatale!

E detto questo con sicumèra, Giovannino piantò i compagni per raggiungere alcuni giovanotti eleganti.

— Io, vedi, li piglierei a scapaccioni, lui e la donna fatale! — esclamò Alfredo Buccia.

Gli invitati cominciarono a congedarsi indi a poco, Giovannino tra i primi, con la sua aria d’uomo in faccende. Anche Maurizio Creffa aveva la sensazione di dovere andarsene, ma vedeva andarsene invece gli invitati; e quando tutti furono scomparsi, capì che cosa significa essere ammogliato.

Emma gli si fece incontro.

— Ebbene, sei contento, caro? — domandò con un mite sorriso.

Egli la strinse fra le braccia.

Contento? Non ne sapeva nulla, non poteva dire... Sbirciava intorno un poco smarrito. Ma Sofia la madre di Emma, era in pianto e il vecchio Sebastiano andava confortandola: venne una cameriera a chiedere ordini per i bauli; Maurizio mandò a cercare per un paio di facchini, che tardarono, e Sofia gli si avvicinò per dirgli alcune cose, che a lui sembrarono stupide; giunsero i facchini, furono spediti i bauli, arrivò l’automobile per condurre gli sposi alla stazione; la madre di Emma diede in singhiozzi.

Suvvia, suvvia, signora! Ma che diavolo?... — fece Sebastiano.

Maurizio guardò l’uno e l’altra:

Sposatevi anche voi! — gridò ridendo. — Non è vero, Emma, che noi diamo il consenso? Ma non piagnucolare, o io non giuoco più!...

 

 

 


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