Luciano Zuccoli
Le cose più grandi di lui

SECONDA PARTE.

XXX.

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XXX.

 

Tra gli studenti del ginnasio-liceo, Giovannino Cartolli, era popolare, avendo perduto qualche anno; il che gli dava il vantaggio di saper bene quel poco che sapeva, d’essere amico di tutti e intimo dei bidelli.

Ma non badava tanto alla scuola quanto alla vita, ancorché i suoi di casa la pensassero diversamente. Si foggiava un carattere, prendeva un’attitudine originale, ora con grandi sacrifici perché voleva essere elegante e i quattrini eran pochi, ora senza spese, raccontando un’infinità di frottole.

Andava solo; giunto sotto l’atrio, sul primo gradino della scalinata, accendeva la sigaretta. Volgeva volentieri le spalle a quel grosso palazzo della scienza intitolato al nome d’un celebre archeologo e lo dimenticava non appena voltate l’angolo. Gli altri discutevan di lezioni e di condiscepoli e di professori. Giovannino era pacifico, e a tali vicende dava poco peso.

Salutò i compagni, passando loro innanzi, un gruppo folto di scolari di ginnasio e di liceo, attardato sulla scalea, nonostante il sole di maggio che batteva la piazza.

Come di solito aveva lasciato i libri da un bidello ed usciva a passeggiar senza ingombro; ma con passo affrettato, fin che si sentì sotto lo sguardo degli altri.

— Venite! — propose Alfredo Buccia sbirciandolo. — Teniamogli dietro!

— Perché? — chiese Carletto Rombi.

Ma tutti si mossero con Alfredo.

— Perché vogliam vedere dove va! — spiegò questi alla brigata, di cui era duce in quell’istante. — Dovete sapere che è finita la storia della donna fatale. Ti ricordi, Severino?

Severino Tormada rise.

Ora ne è venuta fuori un’altra: una signorina che lo aspetta dopo scuola: vera signorina!

Qualcuno schioccò la lingua.

— E ne racconta di cotte e di crude, come signorine non esistessero che per lui.

La lingua insolente schioccò un’altra volta.

— È proprio così! — confermò Paolo Strìppola, dando un’occhiata a una pila di paste dolci dentro una vetrina.

— Sarebbe tempo che finisse d’infinocchiarci! Vogliamo vedere dove va?

Badate non si accorga! — raccomandò Carletto Rombi. — Camminiamo più piano!

— Allora venite? — insistette Alfredo contento.

— Si capisce; veniamo tutti! — rispose una voce.

E seguitarono. Vedevano innanzi Giovannino Cartolli, ben vestito di bigio, con le scarpe bianche e marrone, un paio di guanti nella destra, e allungavano il passo o l’accorciavano sul passo di lui. Egli si fermò a comprarsi un garofano da infilare all’occhiello, dando in pari tempo con la destra un colpetto al cappello floscio, che gli stesse inclinato a dovere.

Poi seguitò, or confuso tra i passanti, ora solo, per piazza del Pantheon, piazza Montecitorio, piazza Colonna.

— Ma sai dove sta la signorina? — chiese Carletto Rombi.

— Non lo sa neppur lui! — rispose Alfredo. crollando il capo. — È come la donna fatale...

I compagni risero.

— Tu hai, però, qualche vendetta da fare! — osservò Lionello Strògoli, ch’era al fianco di Alfredo. — Egli ti canzona sempre...

— Sì, e quando siamo in società, quando meno dovrebbe, — consentì Alfredo. — Io sono molto conosciuto per le mie poesie...

— Cioè, per le poesie degli altri, — corresse Lucio Stella.

— Come volete; per la mia arte di declamare. E alle nozze del conte Creffa, a una tavolata molto intellettuale, pochi mesi or sono, mi fa schiattar dalle risa Severino Tormada, proprio mentre comincio il brindisi di nozze. È vero, Tormada? Dov’è Tormada?

— Son qua, son qua! — rispose l’amico. — Se è vero? Mi diceva che finirai cantastorie per le osterie; e ti ha chiamato tapino!

Capite? Non è piccola offesa! — esclamò Alfredo, rosso in volto.

Piano!... S’è fermato!... — avvertì Lucio Stella.

I ragazzi sostarono. A metà di via del Tritone, Giovannino pareva indeciso, poi s’avviò, giunse all’angolo dei Due Macelli. Non pensava a rivolgersi e i suoi persecutori ripresero la marcia al sicuro.

Adesso vuoi coglierlo in fallo? — seguitò Lionello Strògoli.

— Ma ha ragione, ha ragione! — consentirono parecchi.

— Che debba sempre pigliarsi giuoco di noi? — fece Alfredo. — Che ci beffi tutti quanti? Sarebbe meglio studiasse!

— Lungo e asino!...

— E vuol darci a credere che gli asini piacciono alle donne? — rifletté Lionello Strògoli, ormai conquistato dall’impresa.

— Questo potrebbe essere! — obiettò Carletto Rombi. — Rammentatevi del Leopardi, un’arca di scienza, che non piaceva a nessuno!...

— Ma era il Leopardi. E Giovannino non piace, ed è una bestia! — rilevò Lucio Stella.

Attenti!... Dove va?... Per via Frattina?

Si fermarono; erano dodici; fu tenuto breve consiglio. Essendo via Frattina diritta, stretta, non così frequentata come vie e piazze percorse fin , un gruppo di passanti poteva essere notato subito da chi volgesse l’occhio indietro. E appostatisi gli altri all’angolo di Propaganda Fide, fu mandato avanti Lionello Strògoli, svelto e mingherlino, il quale riferisse.

— Vorrei sapere, — osservò Carletto Rombi ai compagni, — che intendete fare, se va dalla signorina...

Uhm, una signorina! — mormorò Alfredo, sbirciando la strada. — Non ce la vedo! Ma se ci va, lo lasciamo.

— Non ci va, non ci va! — dissero gli altri ridendo.

Zitti: ecco Lionello!

Lionello Strògoli tornava di corsa, la faccia e gli occhi ilari.

— Venite! — disse. — È entrato in una latteria!...

— In una latteria! — ripeté Alfredo, battendo le mani.

Vi fu un tumulto di risa.

— S’è messo a poppare! — gridò qualcuno.

Via, non facciamo fracasso! Badate che ci osservano! — ammonì Carletto Rombi. — Decidiamo, piuttosto...

Andiamo a sorprenderlo! — decreto Alfredo. — E ci pagherà latte, caffè e paste!

— Molte paste! Benissimo, benissimo! — approvarono gli altri.

— Poi lo picchiamo! — propose Paolo Strìppola.

— Vi pare? Siamo dodici contro uno! — esclamò Carletto Rombi.

— No: deve pagare; basta che paghi! — annuì Alfredo.

Latte, caffè e paste! — ripeté Paolo Strìppola, come temesse di dimenticare.

Ormai certi di tener la preda, guidati a grandi passi da Lionello, arrivarono presto alla latteria e furono tutti insieme sulla soglia. Il padrone, grosso dietro il banco di marmo, tra una montagna di burro e una montagna di maritozzi, diede uno sguardo inquieto a quella compagnia. Ma Giovannino, ravvisatili alla prima occhiata, capì il giuoco e pensò a cavarsela. Sedeva tranquillo a un tavolino, una capace tazza di caffè-latte innanzi, nella quale aveva pigiato i bocconi d’una grossa pasta, e stava col cucchiaino nella destra ad aspettar che si inzuppasse a dovere.

— Ci dirai dov’è la signorina! — fece Alfredo insolente, avanzando con gli altri. — Fanfarone che non sei altro!

— Ti vogliamo picchiare! — annunziò Paolo Strìppola. — Bugiardo!

Gi hai messo lo zucchero alla signorina? — aggiunsero i compagni. — Te la bevi tutta? Il latte è suo?

Signori, — invitò il padrone, togliendosi da dietro il banco e sorridendo per rabbonire quegli sbarazzini. — Vogliono comandare?

I ragazzi trascinarono le sedie intorno al tavolino e gliene accostarono due altri: sedettero in circolo.

Comanda, lui, questo amico! — disse Alfredo.

— Egli comanda caffè, latte e paste per tutti! Una domestica, la quale s’affacciava in quel punto per comperar del burro, vista la brigata, si spaventò e tornò fuori.

— Un momento, un momento! — gridò Giovannino, alzando la destra.

— Che, ti vuoi rifiutare?... Per le bugie che hai dette, per gli spassi che ti sei preso...? Neanche don Giovanni Torquemada, dico bene?, non ha avute tante donne come te?... Bugiardo e buffo!

— Un momento! — implorò Giovannino. — Lasciatemi fare il conto! Caffè, latte e paste per tutti! Non si sa dove si va a finire!... Io sono povero!

— È figlio d’un calzolaio! — mormorò Paolo Strìppola all’orecchio di Carletto Rombi.

— Non mi rifiuto, — soggiunse Giovannino. — Ma lasciate vedere se posso, se ci arrivo... Non mangerete troppo, mi raccomando!

Mise la sinistra nella tasca dei calzoni e la ritrasse con un pugno di monete d’argento e di soldi, che risonarono sul marmo del tavolino.

— Ecco qua! — disse.

Venti mani s’allungarono, ma intervenne Carletto Rombi, autorevole:

Fermi! Conto io! Sono dodici lire e sessanta. Ce n’è per tutti!

Adagio! — obiettò Giovannino, facendosi rosso in volto. — Devo confessarvi che non posso spendere tutto...

— Vuol comprar la pelliccia alla donna fatale! — borbottò Paolo Strìppola.

— No, non scherziamo: è la verità. Ho un debito d’onore.

— Hai perduto al Circolo della Caccia?

— Vi ripeto, non scherziamo! — insistette Giovannino, rabbuiato in volto. — Devo dare la mia quota per la corona del povero Giorgio Astori...

Il nome echeggiò solenne nel vuoto della botteguccia; si fece silenzio, e Carletto Rombi trasse di tasca subito una carta piegata in quattro.

— Sei cascato bene! — disse. — Ho io l’incarico della raccolta, e ora vediamo.

Passò l’indice rapido sulle due colonne dei nomi e delle cifre, poi riprese:

— Ha ragione: non ha dato ancora nulla!

— Quanto devo? — interrogò Giovannino.

— Quanto vuoi; ognuno come può; chi dieci, chi venti, chi due.

To’, eccoti dieci lire! E nota, — fece Giovannino, spingendo innanzi a Carletto le monete che giacevano sul tavolino. — Tengo due lire per me.

— Allora, devo dirvi... — cominciò Alfredo. S’era fatto grave, un poco pallido; si commoveva. Gli altri si disposero ad ascoltare, sapendo che l’abitudine delle letture, delle declamazioni, gli dava una certa facilità di esprimersi. La sincerità del suo dolore, del resto, incuteva rispetto.

— Io era grande amico di Giorgio, — dichiarò, — molti ricordi di lui mi son rimasti nel cuore. Sono stato sempre a trovarlo in questi mesi, quando via via il poveretto si sfaceva di languore; andai anche due giorni or sono, e non mi riconobbe. Era la fine. È morto ieri. Ci lascia un esempio di bontà e di purezza.

— È vero! — confermò Carletto Rombi.

Gli altri ripeterono e consentirono coi gesti.

— Ti rammenti, Alfredo, — osservò Severino Tormada, — quando fummo ad Anzio, per Natale, in casa sua? Io feci segno a Giovannino di non canzonarlo, perché soffriva a udir parlare del matrimonio di Ada Zampieri. Come ho indovinato!

— Sì, è morta lei, ed egli l’ha seguita! — riprese Alfredo. — Questa fu la sua malattia e i medici non ci poterono nulla. Ma egli era uno spirito nobile e diritto, un’anima candida e fidata.

— Perché non dici queste cose tanto belle domani al funerale? — propose Lionello Strògoli. — Qualcuno di noi deve parlare per la scolaresca, ed occorre sia uno che l’abbia conosciuto a fondo e parli bene...

— È giusto. Parlerai tu, Alfredo! — sentenziò Carletto Rombi, — Avvertirò io gli altri.

— Come credete, — promise Alfredo senza vanità. — Io gli ho voluto tanto bene. Ed è perciò, ragazzi, che voleva proporvi di perdonare a questo brigante di Giovannino Cartolli. Ci ha gabbati per un bel pezzo ed è un cattivo studente, ma non possiamo dimenticare il suo gentile pensiero: ha dato quasi tutto quel che aveva per la corona del nostro Giorgio, che amava egli pure...

— Se lo amavo? — esclamò Giovannino impetuoso. — Ma le ore più dolci della mia vita le ho passate in casa di lui, dove mi accoglieva come un fratello.

— Tutti ci accoglieva come fratelli! — disse Severino Tormada.

Caro Giorgio! — mormorò Alfredo, gli occhi velati di lagrime.

Allora Carletto Rombi riprese la sua autorità:

— E dunque, siamo d’accordo: Giovannino è perdonato, e se ci racconta altre panzane, lo picchiamo davvero! Adesso ciascuno comanda quel che vuole e ciascuno paga del suo.

Fu un gridìo istantaneo e confuso. Il padrone, che con la mano rossiccia sulla spalliera d’una sedia, aveva seguito curioso le vicende di quell’adunanza imprevista, tirò un fiato e chiamò un ragazzotto dal retrobottega. Tutt’e due si fecero a servire. Furon portati piatti colmi di paste, panini col burro, bricchi di caffè leggero, caraffe di latte, e ogni ragazzo mise fuori un appetito d’occasione, che l’ora tarda spiegava, ma la gola spiegava meglio.

Con la bocca piena, Giovannino interpretò:

— È una specie di delle cinque!

E quand’ebbe finito di satollarsi, piegò un poco verso Alfredo Buccia, che gli stava accanto.

— Io mi ricordo sempre, — disse sottovoce, — di quel giorno (eravamo piccini tutt’e due), che incontrai Giorgio con una grossa gelatiera tra le braccia. Faceva le spese con la sua mamma; voleva preparare il gelato per il suo papà... Io non capii, e risi. Era un’anima delicata che non poteva stare quaggiù.

— È vero, — confermò Alfredo. — Sai che ha detto il professore Fallena, il quale lo curava? «Non possiamo lottare: molte cose più grandi di lui lo hanno ucciso

Giovannino tentennò il capo due, tre volte, assentendo. Trovò una sigaretta, l’accese, e andò verso la soglia per non mostrare gli occhi umidi di lagrime.

 

 

FINE

 

 



 


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