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L'amico d'Alicia tornò all'albergo di Roma per la stessa strada: era una serata divina: una luna pura e brillante versava sull'acqua d'un azzurro diafano una lunga striscia di schegge d'argento, di cui il perpetuo formicolio, pel balzellare delle onde, moltiplicava lo splendore.
Al largo, le barche di pescatori, con alla prora un fanale di ferro pieno di stoppe infiammate, picchiettavano il mare di stelle rosse e si trascinavano dietro dei solchi scarlatti; il pennacchio del Vesuvio, bianco di giorno, si era cambiato in colonna luminosa e gettava il suo riflesso sul golfo.
In tal momento la baja presentava per degli occhi settentrionali quell'aspetto inverosimile che le danno le pitture italiane inquadrate di nero, così sparse qualche tempo fa e più fedeli che non si possa credere nella loro cruda esagerazione.
Qualche lazzarone nottambulo vagava ancora sulla riva, commosso, senza saperlo, di questo spettacolo magico e figgeva i grandi occhi neri nella distesa azzurreggiante.
Qualcuno, seduto sul bordo d'una barca arrovesciata, cantava l'aria della Lucia o una romanza popolare allora in voga: «Ti voglio bene assai....» con una voce che gli avrebbero invidiata molti di quei tenori che son pagati centomila franchi.
Napoli si addormenta tardi come tutte le città meridionali: tuttavia le finestre si spegnevano a poco per volta e i soli banchi di lotto colle loro ghirlande di carte, colorate, erano ancora aperti, pronti a ricevere il danaro dei giuocatori capricciosi, presi, al rientrare, dal desiderio di porre qualche soldo sopra un numero sognato.
Paolo si mise a letto, tirò il zanzariere e non tardò a pigliar sonno.
Come accade spessissimo ai viaggiatori dopo una traversata, il suo letto, sebbene immobile, gli pareva barcollasse e oscillasse, come se l'albergo Roma foste stato il Leopoldo.
Quest'impressione gli fece sognare ch'egli era sempre in mare e che vedeva sul molo Alicia pallidissima, vicina a suo zio cremisi, e che colla mano gli faceva segno di non scendere a terra: il volto della giovane esprimeva un profondo dolore e respingendolo ella pareva obbedire malgrado suo ad una imperiosa fatalità.
Questo sogno, che prendeva dalle immagini recentissime una estrema realtà, addolorò Paolo al punto da svegliarlo ed egli fu felice di ritrovarsi nella sua camera in cui tremolava, con un riflesso d'opale, un lume da notte chiuso in una piccola torre di porcellana assalita dalle zanzare ronzanti.
Per non ricadere in preda a quel sogno penoso; Paolo lottò contro il sonno e si mise a pensare al primo tempo del suo legame con Alicia; rievocando ad una a una tutte le scene puerilmente care d'un primo amore.
Egli rivide la casa tappezzata di rose e di caprifogli, abitata a Richmond da Alicia e da suo zio e in cui, al suo primo viaggio in Inghilterra, era stato introdotto da una di quelle lettere di raccomandazione il cui effetto si limita per lo più ad un invito a pranzo.
Egli si ricordò la veste di bianca mussolina, ornata di un semplice nastro, che Alicia, uscita allora di collegio, portava in quel giorno e il ramo di gelsomino che cadeva lungo i suoi capelli come un fiore della corona di Ofelia, trascinato dalla corrente; e i di lei occhi d'un azzurro vellutato e la sua bocca, un po' semiaperta, che lasciava travedere dei piccoli denti di madreperla e il suo collo delicato che si tendeva come quello d'un uccellino attento e i di lei subitanei rossori allorchè lo sguardo del giovane Francese si incontrava col suo.
Il parlatojo dai mobili bruni, coperti di panno verde, ornato d'incisioni di caccia alla volpe e di steeple-chasse coloriti coi toni della miniatura inglese; si riproduceva nel suo cervello come in una camera oscura.
Il piano metteva in mostra i suoi candidi tasti; il caminetto, ornato d'una frangia d'edera d'Irlanda, faceva splendere la sua conchiglia di getto; le poltroncine e i divani di quercia aprivano le loro braccia ornate di marocchino, i tappeti stendevano i loro fiori e miss Alicia, tremante come una foglia, cantava con una voce la più adorabilmente falsa del mondo la romanza dell'Anna Bolena «Deh, non voler costringere,» che Paolo, non meno commosso, accompagnava fuor di tempo, mentre il commodoro, assopito da una faticosa digestione e più rosso pel solito, lasciava scivolare per terra un numero colossale del Times col supplemento.
Poi la scena cambiava: Paolo, divenuto più intimo, era stato pregato dal commodoro di passare qualche giorno nel villino posto nel Lincolnshire.... Un antico castello feudale, dalle torri merlate, dalle finestre gotiche mezzo avvolto da un'edera immensa, ma posto, nell'interno, con tutta l'arte moderna. Si inalzava in mezzo a un prato d'erba finissima che, bagnata e tagliata con cura, pareva velluto delicato: un viale sparso di sabbia gialla girava a tondo intorno al prato e serviva pel maneggio a miss Alicia montata sopra uno di quei cavallini di Scozia, dalla criniera scapigliata, che preferisce dipingere sir Edward Landseer e ai quali egli dà uno sguardo quasi umano. Paolo sur un cavallo bajo prestatogli dal commodoro, accompagnava miss Ward nella sua passeggiata in tondo, ordinatale dal medico che l'aveva trovata un po' debole di petto.
Un'altra volta un leggero canotto scivolava sullo stagno, rimovendo i gigli d'acqua e facendo scappare i martin-pescatori sotto il fogliame inargentato dei salici.
Alicia vogava e Paolo stava al timone: quant'era bella nell'aureola d'oro che le disegnava intorno alla fronte il suo cappello di paglia traversato da un raggio di sole, ella si rovesciava all'indietro per tirare il remo, la punta inverniciata della sua grigia scarpetta s'appoggiava alla tavoletta del banco; miss Ward non aveva uno di quei piedi andalusi corti e rotondi come ferri da stirare che si ammirano in Spagna; ma la sua caviglia era fina, il collo del piede ben curvato e la suola del suo stivaletto, forse un po' lunga, non aveva due dita di larghezza.
Il commodoro restava in terra, non per la sua grandezza, ma pel suo peso che avrebbe fatto sommergere la delicata imbarcazione: egli aspettava la nipote allo sbarco e le gettava uno sciallino sulle spalle, per paura ch'essa si raffreddasse; poi, riattaccata la barca al suo piuolo, tornavano al castello per far colazione.
Faceva piacere a vedere come Alicia, che ordinariamente mangiava quanto un uccello, strappava a morsi coi denti color perla una rosea fetta di giambone di York fino come un foglio di carta, e stritolava un panino senza lasciarne pure una briciola per i pesci dorati del bacino.
Passano così presto i giorni felici!
Di settimana in settimana Paolo rimandava la sua partenza e le belle masse verdi del parco cominciavano a rivestirsi di tinte giallastre: fumi bianchi s'alzavano la mattina dallo stagno. Nonostante il rastrello sempre in moto del giardiniere, le foglie morte coprivano la sabbia del viale, milioni di perle ghiacciate scintillavano sul prato verde e la sera si vedevano le gazze saltellare querelandosi attraverso i rami degli alberi denudati.
Alicia impallidiva sotto lo sguardo inquieto di Paolo e non conservava altro di colorito che due piccole macchie rosate alla sommità degli zigomi. Spesso ella aveva freddo ed il fuoco più vivo non la riscaldava. Il dottore parve inquieto e la sua ultima ordinazione prescriveva a miss Ward di passar l'inverno a Pisa e la primavera a Napoli.
Certi affari di famiglia avevano richiamato Paolo in Francia; Alicia e il commodoro dovevano partir per l'Italia e la separazione era successa a Folkestone.
Nessuna parola era stata detta, ma miss Ward considerava Paolo come suo fidanzato e il commodoro aveva stretta la mano al giovane in modo significativo: non si massacrano in quel modo che le dita d'un genero.
Paolo, sei mesi dopo, lunghi quanto sei secoli per la sua impazienza, aveva avuto la felicità di trovar Alicia guarita del suo languore e risplendente di salute.
Ciò che di fanciullesco restava ancora nella giovane, era scomparso; ed egli pensava con ebbrezza che il commodoro non avrebbe nulla da opporre, allorchè gli domanderebbe la mano di sposa di sua nipote.
Cullato da queste immagini ridenti, Paolo s'addormentò e non si ridestò che all'alba.
Napoli cominciava già il suo rumorìo: i venditori d'acqua ghiacciata vendevano gridando a voce alta la loro merce; i rosticciai tendevano ai passeggieri le loro vivande infilate in una pertica; curve sulle finestre le donne di casa più pigre calavano, per mezzo d'una cordicella, i panieri per le provvisioni, rialzandoli poi pieni di pomodori, di pesci e di grandi pezzi di zucche.
Gli scrivani pubblici, in abito nero consunto dal tempo, colla penna dietro l'orecchio, si sedevano ai loro scanni; i cambiavalute disponevano in pile, sulle piccole tavole, i diversi generi di monete; i vetturini facevano galoppare le loro rozze in cerca degli avventori del mattino e le campane di tutti i campanili cantavano giojosamente l'Angelus.
Il nostro viaggiatore, avvolto nella sua veste da camera s’appoggiò alla finestra: si distingueva di là Santa Lucia, il Castel dell'Ovo, e una grande distesa di mare fino al Vesuvio e all'azzurro promontorio sui cui biancheggiavano i villini di Castellammare e, più lontano, quasi punti, le ville di Sorrento.
Il cielo era puro; soltanto una leggera e bianca nuvola s'avanzava sulla città, spinta da una brezza dolcissima.
Paolo fissò sulla nuvola quello strano sguardo che noi abbiam già notato; i suoi sopracigli s'aggrottarono.
Subito altri vapori si unirono a quell'unica nube e ben presto una spessa cortina di nuvole stese le sue pieghe sul castello di Sant'Elmo.
Larghe gocciole caddero, e ben presto si cambiarono in uno di quei diluvii che fanno delle strade di Napoli altrettanti torrenti e trascinano nelle chiaviche i cani e persino gli asini.
La folla sorpresa si disperse, cercando qualche riparo; le botteghe all'aria aperta sloggiarono in fretta, non senza perdere una parte delle loro derrate, e la pioggia, padrona del campo di battaglia, corse in nembi bianchi lungo la deserta passeggiata di Santa Lucia.
Il facchino gigantesco cui Paddy aveva somministrato un così vigoroso colpo di pugno, appoggiato contro un muro sotto un balcone che lo proteggeva dall'acqua, non s'era lasciato andare alla fuga generale e fissava, con uno sguardo profondamente meditativo, la finestra cui stava appoggiato Paolo d'Aspromonte. Il suo interno monologo si riassumè in questa frase ch'egli brontolò con aria irritata:
– Il capitano del Leopoldo avrebbe fatto bene a gettar in mare questo forestiero! – e passando la mano nell'apertura della sua grossa camicia di tela, egli toccò il gruppetto di amuleti sospesi al suo collo per mezzo d'un cordone.