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Il bel tempo non tardò molto a tornare; un vivo raggio di sole asciugò in pochi minuti le ultime lacrime della pioggia e la folla riprese allegramente a formicolare.
Ma Timberio, il facchino, parve non aver tralasciate le sue idee intorno al giovane straniero francese, perchè prudentemente egli trasportò i suoi penati fuor della vista delle finestre dell'albergo: e qualche lazzarone di sua conoscenza gli testimoniò la propria sorpresa nel vederlo abbandonare un posto eccellente, per sceglierne un altro molto meno conveniente.
– Lo lascio a chi vuol prenderselo, rispose lui scuotendo la testa con un'aria misteriosa; si sa quello che si sa. –
Paolo mangiò in camera sua, poichè o per timidezza o per disdegno egli non amava trovarsi in pubblico; poi egli si vesti e per aspettar l'ora conveniente in cui recarsi da miss Ward, egli visitò il museo degli studii: ammirò distratto la preziosa collezione di vasi della Campania; i bronzi scoperti negli scavi di Pompei; il casco greco di bronzo colorito di verderame che contiene ancora la testa del soldato che lo portava; il pezzo di mota indurita che conserva come uno stampo l'impronta d'un delicatissimo busto di donna sorpresa dall'eruzione nella casa d'Arrio Diomede, l'Ercole farnese e la sua prodigiosa muscolatura, la Flora, Minerva, i due Balbi e la magnifica statua d'Aristide, l'opera più perfetta che abbia lasciata l'antichità. Ma un amante non può essere entusiasta apprezzatore dei monumenti artistici: per lui il profilo della testa adorata vale tutti i marmi greci e romani.
Avendo passato dunque alla meglio due o tre ore agli studii, Paolo si slanciò nella sua carrozza e si diresse verso la casa di campagna abitata da miss Ward.
Il cocchiere, con quella intelligenza delle passioni che caratterizza le nature del Mezzogiorno, spingeva al trotto le sue bestie, e ben presto la carrozza si fermò davanti ai pilastri sormontati dai vasi di piante grasse che noi abbiam già descritto.
La stessa serva venne ad aprire: i suoi capelli erano tuttora attorti in trecce indomabili: essa come la prima volta, non era vestita che d'una camicia di grossa tela lavorata al collo e alle maniche di ricami in colore e di una giubba di stoffa spessa e colorita traversalmente, come portano le donne di Procida; le sue gambe, scoperte al basso, mettevano in mostra, a nudo, sulla polvere, dei piedi che uno scultore avrebbe ammirato.
Soltanto un cordone nero sosteneva sul suo petto un mucchio di piccoli gingilli di forme singolari, di corno e di corallo; sul qual mucchio l'occhio di Paolo si fermò, con visibile soddisfazione di Vincenza.
Miss Alicia era sulla terrazza, il luogo della casa ove ella stava di preferenza. Un'amaca indiana di cotone rosso e bianco, ornata di penne d'uccelli, raccomandata a due delle colonne che sorreggevano il soffitto di pampini, faceva oscillare la giovane miss, avvolta in un leggero accappatojo di seta cruda di China, di cui ella guastava senza pietà le guarnizioni. I piedi di lei, dei quali si scorgeva la punta attraverso le maglie dell'amaca, erano chiusi in pantofole di fibre d'aloè, e le sue belle braccia nude s'incrocicchiavano al disopra del capo nell'attitudine della Cleopatra antica; poichè, sebbene non si fosse che al principio di maggio, faceva già un caldo soffocante e migliaja di cicale stridevano in coro sotto i cespugli dei dintorni.
Il commodoro, in costume di piantatore e seduto su una seggiola di giunco, tirava tratto tratto la corda che metteva in movimento l'amaca
Un terzo personaggio completava il gruppo: era costui il conte d'Altavilla, giovane elegante Napoletano la cui presenza fece apparire sulla fronte di Paolo quella contrazione che dava alla sua fisionomia una espressione di scelleratezza diabolica.
Il conte, infatti, era uno di quegli uomini che non si vedono volentieri presso una donna amata.
La sua alta statura aveva delle proporzioni perfette: i suoi capelli nerissimi, dalle larghe masse abbondanti, armonizzavan colla sua fronte unita e ben tagliata; una scintilla del sole di Napoli sfavillava nei suoi occhi e i suoi denti larghi e forti, ma candidi come perle, sembravano avere uno splendore anche più vivo a causa del rosso acceso delle sue labbra e della tinta olivastra del suo colorito.
La sola critica che un gusto meticoloso avesse potuto formolar contro il conte era: ch'egli era troppo bello.
Quanto ai suoi vestiti, Altavilla li faceva venir da Londra e il dandy il più severo avrebbe approvato il suo figurino.
C'era d'italiano, in tutto il suo abbigliamento, nient'altro che dei bottoni da camicia d'un prezzo troppo grande. Là, il gusto ben naturale del figlio del Mezzogiorno si tradiva.
Forse, così, in altro luogo che non fosse stato Napoli, si sarebbe stimato d'un gusto mediocre il fascio di rami di corallo biforcuto, di mani di lava dalle dita ripiegate o imbrandenti un pugnale, di cani allungati sulle zampe, di corni bianchi e neri e di altri piccoli oggetti simili, attaccati per mezzo d'un anello alla catena del suo orologio; ma un giro fatto in via Toledo o alla Villa Reale sarebbe bastato per dimostrare che il conte non aveva nulla d'eccentrico portando questi giojelli eccentrici al suo panciotto.
Allorchè Paolo comparve, il conte per le insistenti preghiere di Alicia, cantava una di quelle deliziose melodie napoletane senza nome d'autore, una sola delle quali raccolta da un artista, basterebbe a far la fortuna d'un'opera.
A chi non le ha intese, sulla riva di Chiaja o sul molo, dalla bocca d'un lazzarone o d'un pescatore, le care romanze del Gordigiani ne potrebbero dare una idea.
Esse son fatte d'un sospiro della brezza, d'un raggio di luna, d'un profumo d'arancio e d'un palpito di cuore.
Alicia, colla sua gentil voce inglese un po' falsa, seguiva il motivo che voleva imparare, ed ella fece, continuando, un piccolo saluto amichevole a Paolo, che la guardava con un'aria poco amabile, urtato com'era della presenza di quel bel giovane.
Una delle corde dell'amaca si ruppe, e miss Ward sdrucciolò a terra, ma senza farsi male: sei mani si stesero tutte insieme verso lei.
Ma la giovane era già in piedi, tutta rossa, poichè è improper cadere davanti ad uomini. Tuttavia, non una delle caste pieghe del suo vestito s'era mossa.
– Eppure aveva esaminato io stesso le corde, disse il commodoro, e miss Ward pesa poco più d'un colibrì.
Il conte d'Altavilla scosse il capo con un'aria misteriosa in sè stesso evidentemente egli spiegava la rottura della corda con una causa diversa da quella del peso; ma, da uomo ben educato, egli stette zitto e si limitò ad agitare il mucchio di gingilli del panciotto.
Come tutti quegli uomini che diventano sgarbati e intrattabili allorchè si trovano alla presenza d'un rivale ch'essi giudicano temibile, in vece di raddoppiare di grazia e di amabilità, Paolo d'Aspromonte, sebbene non mancasse d'uso di mondo, non fu buono a nascondere il suo cattivo umore; egli non rispondeva che a monosillabi, lasciava cadere la conversazione, e, dirigendosi ad Altavilla, il suo sguardo prendeva la espressione sinistra che gli era propria: le fibrille gialle s'attortigliavano sotto la grigia trasparenza delle sue pupille come serpenti d'acqua in fondo ad una sorgente.
Ogni volta che Paolo lo guardava così, il conte, con gesto macchinale in apparenza, strappava un fiore dalla giardiniera che aveva vicino e lo gettava in modo da tagliare l'effluvio di quell'occhiata irritata.
– Che avete dunque da saccheggiar così la mia giardiniera? gridò miss Alicia che s'accorse di ciò. Che v'han fatto i miei fiori perchè voi li decapitiate?
– Oh! niente, miss; è un tic involontario, rispose Altavilla staccando coll'unghia una rosa superba che mandò a raggiunger le altre.
– Voi m'irritate orribilmente, disse Alicia ; e senza saperlo voi offendete una delle mie manie. Io non ho mai colto un fiore. Un mazzo m'inspira una specie di spavento; sono fiori morti, cadaveri di rose, di verbene e di pervinche, il cui profumo ha per me qualche cosa di sepolcrale.
– Per espiare gli assassinii che io ho commesso, disse Altavilla inchinandosi, vi manderò cento canestri di fiori viventi.
Paolo s'era alzato e con aria urtata attortigliava l'ala del suo cappello come meditando una sortita.
– Che? partite gia? disse miss Ward.
– Ho delle lettere da scrivere, delle lettere importanti.
– Oh! che brutta parola avete detto! disse la giovine con una piccola smorfia; esistono forse delle lettere importanti quando non è a me che scrivete?
– Restate dunque, Paolo, disse il commodoro: io aveva stabilito nella mia testa tutto un piano per la serata: salvo l'approvazione di mia nipote, saremmo andati prima di tutto a bere un bicchiere d'acqua alla fontana di Santa Lucia per metterci in appetito; avremmo mangiato una o due dozzine d'ostriche bianche e rosse, alla pescheria; a pranzo poi sotto una pergola in qualche osteria ben napoletana bevendo del falerno e del lacryma-christi ed avremmo terminato il divertimento con una visita a Pulcinella. Il conte ci avrebbe spiegato le finezze del dialetto.
Questo piano parve sedur poco Paolo, il quale si ritirò dopo aver salutato freddamente.
Altavilla restò ancora qualche minuto e poichè Alicia, dolente per la partenza di Paolo, non divideva il piano del commodoro, prese ancor egli congedo.
Due ore dopo, miss Alicia riceveva un'immensa quantità di vasi di fiori dei più rari e (ciò che la sorprese di più) un mostruoso pajo di corni di buoi siciliani, trasparenti come il diaspro, puliti come l'agata, lunghi a dir poco tre piedi e terminati da minaccianti punte nere.
Un magnifico piede di bronzo dorato permetteva di posar queste corna, colle punte in aria, sopra il caminetto o sopra una mensola qualunque.
Vincenza, che aveva ajutato i facchini a metter giù fiori e corni, parve capire il significato di questo dono bizzarro.
Ella collocò ben in evidenza, sulla tavola di pietra, quei rami superbi che si sarebbero potuto creder strappati dalla fronte del toro divino che portava Europa e disse:
– Alla fine! Eccoci ora in buono stato di difesa!
– Che volete dire, Vincenza? chiese miss Alicia
– Nulla!... soltanto che il signor francese ha degli occhi molto singolari.