Théophile Gautier
Jettatura

V

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V

 

L'ora dei pranzi era passata da un pezzo e i fuochi di carbone che durante il giorno cambiano in cratere del Vesuvio la cucina dell'albergo Roma, morivano lentamente nelle bracie, sotto gli spegnitoi di latta: le casseruole avevano ripreso il loro posto ai chiodi rispettivi e brillavano in fila come gli scudi sul bordo d'una trireme antica; una lampada di rame giallo, simile a quelle che si trovano negli scavi di Pompei, sospesa alla trave più grossa del soffitto per mezzo d'una tripla catenella, rischiarava coi suoi tre stoppini naviganti nell'olio il centro della vasta cucina, gli angoli della quale restavano immersi nell'ombra.

I raggi luminosi cadenti dall'alto, disegnavano, con dei giuochi di ombra e di luce infinitamente pittoreschi, un gruppo di figure caratteristiche riunite intorno alla spessa tavola di legno, tutta tagliuzzata e solcata dai colpi del coltello pel lardo, tavola che occupava il bel mezzo di questa gran sala le cui pareti, pel fumo delle preparazioni culinarie, erano rivestite di quel bitume così caro ai pittori della scuola del Caravaggio.

Certo, lo Spagnoletto, Salvator Rosa, nel lor robusto amore del vero, avrebbero sdegnato i modelli radunati dentro dal caso o, per parlare più esattamente, dall'abitudine di tutte le sere.

C'era, prima di tutto, il capo, Virgilio Falsacappa, personaggio importantissimo, d'una statura colossale e d'una formidabile pinguedine, che avrebbe potuto passare per un convitato di Vitellio se, invece di una veste di basino bianco, egli avesse portata una toga romana ornata di porpora: i suoi lineamenti fortemente accentuati disegnavano quasi una specie di caricatura seria di certe medaglie antiche; spessi sopracigli neri sporgenti d'un mezzo pollice, coronavano i suoi occhi, tagliati come quelli delle maschere di teatro; un enorme naso gettava la sua ombra sopra una bocca larga che sembrava fornita di tre ordini di denti come quella del pescecane.

Una gorgiera potente simile a quella del toro Farnese univa il mento, tagliato da una fossetta in cui ci sarebbe stato un pugno, ad un collo d'un vigore atletico, tutto solcato da vene e da muscoli.

Due boschi di favoriti ognun dei quali avrebbe potuto costituire una barba discreta per un zappatore, inquadravano questa faccia marezzata di toni violenti; dei capelli neri tagliati e lucenti, fra cui si mescolava qualche filo d'argento, si attortigliavano sul suo cranio in piccole ciocche corte, e la sua nuca, ripiegata in tre enfiagioni trasversali cadeva fuori del colletto del suo vestito; ai lobi delle sue orecchie, rivelati dalle apofisi delle mascelle capaci di macinare un bue in una giornata, brillavano delle buccole d'argento grandi come il disco della luna; tale era mastro Virgilio Falsacappa che, col grembiule rivoltato sull'anca e il coltello infilato in una guaina di legno, rassomigliava piuttosto a un vittimario che ad un cuoco.

Appariva, in seguito, Timberio il facchino, che era mantenuto in uno stato di relativa magrezza dalla ginnastica della sua professione e dalla sobrietà del suo regime, consistente in un pugno di maccheroni mezzo crudi sparsi di cacio cavallo, d'una fetta di cocomero e d'un bicchier d'acqua ghiacciata, ma che, ben nutrito, avrebbe certo raggiunto la floridezza di Falsacappa, tanto la sua robusta ossatura pareva fatta per sopportare un enorme peso di carne.

Egli era vestito di rozzi pantaloni, d'un panciotto lungo di stoffa bruna e teneva sulla spalla una grossolana casacca.

Appoggiato all'orlo della tavola, Scazziga, il vetturino di cui si serviva Paolo d'Aspromonte, presentava anch'egli una fisionomia non comune: i suoi lineamenti irregolari erano pieni di un'ingenua astuzia; un sorriso di comando errava sulle sue labbra canzonatrici, e dall'amenità dei suoi modi si vedeva ch'era in relazione colla gente per bene; i suoi abiti acquistati dal rigattiere simulavano una specie di livrea di cui egli era alterissimo e che secondo lui, metteva una gran distanza sociale fra lui e il selvaggio Timberio; la conversazione di costui si smaltava di parole inglesi e francesi che se non quadravano sempre a proposito col senso delle sue parole, non eccitavano meno per questo l'ammirazione delle cuoche e degli sguatteri, stupiti di tanta scienza.

Un poco più addietro stavano due giovani serve i cui tratti richiamavano, con minor nobiltà, si capisce, il tipo delle monete siracusane: fronte bassa, naso tutto d'un pezzo colla fronte, labbra un po' grosse, mento grasso e forte; due liste di capelli d'un nero azzurrastro si riunivano dietro il lor capo ad una pesante acconciatura traversata da spille dalla sommità di corallo; delle collane della stessa materia cingevano con triplo giro il lor collo di cariatide i cui muscoli erano assodati dall'uso di portar dei pesi sul capo.

Certo, dei vagheggini avrebbero disprezzato queste povere creature che, pure di mistura, conservavano ancora il sangue delle belle razze greche; ma qualunque artista al loro aspetto avrebbe tirato fuori il suo album di schizzi e temperato il lapis.

Avete visto nella galleria del maresciallo Soult quel quadro del Murillo, in cui gli angeli fan cucina?

Se l'avete visto, ciò ci dispenserà di ritrarre qui le teste di tre o quattro sguatteri dai capelli ricciuti, che completano il gruppo.

Il conciliabolo trattava una grave questione. Si trattava del signor Paolo d'Aspromonte, il viaggiatore francese giunto coll'ultimo vapore: la cucina giudicava l'appartamento.

Aveva la parola Timberio il facchino; egli faceva delle pause, come un attore in voga, per lasciare al suo uditorio il tempo di coglierne tutta l'importanza, di dare il proprio assentimento o di sollevare delle obbiezioni.

Seguite bene il mio ragionamento, diceva l'oratore; il Leopoldo è un vapore onesto sul quale non ci sarebbe niente da dire, s'egli non trasportasse troppi eretici inglesi...

– Gli eretici inglesi pagano bene, interruppe Scazziga, reso più tollerante dalle mance.

– Senza dubbio: il meno che possa fare un eretico allorchè fa lavorare un cristiano, è di ricompensarlo generosamente, onde diminuirne l'umiliazione.

– Io non sono umiliato per niente nel condurre un forestiero nella mia carrozza: io non fo come te un mestiere da bestia da soma, Timberio.

– Forse che io non son battezzato quanto te? replicò il facchino corrugando le sopraciglia e chiudendo i pugni.

Lasciate parlare Timberio, gridò in coro l'assemblea, che temeva veder volgere in disputa una così importante dissertazione.

– M'accorderete, riprese l'oratore calmato, ch'era un tempo magnifico allorchè il Leopoldo entrò in porto?

Accordato, Timberio; fece il capo con una maestà condiscendente.

– Il mare era unito come uno specchio, continuò il facchino, e nonostante un'enorme ondata scosse così bruscamente la barca di Gennaro ch'egli cadde in mare con due o tre compagni. È naturale questo? E sì che Gennaro è un marinajo finito; egli ballerebbe la tarantella su una verga senza barcollare!

– Forse aveva bevuto un fiasco d'asprino di troppo; obbiettò Scazziga, il razionalista dell'assemblea.

– Nemmeno un bicchiere di limonata, seguitò Timberio; ma c'era a bordo del vapore un signore che lo guardava in un certo modo... mi capite!

– Oh, perfettamente, rispose il coro allungando con un insieme ammirabile l'indice e il mignolo.

– E questo signore, disse Timberio, non era altri che il signor Paolo d'Aspromonte.

– Quello che sta al numero 3, chiese il capo, e al quale ho mandato il pranzo su un piatto?

Precisamente, rispose la più giovane e la più bella delle serve; io non ho mai visto un viaggiatore più selvatico, più spiacevole e più sdegnoso: egli non mi ha rivolto uno sguardo, una parola: eppure io valgo bene un complimento, al dire di questi signori.

– Voi valete di più, Gelsomina, bella mia, disse galantemente Timberio; ma è una fortuna per voi che questo straniero non vi abbia fatto osservazione.

– Tu sei troppo superstizioso, riprese lo scettico Scazziga, divenuto leggermente volteriano per le sue relazioni cogli stranieri.

– A forza di frequentare gli eretici, finirai per non credere nemmeno a san Gennaro.

– Se Gennaro è cascato in mare; non è una bella ragione, continuò Scazziga che difendeva il suo avventore, perchè Paolo d'Aspromonte abbia l'influenza che tu gli attribuisci.

– Ti abbisognano altre prove? Stamane l'ho veduto alla finestra coll'occhio fisso sopra una nuvola poco più grossa d'una piuma ch'esca da un origliere scucito; e subito dei vapori neri si sono accumulati ed è caduta una pioggia così forte, che i cani potevano bere stando ritti.

Scazziga non era convinto e scuoteva la testa in aria di dubbio.

– Il groom, d'altra parte, non deve essere migliore del padrone, continuò Timberio, e bisogna che questo scimiotto sia d'accordo col diavolo per aver potuto gettar per terra me, che lo ammazzerei con un buffetto.

– Io sono d'accordo con Timberio, disse maestosamente il capo della cucina; lo straniero mangia poco; egli ha rimandato indietro le zucchette ripiene, la frittura dl pollo e i maccheroni al pomodoro che avevo preparato io stesso! Qualche strano segreto si nasconde sotto questa sobrietà. Perchè dunque un uomo ricco si priverebbe delle vivande saporite non mangiando che un piatto d'uova e un pezzo di carne fredda?

– Egli ha i capelli rossi, disse Gelsomina passandosi la mano nella bruna foresta delle sue trecce.

– E gli occhi un po' in fuori, continuò Peppina, l'altra serva.

Vicinissimi al naso, appoggiò Timberio.

– E la ruga che si forma fra le sopraciglia si piega a ferro di cavallo, disse terminando l'istruzione il formidabile Falsacappa; dunque egli è...

– Non pronunziate la parola, è inutile, gridò il coro, meno Scazziga, sempre incredulo; noi ce ne guarderemo.

– Quando penso che la polizia mi darebbe noja, disse Timberio, se per caso io gli lasciassi cadere una cassa di trecento libbre sulla testa, a questo forestiero di mal augurio!

Scazziga è ben imprudente a condurlo, disse Gelsomina.

– Io sto a cassetta ed egli non mi vede che il dorso; sicchè i suoi sguardi non possono fare coi miei l'angolo voluto. D'altra parte me n'infischio!

– Voi non avete religione, Scazziga, disse il cuoco dalle forme erculee; voi finirete male!

Mentre nella cucina dell'albergo Roma si disputava in tal modo sul conto suo, Paolo, di cattivo umore per la presenza del conte in casa di Alicia, era andato a passeggiare alla Villa Reale; e più d'una volta la ruga della sua fronte s'aggrottò e i suoi occhi presero quello sguardo fisso lor proprio.

Egli credette veder passare Alicia, in una carrozza, col conte e il commodoro; ed egli si precipitò allo sportello, mettendosi le lenti, per esser sicuro che non s'ingannava: non era Alicia, ma una donna che le rassomigliava un po' da lontano.

Soltanto, i cavalli della sua vettura, forse spaventati dal brusco movimento di Paolo, presero la mano.

Paolo scese al caffè d'Europa al largo del palazzo qualcuno l'esaminò attentamente e cangiò di posto facendo un gesto singolare.

Egli entrò al teatro di Pulcinella, dove si dava uno spettacolo tutto da ridere. L'attore si turbò nel bel mezzo della sua buffa improvvisazione e perse la parola; ciò nonostante si rimise: a metà del lazzo, però, il suo naso di cartone nero si staccò e non gli riuscì più a rimetterlo: allora, come per scusarsi, con un rapido segno egli spiegò la causa di tutte le sue sventure; perocchè lo sguardo di Paolo, fisso su lui, gli toglieva ogni suo mezzo.

Gli spettatori vicini a Paolo s'eclissarono a uno a uno: d'Aspromonte s'alzò per uscire, non rendendosi conto dell'effetto bizzarro ch'egli produceva, e nel corridojo egli sentiva pronunziare a voce bassa questa parola strana e vuota di senso per lui: un jettatore! un jettatore!


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