Théophile Gautier
Jettatura

VI

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VI

 

Qualche giorno dopo aver spedito le corna, il conte Altavilla fece una visita a miss Ward.

La giovane inglese prendeva il thè in compagnia di suo zio, precisamente come se fosse stata a Ramsgate in una casa dai mattoni gialli e non a Napoli sur una terrazza imbiancata colla calce e circondata di fichi, di cactus, e d'aloe; poichè una delle caratteristiche della razza sassone è la persistenza delle proprie abitudini, per quanto contrarie esse siano al clima.

Il commodoro scintillava di gioja: per mezzo di pezzi di ghiaccio fabbricati chimicamente con un apparecchio poichè non si trae che della neve dalle montagne poste dietro Castellammare, egli era giunto a mantenere il suo burro allo stato solido ed egli ne stava stendendo una fetta con una visibile soddisfazione sopra un pezzo di pane tagliato a forma di sandwich.

Esauriti quei vaghi modi di dire che precedono ogni genere di conversazione, e somigliano ai preludii coi quali i pianisti toccano il loro piano prima di incominciare il pezzo di musica, Alicia, lasciando d'un tratto questi luoghi comuni, si rivolse bruscamente al giovane Napoletano:

– Che significa questo bizzarro regalo delle corna col quale avete accompagnato i vostri fiori? La mia serva Vincenza mi ha detto che ciò serviva come preservativo contro il fascino: ecco tutto quello che ho potuto ricavar da lei.

Vincenza ha ragione, rispose il conte d'Altavilla inchinandosi.

– Ma che cos'è il fascino? prosegui la giovane miss; io non sono al corrente delle vostre superstizioni.... africane; poichè questo deve senza dubbio riferirsi a qualche credenza popolare.

– Il fascino è l'influenza perniciosa che esercita la persona dotata, o piuttosto afflitta, dal mal occhio.

– Io faccio le viste di capirvi, perchè voi non vi facciate un'idea sfavorevole della mia intelligenza se vi confessassi che il senso delle vostre parole mi sfugge, disse Alicia; voi mi spiegate l'incognito coll'incognito; mal occhio traduce molto male, per me, fascino; come il personaggio della commedia io so il latino, ma fate come se non lo sapessi.

Tenterò di spiegarmi con tutta la chiarezza possibile, rispose Altavilla; soltanto, nel vostro sdegno britannico, non vogliate prendermi per un selvaggio, chiedere a voi stessa se sotto i miei abiti si nasconde una pelle tatuata di rosso e di bleu. Io sono un uomo civilizzato; son stato educato a Parigi: parlo l'inglese e il francese. ho letto Voltaire; credo alle macchine a vapore, alle strade ferrate, alle due camere come Stendhal; mangio i maccheroni colla forchetta; porto la mattina, guanti di Svezia, il dopopranzo guanti di colore, la sera guanti paglia.

L'attenzione del commodoro, che si preparava il secondo crostino, fu attratta da questo strano esordio; ed egli ristette col coltello in mano, gli occhi d'un azzurro polare la cui sfumatura offriva un bizzarro contrasto colla sua rossa tinta, fissi su Altavilla.

– Ecco dei titoli rassicuranti, fece miss Alicia con un sorriso, e dopo ciò avrei pochissima fede, se io vi sospettassi di barbarie. Ma ciò che voi dovete dirmi è dunque molto terribile o molto assurdo, che voi prendete tante circonlocuzioni per arrivare al fatto?

– Si, molto terribile, molto assurdo, ed anche molto ridicolo, ciò che è peggio; seguitò il conte; se io fossi a Londra o a Parigi, forse io ne riderei con voi; ma qui, a Napoli....

– Voi sarete serio; questo volevate dire?

Precisamente.

Arriviamo al fascino, disse miss Ward, impressionata suo malgrado della gravità d'Altavilla.

– Questa credenza rimonta alla più alta antichità. N'è fatta allusione nella Bibbia. Virgilio ne parla d'un tono convinto; gli amuleti di bronzi trovati a Pompei, a Ercolano, a Stabia, i segni preservativi disegnati sui muri delle case arse, mostrano come questa superstizione era già sparsa. (Altavilla sottolineò parola superstizione con un'intenzione maligna.) L'Oriente intero ci presta fede ancor oggi. Mani rosse o nere sono poste da ogni lato delle case moresche per scongiurare la cattiva influenza. Si vede una mano scolpita sul chiavistello della porta del Tribunale all'Alhambra: ciò che prova che tal pregiudizio è molto antico se non è giusto. Quando milioni d'uomini, durante migliaja di anni, hanno professata un'opinione, è probabile che questa opinione, così generalmente accolta, si appoggi su fatti positivi, sur una lunga serie di osservazioni giustificate dagli avvenimenti. Non posso credere, per quanta buona idea io abbia di me stesso, che tante persone di cui molte, certamente, furono illustri, dotte ed illuminate, si siano grossolanamente ingannate in una cosa nella quale a me solo sembri veder chiaro.

– Il vostro ragionamento è facilissimo a ritorcere, interruppe miss Alicia Ward; il politeismo non è stato forse la religione d'Esiodo, d'Omero, d'Aristotile, di Platone, dello stesso Socrate, che ha sacrificato un gallo a Esculapio, e d'una immensità d'altri personaggi d'un genio incontestabile?

– Senza dubbio; ma oggi non c'è più nessuno che sacrifichi dei bovi a Giove.

Val meglio farne delle bistecche, disse con far sentenzioso il commodoro che l'uso di bruciar le carni delle vittime sui carboni aveva sempre urtato in Omero.

– Non si offrono più delle colombe a Venere, dei pavoni a Giunone, dei capri a Bacco: il Cristianesimo ha rimpiazzato questi sogni di marmo bianco di cui la Grecia aveva popolato il suo Olimpo: la verità ha fatto svanir l'errore e un'infinità di persone hanno ancora timore del fascino o, per dargli il suo nome popolare, della jettatura.

– Che il popolo ignorante si preoccupi d'influenze simili, lo concepisco, disse miss Ward, ma che un uomo della vostra nascita e della vostra educazione divida questa credenza, ciò mi meraviglia.

– Più di uno spirito forte, rispose il conte, sospende il corno alla sua finestra o al disopra della sua porta e non cammina che coperto di amuleti; io, sono franco, e confesso senza vergogna che, allorchè incontro un jettatore, io prendo volentieri l'altra parte della strada e che, se non ne posso evitar lo sguardo, lo scongiuro del mio meglio per mezzo del gesto consacrato. Non faccio più meno di quello che farebbe un lazzarone e me ne trovo bene. Molte disgrazie mi hanno insegnato a non sdegnare queste precauzioni.

Miss Alicia Ward era una protestante, allevata con gran libertà di sentimento, che non ammetteva nulla se non dietro esame e il cui retto raziocinio ripugnava da tutto ciò che non poteva matematicamente spiegare.

I discorsi del conte la sorprendevano.

Ella volle dapprima non vederci che un semplice gioco di spirito; ma il tono calmo e convinto di Altavilla le fece cangiar d'idea senza persuaderla in alcun modo.

– V'accordo, diss'ella, che questo pregiudizio esista, che sia molto diffuso, che voi siate sincero nel vostro timore del mal occhio e che non cerchiate d'irridervi della semplicità d'una povera straniera; ma datemi almeno qualche ragione fisica di questa idea superstiziosa, poichè, doveste pur giudicarmi un essere intieramente privo di poesia, io sono incredulissima: il fantastico, il misterioso, l'occulto, l'inesplicabile hanno poca presa su me.

– Non mi negherete, miss, riprese il conte, la potenza dell'occhio umano; la luce del cielo vi si combina col riflesso dell'anima; la pupilla è una lente che concentra i raggi della vita, e l'elettricità intellettuale scintilla attraverso questa stretta apertura: lo sguardo d'una donna non traversa egli forse il cuore il più duro? lo sguardo d'un eroe non anima egli forse tutta quanta un'armata? lo sguardo d'un medico non doma egli il pazzo come una doccia fredda? lo sguardo d'una madre non fa egli rinculare i leoni?

– Voi illustrate con eloquenza la vostra causa, rispose miss Ward, scuotendo la testina gentile; scusatemi se mi restano dei dubbi.

– E l'uccello che, palpitante d'orrore e gettando gridi lamentevoli, precipita dall'alto d'un albero, da cui potrebbe volarsene via, per gettarsi nella gola del serpente che lo affascina, obbedisce egli ad un pregiudizio? ha egli sentito nei nidi delle comari colle penne raccontare delle storie di jettatura? Molti effetti non hanno essi forse avuto luogo per mezzo di cause inapprezzabili dai nostri organi? I miasmi della febbre delle paludi, della peste, del colera, sono essi visibili? Nessun occhio vede il fluido elettrico sulla cima del parafulmine, eppure la folgore ne viene attratta! Che c'è egli d'assurdo nel supporre che si sviluppi da questo disco, nero, bleu, o grigio, un raggio propizio o fatale? Perchè questo effluvio non può egli essere felice o disgraziato a seconda del genere di emissione e dell'angolo sotto il quale l'oggetto lo riceve?

– Mi sembra, disse il commodoro, che la teoria del conte abbia qualche cosa di specioso; quanto a me, io non ho potuto mai guardare gli occhi dorati d'un rospo senza sentirmi allo stomaco un calore insopportabile, come se avessi preso dell'emetico: eppure il povero rettile, aveva maggior ragione di temere di me che poteva schiacciarlo con un colpo di tallone.

– Ah! zio mio! se voi vi mettete col signor d'Altavilla, fece miss Ward, io sarò sconfitta. Io non ho forza per combattere. Sebbene io potrei aver molte cose da objettare contro questa elettricità di cui nessun fisico ha fatto parola, io voglio ammetterne l'esistenza per un momento, ma quale efficacia possono avere per preservarsi dai suoi funesti effetti le immense corna di cui m'avete fatto dono?

– La stessa efficacia colla quale il parafulmine attira colla punta la folgore, rispose Altavilla; le punte acute di queste corna sulle quali si fissa lo sguardo del jettatore distornano il fluido malefico e lo spogliano della sua dannosa elettricità. Le dita tese in avanti e gli amuleti di corallo rendono lo stesso servizio.

– Tutto ciò che voi mi dite è ben pazzo, signor conte riprese miss Ward; ed ecco quello che mi par di comprendere: secondo voi, io sarei sotto il fascino d'un jettatore pericoloso; e voi m'avete mandato delle corna come mezzi di difesa?

– Io lo temo, miss, rispose il conte con un tono di convinzione profonda.

– Sarebbe bello, gridò il commodoro. che uno di questi maledetti occhi tentasse di fascinar mia nipote! sebbene abbia passata la sessantina, non ho ancora dimenticato affatto le mie lezioni di boxe.

E serrava i pugni, mettendo il pollice contro le dita piegate.

– Due dita bastano, milord, disse Altavilla facendo prendere alla mano del commodoro la posizione voluta.

«La maggior parte delle volte, la jettatura è involontaria; essa si esercita all'insaputa di coloro che posseggono questo dono fatale e spesso, anzi, allorchè i jettatori arrivano ad aver coscienza del lor funesto potere, essi, pei primi, ne deplorano gli effetti più che altri; bisogna dunque evitarli e non maltrattarli.

«D'altra parte, colle corna, le dita a punta, i rami di corallo biforcati, si può neutralizzare o almeno attenuare la loro influenza.

– In verità, è strano, disse il commodoro, impressionato suo malgrado dal sangue freddo di Altavilla.

– Io non mi credeva così posseduta dalli jettatori: non lascio mai questa terrazza, se non la sera, per andar a far un giro in caleche lungo Villa Reale, con mio zio, e non ho notato nulla che possa dar luogo al vostro sospetto, disse la giovane, la cui curiosità si svegliava, sebbene la sua incredulità fosse sempre la stessa. Su chi cadono i vostri sospetti?

– Non sono sospetti, miss Ward; la mia certezza è completa, rispose il giovane conte napoletano.

– In grazia, rivelateci il nome di quest'essere fatale: disse miss Ward con una leggiera sfumatura di canzonatura.

Altavilla stette zitto.

– È bene sapere di cui si deve diffidare, aggiunse il commodoro.

Il giovane conte napoletano parve raccogliersi; poi si alzò, si fermò dinanzi allo zio di miss Ward, e, fattogli un saluto rispettoso, gli disse:

Milord Ward, vi domando la mano di vostra nipote.

A questa frase inattesa, Alicia divenne tutta rossa, ed il commodoro passò dal rosso allo scarlatto.

Certo il conte Altavilla poteva pretendere alla mano di miss Ward; egli apparteneva ad una delle più antiche e nobili famiglie di Napoli; era bello, giovane, ricco, ben visto in corte, perfettamente allevato, di un'eleganza irreprensibile; la sua domanda, in se stessa, non aveva dunque nulla d'urtante; ma essa giungeva in un modo così subitaneo, così strano; essa stonava in tal modo nella conversazione intavolata, che la meraviglia dello zio e della nipote era del tutto naturale. Pure, Altavilla non ne parve sorpreso, scoraggiato, ed attese di piè fermo la risposta.

– Mio caro conte, disse infine il commodoro, un po' rimesso dal suo turbamento; la vostra proposta mi meraviglia quasi quanto mi onora. In verità, non so che rispondervi: io non ho consultato mia nipote. Si parlava di fascino, di jettatura, di corna, d'amuleti, di mani aperte o chiuse; di ogni genere di cose che non hanno alcuna relazione col matrimonio, ed ecco che voi mi chiedete la mano d'Alicia! Ciò non discende di conseguenza, e voi non me ne farete una colpa se non ho delle idee molto chiare su questo soggetto. Quest'unione sarebbe certamente convenevolissima, ma io credeva che mia nipote avesse altre intenzioni. È vero che un vecchio lupo di mare come me non legge mai correntemente nel cuore delle giovani...

Alicia, vedendo che suo zio s'imbrogliava, approfittò della pausa ch'egli fece dopo la sua ultima frase, per far cessare una situazione che diventava impacciante; e disse al Napoletano:

Conte, allorchè un galantuomo domanda lealmente la mano d'una giovane onesta, non c'è per lei nulla di offensivo; ma essa ha diritto d'esser sorpresa della forma bizzarra data a questa domanda. Io vi pregava di dirmi il nome del preteso jettatore la cui influenza può, secondo voi, essermi nociva; e voi fate bruscamente a mio zio una proposta di cui non so spiegarmi il motivo.

– È che, rispose Altavilla, un gentiluomo si fa denunciatore malvolentieri e che un marito solo può difender sua moglie. Ma prendete qualche giorno per riflettere. Intanto, le corna esposte in modo ben visibile basteranno, io spero, a garantirvi d'ogni avvenimento spiacevole.

Detto ciò, il conte, alzatosi, uscì dopo aver salutato profondamente.

Vincenza, la serva dai capelli crespi, che veniva per portar via la tehiera e le tazze, avea, salendo lentamente la terrazza, inteso la fine della conversazione: ella nudriva contro Paolo d'Aspromonte tutta l'avversione che una paesana degli Abruzzi dirozzata appena da due o tre anni di domesticità, può avere all'indirizzo d'un forestiero sospetto di iettatura; d'altra parte, ella trovava il conte d'Altavilla bellissimo, e non capiva come mai miss Ward potesse preferirgli un giovane magro e pallido che essa, Vincenza, non avrebbe voluto ancorchè non avesse avuto il fascino.

In tal modo, non apprezzando la delicatezza del conte, e desiderando di sottrarre la sua padrona, che amava, ad una nociva influenza, Vincenza si chinò all'orecchio di miss Ward e le disse:

– Il nome che vi nasconde il conte d'Altavilla, io lo so.

– Vi proibisco di dirmelo, Vincenza, se tenete alle mie buone grazie, rispose Alicia. Tutte queste superstizioni sono vergognose ed io le disprezzerò da buona cristiana che non teme che Dio.


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