Théophile Gautier
Jettatura

VII

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VII

 

Jettatore, jettatore! Queste parole erano proprio indirizzate a me, diceva fra stesso Paolo d'Aspromonte, rientrando all'albergo; io ignoro che cosa significhino, ma certo devono racchiudere un senso ingiurioso o canzonatore. Che ho io di singolare, d'insolito o di ridicolo per attirare così l'attenzione in un modo sfavorevole? Mi pare, per quanto uno possa essere assai cattivo giudice di stesso, di essere bello, brutto, grande, piccolo, magro, grasso e di poter benissimo passare inosservato nella folla.

«I miei vestiti non han nulla d'eccentrico; non ho in capo un turbante illuminato come il signor Jourdain nella cerimonia del Borghese gentiluomo; non porto un vestito trapuntato d'un sole d'oro sul dorso: non mi precede un negro suonando di cembali; la mia individualità perfettamente sconosciuta, del resto, a Napoli, è chiusa sotto il vestito uniforme, domino della  moderna civiltà, e sono in tutto simile agli eleganti che passeggiano in via Toledo o al Largo del Palazzo, forse con un po' meno di cravatta, un po' meno di spille, un po' meno di camicia ricamata, di panciotti, di catene d'oro e con molto meno barba fatta! Oh, forse non mi son fatta la barba! Domani mi farò passare il rasojo dal barbiere dell'albergo. Pure qui hanno l'abitudine di vedere dei forestieri ed una qualche impercettibile differenza di toletta non basta a giustificare la parola misteriosa ed il gesto bizzarro che vien provocato dalla mia presenza.

«Ho notato, d'altra parte, un'espressione d'antipatia e di spavento negli occhi delle persone che s'allontanano dal mio cammino. Che posso aver io fatto a costoro che incontro per la prima volta?

«Un viaggiatore, ombra che passa per non tornar mai più, non suscita per dovunque che l'indifferenza, a meno che non giunga da qualche regione lontana e sia quasi il campione d'una razza sconosciuta: ma i vapori scaricano, ogni settimana, sul suolo, dei turisti, dai quali io non differisco in nulla Chi se ne occupa, tolto dei facchini, degli albergatori e dei domestici di piazza? Io non ho ucciso mio fratello, dal momento che non ne ho avuti e non devo esser stato segnato da Dio del di Caino, eppure gli uomini si turbano e si allontanano al mio aspetto. A Parigi, a Londra, a Vienna, in tutte le città dove sono stato, non mi sono accorto mai di produrre un simile effetto: mi han trovato qualche volta fiero, sdegnoso, selvaggio; m'han detto ch'io affettava lo sneer inglese, che imitava lord Byron; ma ho ricevuto sempre e dappertutto l'accoglienza dovuta a un gentiluomo, e l'uscire dal mio modo d'agire, per quanto raro. non era meno apprezzato. Una traversata di tre giorni da Marsiglia a Napoli non può avermi cambiato al punto d'esser divenuto odioso o grottesco; io che fui bene accetto a più d'una donna e che ho saputo toccare il cuore di miss Alicia Ward, una giovane deliziosa, una creatura celeste, un angiolo di Tomaso Moore

Questi pensieri, perfettamente giusti, calmarono un po' Paolo d'Aspromonte; ed egli si persuase d'aver dato all'esagerata mimica dei Napoletani, il popolo più gesticolatore del mondo, un senso che non aveva affatto.

Era tardi.

Tutti i viaggiatori, fuori di Paolo, erano già tornati alle rispettive camere; Gelsomina, una delle serve di cui abbiamo schizzato la fisionomia nel conciliabolo tenuto nella cucina sotto la presidenza di Virgilio Falsacappa, aspettava che Paolo rientrasse per chiudere a notte la porta; Nannella, l'altra ragazza, cui spettava vegliare, aveva pregato la compagna, più ardita, di prendere il suo posto, non volendo incontrarsi col forestiero sospetto di jettatura: così Gelsomina era sotto le armi: un enorme mucchio d'amuleti pendeva sul suo petto e cinque piccole corna di corallo tremavano in luogo di pendenti alle sue orecchie: la sua mano, chiusa, in antecedenza, tendeva l'indice e il mignolo con una correttezza tale che sarebbe stata approvata dallo stesso reverendo curato Andrea de Jorio, l'autore della Mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano.

La brava Gelsomina nascondeva la mano sotto una piega della veste, presentò il candelliere al signor d'Aspromonte e lo fissò con uno sguardo così acuto, così persistente, con un'espressione così singolare, quasi provocatrice, che il giovane abbassò gli occhi: circostanza che parve fare un piacere immenso alla bella giovane.

Nel vederla immobile e dritta, il candelliere teso con un gesto da statua, il profilo disegnato netto da una linea luminosa, l'occhio fisso e fiammeggiante, la si sarebbe detta la Nemesi antica in atto di sconcertare il colpevole.

Allorchè il viaggiatore ebbe salita la scala e che il rumor dei suoi passi s'attenuò nel silenzio, Gelsomina, rialzando il capo con un'aria dr trionfo, disse:

– Gli ho fatto magnificamente ritornare il suo sguardo nella pupilla, a questo caro signore che san Gennaro confonda: son sicura che non mi accadrà niente di brutto.

Paolo dormì male e d'un sonno agitato : egli fu tormentato da ogni razza di sogni bizzarri riferentisi alle idee che lo avevano preoccupato il giorno; egli si vedeva circondato di figure minacciose e mostruose che esprimevano l'odio, la collera e la paura; poi le figure sparivano; delle dita lunghe, magre, ossute, dalle falangi nodose, uscenti dall'ombra e rosse di un fuoco infernale, lo minacciavano facendo dei segni cabalistici; le unghie di queste dita, piegandosi come artigli di tigre, come zampe d'avoltoi, s'avvicinavano sempre più al suo volto, come se cercassero cavargli gli occhi. Con uno sforzo supremo, egli giunse ad allontanar quelle mani volanti intorno su ali di pipistrello; ma alle mani sopravennero falangi di bovi, di montoni e di cervi, cranii bianchi animati d'una vita morta, che l'assalivano colle loro corna e le loro varie ramificazioni, costringendolo a gettarsi in mare ove egli si stracciava le carni su una foresta di corallo dalle branche puntute o biforcate; un'ondata lo trasportava alla costa, pesto, stanco, mezzo morto; e, come il don Giovanni di lord Byron, egli travedeva allora fra mezzo il suo svenimento una testa gentile che si piegava verso lui; non era Haydée, ma Alicia, anche più bella del tipo immaginario creato dal poeta. La giovane faceva degli sforzi vani per tirar sulla sabbia il corpo che il mare avrebbe voluto riprendere e chiedeva a Vincenza un ajuto che questa le rifiutava ridendo d'un riso feroce; le braccia d'Alicia si stancavano e Paolo ricadeva nell'acqua.

Queste fantasmagorie confusamente spaventevoli, vagamente orribili ed altre ancora più inafferrabili, che ricordavano i fantasmi informi sbucati nell'ombra opaca delle acque tinte di Goya, torturarono il giovane fino ai primi splendori del giorno; la sua anima, libera per la immobilità del corpo, sembrava indovinare ciò che il suo pensiero desto non poteva comprendere e si sforzava di tradurre i proprii presentimenti in immagini nella camera oscura del sogno.

Paolo si alzò affranto, inquieto, come messo sulla traccia d'una infelicità nascosta da quegli incubi di cui egli aveva paura di svelar il mistero; egli girava intorno al fatal segreto, chiudendo gli occhi per non vedere e gli orecchi per non intendere; mai non era stato così triste: egli dubitava di Alicia stessa: l'aria di fatuità felice del conte Napoletano, la compiacenza colla quale la giovane l'ascoltava, la faccia approvante del commodoro, tutto ciò gli tornava alla mente rinfrescato di mille crudeli dettagli, gli immergeva il cuore in una grande amarezza e accresceva sempre più la sua malinconia.

La luce ha il privilegio di dissipare il malessere cagionato dalle visioni notturne.

Smarra, offuscato, se ne fugge agitando le ali membranose, allorchè il giorno lancia, fra mezzo le cortine, le sue frecce d'oro nella camera. Il sole splendeva giojosamente, il cielo era puro, e sull'azzurro del mare brillavano milioni di scintille: a poco a poco Paolorasserenò; egli dimenticò i suoi sogni e le bizzarre impressioni della vigilia, o, se ci pensava, era per accusarsi di stravaganza.

Egli andò a fare un giro a Chiaja per ricrearsi allo spettacolo della petulanza napoletana; i mercanti gridavano, vendendo le loro derrate, sopra melopee bizzarre nel dialetto popolare, inintelligibili per lui che non sapeva che l'italiano, con gesti disordinati e con una furia d'azione sconosciuta nel Nord; ma tutte le volte ch'egli si fermava davanti a qualche bottega, il mercante prendeva un'aria spaventata, mormorava qualche imprecazione a mezza voce, e faceva il gesto d'allungar le dita come avesse voluto pugnalarlo col mignolo e l'indice, le comari più ardite lo coprivano d'ingiurie e gli mostravano il pugno.


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