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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Paolo d'Aspromonte credette, sentendosi insultare dal popolaccio di Chiaja, d'essere oggetto di quelle litanie grossolanamente burlesche di cui i mercanti di pesce regalano le genti ben vestite che attraversano il mercato: ma una repulsione così viva, uno spavento così vero si dipingevano in tutti gli occhi, ch'egli fu costretto a rinunziare a questa spiegazione; la parola: jettatura, che già gli aveva colpito l'orecchio al teatro San Carlino, fu ancor qui pronunciata e stavolta con una espressione minacciosa; s'allontanò dunque a passi lenti, non fissando più su nulla lo sguardo, causa di tanti turbamenti.
Allungando il passo lungo le case per sottrarsi all'attenzione pubblica, Paolo arrivò a una bottega di librajo fuori sulla via: egli vi si fermò; rimosse ed aprì qualche libro tanto per darsi un contegno: egli volgeva così il dorso ai passeggieri ed evitava ogni occasione d'insulto. Gli era venuto in testa, per un momento, di caricare quelle canaglie a colpi di bastone; ma il vago terror superstizioso che cominciava a impadronirsi di lui, lo rattenne. Egli si ricordò d'una volta che avendo battuto un cocchiere insolente con un leggiero frustino, lo aveva colto alla tempia e ucciso sul colpo, omicidio involontario di cui non si era consolato mai. Dopo aver presi e riposti parecchi volumi, la mano gli cadde a caso sul Trattato della jettatura di Niccolò Valetta: questo titolo scintillò ai suoi occhi in caratteri di fiamme e il libro gli parve posto là dalla mano della fatalità; gettò al librajo, che lo guardava con un'aria stupida, facendo salterellare due o tre corna nere miste ai gingilli della sua catena, il prezzo del volume e corse all'albergo per chiudersi nella sua camera e darsi a questa lettura che doveva rischiarare e fissare i dubbii da cui era posseduto da che viveva in Napoli.
Il libro di Valetta è così diffuso in Napoli come i Segreti del grande Alberto, l'Etteila e la Chiave dei sogni lo sono a Parigi.
Valetta definisce la jettatura, insegna come la si può riconoscere, con quali mezzi uno se ne può preservare; egli divide gli jettatori in più classi secondo il loro grado di scelleraggine ed agita tutte le questioni che si rannodano a questo grave soggetto.
Se d'Aspromonte avesse trovato questo libro a Parigi, l'avrebbe sfogliato distrattamente, come un vecchio almanacco ripieno di sciocche istorie, ed avrebbe riso della serietà colla quale l'autore tratta queste scempiaggini; nella disposizione d'animo in cui era, fuori del suo ambiente naturale, preparato alla credulità da una folla di piccoli incidenti, egli lo lesse con un orrore segreto, come un profano che consulta su un libro cabalistico delle evocazioni di spiriti e delle formole di scongiuro.
Per quanto non avesse cercato approfondirgli, i segreti dell'inferno si svelavano a lui; egli non poteva impedirsi di saperli ed ora egli aveva la piena coscienza del suo fatale potere: egli era jettatore! Bisognava ben convenirne in faccia a sè stesso: tutte le caratteristiche descritte da Valetta, egli le aveva.
Accade spessissimo che un uomo che s'è creduto fino allora in piena salute, apra per caso o per distrazione un libro di medicina; e, leggendo la descrizione patologica d'una malattia, se ne riconosca in preda; illuminato da una luce fatale, egli sente ad ogni sintomo riferito trasalire dolorosamente in sè stesso qualche organo oscuro, qualche fibra nascosta il cui meccanismo gli sfugge, ed egli impallidisce, comprendendo esser sì prossima una morte, che credeva immensamente lontana.
Paolo provò un effetto identico.
Egli si mise davanti ad uno specchio guardandosi, con una fissità spaventevole; la sua svariata perfezione, composta di beltà che si trovano ordinariamente insieme, lo faceva più che mai rassomigliare all'angelo decaduto e splendeva sinistramente nel fondo vero dello specchio; le linee delle sue pupille si torcevano come vipere convulse; le sue sopraciglia vibravano come l'arco da cui sta per sfuggire la freccia mortale; la ruga bianca della sua fronte faceva pensare alla cicatrice d'un colpo di fulmine e nei capelli rutilanti pareva scorressero fiamme infernali: la pallidezza marmorea della pelle dava un rilievo anche maggiore ad ogni lineamento di questa fisionomia veramente terribile.
Paolo ebbe paura di sè stesso: gli pareva che gli effluvii dei suoi occhi, rimandati dallo specchio, gli ritornassero in frecce avvelenate; immaginate Medusa che osserva la propria testa orribilmente bella nel giallo riflesso d'uno scudo di rame.
Ci si obietterà esser difficile il credere che un giovane di mondo, imbevuto della scienza moderna, vissuto in mezzo allo scetticismo della civiltà moderna, abbia potuto prender sul serio un pregiudizio popolare ed immaginarsi d'esser dotato fatalmente d'un potere malfattore misterioso.
Ma noi risponderemmo che c'è un irresistibile magnetismo nel pensiero generale, che vi penetra vostro malgrado, e contro il quale un'unica volontà non lotta quasi mai efficacemente: c'è chi arriva a Napoli ridendosi della jettatura e finisce poi per armarsi di tutte le precauzioni cornute e per fuggire ogni individuo dall'occhio sospetto. Paolo d'Aspromonte si trovava in un caso anche più grave; aveva lui stesso il fascino; ed ognuno lo sfuggiva, o in sua presenza faceva quei segni preservativi raccomandati dal Valetta.
Per quanto il suo criterio si rivoltasse contro un simile apprezzamento, egli non poteva negare di riconoscere ch'egli possedeva tutti gli indizi denunziatori della jettatura.
Lo spirito umano, anche il più illuminato, ha sempre in se un cantuccio bujo dove s'accoccolano le schifose chimere della credulità, ove s'annidano i pipistrelli della superstizione. La stessa vita comune è così piena di problemi insolubili, che 1'impossibile vi diventa probabile Vi si può credere tutto o tutto negare: da un certo punto di vista, il sogno sussiste tanto quanto la realtà.
Paolo si sentì preso da una tristezza immensa.
Per quanto dotato dei più affettuosi istinti e della più buona natura, egli portava la sfortuna con sè; il suo sguardo, pieno involontariamente di veleno, nuoceva a coloro su cui si posava, anche se con una intenzione simpatica.
Egli aveva lo spaventoso privilegio di riunire, di concentrare, di distillare i miasmi morbosi, le dannose elettricità, le fatali influenze dell'atmosfera, per dardeggiarle tutto all'intorno di sè. Infinite circostanze della sua vita, che gli erano sembrate oscure fino allora e di cui egli aveva vagamente accusato il caso; ora si rischiaravano d'una luce livida: egli si ricordava d'ogni sorta di disgrazie enigmatiche, d'infelicità inspiegate, di catastrofi senza motivo del cui mistero ora teneva la chiave: bizzarre concordanze si stabilivano nel suo spirito e lo confermavano nella triste opinione accolta di sè stesso.
Egli rifece la propria vita d'anno in anno; si ricordò di sua madre morta nel dargli la luce, la fine infelice dei suoi piccoli amici di collegio; fra i quali, il più caro, era morto cadendo da un albero su cui egli, Paolo, lo stava a guardare arrampicarsi; quella passeggiata in barchetta così giulivamente intrapresa con due compagni e dalla quale egli era tornato solo, dopo sforzi inauditi per strappar dall'acque i corpi dei poveri ragazzi annegati nel capovolgersi della barca; l'assalto di scherma in cui il suo fioretto, rotto il bottone e cambiato così in spada aveva così disgraziatamente ferito il suo avversario – un giovane da lui molto amato: oh certo, tutto ciò si poteva spiegare ragionatamente e Paolo fino ad oggi aveva fatto così; pure, tutto ciò che v'era di fortuito in questo avvenimento gli pareva dipendesse da un'altra causa dacchè conosceva il libro di Valetta: l'influenza fatale, il fascino, la jettatura dovevano reclamare la loro parte in queste sventure. Una simile continuità di disgrazie, aggruppata sullo stesso personaggio non era naturale!
Un'altra circostanza più recente gli tornò in mente, con tutti quanti i suoi orribili dettagli, e contribuì immensamente a confermarlo nella sua desolante credenza.
A Londra, egli andava spesso al teatro della Regina, dove la grazia d'una giovane ballerina inglese l'aveva singolarmente colpito. Senza ammirarla più di quello che si può ammirare la graziosa immagine d'un quadro o d'una incisione, egli la seguiva collo sguardo fra le sue compagne del corpo di ballo, a traverso i ravvolgimenti delle manovre coreografiche; egli amava quel volto dolce e melanconico, quel pallore delicato che non arrossiva mai nell'animazione della danza; quei bei capelli d'un biondo morbido e lustro, cinti, secondo il ruolo, di stelle o di fiori; quel lungo sguardo perduto nello spazio, quelle spalle di una castità verginale che rabbrividivano sotto il binocolo, quelle gambe che sollevavano malvolenterose le loro nuvole di garza e scintillavano sotto la seta come il marmo d'una statua antica; e ogni volta ch'essa passava vicino alla ribalta, egli la salutava con un piccolo segno d'ammirazione furtiva o s'armava del binocolo per vederla meglio.
Una sera, la ballerina, trasportata dal volo circolare d'un valzer, sfiorò più da vicino quella scintillante linea di fuoco che separa, in teatro, il mondo ideale dal mondo reale; le sue leggiere vesti di silfide palpitarono come ali di colomba prossima a prendere il volo. Un becco di gas allungò la lingua azzurrina e bianca e toccò la stoffa aerea. In un istante la fiamma circonfuse la giovane, che danzò qualche secondo come un fuoco fatuo in mezzo ad un rosso splendore e poi si gettò verso le quinte, perduta, pazza dal terrore, divorata viva dalle sue vesti incendiate.
Paolo era stato dolorosissimamente colpito di questa disgrazia, di cui parlarono tutti i giornali d'allora dove, volendo, si potrebbe trovare il nome della vittima. Ma il suo dolore era privo di rimorsi. Egli non si attribuiva parte alcuna nell'accidente ch'ei più di tutti deplorava.
Ora, era persuaso che la sua ostinatezza a seguirla collo sguardo non era stata estranea alla morte della cara creatura. Egli si considerava come l'assassino di lei; egli inorridiva di sè stesso ed avrebbe voluto non esser mai nato.
A questo prostramento succedette una violenta reazione; si mise a ridere d'un riso nervoso, scagliò lontano il libro del Valetta e gridò: – Oh, in verità, io divento stupido o matto! Si direbbe che il sole di Napoli m'ha ferito il cervello. Che direbbero i miei amici del club, se sapessero che io ho agito seriamente nella mia coscienza la bella questione; sapere, se sono o no, jettatore!
Paddy, a questo punto, battè discretamente alla porta.
Paolo aprì ed il groom, formalista nel proprio servizio, gli presentò sul cuojo verniciato del suo berretto, scusandosi di non avere un piatto d'argento, una lettera di miss Alicia.
D'Aspromonte ruppe la busta e lesse:
– «Mi sfuggite dunque, Paolo? Non siete venuto jeri sera, ed il vostro sorbetto di limone s'è fuso malinconicamente sulla tavola. Fino alle nove sono stata a orecchie tese, sperando distinguere il rumore delle ruote della vostra carrozza attraverso il canto ostinato dei grilli e lo scuotìo dei tamburelli: dopo quell'ora mi bisognò perdere ogni speranza ed ho liticato col commodoro. Ammirate come son giuste le donne! – Pulcinella col suo naso nero, don Limone e donna Pangrazia hanno dunque tanto allettamento per voi? perchè io so, per mezzo della mia polizia segreta, che voi avete passato la serata al San Carlino. Delle pretese lettere importanti, voi non ne avete scritta una. Perchè non confessare alla buona e con franchezza che siete geloso del conte Altavilla? Vi credeva più orgoglioso, e questa modestia da parte vostra mi commuove. Non abbiate alcun timore; il signor d'Altavilla è troppo bello e io non ho la passione degli Apolli coi gingilli. Io dovrei assumere verso voi un contegno pieno di sprezzo superbo e dirvi che non mi sono accorta della vostra assenza; ma la verità è che ho trovato il tempo lunghissimo e che c'è mancato poco non battessi Vincenza, la quale rideva come una pazza, non so perchè; ecco!»
A. W.
Questa lettera giuliva e canzonatrice riportò del tutto le idee di Paolo ai sentimenti della vita reale. Egli si vestì, ordinò di far avanzar la carrozza e ben presto il volterriano Scazziga fece fischiare la frusta incredula all'orecchie delle sue bestie, che si slanciarono al galoppo sul pavimento di lava, attraverso la folla sempre compatta sulla passeggiata di Santa Lucia.
– Che vi piglia, Scazziga? farete succedere qualche malanno! gridò d'Aspromonte.
Il vetturino si rivoltò per rispondere e lo sguardo irritato di Paolo lo colpì in pieno volto. Una pietra che egli non aveva visto, sollevò una ruota davanti ed egli cadde di cassetta per la violenza dell'urto, ma senza farsi alcun male. Agile come una scimmia, egli rimontò d'un salto al suo posto, con un segno in fronte grosso come un ovo di gallina.
– Al diavolo se io mi rivolterò più, quando parlerai; borbottò egli fra i denti. Timberio, Falsacappa e Gelsomina avevano ragione; è un jettatore! Domani, comprerò un pajo di corna. Se non fan bene, non fan neanche male.
L'incidente urtò Paolo: lo riportava nel cerchio magico dal quale egli voleva uscire: una pietra si trova ad ogni momento sotto le ruote d'una carrozza, niente di più semplice e di più volgare d'un cocchiere malesperto che si lascia cadere di cassetta: E tuttavia l'effetto aveva seguito così da vicino la causa; la caduta di Scazziga coincideva così perfettamente collo sguardo lanciatogli da lui, che le sue apprensioni gli tornarono.
– Ho voglia, disse fra sè, di lasciar domani questo paese stravagante dove io sento il cervello sballottarmisi nel cranio come una noce secca nel suo guscio. Ma se io confidassi le mie angustie a miss Ward, ella ne riderebbe; e il clima di Napoli è così favorevole alla sua salute! La sua salute! ma ella stava bene prima di conoscermi! Giammai questo nido di cigni cullato dalle onde, che si chiama l'Inghilterra, giammai aveva prodotto una creatura più bianca e più rosea! La vita scattava dai suoi occhi pieni di luce, si spandeva sulle sue gote fresche e simili a seta; un sangue ricco e puro correva nelle vene turchine sotto la sua pelle trasparente; si sentiva attraverso la sua bellezza una forza graziosa! Oh, come ha impallidito, come s'è cambiata, come è divenuta magra sotto il mio sguardo! Come le sue mani son diventate fini; e i suoi occhi così vivi come si son cinti di tristi penombre! Tanto da dire che la consunzione le posasse le dita ossute sulla spalla! Nella mia assenza, essa ha ripreso prestamente i suoi colori; il respiro corre libero nel petto che il medico interrogava con timore; libera della mia funesta influenza, essa vivrebbe a lungo, Non sono forse io che la uccido? L'altra sera, non ha ella provato, mentre io era là, una così acuta sofferenza che le sue gote si son scolorite come al soffio della morte? Non le dò io la jettatura senza volerlo? Ma pure, forse, tutto ciò è naturale: molte Inglesi hanno delle predisposizioni alle malattie di petto.
Tali pensieri occuparono Paolo nel cammino.
Allorchè egli si presentò sulla terrazza, soggiorno abituale di miss Ward e del commodoro, le immense corna dei bovi di Sicilia, dono del conte d'Altavilla, ripiegavano le loro punte nel luogo più in vista.
Vedendo che l'attenzione di Paolo era attirata da queste, il commodoro divenne bleu: era questo il suo modo d'arrossire; poichè, meno delicato di sua nipote, egli aveva ricevuto le confidenze di Vincenza.
Alicia, con un gesto di perfetto sdegno, fece segno alla serva di portar via le corna e fissò su Paolo il suo bell'occhio pieno d'amore, di coraggio e di fede.
– Lasciatele al loro posto, disse Paolo a Vincenza; esse sono bellissime.