Théophile Gautier
Jettatura

XI

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XI

 

L'indomani di questa scena, Alicia, che aveva passato una bruttissima notte, sfiorò appena colle labbra la bibita che le portava Vincenza ogni mattina e la ripose languidamente sulla comodina presso il letto.

Ella non provava precisamente alcun dolore, ma si sentiva affranta; era piuttosto una difficoltà di vivere che una malattia; ed ella sarebbe stata imbarazzatissima se avesse dovuto accusarne i sintomi ad un medico. Ella chiese uno specchio a Vincenza, poichè una donna s'inquieta piuttosto dell'alterazione che la sofferenza può apportare alla propria bellezza, della sofferenza stessa. Ella era d'una pallidezza estrema: soltanto due piccole macchie, simili a due foglie di rosa del Bengala, cadute in una coppa di latte, nuotavano sulla sua pallidezza

I suoi occhi brillavano d'uno splendore insolito, accesi dalle ultime fiamme della febbre: ma il rosso delle labbra era meno vivo, e per farle tornar colorite, ella se le morse coi piccoli denti d'avorio.

S'alzò, s'avvolse in una veste da camera di chachemire bianco, cinse il capo in una sciarpa di velo; perchè, sebbene facesse caldo, ella era sempre un po' freddolosa, e fu sulla terrazza all'ora consueta, per non destare la sollecitudine sempre agli agguati del commodoro. Fece colazione mangiando a fior di labbra, sebbene non avesse appetito affatto; ma il menomo indizio di malessere sarebbe stato da sir Ward attribuito all'influenza di Paolo, e questo voleva la giovane evitar sovratutto.

Poi, colla scusa che la scintillante luce del giorno la stancava, essa si ritirò nella sua camera, non senza aver ripetuto più volte al commodoro sospettoso, che stava magnificamente.

Magnificamente? ne dubito, disse fra il commodoro, appena sua nipote fu uscita. Essa aveva dei toni bianchi presso l'occhio e dei piccoli colori vivi presso la sommità delle goteprecisamente come la sua povera mamma che, ancor lei, pretendeva di non esser stata mai così bene. Che fare? Toglierle Paolo, sarebbe ucciderla in un altro modo; lasciamo fare alla natura. Alicia è così giovane! Sì; ma le Parche, gelose come femmine, odiano appunto le più belle e le più giovani! Se facessi venire un dottore? ma che potere ha la medicina sopra un angelo? Eppure tutti i sintomi allarmanti erano scomparsi! Ah, Paolo ! se la colpa fosse tua, ti strangolerei colle mie mani! Ma Nancy non subiva lo sguardo d'alcun jettatore ed è morta! No, ciò non è possibile; non ho fatto niente a Dio perchè egli mi riservi questo crudele dolore! Quando ciò accadrà, sarà molto tempo che io dormirò sotto la mia pietra con sopra il solito: Alla sacra memoria di sir Joshua Ward; all'ombra del mio campanile natale. È lei che verrà a piangere e a pregare sulla pietra grigia del vecchio commodoro. Non so cos'abbia, ma sono malinconico e funebre maledettamente stamane!

Per cacciare queste idee tristi, il commodoro aggiunse un po' di rhum Giamaica al thè raffreddatosi nella tazza e si fece portare il suo hooka, innocente distrazione che egli non si permetteva che nell'assenza d'Alicia, la cui delicatezza poteva essere offuscata eziandio da questo fumo leggiero misto di profumi.

Aveva appena gettato qualche nuvoletta azzurra di fumo, che Vincenza venne ad annunziare il conte Altavilla.

Sir Giosuè, disse il conte dopo i convenevoli usuali, avete voi riflettuto alla domanda che vi ho fatto l'altro giorno?

– Ci ho riflettuto, rispose il commodoro, ma voi lo sapete, Paolo d'Aspromonte ha la mia parola.

– Sta bene; vi sono dei casi, però, in cui una parola si ritira, per esempio, allorchè l'uomo cui s'era data, per una ragione o l'altra, non è tale e quale si credeva dapprima.

Parlate più chiaramente, conte.

– Mi ripugna assalire un rivale; ma, dopo la conversazione che abbiamo avuto, voi dovreste capirmi. Se voi respingeste Paolo d'Aspromonte, m'accettereste voi per genero?

– Quanto a me, certo; ma è miss Ward che non si accomoderebbe a questa sostituzione. Essa si è fissata su questo Paolo; e la colpa è un po' mia, perchè io stesso vedeva di buon occhio quel giovane prima di tutte queste stupide storie. Scusate la parola, conte, ma il mio cervello è sconvolto!

– Volete voi che vostra nipote muoja? disse Altavilla con un tono grave e commosso.

Testa e sangue! mia nipote morire! urlò il commodoro saltando sui suo seggiolone.

Quando si toccava questa corda a sir Ward, essa vibrava sempre.

– Mia nipote è dunque seriamente ammalata?

– Non vi spaventate così presto, milord; miss Alicia può vivere ed a lungo.

– Alla buon'ora! Mi avevate sconvolto.

– Ma ad una condizione, seguitò il conte Altavilla, ch'ella non veda più il signor Paolo.

– Ah! ecco la jettatura che ritorna a galla! Disgraziatamente, miss Ward non ci crede,

Ascoltatemi. Allorchè io incontrai la prima volta miss Alicia al ballo del principe di Siracusa, e che concepii per lei una passione tanto rispettosa che ardente, fu dalla sua splendida salute, dalla sua gioja d'esistenza, dal fiore della vita, che traspariva da tutta lei, che io fui colpito. La sua bellezza ne diventava luminosa e nuotava come in un'atmosfera di benessere. Questa fosforescenza la faceva brillare come una stella; ella offuscava Inglesi, Russe, Italiane; alla distinzione britannica aggiungeva la grazia pura e forte delle antiche dee; ed io non vidi più che lei.

Veramente, era superba! Miss Edvina, lady Eleonora, mistress Jane, la principessa Vera Fedorowna morivano di dispetto; disse il commodoro incantato.

– E ora non vedete voi che la sua bellezza ha preso qualche cosa di languente, che i suoi lineamenti si attenuano in delicatezze morbide, che le vene delle sue mani si designano più azzurre di quello che sarebbe necessario; che la sua voce ha dei suoni d'una vibrazione inquietante e d'un affascinamento doloroso? L'elemento terreno scompare e lascia dominare l'elemento angelico, Miss Alicia diventa d'una perfezione eterea tale che, ditemi pur materiale, a me non piace in ragazze di questo mondo.

Ciò che diceva il conte rispondeva così esattamente alle segrete preoccupazioni di sir Ward, ch'egli restò qualche secondo silenzioso e come perso in un sogno.

– Tutto ciò è vero, disse poi; sebbene io tenti spesso farmi delle illusioni, non posso che convenirne.

– Non ho finito, disse il conte; la salute di miss Alicia prima dell'arrivo del signor d'Aspromonte in Inghilterra, inspirava forse delle inquietudini?

– Per niente! essa era la più fresca e la più lieta fanciulla dei tre regni.

– La presenza di d'Aspromonte coincide dunque, voi lo vedete, coi periodi di malattia che alterano la preziosa salute di miss Ward. Io non chiedo a voi, uomo del Nord, di prestar fede a una superstizione, se tale vi sembra, delle nostre contrade meridionali; ma convenite nonostante che questi fatti sono strani e meritano tutta la vostra attenzione.

Alicia non potrebbe essere malata... naturalmente? chiese il commodoro scosso dai capricciosi ragionamenti d'Altavilla, ma cui un certo pudore inglese riteneva dall'accettare la credenza popolare napoletana.

Miss Ward non è malata: essa subisce una specie d'avvelenamento per mezzo dello sguardo; e se il signor d'Aspromonte non è un jettatore, per lo meno è funesto.

– Che posso farci io? Alicia lo ama, si ride della jettatura e pretende che non si può dare una ragione simile a un uomo d'onore per rifiutarlo.

– Non ho il diritto d'occuparmi di vostra nipote: non sono suo fratello, suo parente, suo fidanzato; ma se ottenessi il vostro permesso, potrei io tentare uno sforzo per strapparla a questa fatale influenza? Oh, non temete; per quanto giovane. io so che non si deve far del chiasso intorno al nome d'una giovane: non commetterò delle stravaganze; abbiate abbastanza fiducia nella mia lealtà per credermi, quando vi assicuro che nel mio piano, pur tacendovelo, non v'è nulla che l'onore più delicato non possa confessare.

– Voi amate dunque molto mia nipote? disse il commodoro.

– Sì, perchè l'amo senza speranza; ma mi concedete voi dunque il permesso d'agire?

– Siete un uomo terribile, conte; ebbene, tentate di salvar Alicia a modo vostro; io sarò contento di ciò.

Il conte s'alzò, salutò, risalì in vettura e si fece condurre immediatamente all'albergo di Roma.

Paolo, coi gomiti appoggiati sulla tavola, la testa fra le mani, era immerso nelle più dolorose riflessioni; egli aveva veduto macchiarsi di sangue il fazzoletto di Alicia e sempre più infatuato nella sua idea fissa, egli si rimproverava il suo amore assassino, si rimproverava di accettare il sacrificio di questa bella creatura decisa a morire per lui; e si chiedeva per qual sacrificio sovrumano avrebbe potuto ripagare questa abnegazione sublime.

Paddy interruppe questa meditazione arrecando la carta da visita d'Altavilla.

– Il conte d'Altavilla?! che può egli volere da me? fece Paolo meravigliatissimo. Fatelo entrare.

Allorchè il Napoletano comparve sulla porta, Paolo aveva già posto sulla sua meraviglia quella maschera di glaciale indifferenza che serve alle persone di mondo per nascondere le loro impressioni.

Con una fredda gentilezza egli indicò al conte un canapè, sedette egli stesso, ed attese, in silenzio, cogli occhi fissi sul visitatore.

Signore, cominciò il conte giuocando coi gingilli dell'orologio, ciò che io debbo dirvi è così strano, così fuor di luogo, così sconveniente, che voi avreste il diritto di gettarmi dalla finestra. Risparmiatemi questa brutalità, perchè son pronto a rendervi ragione come si usa fra gentiluomini.

– V'ascolto, signore, salvo ad approfittare più tardi dell'offerta che mi fate, se i vostri discorsi non mi piacciono, disse Paolo freddissimo.

– Voi siete un jettatore!

A queste parole, un pallore verde coprì subitamente la faccia di d'Aspromonte; una rossa aureola cinse i suoi occhi; i suoi sopracigli si avvicinarono, la ruga della fronte appariva e dalle sue pupille sprizzavano come dei lampi sulfurei; egli s'alzò a mezzo, le mani nervosamente contratte sui bracciuoli della poltrona.

Era così terribile, che Altavilla, per quanto bravo fosse, afferrò uno del piccoli rami di corallo sospesi alla catena del suo orologio e ne diresse istintivamente le punte biforcate verso il suo interlocutore.

Con un supremo sforzo di volontà, Paolo si risedette e disse:

– Avevate ragione, signore: tale è, infatti, la ricompensa che un simile insulto meriterebbe, ma saprò aspettare un'altra riparazione.

Credete, continuò il conte, che non ho fatto senza gravi motivi, ad un gentiluomo, un affronto come questo, tale che non può lavarsi che col sangue. Io amo miss Alicia Ward.

– Che m'importa?

– Ciò poco v'importa, infatti, perchè voi siete amato; ma io, don Filippo Altavilla, vi proibisco di vedere miss Alicia Ward.

– Non ho ordini da ricevere da voi.

– Lo so: e perciò non spero che m'ubbidirete.

– Che motivo allora vi fa agire?

– Io ho la convinzione che il fascino di cui siete disgraziatamente dotato influisce in modo fatale su miss Alicia. È questa un'idea assurda, un pregiudizio di medioevo, che deve sembrarvi profondamente ridicolo: non lo discuto. I vostri occhi volti su miss Alicia le injettano, malgrado vostro, questo sguardo funesto che la ucciderà. Non ho alcun mezzo per impedir ciò che questo, di sfidarvi. Avevo anche pensato di pregarvi di tornare in Francia; ma ciò era troppo ingenuo: voi avreste riso di quel rivale che vi avesse detto d'andarvene e lasciarlo solo presso la vostra fidanzata sotto pretesto di jettatura.

Mentre il conte parlava, Paolo si sentiva invaso da un segreto orrore: dunque egli era davvero in preda alle potenze dell'inferno, e l'angiolo malvagio guardava per mezzo delle sue pupille! Egli seminava le catastrofi; il suo amore dava la morte! Per un momento la sua ragione fu scossa e la follia battè le pareti interne del suo cranio, colle sue ali.

Conte, in parola d'onore, pensate voi ciò che dite? gridò Paolo dopo qualche minuto d'astrazione che il Napoletano rispettò.

– In parola d'onore, io lo penso!

– Oh! sarebbe dunque vero! disse Paolo a mezzavoce; io sono dunque un assassino, un demonio, un vampiro! io uccido questa creatura celeste, e getto nella disperazione questo vecchio!

Ed egli fu per promettere al conte che non avrebbe più riveduta Alicia; ma il rispetto umano e la gelosia che gli si ridestò nel cuore lo trattennero.

Conte, fra pochi momenti sarò da miss Ward.

io vi riterrò: m'avete or ora risparmiato le vie di fatto, ve ne sono riconoscente; sarò lieto, però, di potervi veder domani, nelle ruine di Pompei, alla sala delle Terme, per esempio; ci si sta benone. Quale arme preferite? Siete l'offeso: spada, sciabola o pistola?

– Ci batteremo al coltello e cogli occhi bendati, divisi da un fazzoletto, di cui terremo un capo ciascuno. Bisogna uguagliar le partite; io sono jettatore: non avrei che ad uccidervi guardandovi, signor conte!

E Paolo d'Aspromonte scoppiò a ridere d'un riso stridente, spinse una porta e disparve.


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