Théophile Gautier
Jettatura

XII

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XII

 

Alicia stava ora in una sala bassa della casa, le cui muraglie erano ornate di paesaggi a fresco. Una tavola coperta da un tappeto turco, sulla quale giacevano le poesie di Coleridge, di Shelley, di Tennyson e di Longfellow; uno specchio a cornice antica e qualche seggiola di canne componevano tutto l'ammobiliamento del luogo; alcune stuoje di giunco della China istoriate di pagode, di rocce, di salici e di dragoni lasciavano passare una dolce luce: un ramo d'arancio carico di fiori penetrava familiarmente nella camera e si stendeva come una ghirlanda sul capo d'Alicia, scuotendo su lei la sua neve profumata.

La giovane, tuttor sofferente, era sdrajata su uno stretto canapè presso la finestra; due o tre cuscini la tenevano sollevata a mezzo; la coperta veneziana avvolgeva castamente i suoi piedi; così accomodata essa poteva ricever Paolo senza infrangere le leggi del pudore Inglese.

Il libro cominciato era sdrucciolato dalla mano distratta d'Alicia; le sue pupille nuotavano vagamente sotto le lunghe ciglia e sembravano guardare al di del mondo; essa provava quella stanchezza quasi voluttuosa che segue gli accessi di febbre; e unica sua occupazione era il morsecchiare i fiori d'arancio ch'ella raccoglieva di sulla coperta e il cui amaro profumo le piaceva tanto.

Essa pensava a Paolo e si chiedeva se veramente sarebbe vissuta abbastanza per diventar sua moglie: non ch'ella prestasse fede all'influenza della jettatura, ma si sentiva oppressa da presentimenti funebri; la notte stessa, aveva fatto un sogno la cui impressione non s'era dissipata allo svegliarsi.

Nel suo sogno, essa era sdrajata, ma sveglia, e volgeva gli occhi verso la porta della camera, presentendo che qualcuno stava per entrare. Dopo due o tre minuti d'ansiosa aspettativa, essa aveva visto disegnarsi su l'inquadratura della porta una figura svelta e bianca, che trasparente dapprima e permettendo, come una leggera nebbia, di vederne gli oggetti attraverso, aveva a poco per volta presa maggior consistenza avanzando verso il letto.

L'ombra era vestita d'una lunga veste bianca: lunghe spirali di neri capelli si ripiegavano sul viso pallido, segnato di due piccole macchie rosa agli zigomi: la carne del collo e del petto così bianca che si confondeva colla veste e che non si poteva dire dove finisse la pelle e dove cominciasse la stoffa; un fine cerchio d'oro le chiudeva il collo; la mano pallida e venata d'azzurro teneva un fiore – una rosa thea – i cui petali staccandosi cadevano a terra come lagrime.

Alicia non conosceva sua madre, morta un anno dopo la sua nascita; ma bene spesso ella si era immersa nella contemplazione d'una miniatura dai colori quasi cancellati, che mostrava i toni gialli d'avorio e pallidi come il ricordo dei morti, e che faceva pensare piuttosto al ritratto d'un'ombra che a quello d'una vivente; ed essa comprese che questa donna che entrava così nella camera era Nancy Ward, sua madre. La veste bianca, il collare d'oro, il fiore, i capelli neri, le gote macchiate di rosso; nulla vi mancava. Era proprio la miniatura ingrandita che si moveva nella realtà tutta del sogno.

Una tenerezza mista a terrore faceva palpitare Alicia. Voleva tendere le braccia all'ombra, ma le braccia, pesanti come marmo, non potevano staccarsi dal letto su cui giacevano. Tentava parlare, ma la lingua non balbettava che parole confuse.

Nancy, dopo aver posta la rosa sulla comodina, s'inginocchiò presso il letto e mise il capo contro il petto d'Alicia, ascoltando il soffio dei polmoni, contando i battiti del cuore: la gola fredda dell'ombra cagionava alla giovane atterrita da questa silenziosa ascoltazione, il senso d'un pezzo di ghiaccio.

L'apparizione si rialzò, gettò uno sguardo dolente sulla giovane e contando le foglie della rosa, disse: – non ce n'è più che una.

Poi il sonno aveva frapposto il suo velo nero fra l'ombra e la dormente, e tutto s'era confuso nella notte.

L'anima di sua madre veniva dunque ad avvertirla e a cercarla? Che significava questa frase misteriosa dell'ombra: – non ce n'è più che una? – Quella pallida rosa sfogliata era forse il simbolo della sua vita? Questo strano sogno coi suoi terrori graziosi e la sua dolcezza spaventevole, questo spettro gentile avvolto di bianco che contava i petali del fiore, preoccupava l'imaginazione della giovane; una nube di malinconia le copriva la fronte ed indefinibili presentimenti la sfioravano colle loro nere ali.

L'ora della visita di Paolo s'avvicinava. Miss Ward fece uno sforzo su stessa, rasserenò il suo volto, avvolse colle dita le buccole dei suoi capelli, accomodò le pieghe della sua sciarpa e riprese il libro per darsi un contegno.

Paolo entrò, e miss Ward lo ricevette allegramente, non volendo ch'egli s'allarmasse nel trovarla coricata. La scena che aveva avuta allora allora col conte, dava a Paolo una fisionomia così irritata, che fece fare a Vincenza il segno scongiuratore, ma il sorriso affettuoso di Alicia dissipò le nuvole.

– Non siete mica seriamente malata, spero; diss'egli sedendosi presso miss Ward.

– Oh, non è nulla! un po' di stanchezza soltanto: jeri ha fatto scirocco, e questo vento d'Africa mi abbatte, ma vedrete come io starò bene nel nostro villino del Lincolnshire!Ora che son forte, vogherò anch'io, a mia volta, sullo stagno.

Dicendo ciò, essa non potè soffocare affatto una piccola tosse convulsa.

D'Aspromonte impallidì ed allontanò gli occhi.

Il silenzio regnò qualche minuto nella camera.

Paolo, non vi ho mai dato nulla, riprese Alicia togliendosi dal dito già magro un semplicissimo anello d'oro, prendete quest'anello e portatelo per mio ricordo. Potrete metterlo, perchè avete una mano da donna; addio; mi sento stanca e vorrei tentar di dormire; venite domani.

Paolo si ritirò affranto; gli sforzi d'Alicia per nascondere la sua sofferenza erano stati inutili: egli amava perdutamente miss Ward, ed egli la uccideva! questo anello che gli aveva dato sarebbe dunque un anello di matrimonio per l'altra vita?

Egli errava mezzo pazzo sulla riva, sognando di fuggire, d'andarsi a gettare in un convento di trappisti ed ivi aspettar la morte senza rialzar mai dalla fronte il cappuccio. Egli si chiamava ingrato e vile per non saper sacrificare il suo amore, abusando così dell'eroismo di Alicia: poichè ella sapeva che egli non era se non un jettatore, come affermava Altavilla, e, presa da un'angelica pietà non lo respingeva da !

– Sì, diceva fra , questo Napoletano, questo bel conte ch'ella sdegna, è veramente innamorato. La sua passione fa vergogna alla mia: per salvare Alicia, egli non ha paura d'attaccarmi; attacca me, un jettatore, vale a dire nelle sue idee, un essere così temibile quanto un demonio. Parlandomi, egli giuocava coi suoi amuleti e lo sguardo di questo duellista celebre si abbassava davanti al mio.

Rientrato all'albergo, Paolo scrisse qualche lettera, fece un testamento col quale lasciava ad Alicia tutto cìò che aveva, salvo un legato a favore di Paddy; e prese tutte le disposizioni indispensabili ad un galantuomo che l'indomani deve avere un duello a morte.

Aprì le cassette delle sue armi, cercò fra i compartimenti di seta verde ove stavano spade, pistole e coltelli da caccia; e trovò alla fine due stiletti côrsi perfettamente uguali, che aveva comprato per farne regali ad amici.

Erano due lame di puro acciajo, spesse presso il manico, affilate ai due lati, damaschinate, curiosamente terribili e montate con cura.

Scelse inoltre tre fazzoletti e fece un pacco di tutto.

Poi prevenne Scazziga di trovarsi pronto all'alba per un'escursione in campagna.

– Oh, disse gettandosi bell'e vestito sul letto, Dio faccia che questo duello mi sia fatale! Se avessi la fortuna di essere ucciso, Alicia vivrebbe.


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