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Pompei, la città morta, non si sveglia al mattino come le città viventi, e sebbene abbia sollevato a mezzo il lenzuolo di cenere che la copriva da tanti secoli, pure anche quando la notte si nasconde, essa rimane addormentata nel suo letto funebre.
I turisti d'ogni nazione che la visitano nella giornata, sono a quest'ora sempre distesi nel letto, stanchi delle escursioni, e l'aurora alzandosi sugli avanzi della città mummia, non vi rischiara alcun volto umano.
Le lucertole sole, dimenando la coda, s'arrampicano lungo i muri, passeggiano pei mosaici infranti, senza atterrirsi del cave canem scritto su la soglia delle case deserte e salutano liete i primi raggi del sole. Sono questi abitanti succeduti ai cittadini antichi e si direbbe che Pompei non è stata dissepolta che per essi.
Strano spettacolo il vedere alla luce rosata del mattino questo cadavere di città colpita in mezzo ai suoi piaceri, ai suoi lavori, alla sua civiltà, e che non ha subito la lenta dissoluzione delle rovine ordinarie; si crede involontariamente che i proprietari di queste case conservate nei loro minimi dettagli stiano per uscire dalle porte coi loro abiti greci o romani, che i carri, di cui si scorgono ancora le rotaje sul pavimento, stiano per ricominciare a rotolare, che i bevitori stiano per rientrare in queste termopili di cui si vede ancora la marca della tessera infissa sul marmo del contatojo.
Si cammina in mezzo al passato come sognando; si legge, in lettere rosse, all'angolo delle strade, l'affisso dello spettacolo del giorno! quel giorno però è passato da diciassette secoli! Alla luce dell'alba, le danzatrici dipinte sui muri sembrano agitare i loro crotali e colla punta del loro piede bianco sollevare come una schiuma rosa lungo le loro vesti, forse credendo che le lampade stiano per riaccendersi per le orgie del triclinium; le Veneri, i Satiri, le figure eroiche o grottesche, animate d'un raggio, tentano rimpiazzare gli abitanti dispersi e fare alla città morta una popolazione dipinta. Così lo spirito può per qualche secondo darsi l'illusione d'una fantasmagoria antica.
Ma quel giorno con grande spavento delle lucertole, la severità mattutina di Pompei fu turbata da uno strano visitatore: una carrozza si fermò all'entrata della via delle Tombe; Paolo ne scese e si diresse a piedi al luogo dell'appuntamento.
Era sempre presto, e benchè il giovane fosse preoccupato da tutt'altro che dall'archeologia, egli non poteva impedirsi nel camminare, di rimarcare mille piccole insignificanze, cui in uno stato abituale non avrebbe posto mente per niente. I sensi non più sorvegliati dall'anima e che agiscono per conto proprio, hanno spessissimo una singolare lucidità. I condannati a morte, nell'andare al supplizio, vedono un fiorellino fra le fessure del pavimento, notano un numero sul bottone d'un uniforme, uno sbaglio d'ortografia sopra una insegna, o qualcun'altra di queste puerili circostanze che prende per essi un'importanza enorme.
Paolo passò davanti alla villa di Diomede, al sepolcro di Mammia, agli emicicli funerarii, all'antica porta della città, alle case e alle botteghe che circondano la via Consolare, quasi senza gettarvi uno sguardo, eppure alcune immagini colorite e vive di questi monumenti arrivavano al suo cervello con una perfetta lucidità: egli vedeva tutto e le colonne scanellate, e gli affreschi, e le inscrizioni; un annunzio di affitto, anzi, s'era scolpito così profondamente nella sua memoria, che le sue labbra ne ripetevano macchinalmente le parole latine senza darvi alcun senso.
Il pensiero del duello assorbiva dunque così Paolo? Egli non ci pensava nemmeno; il suo spirito era altrove. Nel parlatojo di Richmond. Egli tendeva al commodoro la sua lettera di raccomandazione: e miss Ward lo guardava alla sfuggita: essa era vestita di bianco ed aveva dei gelsomini nei capelli. Quanto era giovane, bella e vivace...... allora!
I bagni antichi sono in cima alla via Consolare, vicino alla via della Fortuna; D'Aspromonte li trovò facilmente. Entrò nella sala a vôlta, circondata da nicchie sorrette da Atlanti in terra cotta, che sostengono un'architrave ornata di putti e di foglie. I marini, i musaici, i tripodi di bronzo sono scomparsi. Dell'antico splendore non restano che gli Atlanti d'argilla e le mura nude come quelle d'una tomba: una luce vaga che entra da una piccola finestra rotonda, cade tremolando sulle lastre rotte del pavimento.
È là che venivano le donne di Pompei, dopo il bagno, ad asciugare i loro bei corpi umidi; a riassettare le loro pettinature, a riprender le loro tuniche ed a sorridersi nel bronzo lucido dei loro specchi. E lì, fra poco, una ben diversa scena doveva svolgersi: il sangue stava per scorrere sul suolo dove un tempo scorrevano dei profumi.
Dopo poco, il conte Altavilla comparve: egli teneva in mano una scatola da pistole e sotto il braccio due spade, perchè egli non poteva credere che le condizioni proposte da Paolo fossero serie: egli non ci aveva veduto che un sarcasmo mefistofelico.
– Perchè farne di queste pistole e di queste spade conte? disse Paolo vedendo tale panoplia; non eravamo noi convenuti intorno a un altro genere di combattimento?
– Certo; ma io credeva che voi avreste forse cambiato di parere: non ci si batte mai in quel modo.
– La mia posizione mi dà troppi vantaggi su voi, rispose Paolo, ed io non voglio abusarne. Ecco gli stili che ho portato; esaminateli; sono perfettamente uguali; ed ecco dei fazzoletti per bendarci gli occhi. Vedete; essi sono spessi ed il mio sguardo non potrà trapassarli.
E poichè il conte faceva un segno di assentimento, Paolo continuò:
– Non abbiamo testimoni; e uno di noi non deve uscir vivo di qua. Scriviamo ognuno di noi due righe che attestino la lealtà del duello; il vincitore lo porrà sul petto del morto.
– Buona precauzione, rispose il conte con un sorriso.
E tutti e due scrissero.
Ciò fatto, i due avversari si spogliarono, si bendarono gli occhi, s'armarono dei loro stili ed afferrarono ognuno una estremità del fazzoletto; linea d'unione terribile fra i loro odii.
– Sì; rispose il Napoletano calmissimo.
Altavilla era d'un provato coraggio; egli al mondo non aveva paura che della jettatura e questo duello cieco che avrebbe fatto fremere di spavento qualunque altro, non gli cagionava il menomo turbamento: egli giocava così la sua vita a testa e corona, ma non aveva il dispiacere di veder dardeggiare su lui lo sguardo giallo del suo avversario.
I due avversarii afferrarono i loro coltelli, ed il fazzoletto che gli legava framezzo a quelle fitte tenebre, si tese fortemente. Con un movimento istintivo, Paolo e il conte s'erano gettati col corpo addietro; unica parata possibile in questo strano duello; le loro braccia ricaddero senz'aver colpito null'altro che il vuoto.
Questa lotta oscura, in cui ciascuno presentiva la morte senza vederla venire, aveva un carattere orribile. Cupi e silenziosi, i due avversarii indietreggiavano, giravano, saltavano, si urtavano qualchevolta mancando o sorpassando lo scopo; non s'udiva che lo strisciar dei loro piedi ed il respiro affannoso dei loro petti.
Una volta Altavilla sentì la punta dello stile incontrar qualche cosa: egli si fermò credendo aver ucciso il suo rivale ed aspettò la caduta del corpo: – aveva toccato la muraglia!
– Perdio! credeva avervi passato da parte a parte, diss'egli rimettendosi in guardia.
– Non parlate, disse Paolo, la vostra voce mi guida.
E il duello ricominciò.
D'un colpo i due avversari si sentirono staccati. Paolo, collo stile, aveva tagliato il fazzoletto.
– Perdio, gridò il Napolitano; non ci teniamo più; il fazzoletto è rotto.
– Che importa? seguitiamo, disse Paolo.
Da nemici leali, nè il conte, nè Paolo vollero approfittare delle indicazioni date dal loro scambio di parole. Fecero qualche passo per sviarsi e si rimisero a cercarsi nell'ombra.
Il piede di Paolo mosse una piccola pietra, questo leggero rumore indicò al Napoletano, che agitava a caso il suo coltello, da che parte dovesse muoversi. Raccogliendosi sui garretti per aver più slancio, Altavilla d'un salto di tigre si slanciò.... ed incontrò lo stile di Paolo.
Paolo toccò la punta della sua arma e la senti bagnata; dei passi incerti risuonarono cupamente sulle lastre; un sospiro oppresso si fece sentire e un corpo cadde a terra di colpo.
Pieno d'orrore, Paolo calò la benda che gli copriva gli occhi e vide il conte Altavilla pallido, immobile, disteso sul dorso e colla camicia macchiata vicino al cuore d'una larga piastra rossa.
Il bel Napoletano era morto!
Paolo pose sul petto del conte il biglietto che attestava la lealtà del duello ed uscì dai bagni più pallido alla luce del sole che non lo fosse sotto la luna lo scellerato che Prud'hon fa perseguitare dalle Erinni vendicatrici.