Théophile Gautier
Jettatura

XIV.

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XIV.

 

Circa le due dopo mezzogiorno, una banda di turisti inglesi, guidati da un cicerone, visitava le ruine di Pompei: la piccola truppa, composta del padre, della madre, di tre ragazze, di due bimbi e d'un cugino, aveva già percorso con occhio glauco e freddo, dove si leggeva quella profonda noja che caratterizza la razza britannica l'anfiteatro, il teatro tragico e quello di canto, il quartier militare, il foro, la basilica, i templi di Venere e di Giove, il Pantheon e le botteghe che lo attorniano. Tutti seguivano silenziosi nel loro Murray le spiegazioni prolisse del cicerone e gettavano appena uno sguardo su le colonne i frammenti di statue, i musaici, gli affreschi, le inscrizioni.

Arrivarono alla fine ai bagni antichi, scoperti nel 1824, come faceva osservar la guida.

– Qui c'erano le stufe, il forno per scaldar l'acqua, più lontano la sala a media temperatura.

Questi dettagli dati in dialetto napoletano misto a qualche desinenza inglese sembravano interessar mediocremente i visitatori, che già facevano un voltafaccia, allorchè miss Ethelwina, la più vecchia delle signorine, fece due passi indietro e con un'aria atterrita gridò:

– Un uomo!

– Sarà certo qualche operajo degli scavi ch'è venuto qua dentro a far la siesta; c'è dell'ombra e del fresco qui; non abbiate paura, signorina; disse la guida e spinse col piede il corpo steso a terra. Ohe, destati, fannullone, e lascia passare le loro signorie.

Il preteso addormentato non si mosse.

– Non è un addormentato, è un morto, disse uno dei giovani.

Il cicerone si abbassò sul corpo e poi si rialzò bruscamente.

Assassinato! fece.

– Oh, ciò è triste! allontanatevi, Ethelwina, Kitty, Bess, fece la signora Bracebridge, non sta bene a persone ben educate guardare un tale spettacolo sconveniente! Non c'è dunque polizia in questo paese? Si sarebbe dovuto far togliere il corpo!

– Una carta! fece laconicamente il cugino.

– Infatti, disse la guida prendendo il biglietto dal petto d'Altavilla; una carta, con poche righe di scritto.

Leggete, leggete; dissero in coro i visitatori la cui curiosità era eccitata.

«Non si cerchi s'inquieti alcuno per la mia morte. Se si troverà questo biglietto sulla mia ferita, sarò morto in duello leale: – Firmato: Filippo conte d'.

Era un uomo per bene; che disgrazia! sospirò la signora Bracebridge impressionata dalla qualità di conte del morto.

– È un bel giovane, mormorò Ethelwina.

– Non ti lamenterai più ora, disse Bess a Kitty, della mancanza dell'impreveduto nel nostro viaggio: non siamo stati arrestati dai briganti, è vero, sulla via da Terracina a Fondi; ma un giovane signore ucciso di stile nelle ruine di Pompei, ecco un'avventura. Ci dev'essere una rivalità d'amore in questo! Almeno avremo qualche cosa d'italiano, di pittoresco, di romantico da raccontare alle nostre amiche. Io farò un disegno della scena sul mio album e tu ci aggiungerai delle stanze tristi alla maniera di Byron!

Bah, fece la guida, il colpo è ben dato; dal basso all'alto, in tutte le regole; non c'è niente da dire.

Questa fu l'orazione funebre del conte Altavilla.

Alcuni operai, avvisati dal cicerone, andarono a chiamare le autorità e il corpo del povero Altavilla fu riportato nel suo castello, presso Salerno.

Quanto a Paolo, egli era rimontato in vettura, cogli occhi aperti come un sonnambulo e nulla vedendo. Si sarebbe detto una statua che camminava.

Sebbene avesse provato alla vista del cadavere quell'orror religioso che inspira la morte, egli non si sentiva colpevole, e i rimorsi non entravano affatto nella sua disperazione.

Provocato in modo da non potersi rifiutare, egli non aveva accettato questo duello che nella speranza di lasciarci una vita ormai odiosa. Dotato d'uno sguardo funesto, egli aveva voluto un duello cieco perchè la fatalità sola fosse responsabile. La sua stessa mano non aveva colpito; il suo nemico s'era ferito da . Egli compiangeva Altavilla come se fosse stato estraneo alla sua morte.

– È il mio stiletto che l'ha ucciso, pensava, ma se l'avessi guardato in un ballo, uno specchio distaccandosi dal muro sopra di lui, gli avrebbe fracassato il cranio. Io sono innocente come la folgore, come la valanga, come il manzanillo, come tutte le forze distruttive e inconscienti: la mia volontà non ha mai voluto il male, il mio cuore non agogna che amore e benevolenza, ma io sono nocivo. La folgore non sa d'uccidere; io, uomo, creatura intelligente, non ho forse un severo dovere da compiere con me stesso? debbo citarmi al mio proprio tribunale e interrogarmi. Posso io rimanere su questa terra dove non cagiono che mali? Dio mi condannerebbe forse se m'uccidessi per amor dei miei simili? Questione terribile che non oso risolvere. Ma se m'ingannassi? per tutta l'eternità, sarei privo della vista d'Alicia che allora solo potrei guardare senza nuocerle, perchè gli occhi dell'anima non hanno il fascino! Oh non voglio questo!

Una rapida idea attraversò il cervello dell'infelice jettatore che interruppe il suo interno monologo.

I suoi lineamenti si rischiararono, la serenità immutabile che segue le grandi risoluzioni scacciò le rughe dalla sua pallida fronte: egli aveva preso una suprema decisione.

– Siate condannati, o miei occhi, poichè voi siete assassini; ma prima di chiudervi per sempre, saturatevi di luce, contemplate il sole, il cielo azzurro, il mare immenso, le catene azzurre delle montagne, gli alberi verdi, gli orizzonti infiniti, le colonne dei palazzi, le capanne dei pescatori, le isole lontane del golfo, le vele che radono il mare, il Vesuvio; tutto; guardate per ricordarvene, tutti questi aspetti inebrianti che non vedrete più; studiate ogni forma e ogni colore; datevi un'ultima festa. Per oggi, funesti o no, voi potete fermarvi su tutto; inebriatevi dello splendido spettacolo della creazione! Via, andate, guardate! Il sipario sta per cadere fra voi e la scena dell'universo!

In quel momento, la carrozza correva lungo la riva; la baja scintillava, il cielo sembrava tagliato in un sol zaffiro; uno splendore di bellezza rivestiva ogni cosa.

Paolo disse a Scazziga di fermare; discese, sedette sopra una roccia e guardò a lungo, a lungo, a lungo, come se avesse voluto portarsi via con l'infinito. I suoi occhi si sprofondavano nello spazio e nella luce, si rovesciavano come in estasi, s'impregnavano di splendori, s'imbevevano di sole! La notte che era per sopragiungere non doveva aver più aurora per lui!

Strappandosi a questa silenziosa contemplazione, Paolo rientrò in vettura e si recò da Alicia.

Come il giorno avanti essa era sul suo canapè nella sala bassa.

Paolo le si pose in faccia e stavolta non tenne gli occhi bassi, come faceva da che aveva acquistato la coscienza della sua jettatura.

La bellezza così perfetta d'Alicia si spiritualizzava per la sofferenza: la donna era quasi scomparsa per dar luogo all'angelo: le sue carni erano trasparenti, eteree, luminose; vi si vedeva l'anima attraverso come una luce in una lampada d'alabastro. Gli occhi avevano l'infinito del cielo e lo scintillio della stella; la vita metteva appena il suo segno roseo nell'incarnato delle labbra.

Un sorriso divino illuminò la bocca di lei, come un raggio di sole sopra una rosa, allorchè vide gli sguardi del suo fidanzato avvilupparla tutta in una lunga carezza. Credette che Paolo avesse alla fine cacciato le funeste idee sue e tornasse a lei felice e confidente come ai primi giorni, ed ella tese a Paolo la mano bianca e scarna.

– Non vi faccio dunque più paura? gli chiese con un dolce scherzo.

– Oh! lasciate che io vi guardi, rispose egli con un tono di voce singolare, inginocchiandosi presso il canapè; lasciatemi inebriare di questa ineffabile bellezza!

E contemplava avidamente i capelli lucenti e neri di Alicia, la sua bella fronte pura come un marmo greco. i suoi occhi d'un azzurro nero come quello d'una bella notte, la sua bocca di cui un languido sorriso mostrava le perle, il suo collo di cigno... e pareva notare ogni lineamento, ogni particolarità, ogni perfezione come un pittore che volesse fare un ritratto a memoria; egli si saziava dell'aspetto adorato, si faceva una provvista di ricordi, fermando i profili, ripassando i contorni.

Sotto questo sguardo ardente, Alicia, affascinata, provava una sensazione voluttuosamente dolorosa, gradevolmente mortale; la sua vita s'esaltava e sveniva; essa arrossiva e impallidiva, diventava fredda, poi ardente. Un minuto di più e l'anima l'avrebbe lasciata.

Pose la mano sugli occhi di Paolo, ma gli sguardi del giovane traversavano come fiamme le dita trasparenti di Alicia.

– E ora i miei occhi possono spegnersi; la vedrò sempre nel cuore; disse fra Paolo rialzandosi.

La sera, dopo aver assistito al tramonto del sole – l'ultimo ch'egli doveva contemplare – d'Aspromonte, rientrando all'albergo, si fece portare un braciere e del carbone.

– Che voglia asfissiarsi? disse fra Virgilio Falsacappa mentre consegnava a Paddy ciò che gli era stato chiesto: è l'unica cosa bella che potesse fare, questo maledetto jettatore!

Il fidanzato d'Alicia aprì la finestra, accese i carboni, vi ficcò la lama d'un pugnale ed attese che il ferro divenisse rovente.

La lama, fine, attraverso le brage incandescenti, arrivò ben presto al rosso bianco.

Paolo, allora, come per prender congedo da stesso, s'avvicinò ad un grande specchio posto sul camino e rischiarato da un candelliere a parecchi lumi; egli guardò quello spettro di stesso, quell'involucro del suo pensiero che non doveva più vedere, con una malinconica curiosità:

Addio, fantasma pallido che trascino da anni attraverso la vita, forma sbagliata e sinistra in cui la bellezza si mischia all'orrore; argilla segnata in fronte d'un suggello fatale; maschera convulsa di un'anima dolce e tenera! Tu stai per sparire da me per sempre: vivente, io ti getto nelle tenebre eterne e ben presto t'avrò dimenticato come il sogno d'una notte procellosa. Orsù, all'opera, vittima e carnefice!

E allontanatosi dallo specchio, sedette sul letto. Avvivò col soffio i carboni del braciere posto vicino ed afferrò pel manico la lama da cui uscivano scoppiettando delle bianche scintille.

In questo momento supremo, per quanto risoluto fosse, Paolo barcollò: un freddo sudore gli bagnò le tempie, ma ben presto dominò questa esitazione puramente fisica... ed avvicinò agli occhi il ferro ardente.

Un dolore acuto, lacerante, intollerabile fu per strappargli un grido: gli parve che due getti di piombo fuso gli penetrassero nelle pupille fino in fondo al cranio: e si lasciò sfuggire il pugnale che cadde per terra e vi fece una macchia bruna.

Un'ombra fitta, opaca, in paragone della quale la più cupa notte è splendido giorno, lo avvolgeva tutta del suo velo nero; egli volse il capo verso il camino, sul quale dovevano ardere ancora le candele, e non vide che tenebre dense, impenetrabili, ove non tremolavano neppure quei vaghi splendori che chi vede scorge se chiude gli occhi allorchè è presso ad un lume.

Il sacrificio era consumato!

– E ora, disse Paolo, nobile e dolce creatura, potrò divenir tuo senza essere un assassino. Tu non deperirai più eroicamente sotto il mio sguardo funesto: riprenderai la tua bella salute: ohimè, io non ti vedrò più, ma la tua imagine celeste risplenderà d'una luce immortale nel mio ricordo: ti vedrò cogli occhi dell'anima, sentirò la tua voce più armoniosa di qualunque musica, sentirò l'aria mossa dai tuoi movimenti, ascolterò il fremito serico della tua veste, aspirerò il tuo profumo leggiero che emana da te e ti fa come un'atmosfera. Qualche volta tu lascerai la tua mano nelle mie per convincermi della tua presenza, e ti degnerai guidare il tuo povero cieco, allorchè il piede suo sarà incerto sul cammino oscuro: tu gli leggerai i poeti, gli dirai i quadri e le statue. Colla tua parola, gli renderai l'universo perduto: tu sarai il suo solo pensiero, il suo solo sogno: privo della distrazione delle cose e dello stordimento della luce, la sua anima volerà verso te con ali infaticabili.

Che ho io da rimpiangere, se tu sei salva? che ho io perduto? lo spettacolo monotono delle stagioni e dei giorni, la vista delle scene più o meno pittoresche ove si svolgono i cento atti diversi della triste commedia umana! La terra, il cielo, le acque, le montagne, gli alberi, i fiori, vane apparenze, forme sempre uguali! Quando si ha l'amore, si ha il vero sole, la luce che non si spegne mai.

Cosi parlava il disgraziato Paolo; reso febbrile da una lirica esaltazione cui si mescolava spesso il delirio della sofferenza.

A poco a poco i suoi tormenti si calmarono; ed egli cadde in quel sonno nero, fratello della morte e consolatore come quella.

Il giorno, penetrando nella camera, non lo svegliò. Mezzogiorno e mezzanotte dovevano, ormai, aver lo stesso colore per lui; ma le campane giojosamente suonanti l'Angelus, rumoreggiavano in confuso nel suo sonno e lo tolsero, divenendogli a poco a poco più distinte, dal suo assopimento.

Sollevò le palpebre, e prima che la sua anima addormentata si fosse sovvenuta, egli ebbe una sensazione orribile. I suoi occhi s'aprivano sul vuoto, sul nero, sul nulla; come se, sepolto vivo, egli si fosse scosso dal letargo nella bara; ma si rimise tosto. Ormai non doveva esser così per sempre? non doveva egli passare ormai ogni mattina dalle tenebre del sonno alle tenebre della veglia?

Cercò a tastoni il cordone del campanello.

Paddy accorse.

Siccome egli manifestava la sua meraviglia nel vedere il padrone alzarsi cogli incerti movimenti di un cieco:

– Ho commesso l'imprudenza di dormire a finestre aperte, gli disse Paolo per tagliar corto ad ogni spiegazione, e credo essermi preso un malanno; portami al canapè e mettimi vicino un bicchier d'acqua fresca: ciò passerà.

Paddy, che aveva una discrezione del tutto inglese, non disse nulla e ubbidì il padrone.

Rimasto solo, Paolo bagnò il fazzoletto nell'acqua fredda e lo tenne sugli occhi per calmare il bruciore della ferita.

Lasciamolo in questa dolorosa immobilità ed occupiamoci un poco degli altri personaggi della nostra storia.

La nuova della strana morte del conte Altavilla s'era sparsa prontamente per Napoli ed era soggetto a mille ipotesi una più stravagante dell'altra.

L'abilità del conte nella scherma era celebre: Altavilla passava per uno de' migliori tiratori della scuola napoletana: egli aveva ucciso tre uomini, e ne aveva ferito gravemente cinque o sei, in duello. Era così ben fondata la sua fama, che egli non si batteva più. I più celebri duellisti lo salutavano gentilmente e gli avrebbero chiesto scusa se insultati da lui. Se qualcuno di questi rodomonti avesse ucciso Altavilla, non avrebbe certo mancato di farsene un vanto infinito. Restava la supposizione d'un assassinio; ma il biglietto trovato, la cui scrittura fu autenticata da persone che avevano avute dal conte più di cento lettere? La circostanza degli occhi bendati, poichè il cadavere teneva ancora un fazzoletto intorno al capo, sembrava addirittura inesplicabile. Si ritrovò, oltre lo stile piantato nel petto del conte, un altro stile sfuggito forse dalla sua mano indebolita; ma se il duello aveva avuto luogo al coltello, come mai quelle spade e quelle pistole che si riconobbero per aver appartenuto al conte e colle quali il cocchiere disse averlo portato a Pompei, dove gli aveva dato ordine d'andarsene se in capo a un'ora non fosse ricomparso?

C'era da perdere la testa.

Il rumore di questa morte giunse presto agli orecchi di Vincenza che ne istruì sir Ward. Il commodoro, il quale ricorse subito alla memoria il misterioso colloquio che Altavilla aveva avuto con lui intorno ad Alicia, travide confusamente qualche tentativo tenebroso, qualche lotta orribile e disperata, nella quale doveva essersi trovato avvolto, volontariamente o no, il signor d'Aspromonte. Quanto a Vincenza, essa non esitò un momento ad attribuire la morte del bel conte al triste jettatore, ed in ciò il suo odio la serviva come una seconda vista. Pure, Paolo aveva fatto, all'ora solita, la sua visita a miss Ward, e nulla nel suo contegno tradiva l'emozione d'un dramma terribile; anzi egli pareva fin più calmo del solito.

Questa morte fu nascosta a miss Ward, il cui stato diveniva inquietante, senza che il medico inglese chiamato da sir Joshua potesse constatare una malattia ben caratterizzata: era come una specie di svenimento della vita: una specie di palpitazione dell'anima che battesse le ali per riprendere il volo, di soffocazione di uccello sotto la macchina pneumatica, piuttostochè un male reale, possibile ad esser curato coi mezzi ordinari. Si sarebbe detto un angelo rattenuto in terra ed avente la nostalgia del cielo: la bellezza di Alicia era così soave, così immateriale, che la grossolana atmosfera umana non doveva più esser respirabile per lei.

D'Aspromonte quel giorno non venne: per nascondere il suo sacrificio, egli non voleva presentarsi colle pupille rosse riserbandosi di attribuire la sua cecità a tutt'altra causa.

L'indomani, non sentendo più dolore, egli montò nella sua carrozza, guidata dal groom Paddy.

La vettura si fermò al solito cancello. Il cieco volontario lo spinse e, tastando il terreno col piede, entrò nel sentiero conosciuto. Vincenza non era accorsa, secondo il suo uso, al rumore del campanello: nessuno di quei piccoli rumori vivaci, che sono come il respiro d'una casa vivente, giungeva all'orecchio teso di Paolo: un silenzio cupo, profondo, spaventevole, regnava in quella abitazione che si sarebbe potuto supporre abbandonata.

Questo silenzio, di per stesso sinistro, diventava ancora più lugubre fra le tenebre che avvolgevano il nuovo cieco.

I rami ch'egli non riconosceva più sembravano volerlo ritenere come bracci supplichevoli e volergli impedire d'andar più innanzi. Gli allori gli sbarravano il passo, i rosai gli si attaccavano agli abiti, le liane gli s'avviticchiavano alle gambe; il giardino intero gli diceva nella sua lingua muta: – Disgraziato! che vieni a far qui; non forzare gli ostacoli che io ti oppongo; vattene! – Ma Paolo non udiva; e tormentato da presentimenti terribili, si rotolava fra il fogliame, respingeva gli ammassi di verde, spezzava i rami ed avanzava sempre verso la casa.

Stracciato, ferito dai rami irritati, egli giunse alfine in fondo al viale.

Uno sbuffo d'aria libera 1o colpì in pieno viso ed egli continuò il suo cammino colle mani tese in avanti.

Incontrò il muro e trovò la porta a tastoni.

Entrò: nessuna voce amica gli dette il benvenuto. Non sentendo alcun suono che lo guidasse, egli rimase qualche secondo incerto sulla soglia. Un odore acre di etere, un'esalazione d'aromi, un profumo di cera bruciata, tutti i vaghi odori delle camere mortuarie colpirono l'odorato del cieco tremante di spavento: un'idea crudelissima gli si presentò allo spirito ed egli entrò nella camera.

Fatti appena pochi passi, urtò in qualche cosa che cadde con rumore; Paolo s'abbassò e riconobbe al tasto ch'era un candeliere di metallo che aveva un lungo cero.

Smarrito, egli seguitò la sua via fra l'oscurità. Gli sembrò udire una voce che mormorava delle preghiere; fece un passo ancora e le sue mani incontrarono la sponda d'un letto: si chinò, e le sue dita tremanti sfiorarono prima un corpo immobile e diritto sotto una fine tunica, poi una corona di rose e un volto puro e freddo come il marmo.

Era Alicia distesa sul letto funebre.

Morta! gridò Paolo con un rantolo soffocato; morta e sono io che l'ho uccisa!

Il commodoro, agghiacciato d'orrore, aveva veduto questo fantasma dagli occhi spenti entrar barcollando, errare a caso, e urtare al letto di morte di sua nipote: egli aveva capito tutto. La grandezza di quel sacrificio inutile fece scintillare due lagrime negli occhi del vecchio, che, in verità, credeva di non poter più piangere.

Paolo si precipitò in ginocchio a piè del letto e copri di baci la mano ghiacciata di Alicia; singhiozzi convulsi scuotevano il suo corpo. Il suo silenzio intenerì la stessa feroce Vincenza, silenziosa e cupa contro il muro, e che vegliava l'ultimo sonno della sua padroncina.

Terminati questi addii muti, Paolo si alzò e si diresse verso la porta, rigido, tutto d'un pezzo; come un automa mosso da suste: i suoi occhi aperti e fissi, dalle pupille atone, avevano un'espressione sopranaturale: sebben ciechi, si sarebbe detto che vedessero. Egli attraversò il giardino d'un passo pesante, uscì nella campagna e camminò innanzi, barcollando e prestando orecchio come per afferrare un rumore lontano ma che avanzava sempre più.

La gran voce del mare risuonava sempre più distinta: le onde, sollevate da un vento tempestoso, si rompevano sulla riva con degli immensi singhiozzi, espressione di sconosciuti dolori, e gonfiavano, sotto le pieghe di schiuma, i loro petti disperati; milioni di lagrime amare piovevano sugli scogli e gli alcioni inquieti urlavano con gridi lamentevoli.

Paolo giunse ben presto alla sommità d'uno scoglio a piombo sulle acque.

Il rumore dei flutti, la pioggia che il vento strappava al mare e gli gettava in faccia, avrebbe dovuto avvertirlo del pericolo: ma egli non se ne curò: uno strano sorriso increspò le sue labbra pallide ed egli continuò il suo cammino sinistro ancorchè sentisse il vuoto sotto il suo piede.

Egli cadde: un'onda enorme lo afferrò, lo avvolse per qualche secondo nei suoi gorghi e poi l'inghiotti.

La tempesta scoppiò allora in tutta la sua furia; le onde, come guerrieri all'assalto, assalirono la riva sollevando nembi di fumo; le nubi nere si distesero come muraglie infernali, lasciando scorgere fra le loro fessure l'ardente fornace dei lampi: splendori sulfurei, acciecanti illuminarono la vasta distesa; la sommità del Vesuvio si fece rossa e un pennacchio di cupo vapore, spiegato dal vento, ondeggiò sul cratere. Le barche cozzavano fra loro con rumori lugubri e le corde tese cigolavano fragorosamente.

Ben presto cadde la pioggia fischiando: si sarebbe detto che il caos volesse riprendersi la natura e confonderne di nuovo gli elementi.

Il corpo di Paolo d'Aspromonte non fu mai ritrovato, per quante ricerche facesse fare il commodoro.

Una bara d'ebano a borchie e chiodi d'argento, tappezzata al di dentro di seta e come quella infine di cui Clarissa Harlowe raccomanda i particolari con una grazia così melanconica al «signor falegname,» fu imbarcata a bordo d'un yacht a cura del commodoro e collocata nella sepoltura di famiglia del villino del Lincolnshire.

La bara racchiudeva la spoglia terrestre d'Alicia Ward, bella anche nella morte.

Quanto al commodoro, un cambiamento enorme si è operato in lui. La sua gloriosa pinguedine è scomparsa. Egli non mette più rhum nel thè, mangia appena, dice due parole in un giorno, il contrasto fra i suoi bianchi favoriti e la sua faccia cremisi non esiste più; il commodoro è impallidito.

 

 

 

FINE.

 


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