IL VERO.
Al dio
possente, all'oro
Che grato al vulgo splende,
L'alto febéo lavoro
Talor s'umilia e vende:
Adulatrici muse
A tal viltà son use.
Non io che
abborro aperto
L'ignoranza potente,
Non io che plaudo al merto
Che povero e languente
Spesso dimanda un pane
Con le querele vane.
Pêra chi 'n
ricco avvolto
Sibaritico manto
Giammai non bagna il volto
D'affettüoso pianto,
E levando la testa
I miseri calpesta.
Pêra chi sol
dal padre
Retaggio d'auro s'ebbe,
E con le mani ladre
Le ree dovizie accrebbe,
Mentre il tapin si dole
Per la digiuna prole.
Mentre la
verginella,
Semplicetta e pudica,
Ei del rossor suggella
Che si lava a fatica,
Mentre alla madre in petto
Versa affanno e dispetto.
Cetra,
rimosso il velo,
Ogni timor discaccia;
Alza il tuo canto a cielo,
Ed ai potenti in faccia
Sostenitor del vero
Leva il grido severo.
Nè cágliati
se il mondo
A un cenno lor si prostra;
Del tuo disdegno il pondo
Gravi sull'età nostra,
Che svergognata e trista
Solo i buoni contrista.
Ne' tetti
ove ignorato
Il cittadino ha stanza,
Inoltrasi 'l beato
Per redata sostanza,
A cui balena in viso
Insultator sorriso.
E con volto
procace,
Con menzogneri accenti,
Rapir tenta la pace
A due cori innocenti
Che aggiunti erano insieme
Da vereconda speme:
Per poi
narrar con vanti
Il trionfo codardo,
E su i traditi amanti
Vôlto il maligno sguardo
Schernir gli amari danni
De' meditati inganni.
Fiamma
d'onor non ferve
Entro quel petto mai;
Pur con voci proterve
Spesso dal vile udrai,
Nova colpa, lodata
La virtù profanata.
Cetra, sia
modo all'ire,
Al generoso sdegno;
Non s'abbellì al tuo dire
Chi de' tuoi detti è indegno:
È vana la rampogna
A chi non ha vergogna.
Ma non
t'asconder, cetra
Di tua ragione altera;
I rozzi cori spetra
Della mondana schiera;
Di' che i carmi non vendi,
Che ad adular non scendi.
Sei libera,
sii forte:
Un pane a me non manca;
A me terror di morte
La guancia non imbianca:
Vivo negletto, oscuro,
Ma l'empia età non curo.