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LA GLORIA.
Talor m'impenna al tardo ingegno l'ali,
E lo toglie di terra ove sdegnoso
Di sua fralezza giace: agl'immortali
Gioghi di Pindo alzo la mente, e parmi
Ridon quelle pendici, e vi germoglia
L'arbor vittorïosa avuta a scherno
Da chi posta ha nel fango ogni sua voglia.
Da chi di mal s'adorna, o i dì consuma
Che già posâr sull'ardue cime i vanni,
Erran fra l'erbe e i fiori e gli odorati
Densi laureti che non temon d'anni:
Suonan canti soavi, un'aura dolce
Il fortunato stuolo, e ad un bel lauro
Stendo l'avida man; ma ratto il viso
Bieco vólgonmi i vati, e quel tesauro
Che li fa paghi, e me di brama accende,
Da lor mi si contende.
Alla giusta repulsa, e in un baleno
La visïon dispare; ermo, solingo
Rimane il loco, ogni splendor vien meno;
Perdo la speme dell'altezza, e sento
Per tempo all'alta fronde ove 'l disio
D'onor che vi pungea feste satollo,
Voi nel cui petto suscitava un Dio
Superna fiamma inspiratrice, e vanto
La turba rea, che al vero ha l'occhio losco,
Vostra dovizia ignota, e intenda a' vezzi
Di bene a veder dolce, a provar tòsco:
Splende fra l'ombre dell'età selvaggia
Ma non quel grido che di voi ragiona:
Strugge l'umane cose orribil guerra,
E 'l nome vostro ognor più grande suona:
Sul vostro avello il tempo orma non lassa,
Spesso al chiaror m'assillo allor che tace
Tutto d'intorno, e con vicenda alterna
Dà la notte al mortal riposo e pace;
E nelle vostre carte inteso il guardo,
Raccapriccio in mirar di sangue un rivo,
Delle madri 'l lamento al cor mi giugne:
M'alletta un lieto canto, un dì festivo.
Chi mi darà che vi traluce in volto?
A che d'affetti glorïosi avvampo?
A che la vostra eterna voce ascolto?
Per me non fa metter le vele ardito,
Col tenue stelo invan dell'elce antica
Il saldo tronco d'emular s'affanna;
Augel palustre indarno s'affatica
Se dell'aquila al par lunge dal suolo