LA NOTTE.
Già della
mesta notte
Diffuso è 'l casto velo;
Lor vie non interrotte
Compiono gli astri in cielo;
Olezza un'aura pura
Che allieta la natura.
Fiso nel raggio
amico
Della ridente luna,
Rammento il tempo antico,
E sprezzo la fortuna,
Che volubile scherza,
E sempre i buoni sferza.
Rivolgo il
passo errante
Fra le grandi ruine,
D'onde spiccâr le piante
Già l'aquile latine;
Il fôro ammiro e gli archi
D'opime spoglie carchi.
Ma mentre
l'ore io spendo
Nel tacito vïaggio,
E l'estro ai canti accendo,
V'ha chi di me più saggio
Al lume dei doppieri
Veglia in ozi e in piaceri.
Nelle dorate
sale,
Sede già d'avi illustri,
La cui gloria risale
A' più remoti lustri,
Snello talun s'avanza
Fra i canti e fra la danza.
E deposto il
cipiglio
Che con la plebe assume,
Fa lusinghiero il ciglio,
Ed espugnar presume
Di facile bellezza
La simulata asprezza.
A che
stancar l'ingegno
Nelle sudate carte
Or che sol auro ha regno
E gli onori comparte?
Meglio è 'l forzier capace
Empier con man rapace.
Qui dove
impera il gioco
E la letizia e 'l riso.
Non giugne il gemer fioco
Del poverel che, assiso
A vil desco sprovvisto,
Pianger talor fu visto.
Dunque si
goda, e intanto
Si faccia plauso al merto
Di chi temprando un canto
Colse scenico serto
Del sospirato alloro
Di vati e re decoro.
Qui a piena
man si versa
Largo nembo di fiori,
Di che vedi cospersa
La vezzosetta Clori,
Perchè con agil piede
Rapido l'aura fiede.
Qui raccolta
si mira
La gioventù bennata,
Che freme, che sospira,
E stassi trasognata
Mirando il vago e destro
Volubil piè maestro.
E qui di
carmi eletti
S'intesse una corona,
Che loda i muti affetti,
La tornita persona,
L'ôr, l'avorio, i cinabri
Del crin, del sen, de' labri.
Così del bel
paese
La fama oggi s'eterna;
Con sì leggiadre imprese
Si regge e si governa
D'Italia mia la grave
E combattuta nave.
Son nella
tomba scesi
I più sovrani ingegni;
Niuno a cantar li ha presi
Quasi di laude indegni....
V'ha têmi or più sublimi:
Le cantatrici e i mimi.