LA SOLITUDINE.
Là nel
confin remoto
Del limpido orizzonte,
Ove l'etere immoto
Sembra posar sul monte,
Rapido più che dardo
Drizzo l'avido sguardo;
E l'occhio
mio s'imbatte
Nelle sassose creste
Del lontano Soratte,
Che al Sol s'irraggia e veste
Infra gli estivi ardori
Di fulgidi colori.
Là dove
l'aura lieta
Scherza con dolce impero.
Per voluttà secreta
S'innalza il mio pensiero:
Ivi aggirarmi agogno
Nelle veglie e nel sogno.
Felice me,
se tolto
Del mondo al lezzo impuro,
Di tutte cure sciolto
In umile abituro
Alfin di pace adorni
Menar potessi i giorni!
Già della
vampa estiva
È tormentoso il foco,
L'anima fuggitiva
Aspira a un alto loco
Ove zefiro leve
Faccia l'äer men greve.
Sull'alpestre
pendio
Di solitari monti
Osan gli uomini a Dio
Levar le meste fronti,
Chè innanzi al divin trono
Tutti fratelli sono.
Ma nella
cerchia angusta
Di cittadine mura
La nobiltà vetusta
Leggi, pudor non cura,
E povertate onesta
Non può levar la testa.
Se il sangue
tuo discese
Da prosapia lontana,
Se ignobile nol rese
Plebea schiatta villana,
Se il padre o l'avo antico
Fu di remanti amico,
Se nel tuo
petto splende
Aurea gemmata croce;
Autorevol si rende
Nella città tua voce,
Ed ogni tuo consiglio
Di sapïenza è figlio.
Tu passi, e
'l capo inchina
Rispettosa la plebe:
Tutti anzi la divina
Tua maestà son zebe,
E beato si crede
Chi può caderti al piede.
Tu, conscio dell'altrui
Cieca vita servile,
Mostri negli atti tui
Alma superba e vile;
A' timidi conigli
Stendi i rapaci artigli.
Tu i
sospirati onori
A piena man dispensi
Solo a' devoti cori
Che ti bruciâr gl'incensi,
A chi lusinga e finge,
Nè di rossor si tinge.
Oh! su la
turpe scena
Un denso vel si cali:
M'è ribrezzo, m'è pena
Lo svelar a' mortali
Le ascose opre di voi
Che vi credete eroi!
Là del
Soratte in vetta
Andrò contento e solo,
Siccome nuvoletta
Che disciogliendo il volo
Lascia per arduo calle
La paludosa valle.