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LA FELICITÀ.
Ma virtù salda che perenne dura.
All'uom ch'è segno a' colpi di ventura:
E 'l tempo domator tutto distrugge.
Alma bennata alla dolcezza schiusa
Delle ricchezze il vil pendo ricusa,
In franca povertà vive contento.
Che tanto avara sete ama ed apprezza,
La vigile paura e la dubbiezza;
Sorge la buia notte e lo funesta.
D'un arboscello al rezzo o in tetto umile,
E i dì gl'infiora un sempiterno aprile,
E spensierato accanto
Al fido gregge alza giulivo il canto.
Per cupidigia lacerò la terra,
E, novo seme d'implacabil guerra,
Che molte genti fe già viver grame!
Prima n'ebbe le vesti, 'l crine, il seno,
E al secol forsennato
Recava in dote il suo mortal veleno,
La semplice natura verginella!
Cara non è la mammoletta e vaga?
Non fiammeggia la rosa e non appaga?
Men candido e gentil si pare il giglio?
Il ver sua voce e inesorabil tuona
Che di quercia e d'allôr non s'incorona,
Deride il vulgo e ne fan preda i venti.
Tanto vivranno, i posteri remoti
Disse forte il timor, giuste le frodi.
Gridò dell'età sua guasto il costume.
Dall'ignoranza che sedeva in piume,
Le antiche glorie del terren natale.