LA VITA CAMPESTRE.
Aure soavi e
liete,
Che su' placidi colli
L'agil ala movete
Tutte olezzanti e molli,
Temprate almen per poco
De' giorni estivi 'l foco.
Sul basso
aer pesante
Della città gravosa
L'alto sole fiammante
Quasi re si riposa:
Qui venticel non spira,
Ma Libeccio s'adira.
Meglio è
vagar su i poggi
Che al Tebro fan corona,
Fra i rusticani alloggi
Ove spesso risuona
Il canto de le belle
Gagliarde villanelle,
Che
baldanzose in giro
Sciolgon semplice danza,
Mentre un caldo desiro,
Un'accesa speranza
Appar sul volto adusto
Dell'arator robusto.
Là intorno
ad umil desco
Dolce è seder raccolti
All'aër puro e fresco,
D'ogni aspra cura sciolti,
Tuffando ne' bicchieri
I molesti pensieri.
E quando il
sol si cala
Dietro i monti lontani,
E tace la cicala,
Desto il latrar de' cani,
M'è grato a rozzi suoni
Sposar rozze canzoni.
O tranquilli
soggiorni
Di libertarie agreste,
Fra voi scorrono i giorni
Cinti di rosea veste;
Per voi solo gradita
Può chiamarsi la vita!
Qui non ti
vedi a fianco
Il nobile superbo,
Torbido in viso e bianco,
Alteramente acerbo;
Qui non t'è d'uopo il labbro
Far di menzogne fabbro.
Ignota è qui
la scala
Degl'iterati inchini;
Il pane non s'invola
A innocenti e tapini,
E sol si maledice
All'ignavia felice.
Fra voi la
lira mia
A non mentire apprese;
Fra voi calcai la via
Delle onorate imprese,
Ed ebbi 'l vizio a sdegno
Indomabile ingegno.
So ch'ai
potenti è dato
Il dispensar favori:
Me non fanno beato
I lor bugiardi onori:
Non m'è legge il bisogno,
Solo alla fama agogno.
Lungi dagli
aurei tetti
Io mi vivrò più lieto;
Lodator non m'aspetti
Chi, con empio divieto,
Chiude le dure porte
All'uom ch'è in umil sorte.
Su le verdi
pendici,
Fra i rigogliosi tralci
Menerò dì felici:
Gli orni, le quercie, i salci
Daranno alla mia testa
Un'ombra non funesta.
Sarà del
plettro mio
Libero il suon, giulivo;
E coprirò d'oblio
Chi, di virtude schivo,
A stupido signore
Vende pace e pudore.