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LA SPERANZA.
No; fin che stolti e tralignati i figli
D'Italia fuggiran gl'itali amplessi;
Apriranno le menti, e allo straniero
Prostrati sempre, tradiran sè stessi,
Non fia risorga il lor vetusto impero.
Al Vaticano, al Campidoglio vôlti
Non han gli sguardi, e di memorie antiche
L'itale madri a vane fogge intese:
Troppe son l'alme del valor nemiche,
D'ozio pasciute, d'avarizia offese.
Del trïonfale Tebro, ecco, deserto
Lasciano il lido, e sull'estrania Senna
I nostri ingegni: omai le glorie avite
Non rammenta fra noi lingua nè penna;
Son le nostre corone inaridite.
Diva religïon che sola infrena
I ribellanti affetti, e schiude il varco
Che mai non pêre ed ogni gaudio avanza,
Giace in oblío: molti, diritto l'arco
A ben caduco, in lui pongon fidanza.
E il primo seggio sospiriamo? ed alto
Sciogliam querele, ed alla ria fortuna
Da noi s'impreca? E non è nostra colpa
Se siam caduti al basso, e se ciascuna
Gente fra noi vie più di ben si spolpa?
Guasti, divisi, di conforto cassi,
Perchè le voglie non drizziamo alfine,
Sul cammino che solo adduce a gloria?
Spente son dunque le virtù latine?
Muta è la voce della prisca istoria?
Un dì vedemmo il cittadin contento
A parca mensa, ad ignorato ostello;
Non era fatto dio, ma brame umíli
Ne albergavano in seno, ed era bello
Morire innanzi che mostrarsi vili.
Del comun bene amanti, in noi tacea
Ogni privato affetto: a' sommi onori
Solo allor non giugnea
Chi gía d'un nome o di dovizie adorno;
Ardea la patria carità ne' cori,
Non era ancor la povertate scorno.
Ed or che luce folgorò sincera
Dalla divina legge, or fatti ciechi
Ad emular noi divenimmo inetti!
In noi stessi volgiamo i ferri, e biechi
D'ira ci trafiggiam l'un l'altro i petti!
Or via, della discordia il tristo seme
Lontan si getti, e mirinsi una volta
Per la legge d'amor l'ausonie genti:
Sia tanta infamia al bel paese tolta,
Sieno tanti odi cittadini spenti!
Dell'armi al grido un giorno impetüosi,
Come lïoni cui la preda incita,
I guerrier nostri in campo: udia la terra
Il suon della minaccia, e impaurita
Scoteasi al nembo annunziator di guerra.
Sparve la gloria di quei dì!.... Col senno
Riponiamci in altezza; altrui si mostri
Non seguiam l'arti, che virtù natia
Porge alimento a' miti ingegni nostri,
Che forte è l'alma, che la mente è pia.
Tolte le basse gare, in noi si cerchi
Il vero, il grande, e delle stranie fonti
L'umor che abbonda da' natali rivi:
Leviam, leviamo le avvilite fronti;
I nostri spirti la speranza avvivi.
Raggio di speme la terrena argilla
Spesso suscita all'opra: un giorno tutti
Risorgeremo a più beate sorti:
Sa menar questo suolo anco i suoi frutti,
Questa terra non è terra di morti!