Achille Monti
Odi

Ode XI.   LA SPERANZA.

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Ode XI.

 

LA SPERANZA.

 

No; fin che stolti e tralignati i figli

D'Italia fuggiran gl'itali amplessi;

Fin che a pravi consigli

Apriranno le menti, e allo straniero

Prostrati sempre, tradiran stessi,

Non fia risorga il lor vetusto impero.

 

Al Vaticano, al Campidoglio vôlti

Non han gli sguardi, e di memorie antiche

Parlar più non ascolti

L'itale madri a vane fogge intese:

Troppe son l'alme del valor nemiche,

D'ozio pasciute, d'avarizia offese.

 

Del trïonfale Tebro, ecco, deserto

Lasciano il lido, e sull'estrania Senna

Cercan lurido serto

I nostri ingegni: omai le glorie avite

Non rammenta fra noi lingua penna;

Son le nostre corone inaridite.

 

Diva religïon che sola infrena

I ribellanti affetti, e schiude il varco

Alla vita serena

Che mai non pêre ed ogni gaudio avanza,

Giace in oblío: molti, diritto l'arco

A ben caduco, in lui pongon fidanza.

 

E il primo seggio sospiriamo? ed alto

Sciogliam querele, ed alla ria fortuna

Che ognor ne move assalto

Da noi s'impreca? E non è nostra colpa

Se siam caduti al basso, e se ciascuna

Gente fra noi vie più di ben si spolpa?

 

Guasti, divisi, di conforto cassi,

Perchè le voglie non drizziamo alfine,

E non volgiamo i passi

Sul cammino che solo adduce a gloria?

Spente son dunque le virtù latine?

Muta è la voce della prisca istoria?

 

Un vedemmo il cittadin contento

A parca mensa, ad ignorato ostello;

L'ambizïoso argento

Non era fatto dio, ma brame umíli

Ne albergavano in seno, ed era bello

Morire innanzi che mostrarsi vili.

 

Del comun bene amanti, in noi tacea

Ogni privato affetto: a' sommi onori

Solo allor non giugnea

Chi gía d'un nome o di dovizie adorno;

Ardea la patria carità ne' cori,

Non era ancor la povertate scorno.

 

Ed or che luce folgorò sincera

Dalla divina legge, or fatti ciechi

Noi quell'età primiera

Ad emular noi divenimmo inetti!

In noi stessi volgiamo i ferri, e biechi

D'ira ci trafiggiam l'un l'altro i petti!

 

Or via, della discordia il tristo seme

Lontan si getti, e mirinsi una volta

Tutte congiunte insieme

Per la legge d'amor l'ausonie genti:

Sia tanta infamia al bel paese tolta,

Sieno tanti odi cittadini spenti!

 

Dell'armi al grido un giorno impetüosi,

Come lïoni cui la preda incita,

Uscian d'ozio sdegnosi

I guerrier nostri in campo: udia la terra

Il suon della minaccia, e impaurita

Scoteasi al nembo annunziator di guerra.

 

Sparve la gloria di quei !.... Col senno

Riponiamci in altezza; altrui si mostri

Che d'Annibale o Brenno

Non seguiam l'arti, che virtù natia

Porge alimento a' miti ingegni nostri,

Che forte è l'alma, che la mente è pia.

 

Tolte le basse gare, in noi si cerchi

Il vero, il grande, e delle stranie fonti

Il velen non soverchi

L'umor che abbonda da' natali rivi:

Leviam, leviamo le avvilite fronti;

I nostri spirti la speranza avvivi.

 

Raggio di speme la terrena argilla

Spesso suscita all'opra: un giorno tutti

Dall'Alpi estreme a Scilla

Risorgeremo a più beate sorti:

Sa menar questo suolo anco i suoi frutti,

Questa terra non è terra di morti!


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