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LA POESIA.
Spirami l'aura tua che l'estro avviva,
Fa che la voce mia
Erri deserta per l'ausonio lido;
Splende sul capo tuo l'antica stella.
Te non fa schiava la vergogna nostra;
Si pare ancor l'origine celeste.
Non fu da nebbia e non trovò confini:
Folgoreggiava di maggior baleno.
Si mostrò più leggiadro il tuo bel viso,
Quando nell'idïoma
Suonasti, o Dea, della vittrice Roma.
Tu non l'avesti a vile,
Anzi cotanto sua beltà ti piacque,
Dell'Alighieri e del Petrarca al canto.
Ch'or neghittosa assonna,
O sconoscente le sue glorie atterra;
Che il mondo innanzi a lei muto inchinossi.
Colsero guiderdon di mirti e allori:
Delle Sirene al modular divino.
Così che ancor rimbomba
Fatto immortale il nome suo tra noi,
L'italo suolo non invidia Omero.
Ma come della valle
Posa de' verdi poggi al verno algente,
Boreal nebbia nostre glorie ammorta.
L'età novella d'irti bronchi e spine;
Ti fanno ingombro orride nubi e gelo.
Sarai per poco; ornata
Di tua bellezza leverai la testa:
E tue son pur quest'itale contrade.
Qualche gentil ch'al tuo chiamar risponde;
E del novo trionfo aspetta l'ora.