LA LINGUA.
Alta la notte
rema
Già su la terra stanca,
Nè perchè il dì si spegna
La crudel guerra manca
Che va spargendo i mali
Fra i miseri mortali.
Altri che
inteso ha l'arco
A scellerate voglie,
D'empie speranze carco
Vani tesori accoglie,
Alla rapina intende
Cúpido, e la man stende.
Ai genïali
letti
Altri la pace invidia,
E, in cerca di diletti,
Onor, virtute insidia,
Nè ad appagar sue brame
Stima alcun mezzo infame.
Ma Dio, che
legge intanto
In core a' sozzi vermi,
Versa sovr'essi '1 pianto,
Li fa dolenti, infermi
E la vergogna e il lutto
Son della colpa frutto.
Al raggio
amico io seggo
Della notturna lampa,
Le antiche geste leggo,
Ed il mio seno avvampa
Nel sollevar la mente
Dalla viltà presente.
O Studio la
favella
Gentil d'Italia mia,
Casta, soave, bella,
Feconda d'armonia,
Di numeri eloquenti,
De' più leggiadri accenti.
Nè i miei
pensieri adesca
De' novator l'ardire,
Che i meno cauti invesca
Cui non grava avvilire
L'italo stile, e insani
Corrono a' fonti estrani.
Rio da
petrosa sponda
Chiuso sovente ho visto
Menar limpida l'onda;
A impure acque commisto
E forza pur ch'egli abbia
Limacciosa la sabbia.
Marcar
novelli modi
Da straniero linguaggio
Sien pure ambite lodi
Di chi si crede saggio
Perchè con plauso accolto
Spesso è dal volgo stolto.
Io nelle
prische carte
Rivestirò il pensiero,
Ch'ivi natura ed arte
Posero il magistero,
Nè i modi almi soavi
Rinnegherò degli avi.
O schiava
itala terra,
Serba la lingua almeno!
Non è la patria a terra,
Non è il servaggio pieno,
Fin che da noi si mostra
Che la favella è nostra.
Delle vetuste
glorie
Questa rimanci sola:
Se i regni, le vittorie
A noi la sorte invola,
Suoni almen nel lamento
Il grave italo accento.