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LA SAPIENZA.
Dolce è veder la porporina rosa
Mista ai bianchi ligustri, e il sen gentile
Su cui candido vel leve si posa;
D'un riso al lampeggiar fatti celesti.
Ratto s'invola al varïar degli anni,
E il mondo dietro la ridente scena
Infido asconde lacrimosi inganni,
Fuggon, se mesto è il cor, grazie e diletto.
Solo se la favilla
Di ciel che in noi si chiude ergesi altera,
Sdegna le basse strade, a la tranquilla
Sede poggiando ove il saper s'invera,
E di luce perenne il crin ne cinge.
Far dome genti, e contrastato impero
Su popoli fondar barbari, ignoti,
Vagheggia uso al pugnar spirto guerriero;
Nasce, pura non splende e tosto langue.
Vola dietro le ruote un indistinto
Gemere ed imprecar sopra il mortale
Che l'oppresso fratel di ferri ha cinto;
Del predatore i dispietati artigli.
Alza le grida a cielo ed inni intuona
A chi surse calcando il sangue umano;
Ma trema a lui sul capo la corona:
Una furia ha nel sen che lo funesta.
Ma chi per innocenti
Studi dilata della mente il regno,
Non ode intorno disperati accenti,
E trionfar ben può del chiaro ingegno
E nostra inferma umanità ristora.
Le moli glorïose, e vile armento
insulta ignaro alle deserte glebe
Che già sparsero intorno armi e spavento,
Pensoso arresta il vïatore i passi.
Del gran cieco Smirnèo, domata l'ira
Del tempo struggitore, ancor rimbomba
Dopo mille anni e mille e' vati inspira;
Che il capo venerato a lui circonda.
Di tanti sommi, e contro lor si frange
Il furor dell'invidia e dell'etate;
Ancor la patria li rammenta e piange,
Fatta immortal dalla non compra istoria.
Sapïenza, tu sola eterna vivi:
Felice inver chi d'alta fiamma acceso
Sa dissettarsi a' tuoi profondi rivi!
Il tuo fulgore, e da te volge il piede!
Deh splendi sull'Italia, e la fa bella!
Fuga, o Diva, da lei la notte truce,
Suscita questa donna or fatta ancella;
E la ritorna alla grandezza antica!