Achille Monti
Odi

Ode XVIII.   L'EDUCAZIONE.

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Ode XVIII.

 

L'EDUCAZIONE.

 

Invan sorride, invano

Largo il cielo a' mortali: ove non giunga

Saggia e pietosa mano

Che tempri i caldi affetti, i tardi punga,

Inutile è 'l suo dono, e tosto in seno

La cara pianta di virtù vien meno.

 

Oimè! del senno antico

Miro negletti i fonti, e l'età nuova

Non mostra il volto amico

All'esempio degli avi! Or sol ne giova

Stolti seguir quel che in estrania riva

Nasce, e aspettato a' nostri lidi arriva!

 

Del latino idioma

Grato a non guaste orecchie, or più non s'ode

Il maschio suon; di Roma,

D'Atene è spenta la gentil melode;

L'itala poesia già mozzo ha il crine,

E si veste di foggie pellegrine.

 

Nell'aule de' potenti,

Che in braccio a faticoso ozio mai sempre

Traggono i , non senti

Un italico detto; in aspre tempre

Suonan barbare lingue, ed obliata

De' padri è la favella intemerata.

 

Del ver la voce santa

Rado dentro ascolti, e di sue fole

Vago mastro l'ammanta,

Leve testor di galliche parole;

Onde Sofia, non più reina, tresca

In corta gonna quasi vil fantesca.

 

Di perigliosi balli

Ivi l'arte s'impara, e guidar cocchi,

Ed infrenar cavalli,

E atteggiar la persona e volger gli occhi,

E fingere il pudor dove è morto,

E scaltro riso e favellare accorto.

 

O prischi itali petti,

O romane incorrotte alme sdegnose,

Sacri felici tetti,

Culla a forti guerrieri, a fide spose,

Ove ne andaste? Perchè a' rei nipoti

Son di gloria, d'onore i nomi ignoti?

 

Il cittadin ch'estolle

Ai grandi 'l guardo e a di lor fa speglio,

Apprende il viver molle,

Al peggio inchina e chiude gli occhi al meglio;

Il fasto inerte, il viver empio imita,

E improvido alla colpa i figli invita.

 

Quindi ogni legge vana,

Smodate voglie, ambizïon crudele;

Quindi la plebe insana,

Ch'empie tutto di furti o di querele;

Quindi i patti disciolti,

Le man sanguigne, impalliditi i volti.

 

O patria mia, d'armati

Scese dall'Alpe un torbido fiume,

Che i tuoi campi beati

Devastò, spense il mite aureo costume;

Ma pur ti rimanea ne la sventura

Intelletto non servo e lingua pura.

 

Or più malvagia peste,

O , le tue terre invade;

Furia in sembianze oneste,

Archi non tende, non brandisce spade,

Ma dolcemente di venen t'infetta...

E tu, cieca, non sorgi alla vendetta?

 

Padre del ciel, deh purga

Dalla lue maledetta il mio bel nido;

Fa che Italia risurga

In sua grandezza; a me rafforza il grido,

Sì ch'io svegli costei che neghittosa

Il capo stanco su le coltri posa!


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