LA LODE.
Del torbido
Anïene
Su le deserte sponde,
Ove del Tebro viene
A perdersi nell'onde,
Fra le zolle infeconde
Io seggo addolorato,
Vôlto al tempo passato.
Qui dove
solo il lento
Bove protende 'l muso,
Ed il lanuto armento
S'addossa in grembo al chiuso,
Crescea di guerre all'uso
In Antenna vetusta
La gioventù robusta.
Alla
palestra, al salto
Qui s'addestrava, all'armi;
Qui si levaro in alto
Templi, colonne e marmi:
Là sovra il colle parmi
Ancor sorgere ardita
L'ampia città turrita.
Ma chi
dipinge a un tratto
Alla rapita mente
Le grida, il volar ratto
Di soldatesca ardente
Che, nel ferro lucente,
Colli e pianure invade
Fra il cozzo delle spade?
Il veggo, io
lo ravviso
Dell'elmo all'irta chioma,
Al formidabil viso....
È il regnator di Roma,
Che ancor da lui si noma....
Rimbomba per le valli
Suon di trombe e cavalli.
L'oste
somiglia a flutto
Che sul lido si slancia;
Tutto già piega, tutto
Alla romana lancia;
Nè di pietà la guancia
Pinge, nell'ira atroce,
Il vincitor feroce.
È sogno il
mio? Caduta
È Antenna, e rasa al suolo:
Solitudine muta
Qui sta, muto sta il duolo:
Su questi campi al volo
L'ali dispiega torvo
E dispettoso il corvo.
Or
superbite, o forti
Cui fa temuti l'oro!
Invan vi fate accorti
Nell'ammassar tesoro:
Caggion gl'imperi, in loro
Ancor quel germe regna
Che la lor fine segna.
Sin le città
più altere
Piglia l'etade a scherno:
Solo virtù non pêre,
E lascia il nome eterno.
Moderator superno
E dell'uman legnaggio
Un Dio possente e saggio.
Noi popoli
redenti
Dal Sangue dell'Agnello,
Perchè viviam dolenti
Qui nel terreno ostello?
Perchè facciam sgabello
Del capo degli oppressi
Per sollevar noi stessi.
Voi, cui
donò la sorte
D'aure e di gemme copia,
Spezzate le ritorte
Alla gemente inopia.
Ah! mal per voi s'appropia
Al patrimonio immenso
De' poverelli 'l censo.
L'uom che al
tapino ignudo
Porge amorosa mano,
Che all'innocenza è scudo,
Che piange al pianto umano,
Non sarà grande invano:
De' benéfici 'l grido
Vola di lido in lido.
Io pur,
desta la lira
Esalterò quel prode;
Vôlta in amore l'ira,
Con più gentil melode
Favellerò di lode:
Farò col canto mio
Plauso a' potenti anch'io.
E il postero
più tardo
Dirà: – Fu giusto il vate:
Non inchinò codardo
Chi ha mani insanguinate;
Cantò l'opre onorate
Di chi versò l'argento
Sul povero contento. –