Achille Monti
Odi

Ode XIX.   LA LODE.

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Ode XIX.

 

LA LODE.

 

Del torbido Anïene

Su le deserte sponde,

Ove del Tebro viene

A perdersi nell'onde,

Fra le zolle infeconde

Io seggo addolorato,

Vôlto al tempo passato.

 

Qui dove solo il lento

Bove protende 'l muso,

Ed il lanuto armento

S'addossa in grembo al chiuso,

Crescea di guerre all'uso

In Antenna vetusta

La gioventù robusta.

 

Alla palestra, al salto

Qui s'addestrava, all'armi;

Qui si levaro in alto

Templi, colonne e marmi:

sovra il colle parmi

Ancor sorgere ardita

L'ampia città turrita.

 

Ma chi dipinge a un tratto

Alla rapita mente

Le grida, il volar ratto

Di soldatesca ardente

Che, nel ferro lucente,

Colli e pianure invade

Fra il cozzo delle spade?

 

Il veggo, io lo ravviso

Dell'elmo all'irta chioma,

Al formidabil viso....

È il regnator di Roma,

Che ancor da lui si noma....

Rimbomba per le valli

Suon di trombe e cavalli.

 

L'oste somiglia a flutto

Che sul lido si slancia;

Tutto già piega, tutto

Alla romana lancia;

di pietà la guancia

Pinge, nell'ira atroce,

Il vincitor feroce.

 

È sogno il mio? Caduta

È Antenna, e rasa al suolo:

Solitudine muta

Qui sta, muto sta il duolo:

Su questi campi al volo

L'ali dispiega torvo

E dispettoso il corvo.

 

Or superbite, o forti

Cui fa temuti l'oro!

Invan vi fate accorti

Nell'ammassar tesoro:

Caggion gl'imperi, in loro

Ancor quel germe regna

Che la lor fine segna.

 

Sin le città più altere

Piglia l'etade a scherno:

Solo virtù non pêre,

E lascia il nome eterno.

Moderator superno

E dell'uman legnaggio

Un Dio possente e saggio.

 

Noi popoli redenti

Dal Sangue dell'Agnello,

Perchè viviam dolenti

Qui nel terreno ostello?

Perchè facciam sgabello

Del capo degli oppressi

Per sollevar noi stessi.

 

Voi, cui donò la sorte

D'aure e di gemme copia,

Spezzate le ritorte

Alla gemente inopia.

Ah! mal per voi s'appropia

Al patrimonio immenso

De' poverelli 'l censo.

 

L'uom che al tapino ignudo

Porge amorosa mano,

Che all'innocenza è scudo,

Che piange al pianto umano,

Non sarà grande invano:

De' benéfici 'l grido

Vola di lido in lido.

 

Io pur, desta la lira

Esalterò quel prode;

Vôlta in amore l'ira,

Con più gentil melode

Favellerò di lode:

Farò col canto mio

Plauso a' potenti anch'io.

 

E il postero più tardo

Dirà: – Fu giusto il vate:

Non inchinò codardo

Chi ha mani insanguinate;

Cantò l'opre onorate

Di chi versò l'argento

Sul povero contento. –


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